Azione nonviolenta marzo aprile 2015, anno 52, n. 608

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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e c a p o m a i c c Fa a s e f i d con la Fondata da Aldo Capitini nel 1964 | marzo-aprile 2015 Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 52, n. 608 | contributo € 5,00

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3 4 7 8 Facciamo pace con la difesa Mao Valpiana Dal Servizio civile alla Difesa civile di Pasquale Pugliese Biani alla 7a Le radici affondano nella Costituzione di Daniele Lugli 26 Riportare a casa i marò nel nome di Gandhi? 30 Rischi e minacce, difesa e sicurezza 34 Le spese militari riducono la sicurezza 36 Un servizio civile per adulti di Edi Rabini 37 L’aggiunta nonviolenta è antimilitarista di Daniele Taurino 38 Compresenza di Narayan Desai di Elisa Rebecchi 40 EDUCAZIONE E STILI DI VITA 42 LA NONVIOLENZA NEL MONDO 44 ATTIVISSIMAMENTE 12 Servizio Civile, “Solidarietà” o “difesa”? di Giovanni Bastianini 16 Corpi Civili Europei di Pace di Daniele Marchi 20 Disobbedienti per amore della Legge di Paolo Bertezzolo 23 La Marina Militare, gli scout dell’Agesci, e il dibattito sull’educazione alla pace Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice scale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Mauro Biani (vignetta). Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Alessandra Salis, Sara Colacicco, Mattia Scaccia, Alessandro Galderisi, Angela Argentieri e Franco De Nicola Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per boni co bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale speci care “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per boni co bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale speci care “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice scale 93100500235 Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, gennaiofebbraio, anno 52 n. 608, fascicolo 443 Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipogra a il 20 aprile 2015 Tiratura in 1500 copie. In copertina: Disegno di Franco De Nicola Le immagini: sono tratte da Peace Calendar della War Resisters Legue di New York (tratto da The bread and puppet theatre by Grace Paley, illustrazioni di Amy Trompetter)

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L’editoriale di Mao Valpiana Facciamo pace con la difesa La raccolta di firme a sostegno della proposta di Legge di iniziativa popolare per la “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”, sta giungendo al termine. Al momento in cui scrivo non sappiamo ancora quanti cittadini hanno sottoscritto, la fase di conteggio è in corso. La meta delle 50.000 firme è raggiungibile, ma non certa. In ogni caso entro il 23 maggio dobbiamo procedere con la consegna dei moduli compilati alla Camera dei Deputati, concludendosi i 6 mesi di raccolta a disposizione. Possiamo comunque dire che è stata un’esperienza assolutamente positiva. Ringraziamo tutti i gruppi sparsi sul territorio che si sono prodigati nell’impegno. In tutte le regioni si sono attivati comitati locali, ben al di là del naturale bacino d’utenza dei nostri movimenti. Sono state centinaia le iniziative pubbliche che abbiamo registrato. Molti sindaci hanno sottoscritto, tanti Comuni hanno aderito e in diversi consigli comunali e regionali sono state approvate mozioni a sostegno della Campagna. Le regioni “forti” dove abbiamo raccolto più firme sono state la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, nel resto d’Italia ci si è mossi a macchia di leopardo, segno evidente che dove ci sono radicati gruppi locali che agiscono, i risultati arrivano. Dunque l’obiettivo politico di allargare l’interesse e aprire una discussione pubblica sul tema della “difesa civile non armata e nonviolenta” è stato raggiunto, e di questo dobbiamo essere contenti e soddisfatti. Ora il cammino prosegue. Dopo la consegna delle firme alla Camera dei Deputati dovremo agire per effettuare una “pressione politica” sul Parlamento, sui partiti e sui singoli deputati, affinchè i contenuti e le proposte sulla Difesa civile trovino una risposta istituzionale. È questo il nostro obiettivo: ottenere il riconoscimento culturale, politico, giuridico e quindi economico della difesa civile, non armata e nonviolenta. Insomma, vogliamo vedere riconosciuta piena attuazione agli articoli 11 e 52 della Costituzione (l’Italia ripudia la guerra, la difesa è affidata ai cittadini). Per questo particolare importanza assumerà quest’anno la data del 2 giugno. La Festa della Repubblica (nata da un referendum, fondata sul La Campagna prosegue lavoro, la cui sovranità appartiene al popolo, che ripudia la guerra ...) è intrinsecamente la Festa della Difesa civile (che sarà nata da una legge di iniziativa popolare, fondata sul lavoro dei cittadini e delle loro associazioni, la cui sovranità è affidata ai difensori civili, e che attua il ripudio della guerra...). La difesa civile, non armata e nonviolenta è difesa della Costituzione e dei diritti civili e sociali che in essa sono affermati; preparazione di mezzi e strumenti non armati di intervento nelle controversie internazionali; difesa dell’integrità della vita, dei beni e dell’ambiente dai danni che derivano dalle calamità naturali, dal consumo di territorio e dalla cattiva gestione dei beni comuni. Diremo questo quando consegneremo le firme alla Presidente della Camera a Montecitorio, e chiederemo ancora una volta che si ponga fine allo scandalo della Festa repubblicana celebrato con la parata militare e delle armi. L’elemento unificante e rappresentativo del nostro Paese non è l’esercito, ma il popolo stesso. Il popolo con la sua capacità (ora smarrita, ma da ritrovare e ricostruire) di difendere civilmente la libertà e la giustizia. Per questo proponiamo che a sfilare il 2 giugno siano le forze del lavoro, i sindacati, le categorie delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i disoccupati, bambini con le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del servizio civile, i singoli cittadini che ogni giorno lottano per la dignità ... Terminata la fase della raccolta firme, la Campagna prosegue. La difesa civile non armata e nonviolenta deve rimanere al centro dell’agire delle 6 Reti promotrici. Il sostegno e la valorizzazione del Servizio Civile come elemento di difesa della patria, la mobilitazione contro gli F35, la solidarietà sul tema dei profughi, delle stragi in mare, la costruzione dei Corpi civili e la visione di un’Europa come potenza di pace, sono solo alcuni degli obiettivi comuni sui cui continueremo a lavorare. DIRETTORE Azione nonviolenta | 3

