Famiglia Nostra 169 Marzo-Aprile 2015

 

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Rivista dei religiosi della Sacra famiglia

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RI V I STA DEI REL IGIOSI, DELLE REL IGIOSE E DELLA GE NTE DELLA « S ACR A FAMIGLIA » Rivista periodica anno 2015, Poste Italiane s.p.a. Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n 46) art. 1, comma 2 DCB (filiale di Bergamo) anno 96 - numero 168 famiglia Educare all’amore più grande nostra 02 Marzo Aprile 2015 1

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EDITORIALE Cari amici lettori, l’esperienza della Pasqua, che abbiamo celebrato all’inizio di aprile, traccia il f ilo rosso di questo numero della nostra Rivista di Congregazione e di animazione missionaria, il cui titolo si ispira all’evento dell’ostensione della Sindone. Vi raccontiamo come abbiamo preparato e vissuto la Pasqua in una nostra comunità educativa e in una parrocchia guidata dai nostri confratelli. Il Sinodo sulla famiglia e l’anno della Vita Consacrata continuano a camminare insieme, per noi religiosi della Sacra Famiglia, perché siamo nati dall’esperienza di fede di S. Paola Elisabetta Cerioli, sposa, madre, vedova e religiosa. L’anno santo della misericordia sarà anche il duecentesimo anniversario della sua nascita. In questa famiglia lei fondata, Fabio ha promesso di seguire Gesù per tutta la sua vita. Le nostre sorelle hanno celebrato un importante passo di missione educativa a Comonte, e ce lo raccontano. Il segno di chi ha incontrato il Risorto è l’uscita verso la missione: le nostre Regioni del Brasile e del Mozambico, come sempre, desiderano condividere con voi, che ci accompagnate con la preghiera e l ’aiuto materiale, alcune loro esperienze e riflessioni. Buona lettura. 2 Dal 19 Aprile, a Torino, prenderà il via l’ostensione della Sindone. Un evento straordinario per sua natura, visto che la possibilità di vedere la preziosa reliquia è limitata proprio a pochi e brevi appuntamenti. Negli ultimi diciassette anni sono state solo cinque le ostensioni pubbliche, di cui una televisiva. Un evento che se anche non vivremo in prima persona, ci può offrire lo spunto per metterci alla ricerca, per conoscere in modo più approfondito Gesù. Per questo motivo, facendo nostra l’esortazione di suor Paola Elisabetta Cerioli: “Studiate Gesù!”, rivolta alle consorelle e ai confratelli, ma anche ai bambini di cui si prendeva cura, la comunità educante di Martinengo ha pensato di mettere al centro del cammino spirituale della Quaresima/Pasqua per i bambini e ragazzi delle scuole primaria e secondaria, proprio questo telo. Un telo antico…un telo misterioso…un telo prezioso (a giudicare dall’interesse che suscita e dalla cura con viene custodito), ma che in fondo, verrebbe da dire, è solo un semplice telo. Eppure è un telo che fa parlare, discutere, che fa anche tacere. Un telo che muove le coscienze, che suscita curiosità, che fa nascere dubbi, che tocca le sensibilità, che arriva al cuore. Ma perché è così importante? Cosa ci insegna la Sindone? Perché abbiamo bisogno di conoscerla meglio? È un telo che porta impressa un’immagine, non particolarmente nitida, ma comunque riconoscibile. È l’immagine di un uomo…morto, quasi certamente in croce. C’è una domanda che da secoli si pongono milioni di persone, guardando la sindone di Torino, ed è quella della sua veridicità. “È Lui o non è Lui?”. Non sono bastati duemila anni di indagini, esperimenti e dibattiti per arrivare a una risposta definitiva. L’uomo che traspare dal lenzuolo ha un riferimento diretto a Cristo? O è opera di un abilissimo pittore o di un inventore di effetti speciali? “Certo che è Lui”, pensa luna grande maggioranza di chi la conosce. E infatti molti indizi conducono a questa famiglianostra | marzo - aprile 2015

