Donna Economia & Potere 2009 - Reggio Calabria

 

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FONDAZIONE MARISA BELLISARIO Donna, Economia & Potere Seminario internazionale, X Edizione 19-20 novembre 2009, Reggio Calabria ENERGIENUOVE I.P. DISTRIBUITO CON IL SOLE 24 ORE in collaborazione con

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s o m m a r i o Editoriale RIVOLUZIONE ENERGETICA di Lella Golfo MAPPA ENERGIA E AMBIENTE Italia e caro bollette L'oro degli sceicchi Rinascita nucleare Fonti rinnovabili Effetto serra Copenhagen Green economy 4 Emilia Visconti EDF Energies Nouvelles Gabriella Alemanno Direttore Agenzia del Territorio 8 9 10 12 14 15 16 Allessandra Perrazzelli Responsabile Affari Internazionali Intesa Sanpaolo Tavola Rotonda ENERGIE NUOVE / NUCLEARE 33 34 FONDAZIONE MARISA BELLISARIO Ente Morale per la promozione delle attività e delle carriere delle donne ONG - Organizzazione non Governativa Riconoscimento di archivio di interesse storico 35 Piazza Giuseppe Verdi, 8 00198 Roma Tel 06 85357628 Fax 06 874599041 E-mail: info@fondazionebellisario.org Sito Internet: www.fondazionebellisario.org 36 RICERCA AMBIENTE E ENERGIA 18 di Euromedia Research AGENZIA NUCLEARE PRONTA ENTRO L'ANNO di Claudio Scajola INTERVISTE A Sandro Bondi Ministro per i Beni e le Attività Culturali Connie Hedegaard Commissaria europea al Clima 26 24 Tavola Rotonda 42 ENERGIE NUOVE / RINNOVABILI IO C’ERO Wanda Ferro Presidente della Provincia di Catanzaro LE ASSOCIATE DELLA FONDAZIONE CHIEDONO FONTI DIVERSIFICATE RANIA DI GIORDANIA RICEVE IL PREMIO INTERNAZIONALE MARISA BELLISARIO PROPOSTA DI LEGGE 48 L’inserto è a cura di 55 Elena Comelli Hanno collaborato Daniela Cocito Alessia D'Annibale Rossella Golfo Rosanna Marchese Marina Santoriello Lucio Scudiero Giovanni Spinella Federica Tagliaventi Progetto grafico e impaginazione Studio Vitale 28 56 Chicco Testa 30 Managing Director Rothschild Italia Gwyneth Cravens Giornalista scientifica Pia Saraceno Economista, Amministratore delegato Ref 31 32 60 62 Stampa Arti Grafiche Amilcare Pizzi il valore della Tua adesione alla Fondazione Marisa Bellisario Le associate partecipano a tutte le attività della Fondazione; ricevono assistenza nelle attività professionali; hanno l’opportunità di scambiarsi esperienze a livello nazionale e internazionale; usufruiscono di tutti i servizi e convenzioni della Fondazione; ricevono materiale informativo e la newsletter settimanale “Le Protagoniste”: in una parola, sono interpreti del mondo che vogliamo migliorare! Per entrare a far parte della Fondazione occorre inviare il curriculum personale e professionale, che verrà sottoposto al vaglio degli organi competenti per l’approvazione. L’iscrizione comporta il pagamento di una quota annua. La domanda di iscrizione comprensiva di curriculum va mandata all’indirizzo info@fondazionebellisario.org o inoltrata attraverso il sito www.fondazionebellisario.org 3

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D o n n a E c o n o m i a & Po t e r e Una rivoluzione energetica il tabù del nucleare può essere abbattuto con la corretta informazione di Lella Golfo Presidente della Fondazione Marisa Bellisario La Fondazione Marisa Bellisario, per celebrare il decimo anniversario di “Donna, Economia & Potere” ha scelto come sede Reggio Calabria e temi di grande attualità come il Nucleare e le Energie Rinnovabili. Argomenti che stanno riunendo a Copenhagen capi di Stato e di Governo per trovare risposte adeguate alla situazione climatica mondiale e al problema complesso di assicurare al mondo l'energia necessaria al proprio sviluppo senza distruggerlo. Il Premio Nobel per la Fisica, Marie Curie diceva che "nella vita non bisogna avere paura delle cose difficili, ma bisogna impegnarsi per capirle". L'energia è una cosa difficile, sotto tutti i punti di vista. È difficile da produrre senza inquinare l'ambiente. È difficile da risparmiare senza conoscenze tecnologiche avanzate. È difficile sottrarla a scelte di politiche e di strategie internazionali. Insomma, l'energia è una cosa difficile, ma è la vita. L’ambiente e i cambiamenti climatici rappresentano ormai questioni non più procrastinabili. Ne abbiamo discusso con grandi esperti del panorama internazionale e nazionale, coinvolgendo le migliori professionalità femminili. Ormai il sapere scientifico è patrimonio anche delle donne. La sfida dell’energia pulita si vince soprattutto con l’informazione e le donne sono oggi il principale veicolo di trasmissione di nozioni culturali, sia umanistiche che scientifiche. E siamo convinte che l’informazione sia l’elemento fondamentale per sensibilizzare l’opinione pubblica. La ricerca realizzata, per nostro conto, da Euromedia Research, ha messo in evidenza la scarsa conoscenza della materia da parte delle intervistate. La maggioranza non sa che una centrale nucleare non produce emissioni di anidride carbonica, uno dei principali