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Dal Servizio civile alla Difesa civile Il compito della nostra generazione di Pasquale Pugliese* Nei diversi incontri pubblici per presentare e promuovere la campagna “Un’altra difesa è possibile” – collocati nel tempo attraversato tragicamente dalle stragi di inizio anno a Parigi e di marzo a Tunisi - argomentate le buone ragioni della difesa civile, non armata e nonviolenta, la domanda più ricorrente è relativa al come difendersi dal pericolo del terrorismo fondamentalista. Generalmente considerato causa in sé di violenza fanatica e non esito nefasto di oltre vent’anni di folli interventi bellici occidentali in medio-oriente in una dinamica perversa, reciprocamente alimentata, di guerra-terrorismo-guerra-terrorismo. Della quale non se ne vede la via di uscita, se la si cerca all’interno del meccanismo di escalation... La proposta di una legge di iniziativa popolare per la difesa civile, non armata e nonviolenta, mira proprio ad uscire da questo circolo vizioso attraverso la predisposizione di mezzi e strumenti di intervento nei conflitti più raffinati ed efficaci della cieca violenza che si aggiunge alla violenza cieca. La cui esigenza era già sentita, seppur non ancora compiutamente elaborata, dai “Padri costituenti” (vedi qui Lugli 8-11). Pietro Pinna ed Aldo Capitini, la costruzione dei mezzi alternativi Nello stesso periodo in cui veniva scritta e promulgata la Costituzione (1946-1948), e con essa sancito il ripudio repubblicano della guerra, un giovanissimo Pietro Pinna maturava il suo personale ripudio dello strumento che la prepara e la rende possibile: l’esercito. Dichiarandosi “obiettore di coscienza” quando questa scelta non aveva neanche un nome che la definisse. “Si lottava per liberare il mondo dalla violenza, e la violenza saliva a culmini inauditi” – scriverà di quella deci- * Segretario del Movimento Nonviolento sione, vent’anni dopo, nel 1968 - “Tutti combattevano per il bene e la verità, e intanto questi si trovavano ad essere - in una incoerenza flagrante – istantaneamente smarriti e sempre più asserviti dai modi pratici tenuti dai loro assertori. E allora erano i modi da mettere una buona volta in discussione, i mezzi di attuazione. Era la critica della violenza e della menzogna, del distacco tra le parole e i fatti: questo – insito in noi stessi – il grande nemico da abbattere, era questo il male sommo e preminente che, a partire da noi stessi, insidiava il progresso reale dell’uomo”. Pinna finì per tre anni nelle carceri militari e fu considerato pazzo, ma il suo caso fece aprire nel Paese il primo confronto, culturale e politico, sui temi dell’obiezione di coscienza, del servizio civile e sui mezzi alternativi alla violenza. È Aldo Capitini a cogliere in Pinna quella intima persuasione che ne fa precursore di una realtà nuova, che può realizzarsi attraverso un compito politico, che – contemporaneamente – così descriveva: “i convegni, la propaganda, le varie iniziative che si fanno ora frequenti in Italia ‘per la pace’, hanno questo scopo più o memo chiaro. In uno di questi convegni ho fatto tre proposte: 4 | marzo - aprile 2015

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1. L’organizzazione di un’associazione di resistenti alla guerra, cioè di coloro che in tempo di guerra si rifiutano di uccidere, accettando altri servizi pur pericolosi, come per esempio di raccogliere feriti davanti alle prime linee; 2. L’istituzione di un servizio civile, di altrettanto sacrificio che stia a fianco del servizio militare (finché durerà), in modo che i giovani possano scegliere; 3. L’istituzione di un Ministero o Commissariato per la resistenza alla guerra. Esso dovrebbe addestrare tutti i cittadini, fin da fanciulli, alla non collaborazione nonviolenta con un eventuale invasore. In quanti modi si può ostacolare l’invasore senza uccidere nessuno! Ma bisogna imparare, bisogna aver pronti certi mezzi. Una non collaborazione attivissima di moltitudini non è una terza via, oltre la guerra e il cedere? Oltre il prendere le armi, che oramai sarebbe sempre al servizio di altri, e il cedere a chi porti la guerra qui? L’Italia deve dare l’esempio a sé, all’Europa, e agli altri nel mondo, insensualiti dal possesso delle armi, di modi diversi nell’affermare la civiltà”. Dall’obiezione di coscienza alla difesa civile: alcune tappe È in quel giro di anni - tra la stesura meditata della Costituzione, la scelta solitaria di Pietro Pinna e il lavoro instancabile di Aldo Capitini – che si gettano le basi giuridiche, politiche e culturali che porteranno al diritto all’obiezione di coscien- za, al servizio civile nazionale prima ed alla proposta di legge per la difesa civile, non armata e nonviolenta, oggi. Alcune tappe di questo percorso accidentato ed esaltante passano attraverso il processo a Lorenzo Milani e le sue lettere ai cappellani militari ed ai giudici, la Marcia della pace e la riconciliazione del popoli del 24 settembre 1961 da Perugia ad Assisi, la nascita del Movimento Nonviolento e le azioni dirette del Gruppo di Azione Nonviolenta (G.A.N.), le centinaia di obiettori di coscienza nelle carceri militari di Forte Boccea a Roma, Peschiera del Garda e Gaeta, le marce antimilitariste che ne chiedevano la liberazione, la nascita della Lega Obiettori di Coscienza... Passano dall’impegno di una minoranza che conquista, passo dopo passo, prima - con la legge 772 del 1972 - la concessione della possibilità dell’obiezione di coscienza, in alcuni specifici casi, dopo – con due sentenze della Corte costituzionale (n. 164/1985 e 470/1989) e la legge del 230 del 1998 – il diritto all’obiezione di coscienza per tutti e infine - con la legge 64 del 2001 - il diritto al Servizio Civile Nazionale come “difesa della patria con mezzi e attività non militari”. Già nella legge del ‘98 si parlava di “un servizio civile, diverso per natura e autonomo dal servizio militare, ma come questo rispondente al dovere costituzionale di difesa della Patria e ordinato ai fini enunciati nei Principi fondamentali della Costituzione” e si attribuiva all’Ufficio nazionale del servizio civile – istituito con la stessa legge Azione nonviolenta | 5