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PERCORSO DI QUARESIMA A cura dei religiosi ed educatori della comunità educante di Martinengo soluzione. “Forse è Lui”, replicano quelli che non sono soddisfatti delle spiegazioni offerte. Nel caso avessero ragione i primi, ci troveremmo di fronte a una straordinaria “fotografia” del Figlio di Dio. Ma anche se così non fosse, non cambierebbe nulla nel campo della fede. La Chiesa stessa, principale interessata allo svelamento di questo mistero, non ha mai forzato la ricerca. E molto meno intende forzare qualcuno a credere, anche nel caso in cui i dubbi venissero azzerati: la fede non può dipendere da un oggetto, per quanto prezioso e unico! La Sindone si presenta come un documento straordinario, qualunque sia il verdetto finale della scienza, “l’effigie più formidabile che l’umanità abbia desiderato di contemplare”. Sappiamo già tante cose di Gesù, eppure non possiamo certo dire di conoscerlo per davvero. Non sempre quello che “abbiamo imparato”, al catechismo piuttosto che a scuola o in famiglia, basta per farci aprire gli occhi e renderci capaci di conoscere in Gesù e di riconoscere il Lui il volto di Dio Padre. Così davanti ad una riproduzione in grandezza reale della Sindone, copia del ben più antico e delicato originale conservato a Torino, fatta stampare appositamente per questa occasione, i bambini si sono ritrovati, di settimana in settimana a scoprire aspetti scientifici e storici, curiosità e segreti di questo misterioso telo. E abbiamo avuto la gradita sorpresa di vedere i nostri bambini e ragazzi lasciarsi letteralmente affascinare dalla storia avventurosa e rocambolesca di questo telo e dell’uomo che vi è stato avvolto, attraverso tutti i dettagli che hanno accompagnato la Sindone fino ai giorni nostri. Nel corso degli incontri settimanali sono intervenuti improbabili quanto divertenti professori universitari e scienziati (per questo un ringraziamento ai bravi e disponibili educatori del Centro Educativo di Martinengo) capaci, comunque, di fornire ai bambini informazioni, notizie e indizi utili a capire meglio la Sindone ed aiutarli a cogliere le grandi corrispondenze tra i segni riportati su quel lenzuolo funerario e quelli della passione di Gesù per come la conosciamo e per come ce l’hanno raccontata i Vangeli. È questa la trama del cammino che bambini e ragazzi del centro educativo scolastico di Martinengo hanno percorso nel tempo di Quaresima. Un tempo per sua natura propizio alla riflessione e all’approfondimento, alla crescita personale di ciascuno, nelle sue dimensioni umana e religiosa. La comunità educante, proponendo questo itinerario, non voleva certo dare risposte che studiosi e scienziati non sono riusciti a dare in lunghi anni di indagini. Voleva invece avvicinare un po’ di più gli alunni a Gesù, inteso non solo come una parola astratta o una idea, ma come una persona storicamente vissuta, attirando l’attenzione a quello che Egli ha fatto nella sua vita, in particolare nei suoi ultimi giorni. Per questo, di settimana in settimana, abbiamo dato risalto alle mani, ai piedi, agli occhi, alle spalle e al cuore del corpo che è stato avvolto in quel lenzuolo. E guardando a quei segni, ricordavamo che cosa hanno fatto le mani di Gesù, quali strade hanno percorso i Suoi piedi, cosa hanno visto i Suoi occhi, quali pesi hanno portato le Sue spalle ed infine quali sentimenti portava nel Suo cuore. Non ci è bastato quindi fissare ed osservare la Sindone. L’ultima Parola, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’abbiamo voluta lasciare al Vangelo, perché in fondo, Sindone o non Sindone, il volto di Gesù, il volto di Dio Padre, quello dell’Amore più grande, è lì in quelle pagine meravigliose, in quel Verbo venuto ad abitare in mezzo a noi. 3

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Al Calvario Riflessione biblica su Giovanni 19,25-27 Stavano in piedi, presso la croce di Gesù, sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria Maddalena. Gesù, dunque, vista la madre e presso di lei il discepolo che amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo la prese in casa sua. Il cammino della Santa Famiglia nel Vangelo è strettamente legato alla storia che Gesù, il Figlio di Dio, ha vissuto tra noi. Essa è cominciata a Nazaret ma non si è conclusa in quel piccolo paese della Galilea. Gesù si è diretto a Gerusalemme, dove ha realizzato in pienezza la missione ricevuta dal Padre celeste: a questa missione ha associato anche la sua famiglia di sangue, ormai divenuta una cosa sola con la famiglia più grande, quella della Chiesa. Nel racconto della passione secondo Giovanni, che abbiamo meditato il venerdì santo, c’è un breve ma intenso passaggio, che vogliamo riprendere e riascoltare. Al Calvario, al centro di una serie ordinata di piccole scene, prima che Gesù dischiari che “tutto è compiuto”, il quarto evangelista ci chiama a contemplare una scena che non vediamo negli altri vangeli. Siamo agli ultimi istanti della vita di Gesù: quando le parole sono poche e ultime, e perciò essenziali. Il centro è la “croce di Gesù”; questa sottolineatura (non necessaria per la comprensione della storia) indica che siamo non solo in un luogo ma anche in un momento centrale di tutta la vicenda: la croce è l’esito del lungo percorso dell’incarnazione (Gv 12,32-33), di cui Gesù aveva compreso e rivelato la necessità (Gv 3,14; 12,27). “Presso” questa croce vediamo un gruppetto di donne, tra cui c’è la madre di Gesù (gli altri vangeli, dopo la morte, notano la presenza di alcune donne che osservano da lontano, senza parlare di Maria). A differenza dei discepoli, non sono fuggite, non si sono allontanate dall’evento più tragico e senza 4 senso che poteva accadere nella loro vita. Hanno il coraggio di guardare il figlio e maestro, e di soffrire con lui. Per questo motivo Gesù li può vedere. Con lo stesso sguardo di Gesù, possiamo notare specialmente la madre sua e, accanto a lei, il discepolo che Gesù amava. Solo Gesù è citato con il suo nome: egli è il protagonista della passione. La madre e il discepolo sono presentati in forza del rapporto che hanno con Gesù: colei che lo ha generato, colui che era amato da Gesù. Sono persone concrete, ma qui la contemplazione dell’evangelista ne fa dei personaggi simbolici, rappresentati di altri, di coloro che sono chiamati a stare presso la croce di Gesù. Gesù rivolge ai due una parola che, pur sentendo tutto il dolore che provano, non si ferma lì, anzi cambia la loro identità e apre ad un futuro nuovo. Sulla bocca di Gesù la madre è “donna” (come alle nozze di Cana), e viene resa nuovamente madre (in modo evidentemente diverso da quello fisico) del discepolo. Gesù non chiama madre, ma le presenta il discepolo come figlio, lasciando a lei la libertà di rispondere e la decisione di accogliere quella nova maternità che nasce dalla sua parola. L’ultima affettuosa parola del Figlio morente alla madre sofferente si apre alla storia della salvezza; la madre del crocifisso diviene immagine della comunità cristiana, chiamata nelle doglie del parto a generare il Messia, e chiamata ad accogliere i nuovi figli che nascono mediante la fede, ad essere madre per essi attraverso i gesti materni del generare, educare, proteggere, sostenere. famiglianostra | marzo - aprile 2015