vantaggi di questa tecnologia. Mentre, ad esempio, considera l'energia solare come la fonte che produce meno anidride carbonica in assoluto, quando, invece, la lavorazione del silicio, necessaria per i pannelli solari, è fortemente inquinante. L' idroelettrico, di gran lunga la fonte più pulita, viene a malapena citato dal 2% delle intervistate. Occorre dunque informare, diffondere notizie oneste e giuste per abbattere vecchi pregiudizi. Sull’Italia pesa la maledizione del referendum dell’87, deciso pochi mesi dopo la tragedia di Chernobyl avvenuta nel clima della “guerra fredda”, quando era impossibile qualsiasi controllo internazionale. L’emozione prese il sopravvento e in pochi giorni si distrusse un patrimonio di ricerca, di competenze e tecnologie che poneva il nostro Paese ai primi posti al mondo. Le ripercussioni di quella scelta irresponsabile pesano ancora oggi. Per questo sono necessari una informazione obiettiva, uno sforzo divulgativo per capovolgere pregiudizi tanto errati quanto radicati, e stabilire un equilibrio tra tutte le componenti sociali per sottrarre il nucleare a strumentalizzazioni politiche. Un esempio viene dalla Francia, molto più avanti di noi, che ha istituito appositi "Comitati d’informazione" con la partecipazione di autorità politiche, sindacati, enti locali, associazioni civili per la trasparenza e l’informazione costante sul nucleare. Il mondo, se continuerà a bruciare combustibili fossili e a inondare l’atmosfera di anidride carbonica, diventerà inabitabile già per noi prima che finiscano le risorse di gas e di petrolio. Il rischio è suffragato da studi seri, ma come sappiamo ben poco è stato fatto. Il protocollo di Kyoto e il 20-20-20 europeo sono stati tutti impegni presi con molte riserve, palesi o meno. Ci auguriamo che il vertice in corso a Copenhagen, partito con poco ottimismo, si concluda con un accordo salva clima vincolante e completo. Registriamo comunque positivamente l’impegno di Pechino di ridurre le emissioni di anidride carbonica entro il 2020 rispetto ai livelli del 2005, l’analogo impegno del primo ministro giapponese Hatoyama di ridurle del 25%, e ci conforta il fatto che a Washington la Camera abbia approvato un di- 4

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L’operatività della prima delle quattro centrali previste è fissata al 2020: occorreranno quattro o cinque anni per costruirla; cinque anni per portare a termine tutte le pratiche burocratiche previste. Un tempo utile anche a ricostruire i saperi necessari affinché il rinnovamento del nostro patrimonio energetico si trasformi in una grande opportunità per lo sviluppo economico del Paese. All’Italia serve un piano energetico con un mix composto da fonti fossili tradizionali, dalle rinnovabili e dal nucleare, queste ultime in grado di assicurare energia senza emissioni di CO2 e caratterizzate da un’elevata intensità di capitale che le renda suscettibili di forti ricadute positive sul sistema economico. Esistono diversi modi, eolico, solare, idroelettrico, più o meno efficienti, per generare kilowattora senza bruciare combustibili fossili, ma le alternative fanno fatica ad affermarsi sull'idea semplice e immediata di produrre energia bruciando qualcosa. Per accedere alle fonti alternative ci vogliono tecnologie più sofisticate, investimenti più costosi che dovranno essere sostenuti dai Governi. Se l'umanità vuole uscire dall'economia del carbonio, emanciparsi dalla tassa agli sceicchi, c'è bisogno di una rivoluzione culturale che metta al centro l'ambiente e consideri i danni all'equilibrio ecologico del pianeta come dei costi indiretti da calcolare alla pari dei costi diretti sostenuti dai produttori. Questo inserto, completamente dedicato alle “Energie Nuove”, attraverso testimonianze, interviste e contributi di personalità istituzionali e di esperti del settore, offrirà sicuramente nuovi spunti di riflessione. Il nostro merito è di aver aperto un dibattito, di aver chiamato il mondo femminile ad una grande battaglia di civiltà, di aver spinto la parte più dinamica della società, le donne, ad essere protagoniste dell’impegno a cui le invitano a farsi carico le più consapevoli intelligenze del mondo delle scienze. segno di legge che prevede tagli delle emissioni pari al 17%. Il ritornello di ogni conferenza internazionale è sempre il solito: finché i grandi inquinatori come Cina, Stati Uniti, India, Brasile e Russia non faranno passi concreti, nessuno si muoverà. E i Paesi in via di sviluppo, che hanno appena raggiunto la soglia dell’industrializzazione, rifiutano di addossarsi i sacrifici alla pari dei Paesi ricchi. Per questo in tutto il mondo si sta facendo strada la convinzione che la risposta più adeguata all’inquinamento dei combustibili fossili sia il rilancio del nucleare. Attualmente sono in costruzione 53 reattori nel mondo. La Francia, il nostro più immediato vicino, ricava dal nucleare l’80% del fabbisogno di energia e si è assicurata una posizione di privilegio energetico, una totale indipendenza e bollette basse. L’impegno del nostro Governo e del Ministro Scajola è di lavorare utilizzando tutte le forme disponibili di energie rinnovabili nel rispetto dell’ambiente e favorendo una stretta connessione tra la ricerca e il mondo industriale. Ma il principale obiettivo è di coprire il 25% del fabbisogno nazionale con il ritorno al nucleare. 5