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– anche il compito di “predisporre, d’intesa con il Dipartimento per il coordinamento della protezione civile, forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta.” La Legge attuale e il relativo Decreto legislativo (n. 77 del 2002) ribadiscono questo principio, così come fanno le Linee guida per la formazione generale dei volontari civili (emanate dall’UNSC nel 2013) che definiscono l’identità del Servizio Civile in quanto “autonomo istituto repubblicano di difesa civile, alternativa a quella militare”. Eppure, il servizio civile nazionale – che pur non esaurendo in sé integralmente il concetto di difesa civile, non armata e nonviolenta, ne costituisce la prima applicazione – anziché essere una vera e piena alternativa alla difesa militare, riesce con grande fatica a far partire, ogni anno (se va bene), solo poche migliaia di giovani (quest’anno appena 29.970). Con risorse di risulta e appoggiandosi a meri strumenti di lotta alla precarietà, come “Garanzia giovani”. Difesa militare e difesa civile, non armata e nonviolenta Eppure la potenzialità della difesa civile e i suoi campi di applicazione sono incomparabilmente più ampi e profondi della difesa militare, che si basa esclusivamente sul principio della maggiore capacità distruttiva rispetto al “nemico”, cioè esattamente sulla preparazione di quella guerra che la Costituzione – solennemente - ripudia. Nella preparazione della quale il nostro Paese continua ad investire - anno dopo anno - impressionanti cifre del bilancio dello Stato, che lo rendono la quinta potenza militare europea e tra le prime undici sul pianeta. Ma tra le più fragili sul piano della sicurezza sociale delle persone, sul piano della difesa dei diritti civili dei cittadini, su quello della protezione della democrazia dalle minacce del terrorismo e delle mafie. Oltre che incapace di intervenire efficacemente nei conflitti internazionali, per aiutarne la risoluzione pacifica anziché la degenerazione violenta. La difesa civile, che – al contrario di quella militare - usa mezzi e strumenti coerenti con le finalità perseguite, ha tra gli obbiettivi dichiarati dalla proposta di Legge di iniziativa popolare, la difesa della Costituzione e dei diritti civili e sociali in essa enunciati; la predisposizione di piani per la difesa civile non armata e nonviolenta, compresa la formazione della popolazione; le attività di ricerca per la pace, il disarmo, la risoluzione dei conflitti e la conversione a fini civili delle industrie belliche; la prevenzione dei conflitti armati, la mediazione, la riconciliazione, la promozione dei diritti umani, l’educazione alla pace e al dialogo inter-religioso, in particolare nelle aree a rischio di conflitto, in conflitto o post-conflitto; il contrasto delle situazioni di degrado sociale, culturale ed ambientale e la difesa della vita, dei beni e dell’ambiente; infine – affinché tutto ciò sia davvero possibile - l’organizzazione delle strutture della Difesa civile non armata e nonviolenta, attraverso il Dipartimento preposto. Così come la scelta della strada lunga ed impegnativa della proposta di Legge di iniziativa popolare è servita ad avviare un confronto tra i cittadini, le associazioni, le amministrazioni locali (decine, ormai le mozioni di sostegno, votate nei consigli comunali e le firme dei sindaci di Comuni piccoli e grandi), da trasferirsi successivamente in Parlamento, per ridefinire i concetti di minaccia, sicurezza e difesa e le relative priorità, anche il finanziamento del Dipartimento è demandato, sostanzialmente, alla volontà dei cittadini che ne possono decidere l’opzione fiscale, in sede di dichiarazione dei redditi. Ciò che le Reti promotrici della campagna “Un’altra difesa possibile” vogliono favorire è una scelta di consapevolezza e di responsabilità personale, relativa a quel “sacro dovere di difesa della Patria” indicato dalla Costituzione repubblicana. E contemporaneamente una espansione di diritti, cha abbracci anche il diritto alla difesa civile, non armata e nonviolenta. Dopo l’impegno dei Padri costituenti, di Aldo Capitini, Pietro Pinna, don Milani e gli obiettori di coscienza...questo è il compito della nostra generazione. 6 | marzo - aprile 2015