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VISITANDO LA SANTA FAMIGLIA 4 Rubrica a cura di p.Gianmarco Paris La seconda parola di Gesù è per il discepolo amato, al quale presenta Maria come sua nuova madre. Egli rappresenta ogni credente, colui che mediante la fede entra a far parte della comunità cristiana accolto come figlio. Coloro che prima erano presenti per la loro relazione con Gesù, ora mediante la parola del Cristo morente ricevono una nuova identità, scaturita dalla sua Pasqua. Sono maternità e figliolanza diverse da quelle fisiche: ciò è provato anche dalla conclusione della scena, dove si dice che il discepolo accolse la madre “in casa sua”, cioè in ciò che ha di più prezioso e intimo. Se infatti è normale che sia la madre ad accogliere il figlio, qui è il contrario: il figlio ha la missione di accogliere la madre. Ciò avviene “a partire da quell’ora”: non si tratta semplicemente di un giorno o un ora determinati, ma del tempo in cui Gesù compie la sua missione di rivelare l’amore del Padre. La sua morte e risurrezione danno inizio a un modo novo di vivere le relazioni nella comunità, che diventa per i credenti come una madre, e verso la quale sono chiamati a svolgere una missione di accoglienza. Gesù prima di morire costituisce la nuova familia Dei, chiamata a prolungare la sua presenza e la sua azione dopo la sua partenza. Gesù trasmette la sua eredità ai suoi dando vita alla sua nuova famiglia, chiamata a continuare l’avventura iniziata da Gesù. Santa Paola Elisabetta, nel momento più difficile e più decisivo della sua vita, mediante lo Spirito Santo ha penetrato il significato profondo della Pasqua di Gesù e della Pasqua di sua madre. Ella si è sentita affidata a Maria, sua nuova madre, e da lei aiutata a fare l’esperienza radicale dell’affidamento totale di Gesù crocifisso nelle mani del Padre. Ella si è sentita chiamata a diventare nuovamente madre, in forza di questa fede, per coloro che chiedevano casa e cibo, e desideravano accoglienza materna per crescere e poter guardare il loro futuro con fiducia e coraggio. 5

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Un potenziale da esprimere LA FAMIGLIA: La scelta di affrontare in profondità – come affermavamo nello precedente articolo dedicato al Sinodo sulla Famiglia – la questione dei linguaggi con cui comprendere, esprimere, articolare le esperienze legate alla famiglia, se sapremo assumerla fino in fondo, non potrà che rivelarsi istruttiva, anche in termini di riproposizione vitale del messaggio cristiano a un mondo che non lo conosce più: non più un “fortino assediato” alle prese con gli assalti della secolarizzazione, ma un luogo di incontro con le tante persone assetate di senso e i loro cammini. Per i credenti come per i non credenti, la relazione di coppia, la sessualità, la generazione, la maternità e la paternità restano i luoghi fondamentali (e principali) che custodiscono e rendono accessibili esperienze sensate di prossimità e di intimità. Le persone non smettono di desiderare profondamente queste esperienze, di cui nemmeno i fallimenti più dolorosi sembrano in grado di spegnere il desiderio, anzi, lo confermano. «Il “desiderio di famiglia” si rivela come 3 6 famiglianostra | marzo - aprile 2015

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p. Alessandro Bergami a cura di Educatore presso la comunità di Orzinuovi un vero segno dei tempi, che domanda di essere colto» (Strumento preparatorio del Sinodo, n. 45): riconoscere la potenza di questo desiderio è certamente un modo per entrare in sintonia profonda con le donne e gli uomini del nostro tempo. Ancora più in profondità, le esperienze di prossimità e intimità che la relazione di coppia, la sessualità e la generazione consentono sono occasioni in cui il soggetto gusta la bellezza del dono ricevuto gratuitamente, di qualcosa che eccede, che va al di là rispetto al proprio operare, ma anche e altrettanto fondamentalmente sperimenta la bellezza di potersi impegnare, assumersi responsabilità, generare qualcosa (o, ancora meglio, qualcuno): si tratta di quello che l’enciclica Caritas in veritate al n. 34 presenta come l’esperienza umana fondamentale. In questa luce, come è possibile riconoscere come tutte le molteplici e diverse situazioni reali concrete (anche quelle abitualmente definite “irregolari”), ciascuna a suo modo e in grado diverso, offrono un accesso e una partecipazione, almeno in forma “seminale” – parziale e provvisoria –, al bene relazionale, sociale e personale dell’esperienza di intimità e reciprocità della coppia e della sua connaturata tensione alla generatività, senza per questo fare di ogni erba un fascio? Come aiutare a fare un discernimento della strada da seguire per approfondire il bene che si vive e si desidera? E a riconoscere gli inganni, le scorciatoie che non portano da nessuna parte? È immaginabile un percorso analogo a quello che ha condotto il Concilio a riconoscere come lo Spirito è all’opera «con la sua virtù santificante» anche fra coloro che, «essendo battezzati, sono insigniti del nome cristiano, ma non professano integralmente la fede o non conservano l’unità di comunione sotto il successore di Pietro» (Lumen gentium, n. 15)? Il linguaggio tradizionale, legato al concetto di natura, esprimeva bene tutta la ricchezza della comprensione cristiana di un dono reciproco e la sua inscindibile apertura alla generatività, ma non lasciava spazio alla storia e ai dinamismi, ed era pensato all’interno di una “società cristiana”, in cui si dava per acquisita l’appartenenza ecclesiale, si proponeva un “modello compiuto”, rispetto al quale si era “dentro” o “fuori”, che si “accettava” o “rifiutava”. Si può confidare che il discernimento del desiderio profondo e l’auspicato cambiamento di linguaggio condurranno le persone a muoversi lungo percorsi di progressivo avvicinamento – per quanto possibile e spesso con alcuni limiti – a quella configurazione che la tradizione aveva proposto come ideale e perciò normativa, ma il cui valore oggi non può essere dato come presupposto di partenza, bensì come orizzonte di un cammino? Affrontare con libertà e serietà tutte queste questioni non può che essere un grande obbiettivo: un travaglio, che richiede zelo, fatica e operosità, ma che può generare una passione più profonda per il Vangelo della famiglia in tutta la sua bellezza. Da una parte le donne e gli uomini del nostro tempo hanno ancora bisogno, talvolta disperato, di questa bellezza. Dall’altra la Chiesa ha il dovere di trovare il modo di non tenere chiusi quei tesori che le sono stati affidati perché siano trafficati e producano frutti, cioè aiutino le persone, per quanto ciascuna può e nei contesti in cui si trova, a riconoscere il dono ricevuto nella propria vita di sposi, genitori, figli, e accoglierlo impegnando la propria libertà. Cosa che sembra essere una buona bussola per la vita di coppia e di famiglia. 7