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D o n n a E c o n o m i a & Po t e r e MAPPA di Elena Comelli ENERGIA AMBIENTE ITALIA E CARO BOLLETTE Produrre energia da idrocarburi? Come bruciare Chanel N°5 La crisi attanaglia le imprese, calano i consumi di energia, si riduce il prezzo del kilowattora. Nel primo semestre del 2009, il fabbisogno complessivo di energia elettrica in Italia ha registrato un calo dell’8,2% rispetto allo stesso periodo del 2008. Di conseguenza, scende anche il prezzo di acquisto dell’elettricità. A settembre è sceso a 66,49 euro a megawattora, il 31,6% in meno rispetto a un anno fa. Una decisa flessione, in linea con quelle registrate nei precedenti mesi estivi. Il prezzo dell’energia cala però in maniera molto più decisa nel resto d’Europa, ampliando la distanza strutturale fra noi e gli altri. Il prezzo medio in Germania è di 39,58 euro a megawattora (-55,2% rispetto ad un anno fa), di 40,16 euro in Francia (54,6%), di 35,87 euro in Spagna (-50,9%), di 28,61 euro in Scandinavia (-57,6%). Come mai? È semplice: l’Italia è il Paese industrializzato che più dipende dagli idrocarburi - al 70% per la produzione di energia. Nello specifico, il parco centrali italiano brucia prevalentemente gas, i cui prezzi sono legati a quelli instabili del petrolio. Non esistono al mondo altri Paesi industrializzati con un mix così sbilanciato. La Francia produce energia all’80% dal nucleare, la Germania ha il 30% di nucleare e il 45% di carbone. L’assenza di nucleare e la limitata presenza di carbone nel mix energetico italiano comportano due svantaggi di non poco conto: spingono alle stelle la bolletta elettrica del sistema Italia e ci rendono estremamente dipendenti dalle forniture estere, principalmente dalla Russia e dai Paesi arabi. Infine, il problema ambientale: bruciare idrocarburi produce anidride carbonica, principale responsabile dell’effetto serra. Il riscaldamento del pianeta provoca dei cambiamenti climatici dirompenti, che abbiamo già cominciato ad osservare e sono destinati ad aumentare in futuro, perciò i Paesi industrializzati stanno cercando di scoraggiare le emissioni di gas serra, mettendo in piedi dei sistemi che renderanno sempre più costoso bruciare combustibili fossili. Un mix energetico così sbilanciato come quello italiano, dunque, sta diventando insostenibile, sia dal punto di vista economico che ambientale. Una volta che l’economia riprenderà a correre, anche da noi la richiesta energetica tornerà a salire, riportando a galla i consueti problemi e i forti ritardi con gli impegni presi in sede internazionale sulla riduzione dei gas serra. Proprio la crisi offre l’occasione per facilitare o rafforzare le politiche energetiche. Il sostegno che i governi devono garantire all’economia con politiche espansive trova nei settori energetici abbondanti occasioni d’intervento. Il caso tipico è MIX DI GENERAZIONE ELETTRICA A CONFRONTO (2006) Petrolio/Altro 19% 50% fonte: dati ENEL Gas Carbone 2% 5% Nucleare 4% 78% Rinnovabili 3% 47% 25% 31% 6% 12% 22% 14% 17% 11% 26% 12% 16% Italia Francia Germania UE-15 L’Italia è caratterizzata da eccessivo apporto di gas, assenza di nucleare, scarso contributo di carbone. 8

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D o n n a E c o n o m i a & Po t e r e quello delle fonti rinnovabili: per centrare gli obiettivi europei 20-20-20, l’Italia dovrebbe raddoppiare in dieci anni la sua produzione di elettricità da fonti rinnovabili, sforzo enorme che necessita di forte sostegno, fra cui anche quello finanziario. Visto che però il gas rimarrà comunque importante a lungo, almeno dovremmo cercare di diversificarne la provenienza, realizzando altri rigassificatori, oltre a quello appena completato al largo di Rovigo. Investimenti enormi poi sono fermi nella produzione di gas e petrolio in Italia: è paradossale che dipendiamo per il 75% dei nostri consumi di energia da petrolio e gas, ma non riusciamo a produrre quel po’ che abbiamo sottoterra in Italia, dopo aver sviluppato tecnologie d’avanguardia nel rispetto dell’ambiente. Ma per emanciparsi dalla dipendenza dall’estero e abbassare il costo del kilowattora, si tratta di spingere su tutti i pedali alternativi, compreso il nucleare, che sta vivendo un momento di grande espansione a livello internazionale. Il percorso è obbligato e chissà che la crisi non ci porti finalmente qualche risultato nelle politiche energetiche. L'ORO DEGLI SCEICCHI Addio al greggio a buon mercato: shock