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Le radici affondano nella Costituzione La difesa civile si basa sugli articoli 11 e 52 del mondo intiero che cerca di mettere la guerra fuori legge”, ma “in particolare, deve essere sancito nella Costituzione italiana per un motivo speciale interno, quale opposizione cioè alla guerra che ha rovinato la Nazione”. Inoltre ricordo che la parola «ripudia» è stata preferita a «rinunzia» e a «condanna» (emendamento Russo Perez). Secondo il presidente della Commissione dei 75 Meuccio Ruini “ha un accento energico e implica così la condanna come la rinunzia alla guerra”. Si ripudia infatti chi ci è stato molto, troppo, vicino e del cui abbraccio (in questo caso mortale) ci siamo stancati. Nell’etimo c’è chi vede anche i piedi, per cui l’allontanamento sarebbe certamente energico: a calci. Di interesse sono anche formulazioni poi superate come “né userà mai violenza alla libertà di alcun popolo”, secondo la proposta di Crispo, nell’ Assemblea che il 24 marzo 1947 approvò l’articolo. Lo sostiene anche Treves, tra gli altri, con una motivazione che non ha perso di attualità “perché purtroppo la nostra storia recente prova che ci possono essere attentati alla libertà dei popoli anche senza giungere alla formale dichiarazione di guerra, e nei quali sono coinvolte le forze, anche se non legalmente le truppe, di altri Stati”. Ci sono anche tentativi di specificare quali organizzazioni possano effettivamente assicurare pace e giustizia tra i popoli. Così Lussu e Bastianetto chiedono un esplicito riferimento all’Europa in favore della quale limitare la sovranità nazionale. L’emendamento è, sia pur con rammarico, ritirato, ma implicitamente incluso nella formula poi approvata: “L’aspirazione alla unità europea è un principio italianissimo; pensatori italiani hanno messo in luce che l’Europa è per noi una seconda patria”. Zagari in particolare sostiene che l’Italia non solo consente, ma vuole e favorisce le limitazioni di sovranità in favore delle organizzazioni internazionali per la pace. Scrive bene Giuseppe Dossetti (La Costituzione. Le radici i valori le riforme, Roma, Ed. Lavoro, 1996): “Più che dal confronto-scontro di tre ideologie datate - la Costituzione italiana – porta di Daniele Lugli* Dire che la proposta di legge è in attuazione del dettato costituzionale su guerra, pace e difesa non è uno slogan. Le argomentazioni che sostengono e motivano questa affermazione sono state in gran parte presenti nel dibattito tra i costituenti. Può essere dunque di qualche interesse riprenderne alcuni spunti. Due sono gli articoli principali di riferimento. L’art.11, che sta nei Principi (consiglio un breve testo di Lorenza Carlassarre, “L’art. 11 Cost. nella visione dei Costituenti”, che si trova anche on line) e l’art.52, sotto il titolo “Rapporti politici” nella parte prima, Diritti e doveri dei cittadini. L’Italia ripudia la guerra (art. 11) Accenno a come si è giunti - Commissione unanime ed approvazione assembleare, con la sola eccezione di Nitti e Russo Perez - all’attuale art. 11, che ha avuto prima altre numerazioni: 4, 5, 6, 10. Dossetti, relatore, propone in Commissione due commi: “1° Lo Stato rinuncia alla guerra come strumento di conquista o di offesa alla libertà degli altri popoli. 2° Lo Stato consente, a condizioni di reciprocità, le limitazioni di sovranità necessarie all’organizzazione e alla difesa della pace”. Su proposta di Caristia, accolta dal relatore, si sono fusi in uno solo. Dossetti sottolinea che “quando si parla di ‘organizzazione’ si intende non semplicemente il fatto negativo dell’evitare le guerre, ma anche quello positivo di una collaborazione internazionale per il bene comune”. Togliatti nella Sottocommissione, il 3 dicembre 1946, chiede che il principio sia chiaramente affermato “per chiarire la posizione della Repubblica italiana di fronte a quel grande movimento * Presidente Emerito del Movimento Nonviolento, già Difensore Civico dell’Emilia Romagna 8 | marzo - aprile 2015

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l’impronta di uno spirito universale e in certo modo trans-temporale”. Lo dice benissimo un Papa nel 1963 nella Pacem in terris, nel capitoletto sul Disarmo, in un trasparente latino: Quare aetate hac nostra, quae vi atomica gloriatur, alienum est a ratione, bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda (Perciò in questo nostro tempo che si fa vanto della forza atomica, è incompatibile con la ragione che la guerra possa, a questo punto, risarcire diritti violati). Abbiamo sentito, e sentiamo, invece nostri governanti, con una lettura spericolata della nostra Costituzione e della Carta dell’Onu, riproporre la guerra giusta, con le dizioni democratica e umanitaria. È ancora un Papa a ricordarci con forza la necessità e l’urgenza di intervenire nei conflitti in modi appropriati, e non alimentandoli e provocandoli continuamente. Certamente è pazzia proseguire in una strada dei cui esiti siamo certi. Lo diceva Albert Einstein: “Follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”. Il sacro dovere di difendere la Patria (art. 52) Vediamo ora di quale difesa parlavano i Costituenti mentre giungevano alla formulazione dell’art. 52 (discusso e approvato nella seduta del 22 maggio 1947). Il 22 maggio 1947 in assemblea plenaria viene presentato il testo dell’art. 49 ora 52, così formulato: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento dell’Esercito si informa allo spirito democratico della Repubblica italiana”. Al termine della discussione è stato approvato con l’aggiunta di nei limiti e modi stabiliti dalla legge (proposta di Laconi, Targetti, Gasparotto, Umberto Merlin, Ambrosini e altri), la sostituzione di Forze Armate a Esercito e la soppressione, in fase di stesura definitiva, dell’aggettivo finale italiana, evidentemente ridondante. Interessanti sono i lavori della I Commissione presieduta da Tupini, con relatore sul punto Merlin, che ha definito il testo nella seduta del 15 novembre ’46. La formulazione proposta era questa: “Il servizio militare è obbligatorio per tutti. La difesa della patria è uno dei più alti doveri”. Cevolotto osserva che la formulazione rende obbligatorio il servizio anche per le donne, cosa alla quale è contrario. Il relatore richiama l’art. 133 della Costituzione russa, che parla di sacro dovere di ogni cittadino. Moro concorda sul dovere di ogni cittadino in una guerra esclusivamente difensiva, proponendo di aggiungere che “l’ordinamento dell’esercito deve riflettere la struttura democratica dello Stato”. Dossetti insiste nel “sottolineare il concetto di una guerra difensiva”. De Vita propone “servizio militare volontario per il tempo di pace”; Togliatti non è d’accordo con la volontarietà e, quanto al tema dell’obbligo, ci sarà una legge. Non ritiene, in linea di principio, Azione nonviolenta | 9