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MADRE D’ALTRI FIGLI In preparazione all’anniversario di nascita di S. Paola Elisabetta Cerioli 2 Morto Carlo e rimasta pure vedova, madre Cerioli sfogava il suo insopprimibile anelito materno, se non altro una particella di quel suo grande zelo per gli orfanelli, col mantenere a sue spese una fanciulla orfana nel così detto Conventino della provincia di Bergamo. Lasciamo ora la parola ad una parte dell’orazione funebre tenuta al funerale di madre Cerioli da parte di don Pietro Piccinelli, il 26 dicembre 1865: «eravamo in sul finire del Marzo del 1855 quando a Lei si faceva nuova preghiera per una seconda orfana che a Lei si era descritta anche pericolante, e che quindi bisognava al più presto possibile ritirare in quell’Orfanotrofio … Eravi di que’ dì in Comonte un degno Sacerdote (don Giuseppe Agnesis, ndr) che godeva meritatamente la confidenza di donna Costanza fu desso appunto che le suggeriva, che invece di sostenere una seconda dozzina per quella orfana la raccogliesse piuttosto presso di sé in casa, facendole osservare, che con quella seconda dozzina risparmiata avrebbe benissimo potuto mantenere invece due orfane comodamente presso di sé, le quali poi le avrebbero in qualche parte colla loro compagnia ed alleggerita la sua solitudine, e fattole sentir di meno anche il dolore della perdita del figlio. Il consiglio non poteva essere migliore! Senza saperlo aveva indovinato l’anima di quella santa vedova, la quale dotata d’un ardore espansivo nel suo volere che mal si frenava nelle difficoltà, lo abbracciò prontamente. Era il giorno difatti 2 di aprile 1855 quando a lei si faceva da quel Sacerdote così provvido suggerimento, e quel giorno non vide il suo tramonto prima che essa non fosse volata alla città per le provviste necessarie all’accettazione in casa di quella sua nuova figlia! Il giorno appresso, cioè il 3 aprile [1855], quella primogenita delle orfane avea già ricevuto l’abbraccio affettuoso di questa seconda sua Madre!». Nelle memorie delle prime compagne così si commenta quell’episodio: «Era il momento di Dio! … Ella lo seppe cogliere ed, avverando la previsione del suo figlio Carlo, in 8 famiglianostra | marzo - aprile 2015