petrolifero in arrivo L’era del petrolio non finirà per l’esaurimento del petrolio, così come l’età della pietra non è finita per mancanza di pietre, dice sempre Ali Al-Naimi, il ministro del petrolio saudita. E ha ragione. Probabilmente l’umanità riuscirà a trovare dei sistemi più avanzati per produrre calore ed energia, rispetto all’uso barbarico di bruciare idrocarburi, ben prima che il petrolio finisca. Oggi, però, il petrolio costa il doppio dei prezzi di febbraio, quindi il mercato prevede una carenza e la prospettiva di un prossimo shock petrolifero, con i prezzi di nuovo alle stelle, sembra stia diventando lo scenario di riferimento del settore. Il motivo è semplice: dopo la contrazione della domanda di greggio per la recessione globale e il crollo dei prezzi nella seconda metà del 2008, l’industria petrolifera, anche in seguito alla stretta creditizia, ha annullato o rinviato molti investimenti per la ricerca di nuovi giacimenti, lo sviluppo e il potenziamento della capacità produttiva, nuove raffinerie, navi petroliere e altri progetti. Così, quando la ripresa economica spingerà di nuovo in alto la domanda di petrolio, l'offerta potrebbe essere insufficiente, perché il settore non avrà aumentato la capacità di produzione, oltre che di raffinazione e trasporto via mare. Da qui il rischio di uno shock, cioè un surriscaldamento del mercato con esplosione dei prezzi. «Non escludo la possibilità di carenze nell’offerta di petrolio nel 2013 e 2014», ha detto Nobuo Tanaka, il direttore generale dell’International Energy Agency. “Le compagnie petrolifere - si legge nell’ultimo rapporto dell’Agenzia - hanno cancellato o rinviato investimenti per circa 170 miliardi di dollari, che nel futuro prossimo sottrarranno alla disponiblità mondiale almeno 2 milioni di barili di petrolio al giorno. E se il trend rimarrà quello attuale, nei prossimi 18 mesi si aggiungeranno ulteriori tagli per 4,2 milioni di barili”. Non meno marcato - sottolinea il rapporto IEA - il taglio dei progetti nel gas: i 28 milioni di metri cubi al giorno di tagli alla nuova capacità programmata potrebbero arrivare a fine anno a 100 milioni e oltre. Una frenata, nei piani per incrementare la produzione di petrolio e gas, di oltre il 20%. E per il carbone potrebbe andare anche peggio: la contrazione degli investimenti raggiungerà a fine anno il 40%. Negli scenari del possibile, imminente shock bisogna includere altri due fattori assai importanti. Il primo è il declino della capacità produttiva globale, dovuto al progressivo esaurimento dei giacimenti in attività. L’IEA stima un tasso globale medio annuo del 6,7%, contro una stima precedente del 3,7%. Con una produzione mondiale di 82 milioni di barili al giorno (nel 2008), un calo del 6,7% vuol dire una perdita di 5,5 milioni di barili al giorno, cioè l’equivalente di mezza Arabia Saudita. Così, già da ora sono necessari massicci investimenti solo per sostituire, anno dopo anno, il calo di capacità dei giacimenti. Questo problema è aggravato dal secondo fattore in gioco, il cosiddetto “picco del petrolio”, oltre il quale alcune delle aree produttive più facilmente raggiungibili arrivano al massimo della produzione, per poi declinare inevitabilmente. Il mare del Nord, per esempio, ha già superato il suo picco. C’è chi prevede che il “picco” globale sia imminente, altri lo escludono. Ma resta vero che le riserve più facili da raggiungere si stanno progressivamente esaurendo e ormai tutti i ritrovamenti recenti si trovano in aree molto complesse da trivellare, dalle acque profonde dell’Atlantico alle zone artiche della Siberia. Questo farà lievitare sempre più i costi di estrazione e quindi anche il prezzo finale del barile. Di petrolio a buon mercato come nel ‘98, quando era arrivato a costare 10 dollari al barile, insomma, non ne vedremo più. 9

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MAPPA ENERGIA AMBIENTE GRAFICO DEI PREZZI DEL GREGGIO DAL 1861 Prezzi del greggio 1861 - 2008 Dollari al barile / Eventi nel mondo Boom petrolifero in Pennsylvania Inizio delle esportazioni di petrolio russo Inizio della produzione a Sumatra Crescita di produzione in Venezuela Scoperta Timori di del scarsità principale in USA pozzo texano Scoperta giacimento nell'est del Texas fonte: BP Statistical Review of World Energy June 2009 valore reale in dollari 2008 valore nominale Perdita delle forniture iraniane Ricostruzione post bellica Introduzione dei prezzi netti Crisi di Rivoluzione Suez in Iran Guerra dello Yom Kippur Crisi finanziaria asiatica Invasione irachena del Kuwait Invasione dell’Iraq 1861 1869 1870 1879 1880 1889 1890 1899 1900 1909 1910 1919 1920 1929 1930 1939 1940 1949 1950 1959 1960 1969 1970 1979 1980 1989 1990 1999 2000 2009 120 110 100 90 80 70 60 50 40 30 20 10 0 1861-1944 Media Stati Uniti / 1945-1993 Prezzo ufficiale Arabian Light / 1994-2008 Prezzo del Brent europeo RINASCITA NUCLEARE Una sfida a livello globale