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opportuno escludere le donne. Basso propone: “Tutti i cittadini sono tenuti alle prestazioni personali allo Stato per servizio militare e di lavoro”, nella quale forse si avvertiva l’eco dell’esercito del lavoro, strumento fondamentale della prospettiva sostenuta da Ernesto Rossi in “Abolire la miseria”: un servizio civile biennale obbligatorio di ragazzi e ragazze per la realizzazione di beni di prima necessità, mense, alloggi, vestiti. Merlin obietta a De Vita, che ribadisce la propria convinzione, il rischio di un esercito mercenario. Interventi in particolare sul servizio militare delle donne provengono da Mastrojammi, Caristia, Cevolotto, La Pira. Il Presidente accoglie l’indicazione di Dossetti di invertire i commi. Moro propone nuova formulazione, che sarà poi quella approvata. La illustra e motiva (in termini che sentiamo consonanti con la riflessione che ha portato a “Un’altra difesa è possibile”): “In primo, luogo una nobile affermazione generale circa l’obbligo della difesa della Patria, quale uno degli alti doveri del cittadino”. In secondo luogo, benché egli sia antimilitarista, ritiene che si debba fissare una formula che riguardi in forma esclusiva il servizio militare e la sua obbligatorietà. “Sarà la legge che stabilirà i limiti e le categorie che rientrano nell’obbligo”. Del cittadino in servizio militare è importante siano garantiti i diritti fondamentali, che sono quelli politici e quello al lavoro. Infine la questione della democraticità dell’esercito: “La norma è indispensabile dopo quanto è avvenuto in Italia e tende ad avvenire in ogni esercito: la norma ha lo scopo di garantire che lo spirito democratico del Paese entri nell’esercito compatibilmente con la struttura gerarchica dell’esercito stesso. Non è pensabile che la gerarchia militare soffochi la dignità della persona umana, come troppe volte è avvenuto attraverso i regolamenti di disciplina”. In Assemblea, salvo l’aggiunta nei limiti e modi stabiliti dalla legge, tutti gli emendamenti proposti al testo vengono respinti. Tra questi importa ricordarne alcuni ai nostri fini rilevanti. Coppa propone di specificare che soltanto i cittadini di sesso maschile sono obbligati a prestare servizio militare, anche in tempo di guerra. Nel respingerlo, il relatore dichiara: “Per quanto riguarda l’emendamento dell’on. Coppa non possiamo accettarlo. Ma non lo accettano neanche le donne, perché siccome esse reclamano la parità in tutto, vogliono la parità anche in questo servizio militare. La Commissione ha già detto che vuole accontentarle”. Il socialista Michele Giua propone un testo con un richiamo significativo all’art. 6, ora è l’11, quello del ripudio della guerra: La difesa della Patria è dovere di tutti i cittadini. La Repubblica provvede all’ordinamento dell’esercito in vista della difesa nazionale, senza violare le disposizioni dell’art. 6 della Costituzione. Precisa di non fare la proposta per pacifismo tol- 10 | marzo - aprile 2015