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Animatore presso la Casa di Spiritualità di Martinengo p. Gianmario Monza a cura di quel punto cominciava a divenire Madre d’altri figli …». Le stesse memorie (conosciute oggi come “manoscritto Longoni”, dal nome della religiosa che le ha raccolte) poco oltre così prosegue: «non appena Ella ebbe raccolte quelle povere figliuole, sentì come dilatarsi il suo cuore, e scemare d’un tratto l’incubo del suo dolore. La sua mente si portò con gioia a riposarsi nel misterioso senso della preziosa previsione di suo figlio, ed Ella vide squarciarlesi in parte il denso velo che ricopriva il suo avvenire, e tutta si sentì riaccesa di maggior coraggio per seguire sempre più fedelmente ed alla cieca le vie di Dio … Fra il gran numero di povere orfane che le si presentavano, sceglieva sempre le più abbandonate, dando la preferenza a quelle di condizione contadine. Ogni volta che ne riceveva alcuna provava tale una consolazione che le era impossibile esprimerla: le sembrava che dal cielo il suo Carlino approvasse l’opera sua e sempre le ricorrevano alla mente le ultime sue parole: “Consolati, mamma: s’io muoio, il Signore ti darà altri figli!”… Consegnando la nuova figliuola alla maestra, le faceva conoscere il nuovo dovere che le incombeva, esortandola a ben allevarla, custodirla ed istruirla, dicendo: “Questo è un deposito sì prezioso che vale più di tutto l’oro del mondo. Vogliatele bene assai”. Era poi attentissima a vigilare sull’istruzione ed educazione di quelle poverette ... faceva proprio da vera Madre». Così scrisse madre Cerioli al vescovo di Bergamo, mons. Speranza, il 19 marzo (festa di san Giuseppe, padre putativo di Gesù e sposo di Maria): «Avendomi il Signore nella sua grande misericordia privata dell'unico mio Figlio al quale aveva troppo attaccato il cuore e gli affetti, e nella sua sempre Ammirabile Provvidenza, disposti gli avvenimenti, e determinata la mia volontà a farmi Madre invece di altri povari Figli, orfani di Genitori, e privi di sostanze come d'ogni mezzo d'educazione civile, e religiosa, m'ispirò la risoluzione d'aprire la mia Casa in Comonte d'offrir le mie sostanze le mie cure ed attenzioni ad Orfane Figlie povari miserabili. Il Signore sempre buon Padre, secondò, e benedisse le mie fatiche, e le mie intenzioni, di maniera che questa mia nuova Famiglia, già assai numerosa, protetta, ed approvata da Lei Monsignor Illustrissimo e Reverendissimo, che diede pure anche a queste Figlie da poco tempo il bel titolo di Figlie di San Giuseppe, promette di sorgere novello Istituto in mezzo alla Società, a vantaggio principalmente della Classe Contadina, che fra tante opere di pubblica beneficienza è la più dimenticata. Lo stabilimento dunque di questo Istituto sarebbe lo scopo, e il fine de' miei desideri, e delle mie speranze». Nella medesima lettera, che testimonia l’ormai avviato ramo femminile delle Sorelle e Madri della Sacra Famiglia, madre Cerioli accenna anche all’idea di avviare anche il ramo maschile dei Fratelli e Padri della Sacra Famiglia: «Un altro desiderio, Monsignore, ha sempre occupato, ed occupa tuttora il mio spirito le mie brame, il mio cuore ed i miei desideri, e questo sarebbe la Fondazione d'un altra Casa, Istituto, o Stabilimento agrario d'Orfani Maschi, a vantaggio anche questo della Classe Contadina, per lo stesso fine, e scopo che si ha stabilito quello Femminile, con le stesse Regole, nome idee, e pratiche che si potranno possibilmente adattare a questo Maschile. Mio Dio! Monsignore, questi poveri Figli m'interessano, e attirano tutta la mia compassione al pari delle mie Orfane... Oh! s'io potessi vederli stabiliti, come ora mi pare di veder queste, non avrei più niente né che bramare, né che m'attaccasse alla terra. Oh! che san Giuseppe s'interessi anche di questi, e gli diventi Padre, ma presto, come si è degnato, e si degna tutt'ora di proteggere, e benedir le sue Figlie». Questa nuova maternità, ormai madre Cerioli la va realizzando attraverso l’inizio di una nuova famiglia, argomento di cui ci occuperemo nel prossimo articolo. 9

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Fabio Cappello pronuncia i voti solenni e diventa per sempre un religioso della Sacra Famiglia PROFESSIONE PERPETUA “Chi opera per amore, opera grandemente” Con questa frase della nostra Fondatrice, ho voluto sintetizzare il passaggio decisivo della mia consacrazione religiosa nella Congregazione della Sacra Famiglia. Dopo 13 anni di formazione nel nostro Seminario, sono arrivato, con l’aiuto del Signore e di Maria Santissima, a questo obiettivo, tanto atteso e desiderato. L’abbraccio di pace che, durante la cerimonia ho dato a tutti i miei confratelli, ha segnato per sempre la mia appartenenza a questa nuova Famiglia. Ora tocca a me operare per amore, come ci ha insegnato la nostra Fondatrice S. Paola Elisabetta Cerioli. Per questo chiedo una preghiera, affinché i ‘piccoli senza avvenire’ che incontrerò nel mio cammino possano trovare in me l’amore di Gesù che non si stanca di usare misericordia. Aver celebrato la mia Professione il giorno della Divina Misericordia, mi suggerisce che proprio la misericordia deve accompagnare l’opera educativa che sono chiamato a svolgere. Credo che un religioso debba avere come regola di vita, quella dell’Amore che Cristo ci ha manifestato e donato attraverso la sua vita e la sua passione per l’umanità. L’11 Aprile è stato un giorno che ha cambiato e ha definito la mia vita totalmente: ora sono per sempre un religioso ‘Sacra Famiglia’. La formula di consacrazione che ho pronunciato nelle mani di padre Gianmarco Paris, Superiore Gene10 rale, attraverso i voti di povertà, castità, obbedienza e vita comune, ha attestato davanti a tutta la comunità di Martinengo, ai confratelli, ai miei parenti e amici, questa scelta di vita. Come due sposi si consegnano l’uno all’altro nell’amore di Dio, così un religioso si consacra ai fratelli della propria comunità e dona la sua vita gratuitamente per il prossimo, ad imitazione di Gesù Cristo che si è fatto obbediente fino alla morte di Croce. Vorrei esprimere la gioia di essere giunto a questa meta nella mia nuova Famiglia. Tutto è stato possibile perché Dio mi ha sostenuto durante questi anni, per questo mi sento di ringraziare il Signore e i formatori che mi hanno seguito e aiutato a non aver paura. Un ringraziamento davvero speciale lo devo al carissimo padre Gregorio, che mi ha accolto nel Santuario della Bozzola 15 anni fa, credendo allo slancio vocazionale che ha cominciato a nascere in me durante i primi mesi di frequenza del Santuario. Ni giorni precedenti la mia consacrazione mi sono raccolto in ritiro spirituale presso il Monastero Benedettino della Santissima Trinità a Dumenza (Luino) e, grazie alle riflessioni di don Ennio Apeciti, ho potuto meditare sull’importanza del discepolato: seguire Gesù ovunque egli vada, vuol dire farsi prossimo di chiunque incontriamo nel nostro cammino, sempre pronti ad offrire il nostro tempo e le nostre forze, come ha fatto il buon samaritano che si fa vicino ed ha compassione nei confronti di chi normalmente si vorrebbe evitare di incontrare. La trasformazione che sono chiamato a rinvigorire ogni giorno richiede preghiera e intercessione, per questo mi affido a S. Paola affinchè mi sostenga nella vita con i miei nuovi confratelli della comunità educante di Martinengo e nell’Apostolato che sono chiamato a svolgere presso il nostro Centro Educativo. La presenza di molti confratelli e amici in questo momento mi ha confortato e ha confermato, senza ombra di dubbio, che non sono da solo, per questo ringrazio vivamente tutti coloro che hanno partecipato, anche spiritualmente, a questo momento. Fabio famiglianostra | marzo - aprile 2015