per emanciparsi dal petrolio Rinascita nucleare. È la parola d’ordine lanciata a livello globale dall’Economist nel 2007, la stessa ripresa dalla Legge 99 del 23 luglio, con cui è stato stabilito il ritorno all’atomo dell’Italia. Ora ci sono 53 reattori in costruzione in giro per il mondo, mentre nel nostro Paese il governo si è dato sei mesi per decidere dove mettere le nuove centrali e il sito di stoccaggio delle scorie. Ma emergono subito i primi ostacoli. Dopo le aperture iniziali, del Veneto e della Sicilia, le Regioni si stanno tirando indietro. La conta dei governatori che si sono rivolti alla Corte Costituzionale per impugnare la Legge 99, o che si apprestano a farlo, è arrivata ormai a quota 13: oltre metà del territorio italiano. Il governo non vuole un braccio di ferro atomico con le regioni antinucleari. Ma il ministro Claudio Scajola ha ribadito più volte la necessità di esercitare il potere sostitutivo dello Stato sulle Regioni, considerando che un sistema nucleare è d’importanza strategica per l’intero Paese. Si tratta di “uno strumento estremo che mi auguro di non dover utilizzare”, ha messo in chiaro il ministro. Ma nel passato “troppi sono stati i no ideologici che hanno frenato lo sviluppo del Paese”. Gli esperti, intanto, puntano il dito su Montalto di Castro, al confine tra Lazio e Toscana, come primo sito da prendere in considerazione: lì stava sorgendo l’ultima centrale nucleare italiana, mai terminata a causa dello stop all’atomo dopo il referendum dell’87 e poi riconvertita dall’Enel alla tecnologia policombustibile, ora datata e antieconomica. Sul problema stanno lavorando i dieci “saggi” incaricati dal governo, da Adriano De Maio a Luigi De Paoli, da Giuseppe De Rita ad Alberto Lina. E comunque prima di definire i siti bisogna integrare l’assetto normativo e legislativo, costituire l’Agenzia per la sicurezza, gestire le ricadute sul mercato elettrico e individuare delle compensazioni per il territorio. In pratica, si tratta di riprendere in mano le fila di un discorso interrotto da più di vent’anni, mentre nel resto del mondo si andava avanti. Idem dicasi per il sistema industriale italiano, che è rimasto diversi passi indietro rispetto ai concorrenti: bisogna garantire i profili di competitività, aprire opportunità per l’ingegneria nazionale, allinearsi negli accordi internazionali sulle tecnologie e favorire la crescita delle competenze. Un compito di non poco conto, dati i tempi stretti. Ma il punto più dolente sono gli aspetti economico-finanziari. Se serviranno, come dicono gli analisti, almeno 10 reattori per centrare l’obiettivo del 25% di produzione elettrica tracciato dal governo, chi li finanzierà? E con quali effettive convenienze per gli investitori? Non mancano gli studi che documentano la percorribilità degli investimenti e la competitività del kilowattora da fonte nucleare con quello prodotto da altre fonti. Ma la prova del nove della convenienza è la folla di operatori industriali europei pronti a entrare sul mercato nazionale, per sfruttare questa nuova opportunità che si sta aprendo. Il recente accordo tra Enel e EDF apre sicuramente 10

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MAPPA ENERGIA AMBIENTE la strada, con la presenza annunciata del maggior player mondiale del settore. La partnership tra i due colossi dell’elettricità è già attiva nella realizzazione dell’Epr, il primo reattore europeo di terza generazione, in costruzione a Flamanville, in Normandia: la stessa tecnologia dovrebbe essere clonata nei quattro reattori che il tandem Enel-EDF si candida a realizzare in Italia. Ma tutto è pronto anche per un altro consorzio nucleare, che vorrebbe candidarsi alla seconda metà della torta italiana: un’intesa in questo senso è stata conclusa tra E.ON (primo operatore nucleare in Germania) e GdfSuez, che con Electrabel è il primo produttore elettrico in Belgio, Paese che ricorre all’atomo per il 50% della sua energia. Ma l’operazione franco-tedesca è ancora alla ricerca di un partner nazionale. Si è parlato dell’Eni, che per il momento sembra invece deciso a rimanere fuori. E si è parlato di A2A, che potrebbe anche essere il capofila di una cordata di imprese locali. I giochi sono aperti. NUOVE COSTRUZIONI NUCLEARI NEL MONDO: PREVISIONE AL 2020 100 Gigawatt di potenza installata 2006 aggiuntivi al 2020 fonte: Elecnuc 2005 - IEA 63 21 12 1,6 Canada 12 9 1,4 1,5 Usa Messico 2 5 1 1 1 Argentina 8 1,6 6 3 Belgio 9 1 2,8 3,2 Brasile Regno Unito Spagna Francia Svizzera Germania Svezia Finlandia 50 25 21 14 8 1 Russia Europa dell’est 380 GW nel 2005 17 14 6,8 3,4 India Cina 11 2 Vietnam Corea del sud 13 5 4 4 1,9 5 1 Kazakhistan Taiwan Indonesia Giappone Sud Africa 400 350 300 GW istallati 250 200 150 100 50 0 160 GW aggiuntivi al 2020 5% Altro 59% Asia 7% Nord America 17% CIS 7% Europa orientale 5% Europa occidentale FONTI RINNOVABILI La forza del vento e del sole muove nuovi modelli di