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stoiano, ma per semplice buon senso giacché la difesa armata, per i suoi costi e l’uso di materie prime di cui l’Italia è priva, non può che essere l’ultima delle soluzioni da adottare. Rinuncerà all’emendamento considerato che quanto richiesto è implicito nell’articolo già adottato sul possibile ricorso alla guerra. Vengono inoltre respinte a grande maggioranza le più incisive proposte: Il servizio militare non è obbligatorio. Il proponente Arrigo Cairo in dichiarazione di voto insiste per l’abolizione del servizio militare obbligatorio, giacché si vis pacem para bellum è un vuoto sofisma e questo mondo è stanco di guerre. La sua proposta non è fare cattiva poesia, come è stato detto, ma ottima prosa: “soltanto abolendo lo strumento della guerra che è l’esercito noi potremo affermare la nostra volontà di pace”. Cairo, Chiaramello, Calosso e altri propongono: “La Repubblica, nell’ambito delle convenzioni internazionali, attuerà la neutralità perpetua”. Il relatore Umberto Merlin, per la Commissione, non accetta, spiegando che la posizione dell’Italia in ordine alla guerra si trova ormai definita. Respinta è l’aggiunta al secondo comma proposta da Ernesto Caporali: “Sono esenti dal portare le armi coloro che vi obiettino ragioni filosofiche e religiose di coscienza”. Obietta il relatore Merlin: “in Italia una setta di obiettori di coscienza, come quella che esiste in Inghilterra per coloro che non vogliono portare le armi non esiste, e non vedo perché dobbiamo stabilire il principio che l’onorevole Caporali propone. Rispettabile lo scrupolo di coscienza e già le nostre leggi ne tengono conto per i sacerdoti, ma non bisogna generalizzarlo o scriverlo nello Statuto per non arrivare a conseguenze assai pericolose”. Paolo Rossi si dichiara soldato di Caporali, perché il relatore non ha capito l’enorme importanza dell’argomento, liquidandola come questione che riguarderebbe solo i quaccheri assenti nel nostro paese. L’Inghilterra, paese civile e di antiche tradizioni si pone “all’apice dell’eticità”, proprio con il riconoscimento dell’obiezione, non “comoda porta alla codardia”. Di cose importanti, decisive, pericolose, non armate ce ne sono da fare in tempo di guerra: “un uomo al quale per ragioni di alta umanità ripugni di portare le armi contro il prossimo, può egualmente e con maggior nobiltà, morire per il proprio paese”. Respinta dopo numerosi interventi è pure la proposta illustrata da Umberto Calosso di porre un limite alle spese militari: “Nel bilancio dello Stato le spese per le Forze armate non potranno superare le spese per la pubblica istruzione, salvo legge del parlamento di durata non superiore a un anno”. Sono respinte anche proposte di diverso orientamento - Coppa, Colitto, Selvaggi e altri - di abolizione dell’ultimo comma. Il relatore Merlin precisa: “la democrazia in Italia non è un partito: è il regime che il popolo italiano si è dato con piena libertà. [...] La democrazia è lo stato non di fatto ma di diritto del nostro Paese; domandare che l’esercito lo riconosca è fare opera d’unione e di concordia, non di divisione politica. Vuol dire ancora quella formula che l’esercito, senza venire meno al principio di unità e di disciplina, nella sua organizzazione e nei suoi regolamenti non deve venir meno a quel rispetto della dignità e della libertà umana che è l’elemento fondamentale del progresso civile”. La proposta di legge popolare Con modestia e impegno si riprende dunque un dibattito culturale, politico e giuridico, che si è visto esprimersi nell’Assemblea costituente, partendo dai cittadini per portarlo al Parlamento. Rispetto all’art. 11 si propongono strumenti concreti di attuazione del ripudio della guerra, che si mostra sempre più necessario di fronte al fallimento di interventi armati, che aumentano l’offesa alla libertà dei popoli e complicano ulteriormente le controversie internazionali. Rispetto all’art. 52 la proposta qualifica ed arricchisce la difesa non ridotta al solo servizio militare, che ha mostrato quanto meno la propria insufficienza. Evidenzia, con il rapporto tra il nuovo Dipartimento di Difesa civile con quelli dei Vigili del Fuoco, della Protezione civile, della Gioventù e del Servizio civile, quali sono i beni comuni che si intendono difendere e promuovere, dall’ambiente naturale e storico alle relazioni tra le persone. Decisivo è un Servizio civile universale, che impegni i giovani in lavori per tutti utili, essenziali per la nostra sicurezza sotto ogni profilo, decisivi per abolire la miseria, secondo l’indicazione di Ernesto Rossi, che ha ritrovato un’infelice attualità. La proiezione in Corpi civili di pace promuoverebbe certamente la loro istituzione al livello europeo, secondo la proposta ormai ventennale di Alexander Langer. E infine non è dubbio l’influsso, molto utile e necessario, affinché lo stesso ordinamento delle forze armate sia trasparente e democratico. Azione nonviolenta | 11

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Servizio Civile, “solidarietà” o “difesa”? Ci servono “soldati di pace” al soldo dello Stato sare del tempo, a ricordarsi dei genitori, anche se il racconto sugli obiettori di coscienza e sulla loro lunga battaglia per veder riconosciuto agli italiani il diritto di difendere il loro Paese anche con un servizio senz’armi viene riproposto a tutti nel corso delle attività di formazione del servizio civile. È per questa ragione che a molti pare che l’insistenza sul mantenimento del servizio civile come forma non armata e nonviolenta di difesa della Patria sia sostanzialmente un astorico tributo reso a quanti la storia dell’obiezione l’hanno vissuta, ma incomprensibile nel contesto attuale e soprattutto estraneo alla sensibilità e alle esperienze dei più giovani che non hanno sperimentato la leva obbligatoria né le dinamiche ad essa connesse. In particolare crea problemi l’espressione “difesa della Patria”, sia per il termine Patria che per il concetto di difesa. Patria è concetto che suona antico, superato, consumato da abusi ideologici, ormai alle spalle in tempi di connessioni globali, di community e di Europa, adatto alle commemorazioni, da quelle dell’unità d’Italia a quelle sulla Grande Guerra, ma morto rispetto all’agenda quotidiana di ognuno; accettabile se evocato da un Presidente della Repubblica nell’esercizio delle sue funzioni di istituto, ma buffo se usato seriamente da altri. Anche il termine difesa crea problemi: è da tanto tempo che non ci si “difende” insieme, come collettività, come popolo, come Patria; il termine finisce con l’avere sgradevoli riferimenti alla dimensione individuale, oppure corporativa e di piccolo gruppo, o ancora a un sistema di deleghe ai più vari soggetti terzi, dai sindacati agli avvocati, che si occupano professionalmente di difesa di singoli, categorie, gruppi, parti sociali. Difesa è poi il nome di una vasta area di attività relative a cose, a situazioni, a contesti: la difesa del suolo, del patrimonio artistico, delle tradizioni locali, della cucina tipica, in una accezione del termine che ha perso ogni significato conflittuale. Altra area di difesa di Giovanni Bastianini* Nel dibattito in corso relativo alla riforma del Servizio Civile Nazionale, promossa dal Governo nella prospettiva di renderlo Universale, cioè aperto a tutti i giovani che dimostrino interesse per questa esperienza, sta emergendo con chiarezza che sul futuro del Servizio Civile si scontrano due posizioni di fondo. La prima posizione è considerata la più tradizionale, perché si pone in continuità con la storia che il servizio civile ha avuto nel nostro Paese, come conquista sociale, politica e giuridica di quanti hanno preteso di dimostrare che il diritto/dovere di difendere la Patria non era monopolio esclusivo delle Forze Armate e si poteva esercitare in altro modo, altrettanto rispettoso della Costituzione, con mezzi e strumenti non militari. L’altra è la posizione di chi considera il riferimento alla difesa della Patria non determinante per costruire e dare un’anima al servizio civile, che ben può nutrirsi di altri riferimenti costituzionali, a cominciare dal dovere di solidarietà sociale sancito dalla Carta all’articolo 3. Non stupisce questa differenziazione di posizioni, che mette in evidenza le conseguenze di alcuni passaggi cruciali della storia del servizio civile in Italia e del suo rapporto con l’obiezione di coscienza, che sembra concludersi con un colpo di scena degno di antiche tragedie: il servizio civile, al quale hanno dato vita gli obiettori di coscienza, diventa una Istituzione della Repubblica solo nel momento in cui l’obiezione di coscienza di fatto sparisce, insieme alla leva obbligatoria che la produceva. Il servizio civile di oggi è, per questo, un orfano, che fatica sempre di più, col pas- * Incaricato per il servizio civile del Dipartimento della Protezione Civile, è Presidente della Consulta nazionale del servizio civile. 12 | marzo - aprile 2015