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CONSACRATI PER… USCIRE DA SE STESSI A cura della Comunità di Vigna Pia L’anno dedicato alla Vita Consacrata, su proposta di papa Francesco, ha come obiettivi di ringraziare Dio per il dono della vita consacrata, vivere il presente con passione, testimoniando nel mondo la bellezza della ‘Sequela Christi’, e di abbracciare il futuro con speranza, fiduciosi nel Signore. L’esigenza invocata da Papa Francesco di una Chiesa in uscita è il contesto in cui si colloca anche l’appello dello stesso Pontefice rivolto ai consacrati: Svegliate il mondo’. Così come duemila anni fa Gesù ha inviato gli apostoli a dare testimonianza della loro fede nel Risorto, allo stesso modo continua, oggi più che mai, l’esigenza di trasmettere la fede ad ogni creatura. Ogni vocazione non può che concretizzarsi all’interno di un’esperienza di missione. È lo Spirito Santo a garantire questo dinamismo missionario, suscitando nella Chiesa una molteplicità di forme di vita consacrata e di servizio per il Regno di Dio. È evidente che non c’è vita consacrata senza ‘esodo’, così come non c’è vita cristiana se non all’interno della dinamica di apertura a Dio e ai fratelli. Chi si mette in cammino alla sequela del Cristo trova la vita in abbondanza, mettendo tutto sé stesso a disposizione di Dio e del suo Regno. Dice Gesù: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29). La vita consacrata è quindi una chiamata d’amore che attrae e rimanda oltre sé stessi, decentra la persona, innesca «un esodo permanente dall’io chiuso in sé stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio» (Benedetto XVI, Lett. Enc. Deus Caritas est, 6). L’esperienza dell’esodo è paradigma della vita cristiana, in particolare di chi abbraccia una vocazione di speciale dedizione al servizio del Vangelo. Consiste in un atteggiamento sempre rinnovato di conversione e trasformazione, in un restare sempre in cammino, in un passare dalla morte alla vita così come celebriamo in tutta la liturgia: è il dinamismo pasquale. La vita consacrata come realizza il proprio esodo? Attraverso i voti religiosi: il consacrato, con il suo voto di obbedienza, mostra come la verità del potere sia il servizio; con il voto di povertà, evidenzia come la verità del possesso sia il dono; con il voto di castità, mostra come la verità del piacere sia la gratuità dell’amore. Questa dinamica esodale, verso Dio e verso l’uomo, riempie la vita di gioia e di significato. Per questo, “uscita verso” e interiorità si integrano. L’intimità del consacrato con il Signore infatti non è mai una fuga dalla vita e dal mondo; è invece quel valore aggiunto necessario che garantisce un'abituale vita interiore e l'unione con Gesù. Possiamo dire che la vita dei consacrati diviene significativa nella misura in cui sono sempre ‘connessi’ con il Signore Gesù. Da qui scaturisce la gioia. Papa Francesco ha detto: ‘Sempre dove sono i consacrati c’è Gioia’. E quanto più ‘Dio solo basta’ all’anima consacrata, tanto più il cuore si dilata a tutti i fratelli. La Vergine Maria è il modello per eccellenza della vita consacrata. Da lei si impara a coltivare il desiderio di uscire e di andare, con sollecitudine, verso gli altri (cfr Lc 1,39). 11