sviluppo Sicurezza energetica e minore dipendenza dall’estero. Salvaguardia ambientale. Ma anche buoni affari: il business dell’energia pulita, in tempi di crisi, viene ormai indicato come settore anticiclico che può rappresentare la base e l’opportunità per un nuovo modello di sviluppo economico. Non a caso gli investimenti nelle fonti rinnovabili si sono moltiplicati per quattro dal 2004 al 2008 e l’anno scorso hanno superato per la prima volta quelli nelle fonti tradizionali. È il ritratto di un mondo avviato decisamente sulla strada del low-carbon quello che 12 emerge dall’ultimo report dell’Unep (United Nations Environment Program) sugli investimenti nel settore. Le fonti pulite hanno attirato nel 2008 capitali per 140 miliardi di dollari, contro i 110 delle fonti tradizionali. E adesso viene il bello. Nei pacchetti di stimolo destinati a rimettere in moto l’economia globale, infatti, si trovano ben 512 miliardi di incentivi governativi destinati alle tasche di chi è impegnato sul fronte dell’energia verde, con un effetto moltiplicatore che potrebbe andare oltre la soglia dei 1.000 miliardi. Ma oltre ai pacchetti governativi, c’è stato un altro fattore importante che ha spinto in alto i nuovi investimenti: il prezzo del petrolio è raddoppiato rispetto ai minimi di febbraio, rendendo le fonti alternative di nuovo competitive rispetto ai combu-

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D o n n a E c o n o m i a & Po t e r e stibili fossili. Dal vento al sole, dai biocarburanti all’efficienza energetica, tutti gli aspetti del business verde ne hanno approfittato. In più, le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza energetica e sull’effetto serra sono destinate, secondo tutti gli esperti, ad aumentare le regolamentazioni per limitare l’utilizzo dei combustibili fossili nella produzione di energia. Ragione di più per prevedere una rapida crescita delle fonti alternative. L’energia del vento è la più competitiva e secondo il Global Wind Energy Council dovrebbe crescere in media del 22% all’anno nei prossimi cinque anni, con grandi differenze, però, a seconda delle diverse aree. L’anno scorso gli Stati Uniti, con una potenza installata di 25 gigawatt, hanno superato la Germania, che era a quota 24, diventando il più forte produttore mondiale di energia eolica. Il colosso americano, però, potrebbe ben presto essere superato dai cinesi, che oggi sono a quota 12 gigawatt ma crescono molto più rapidamente. Anche l’India e la Spagna, con 10 e 17 gigawatt di potenza installata, ENERGIA EOLICA sono due mercati in forte crescita. L’energia del sole è molto meno competitiva, per ora, ma potrebbe riservare le potenzialità di crescita maggiori. Basti pensare al progetto Desertec, che nel giro di un decennio potrebbe rifornire il Vecchio Continente di energia solare in arrivo dal Sahara, per il 15% dei suoi consumi. Al progetto partecipano fra gli altri Deutsche Bank, Siemens, Rwe, E.ON e in prospettiva potrebbero essere invitate anche imprese italiane e spagnole. Non sarà facile da realizzare, ma è il segno che il sole è pronto a fare un salto di qualità nell’economia del mondo. Germania e Spagna, per ora, sono in pole position per guidare le danze. In prospettiva, la Cina, l’India e il Sud del Mediterraneo potrebbero diventare i prossimi giganti delle fonti alternative, se sapranno giocare bene le loro carte. E potrebbero attirare il grosso degli investimenti messi in moto dai pacchetti di stimolo finanziati dai contribuenti dei Paesi industrializzati. fonte: BTM Consult Fine 2007 Resto del mondo 25% 24% Germania Fine 2008 Resto del mondo 25% 20% Germania Danimarca Cina India 3% 6% 16% Spagna Danimarca Cina 3% 10% 8% 14% Spagna 8% 18% Stati Uniti India 20% Stati Uniti Totale: 94.0 gigawatt (GW) Totale: 122,2 gigawatt (GW) ENERGIA FOTOVOLTAICA 15 14 13 12 11 10 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 fonte: BTM Consult GW 1996 Giappone 1997 1998 Germania 1999 2000 2001 Spagna 2002 2003 2004 2005 2006 2008 Stati Uniti Resto del Mondo 13

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MAPPA ENERGIA AMBIENTE EFFETTO SERRA Un processo lento ma inesorabile: la Terra sta andando arrosto Nel 2009 le emissioni di gas serra sono calate del 2,6 %. È la maggior frenata degli ultimi 40 anni. Il calo è stato stimato dall’International Energy Agency ed è dovuto principalmente alla forte battuta d’arresto della produzione industriale in tutto il mondo per effetto della crisi. Per la IEA è un dato che non ha precedenti. Ma si tratta solo di uno scostamento occasionale da un trend costante di crescita: dall’inizio della Rivoluzione Industriale, la concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica è aumentata del 30% circa, la concentrazione del gas metano è più che raddoppiata e la concentrazione del protossido di azoto è cresciuta del 15%. Questi sono i tre gas principali all’origine dell’effetto serra, da cui