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è quella che in inglese viene indicata come “security”, la sicurezza dalle persone distinguendola dalla “safety” che fa riferimento ai rischi naturali e con questa accezione si entra nei riferimenti precisi a organizzazioni dello Stato, nel caso le Forze dell’Ordine deputate a difendere i cittadini da chi li minaccia con comportamenti delittuosi. Infine, per molti difesa resta pur sempre e soprattutto la competenza specifica ed unica delle Forze Armate, che fanno capo al Ministero della Difesa (difesa tout court, non “difesa militare”), Ministero al quale il servizio civile è stato sottratto dichiarandolo “altro”, cioè non militare ma anche, proprio per questo, non difesa. Ben più vicina all’esperienza condivisa da molti oggi è l’idea che il servizio civile rappresenti una ottima esperienza per i giovani, che possono “imparare facendo” la solidarietà sociale, l’attenzione all’altro e specialmente alle categorie più deboli, la cittadinanza attiva, la partecipazione, il coinvolgimento in politiche di inclusione e di risposta ai bisogni sociali più sentiti ed urgenti. Senza dimenticare i benefici personali che si accompagnano a questa esperienza: acquisizione di competenze non formali e abilità personali, sperimentazione della responsabilità e del lavoro con altri, sviluppo di capacità relazionali, oltre ad altre acquisizioni considerate utili da spendere, successivamente, sul mercato del lavoro. Un ulteriore vantaggio che si ricaverebbe dal “cambio di radice costituzionale” del servizio civile, passandolo dal riferimento alla difesa della Patria ai doveri di solidarietà, sarebbe la caduta delle distinzioni tra i vari “servizi civili” che oggi si affiancano in molti territori del nostro Paese, dove i giovani possono scegliere tra il Servizio Civile Nazionale o vari tipi di servizi civili regionali, istituiti da Regioni e Province Autonome per i territori di loro competenza. La via della “solidarietà” come fondamento costituzionale del servizio civile aprirebbe al pieno riconoscimento dell’autorità delle Regioni in materia. Chi, d’altro canto, resta convinto della necessità di mantenere ancorato il servizio civile all’articolo 52 della Costituzione, è obbligato comunque a porsi la domanda: “perché ostinarsi su una definizione vecchia del servizio civile come difesa della Patria che sembra provocare più reazioni perplesse, se non negative, che consensi?”; e poi a cercare risposte argomentate e fondate, che abbiano la capacità, se non di convincere, almeno di esser prese sul serio da chi la pensa diversamente. Una risposta sintetica che mi sento di dare a questa domanda è che mai come oggi abbiamo bisogno di recuperare l’idea che la difesa della Patria è sacro dovere di tutti e va realizzata coinvolgendo tutti i cittadini sul piano culturale, sociale, politico ed infine operativo per recuperare dimensioni oggi disperse di collettività, di comunità, di bene comune, di responsabilità personali condivise. Abbiamo bisogno di Patria, cioè di un riferimento vasto ed onnicomprensivo dell’intera realtà Azione nonviolenta | 13