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Feste religiose e tradizioni della comunità religiosa dei santi Nazaro e Celso, Quarto Oggiaro, Milano SETTIMANA SANTA E PASQUA Tutto ha inizio con la processione della Domenica delle Palme insieme ai bambini della Catechesi con le famiglie e i fedeli. E’ bello vedere che tutti hanno in mano un ramo d'ulivo o di palma che la Caritas parrocchiale con dei volontari ha preparato. Ritrovo e partenza è la nostra Scuola dell’Infanzia, luogo scelto non per caso ma in quanto è a questa età e dunque con questi “piccoli” che dovrebbe iniziare il percorso della comunicazione della fede. E’ il giardino della scuola il luogo dove le palme sono benedette e poi in corteo processionalmente cantando ci si dirige alla Chiesa Parrocchiale per la celebrazione della Messa solenne. Siamo introdotti con questa Domenica nella Settimana autentica e si entra nel vivo con la Messa Crismale del Giovedì Santo. Il nostro Cardinale, in Duomo, presiede la liturgia eucaristica attorniato dai suoi sacerdoti, che nell’occasione rinnovano le promesse fatte il giorno della loro ordinazione presbiterale. E’ proprio in questa celebrazione che vengono consacrati anche il Crisma, l’Olio dei Catecumeni e l’Olio degli Infermi, che saranno utilizzati nel corso dell’anno per la celebrazione dei sacramenti. Lo stesso giorno nel pomeriggio in Parrocchia Padre Sergio con i ragazzi della Catechesi e le catechiste ha dato vita ad un momento liturgico molto intenso con la ripresentazione dell’ultima Cena animata dagli stessi ragazzi. Gli adulti, invece, sono stati invitati la sera per la liturgia di avvio del Triduo pasquale, la cosiddetta “Messa in Coena Domini”, che ricorda l’istituzione dell’Eucaristia, quella che “donò” Gesù agli apostoli durante l’Ultima Cena. A seguire, in modo molto dimesso, si rivive la lavanda dei piedi a dodici persone rappresentanti dei vari “gruppi” impegnati nel cammino di vita parrocchiale. Al termine della liturgia si “spoglia” l’altare maggiore e si toglie l’eucarestia dal tabernacolo, che viene riposta in un altare provvisorio adornato di fiori e luci, chiamato il “Santo Sepolcro”, ricordo simbolico del sepolcro di Gesù, davanti al quale le persone si fermano in preghiera durante il triduo. Il giorno di Venerdì 12 Santo è invece dedicato alla rievocazione della passione e morte di Cristo, nel primo pomeriggio, e poi alla sera la consueta Via Crucis nel cuore della Parrocchia. Di fatto si pregano le stazioni per le vie fino a che la processione raggiunge il piazzale della Chiesa ed entrando si celebra il momento della morte di Gesù. In Chiesa davanti all’altare spoglio la serata viene conclusa con il ricordo della “deposizione di Gesù dalla croce”. La Veglia Pasquale del Sabato Santo è il preludio alla Resurrezione e questo momento di “gioia” è rimarcato più volte dai canti “solenni” e “gioiosi” eseguiti dalla nostra Corale S. Paola Cerioli. L’inizio alle solenni funzioni pasquali della vigilia è stato dato dall’accensione, alla porta centrale, del fuoco nuovo quale simbolo della luce e della gioia per l’imminente evento che verrà proclamato dopo l’ascolto delle letture dell’Antico Testamento. Il sacerdote, durante il cerimoniale, benedice l’acqua destinata alle acquasantiere e al fonte battesimale e il triplice annuncio della Resurrezione alla Veglia del Sabato è stato accompagnato, con la nuova luce e fiori di festa, da un’esplosione di suoni che hanno esternato la gioia e la speranza nel Risorto! famiglianostra | marzo - aprile 2015

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Sacra Famiglia GUARDARE ALLA SINDONE DA MISSIONARI Di padre Vittorio Carminati L’ostensione della Sindone è uno dei molti eventi che sollecitano il nostro cammino di fede durante questi mesi. Essa ci parla, in questo anno dedicato alla Vita religiosa, mentre ci avviciniamo al Sinodo dedicato alla missione di evangelizzare con la famiglia, e al Convegno della Chiesa italiana a Firenze. Infine, a dicembre, apriremo l’anno santo dedicato alla misericordia di Dio. Lo sappiamo: non c’è la prova scientifica che la Sindone sia il lenzuolo in cui fu avvolto il corpo morto di Gesù. Non ci sarà mai; e forse non è neppure necessario cercarla. Tuttavia essa presenta in modo visibile e al tempo stesso misterioso le conseguenze che la passione e morte di Gesù descritta nei vangeli deve aver provocato sul corpo di un uomo concreto. Per questo rimane un segno forte per i cristiani; per questo in molti nelle prossimo settimane si metteranno in cammino per andare a contemplarla. La Sindone ci mostra che Dio Padre ha voluto condividere con noi un “infinito dolore”. Essa si propone a tutti come un innegabile e potente richiamo, un segno dell’esperienza travolgente di amore del Padre che nel suo Figlio Gesù ci viene incontro e si dona a noi. Infatti la storia di Gesù ci dice in pienezza chi è Dio, che si manifesta a noi come il volto dell’amore segnato dal dolore. Per amore verso di noi, sue creature, Gesù si lasciò consumare dal dolore fino a morire, ma proprio per questo modo di vivere in favore degli uomini, il Padre lo ha esaltato, lo ha fatto sedere alla sua destra e …lo ha reso felice per sempre! È bello per noi ricordare che Gesù è stato il primo missionario di Dio Padre, che porta a tutte le persone il senso della vita che passa attraverso la passione. Se qualcuno vuol sapere che senso ha il suo stare ottant’anni sulla terra e come comportarsi per essere felice, può guardare a Gesù , al suo esempio e al suo insegnamento, che si riassume in quello che la Sindone ci mostra: dare la vita per gli altri. La nostra missione, dunque, è essere come Gesù, essere per gli altri, vivere l’amore che si dona! Chi sono i nostri altri? Sono soprattutto i poveri! Papa Francesco ce lo ripete in ogni gesto, in ogni discorso, fino diventare assordante. Cerchiamoli in chi si è vista distrutta la famiglia, Cerchiamoli in chi non riesce a saziare i figli, Cerchiamoli in chi sta annegando nel Mediterraneo, Cerchiamoli in chi sta morendo a causa della sua fede, Cerchiamoli in quei popoli che non trovano pace, Cerchiamoli in quei bambini che invece di trovare pane trovano droga e mitra, Cerchiamoli in quelle donne vittime di violenza, Cerchiamoli in chi… I poveri, sì proprio loro, diventeranno la sindone della nostra vita; accogliendo loro il Padre ci riconoscerà come figli suoi. 13