deriva il riscaldamento del clima. Se le emissioni globali di gas serra restassero in linea con quelle degli ultimi anni, le concentrazioni atmosferiche raggiungerebbero le 500 parti per milione entro la fine di questo secolo, un valore che è quasi il doppio di quello pre-industriale (280 ppm). I gas serra agiscono proprio come i vetri di una serra: fanno passare la luce solare e trattengono il calore. Maggiore è la loro concentrazione nell’atmosfera, più calda diventa la temperatura media della Terra. Le proiezioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) delle Nazioni Unite, accettate dalla maggior parte dei climatologi, indicano che la temperatura media superficiale del pianeta dovrebbe aumentare di 1,1-6,4°C nel secolo in corso, pur con significative variazioni regionali. E che questi cambiamenti sono causati principalmente dalle attività umane. I combustibili fossili utilizzati per i trasporti, per il riscaldamento negli edifici e per l’alimentazione delle numerose centrali energetiche sono responsabili per il 95% delle emissioni di anidride carbonica, per il 20% del metano e per il 15% del protossido di azoto. Lo sfruttamento agricolo del territorio e la deforestazione, le varie produzioni industriali e le attività minerarie fanno il resto. L’incremento della temperatura della Terra può provocare una serie di conseguenze ambientali di notevoli proporzioni. L’aumento del calore e quindi dell’evaporazione dai grandi bacini idrici comporta un aumento corrispondente della quantità d’acqua in atmosfera e quindi un aumento delle precipitazioni. I climatologi ritengono che queste siano cresciute di circa l’1% su tutti i continenti nell’ultimo secolo. Le aree poste ad altitudini più elevate dimostrano incrementi più consistenti, al contrario le precipitazioni sono diminuite nelle aree tropicali. In molte zone tropicali già si assiste a una riduzione dell’umidità del suolo, che comporta una diminuzione nella resa agricola e un rischio crescente di desertificazione. In ogni caso si nota una maggiore intensità delle piogge e dei fenomeni meteorologici più violenti, come le tempeste e gli uragani, con un conseguente aumento delle inondazioni e delle erosioni a carico del terreno. Il riscaldamento globale comporta anche una diminuzione complessiva delle superfici glaciali. Le grandi masse di ghiaccio della Groenlandia e dei ghiacciai continentali stanno arretrando. L’aumento del volume oceanico a causa della temperatura più alta e lo scioglimento dei ghiacci provocano l’innalzamento del livello medio dei mari, che negli ultimi cento anni si sono alzati di 15-20 centimetri. Tutti questi effetti sono già evidenti e si ipotizza un inasprimento della situazione attuale nel caso in cui le concentrazioni di gas serra aumentassero. Da notare che il riscaldamento globale continuerebbe comunque per secoli anche se le emissioni venissero stabilizzate: date le masse in gioco, le risposte del clima terrestre ai cambiamenti della composizione dell’atmosfera sono piuttosto lente. fonte: dati WBGU ENEL fonte: MIX DIDELLE GENERAZIONE ELETTRICA A CONFRONTO 2006 (%) MAPPA EMISSIONI DI GAS SERRA Emissioni di CO2 pro capite e, tra parentesi, il totale delle emissioni in milioni di metri cubi Canada 18,8 (684,3) Gran Bretagna 9,7 (585,7) Stati Uniti 19,8 (5.902,8) Spagna 9,2 (372,6) Germania 10,4 (857,6) Italia 8,1 (468,2) Arabia Saudita 15,7 (424,1) meno di 2,7 da 2,7 a 5,4 più di 5,4 Tonnellate di CO2 per abitante India 1,2 (1.293,2) Sud Africa 10,0 (443,6) 14

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D o n n a E c o n o m i a & Po t e r e COPENHAGEN Stati Uniti e Cina alla resa dei conti: chi guiderà la rivoluzione no-carbon? Fra le spine del mondo moderno, non ce n’è una altrettanto globale del cambiamento climatico: l’atmosfera è una sola e non ha confini. Ma non c’è leader al mondo che dia l’impressione di poter trascinare il resto dei Paesi verso la nuova era a bassa intensità di carbonio. Al vertice di Copenhagen i leader del mondo sono arrivati divisi e impreparati. Eppure non sono da soli. Sul tavolo della trattativa si è rovesciata una tonnellata di appelli, lettere e raccolte di firme. Vengono da scienziati, organizzazioni non governative, associazioni ambientaliste e amministratori delegati di grandi aziende. Nel grande business ci sono ormai almeno una decina di coalizioni, nate per sensibilizzare il mondo politico di fronte ai rischi del cambiamento climatico. Una di queste, il Carbon Disclosure Project, ha presentato un documento dove rivela che il 52% delle aziende dello S&P 500 (le principali imprese americane) ha già adottato misure per la riduzione delle emissioniserra, in barba alle lentezze della politica. “Se non ci muoviamo subito – ha detto Brad Figel, direttore degli affari pubblici della Nike – tutto diventerà più costoso, più arduo e rischioso”. “Il 95% dei nostri prodotti è basato sul cotone – ha rimarcato Anna Walker di Levi Strauss, durante la presentazione del Carbon Disclosure Project – e la scarsità d’acqua potrebbe diventare un dramma”. Nulla di tutto ciò riesce a smuovere i politici. Harry Reid, capo della maggioranza democratica al Senato di Washington, ha dichiarato con tranquillità che la legge sul tema – fortissimamente voluta dal presidente Obama – potrebbe anche slittare all’anno prossimo. “Scusate – ha risposto seccato John Bruton, ambasciatore dell’Unione Europea in America – ma GAS SERRA: LE PROMESSE DEI GOVERNI emissioni di gas serra nel 2005 previsione al 2020 il Senato crede davvero che tutti i Paesi del mondo accetteranno decisioni stringenti a Copenhagen, anche in assenza di un chiaro impegno degli Stati Uniti?”