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nazionale, aperta a dimensioni sovranazionali a scala europea, per difenderci dalle mille tentazioni di chiusura identitaria a scale più piccole, siano esse territoriali, etniche, sociali o localistiche che producono un clima complessivo di perenne scontro e conflitto di tutti contro tutti, per la “difesa” di interessi, vantaggi, convenienze, rendite e posizioni acquisite di ogni tipo. Abbiamo bisogno di difesa della Patria per combattere le infinite difese parziali, settarie, egoistiche e chiuse che rendono irrespirabile il clima della nostra convivenza. Abbiamo bisogno di Patria, definendo con questo termine il buon vivere insieme di chi abita lo stesso territorio negli stessi anni, per ricordarci che pace, diritto, giustizia, etica sono dimensioni collettive e comunitarie, costruite ogni giorno da persone che riconoscono un valore al vivere insieme. È un bisogno reso evidente dalla crisi che stiamo attraversando, così lenta a passare perché non solo economica, ma quasi antropologica, cioè ad un livello dove si può operare soltanto con la cultura, la politica, il pensiero sociale. Non ci confrontiamo soltanto con la crisi economica, ma con la crisi di una società, incapace di produrre idee, percorsi e vie praticabili per tutti o almeno per “tanti”, segmentata in una marea di interessi piccoli e parziali, priva di parole credibili e spendibili, di prospettive, di obiettivi condivisi, affogata in un intreccio di contraddizioni, di controindicazioni e di effetti collaterali che sembrano rendere impossibile qualsiasi “politica”. È in questo contesto che va collocata la “difesa della Patria” disarmata e nonviolenta, intesa come necessità di una strategia di lungo respiro e di ampie dimensioni per ricreare condizioni di buona vita, di dialogo, di possibili collaborazioni e sinergie tra individui, gruppi sociali, territori, parti di società altrimenti divisi e in perenne conflitto. Le armi, su questi fronti, non servono. Abbiamo lasciato accumulare uno stock impressionante di rabbia, di insofferenza, di impotenza, di ostilità reciproca: non basterà la mitologica “ripresa dei consumi” per smaltire questo potenziale da guerra intestina che abita in forme diverse tanti concittadini. In un Paese con una debole tradizione statuale, un debole senso delle istituzioni, gli appelli del liberismo individualista che ha preteso per anni la legittimazione del solo mercato come meccanismo di governo ha prodotto effetti culturali e sociali più evidenti che in altri Paesi, anche se ormai il tragitto di distruzione delle convivenze civili provocata dalle onde d’urto della scuola di Chicago, diventata per trent’anni vangelo economico dell’intero Occidente, ha raggiunto tutti i Paesi dell’area. Quanto ho scritto nei paragrafi precedenti può trovare d’accordo anche chi sostiene la formula del servizio civile come scuola di solidarietà. La differenza la fa soltanto l’opportunità di non rinunciare ad uno strumento “nazionale”, potenzialmente europeo, optando per un assetto del servizio civile con una sola governante, coordinata ed inclusiva ma non frazionata e segmentata. L’Italia ha bisogno di solidarietà, di cittadinanza, di coinvolgimento e di formazione dei giovani all’interno di un quadro di riferimento che valga per tutti, senza limitazioni di carattere territoriale; ha bisogno di una strategia di difesa complessiva, articolata in settori e territori di intervento, ma unitaria, coerente da sud a nord; ha bisogno di un’educazione alla cittadinanza che si apra alla scala europea perché i confini della “Patria” si sono allargati fino a corrispondere a quelli dell’Unione; ma soprattutto ha bisogno di qualcosa di più della sussidiarietà, cioè di un rapporto coinvolgente e non ostile tra Stato e società civile, ma di una vera e propria alleanza strategica tra lo Stato, le sue Istituzioni e la società civile che si organizza per scopi e finalità pubbliche e di bene 14 | marzo - aprile 2015

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comune. Il servizio civile, nel suo impianto attuale, è ancora uno strumento disegnato in modo da richiedere un effettivo coordinamento nazionale, una strategia univoca, obiettivi riconoscibili come bene comune da tutti, anche per quanto riguarda l’allargamento a dimensioni europee. Rinunciare al parallelismo con il servizio militare sarebbe un passo indietro: ci servono ancora i meccanismi di reclutamento dei giovani ispirati alla “leva”, divenuta oggi non più obbligatoria ma su base volontaria; ci serve che i giovani che si impegnano nel servizio civile continuino a firmare il loro contratto di servizio con lo Stato – con l’Italia – e non con un qualsiasi Ente territoriale o no-profit; ci servono “soldati di pace” che come i loro coetanei in servizio armato siano “al soldo” dello Stato per lottare con “modi e strumenti non militari” per obiettivi di rilevanza nazionale. Ci servono soprattutto – ed è ciò che maggiormente attendiamo come esito della riforma in corso -, più Stato e più Governo nel servizio civile e forse meno “amministrazione”, più collaborazione tra Stato ed Enti sulle strategie e i risultati da portare a casa che sulla semplice costruzione di nuove norme scritte per difendersi dalle ingerenze dei TAR o per amministrare i rapporti reciproci. Ci serve ciò che finora non è accaduto: un governo del servizio civile consapevole del potenziale umano mobilitato e del suo valore – sia quello dei giovani, che quello sempre trascurato ed invece centrale degli Enti -, da impiegare con lo stesso pathos e la stessa consapevolezza che si pretende quando militari italiani vengono inviati in missione in altri Paesi come “forze di pace”. Vogliamo un servizio civile che sia Forza Non Armata dello Stato, con un suo orizzonte strategico e obiettivi specifici ad essa assegnati. Non è pretendere molto, solo chiedere ciò che serve oggi per “difendere la Patria”, prima che sia troppo tardi, dai “nemici” che ho cercato di descrivere. Se così sarà, come ci auguriamo in tanti, avremo costruito il primo tassello di un sistema di Difesa Civile che oggi manca. Primo tassello che non è costituito dal servizio civile, ma dal lavoro di confronto e di analisi della nostra situazione che la definizione di una strategia adeguata al nuovo servizio civile renderà necessario. Una Forza, armata o no, richiede per essere utile che si discuta, si chiarisca, si condivida, si partecipi e si assumano responsabilità precise nel definire le sue modalità di impiego. Anche una Forza Non Armata può fallire ed essere sconfitta, soprattutto se opera senza il sostegno di una cultura che la alimenta e la valorizza. Oggi la cultura della difesa civile è assolutamente minoritaria, perché per realizzarsi ha bisogno che venga revocato il principio della delega che regola, invece, la quasi totalità dei nostri comportamenti verso ciò che è “pubblico”. Paradossalmente, mentre si può delegare la difesa armata, quella non armata non ammette mercenari di pace. È per questo, soprattutto, che l’idea è così lontana dalla testa, dal cuore e dalla sensibilità della maggioranza degli italiani, convinti dopo tanti anni di stimoli in questa unica direzione che ciascuno deve badare agli affari propri e ciò che non vi rientra in senso stretto vada “delegato” – e poi preteso come un diritto – allo Stato, alle Istituzioni, a chiunque se ne faccia carico. Forse è proprio questo il primo fronte di battaglia che attende ogni Forza Non Armata che riusciremo a schierare, il primo nemico da combattere per chi ama la pace e rifiuta la violenza e le armi, ma accoglie una vita impegnata e di lotta. Come i primi obiettori, che tanto ci hanno aiutato ad aprire gli occhi, a distinguere, a sfidare banalità e luoghi comuni e falsi sillogismi. Sta a noi, oggi, continuare quella storia. Azione nonviolenta | 15

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