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JUCE, 5° INCONTRO DEI GIOVANI Una gioventù alla ricerca del ritmo perfetto L’incontro della gioventù cerioliano (Juce) è diventata un riferimento per tutti i giovani delle parrocchie gestite dalla Congregazione della Sacra Famiglia in Brasile, un momento atteso per tutti ogni anno. Tra i giorni 18 e 21 di aprile, la parrocchia di san Giuseppe, in Assaì ha accolto la V edizione di questo incontro che ha visto la partecipazione di circa 300 giovani provenienti dalle città di Jandira e Itapevi (stato di San Paolo), Curitiba e Peabiru (stato del Paranà) e Montes Claros (stato di Minas Gerais). Hanno partecipato a questo incontro p. Roberto Maver (superiore regionale), p. Paulo César Nogueira (vicario di Assaí), p. Alexandre Surdi (formatore del seminario minore di Peabiru), p. Rogério Nabarrete (Vicario parrocchiale di Montes Claros), p. Giuseppe Vitari (superiore della comunità di Jandira) e il diacono Luis Fernando Pazian (Itapevi). La caratteristica dell’incontro è la varietà delle proposte che alterna momenti di spiritualità (Sante messe e adorazione, condotte dai padri della Sacra Famiglia), formazione, momenti di gioco (gincane, lavori di gruppo, attività diverse) e momenti di condivisione con i gruppi della città. In questo anno, i gruppi di ciascuna città sono stati invitati a presentare la vita di un santo o beato come forma di stimolo a conoscere meglio la vita dei santi e la storia della Chiesa. I santi presentati: Santa Gianna Beretta Molla, San Filippo Neri, Santa Teresina del bambino Gesù, il beato Pier Giorgio Frassati. 14 famiglianostra | marzo - aprile 2015

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Come forma di accoglienza ai giovani della Juce, i giovani della parrocchia di San Giuseppe in Assai, insieme al parroco p. Wagner, hanno riprodotto il famoso musical: Forza venite gente, sulla vita di San Francesco di Assisi, riscuotendo un gran successo tra il numeroso pubblico. I giovani dell’incontro non si sono limitati solo ai luoghi predisposti per l’accoglienza, ma hanno manifestato pubblicamente la loro fede per tutta la città di Assai, sfilando per le vie della città con canti, danze, flash mob, e animando e coinvolgendo tutto quelli che incontravano nel cammino. Seguendo i due pilastri del carisma della Congregazione, la Juce ha coinvolto direttamente le famiglie della parrocchia attraverso l’accoglienza nelle loro case. Questo semplice gesto ha generato molti frutti, ossia nascita di nuove amicizie, legame tra i giovani e le famiglie e rinnovato compromesso dei giovani con la chiesa. La soddisfazione delle famiglie è sempre molto positiva e impatta positivamente sulla vita della comunità ecclesiale, motivando una maggior partecipazione alla vita della parrocchia stessa. Santa Paola diceva: “offri a Dio la tua gioventù”. La fase della gioventù richiede molte riflessioni sulle scelte che influenzeranno i prossimi passi per tutta la vita. Nella vita dei giovani brasiliani, non è differente. Molte informazioni contradditorie assalgono la mente dei giovani, influenzano le loro azioni. Il tema scelto “Danzare la vita: fino ad arrivare al ritmo perfetto” nasce da una riflessione sul passaggio di Lc. 1,41, quando Giovanni Battista, ancora nel ventre della madre Elisabetta, “danzò” alla vista di Maria, gravida del piccolo Gesù. Questa gioia che Giovanni Battista manifesto è la stessa che abita nel cuore di ciascuna persona che ha un incontro personale con Gesù. L’intuito del tema della V Juce ha voluto aiutare i giovani a sensibilizzarsi sull’unico suono, l’unica voce, l’unica musica che merita di essere danzata nella vita: la voce di Dio, il Vangelo del Buon pastore, che conduce alla vita in abbondanza il suo gregge. Ma per questo è necessario ascoltarla, conoscerla e cercarla sempre. “Fino ad arrivare la ritmo perfetto” è quindi la proposta di un percorso per ogni giovane, come di un apprendista che intende imparare a danzare su questo ritmo, perché impari ad ascoltare la musica di Dio, la senta percorrere il suo corpo, la sua vita, tenti di muoversi a questo ritmo. Ci ricorda l’espressione cara a Santa Paola Elisabetta Cerioli: “Disfami e rifammi, fino a che io non viva di Te”. Come la Fondatrice voleva modellare la sua volontà a quella di Dio, così noi siamo invitati a apprendere a danzare il ritmo di Dio, anche se attraverso gli errori e le difficoltà di ogni apprendista, ma mai lasciando di ascoltare la Voce che si distacca da tutte le altre e lasciando che lui ci conduca ad apprendere i più bei passi che solo il Signore della danza può insegnarci. Che attraverso il carisma di santa Paola e l’esempio di tutti i santi, possiamo essere ogni volta più docili al ritmo che Dio desidera per ciascuno di noi. Ana Paula Florêncio. 15

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