. La legge già passata alla Camera americana prevede impegni molto meno stringenti di quelli adottati in Europa. Ci sono parecchi senatori, anche fra le fila democratiche, che si oppongono a riduzioni obbligatorie delle emissioni se Cina, India e Brasile non faranno altrettanto. E corrono il rischio di venir sorpassati, dalla storia e dai fatti. Il presidente cinese Hu Jintao, infatti, proprio davanti all’assemblea Onu seguita a quella riunione di fine settembre, si è impegnato a ridurre “sensibilmente” le sue emissioni di CO2 entro il 2020. Potrebbe essere propaganda. Ma visto l’impegno col quale la Cina sta ripensando da due anni al proprio sistema energetico – con investimenti di decine di miliardi di dollari – potrebbe anche essere il preludio a qualche seria novità. Barack Obama, a sua volta, ha ribadito che la minaccia è grave. E mentre in Senato c’è chi sostiene che i tetti alle emissioni e un sistema di mercato per scambiare i diritti a immettere carbonio nell’atmosfera danneggerebbero l’industria americana, lui sembra sinceramente in ansia. “Il tempo rimasto per correre ai ripari sta per scadere”, ha sostenuto, aggiungendo che “la sicurezza e la stabilità di tutte le nazioni e di tutti i popoli - la nostra prosperità, la nostra salute e la nostra sicurezza - sono a rischio: se non agiremo rischiamo di consegnare alle future generazioni una catastrofe irreversibile”. Il neo-premier giapponese Yukio Hatoyama, al suo debutto internazionale, è andato oltre, assicurando che il Giappone è pronto a tagliare le emissioni del 25% entro il 2020, più della coraggiosa Europa. Ma solo in sede di decisione, si vedrà chi fa davvero sul serio. E saranno Obama e Hu Jintao – i due primi inquinatori del mondo – a doversi esprimere, per cambiare i destini del mondo. Il primo, ha un Senato a cui rendere conto. Il secondo, no. fonte: Financial Times Corea del Sud Giappone Brasile India Russia Unione Europea Cina Stati Uniti emissioni di CO2 nel 2005 in milioni di tonnellate 549 1.360 1.014 1.853 2.133 previsione al 2020 4.193 7.219 7.242 - 4% - 30% da definire da definire + 31/38% - 18/29% da definire - 17% 15

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MAPPA ENERGIA AMBIENTE GREEN ECONOMY Italia in ritardo: investitori scettici sul business verde Il cambiamento climatico rappresenta un nuovo paradigma per gli investitori nei mercati finanziari, dato l’orientamento dei governi mondiali a definire modelli di sviluppo economico basati su una economia a ridotte emissioni di CO2. Perché le politiche dei maggiori Paesi si orientano verso un’economia verde? Certamente, per il motivo etico di preservare la natura e per contenere i costi che potrebbero essere prodotti dal cambiamento del clima. Ma anche perché il mercato del dopo-crisi si gioca sugli standard tecnologici di domani e chi rimarrà indietro nella tecnologia verde perderà la gara al business. L’industria italiana è consapevole di questo trend e sta cominciando ad attrezzarsi, ma è molto in ritardo rispetto ai partner internazionali. La crescita del comparto, infatti, dipende quasi interamente dalle politiche governative in materia: visto che le fonti rinnovabili non sono ancora abbastanza competitive da reggersi sulle proprie gambe, hanno bisogno di incentivi statali. Là dove li trovano, crescono di più. Nel 2008 in Europa oltre metà della nuova capacità produttiva del settore elettrico è venuta da fonti rinnovabili. Le nuove fonti, eolico e fotovoltaico, hanno contribuito per il 93%. In Italia, l’eolico ha visto una crescita della capacità del 37% nel 2008, con l’installazione di 1.000 megawatt nuovi, mentre il fotovoltaico ha aumentato la capacità di sei volte sull’anno precedente, con un incremento di 258 megawatt. Nel complesso, il settore italiano delle nuove fonti rinnovabili (escluso quindi l’idroelettrico) ha una capacità installata di oltre 4.000 megawatt. Un bel salto, ma la corsa furiosa alle nuove installazioni non basta per colmare il divario rispetto ai partner europei. Sull’eolico, il terzo posto dell’Italia in Europa è molto distaccato dai due Paesi che la precedono: la Germania mantiene il primato con 24.000 megawatt installati e la Spagna la segue con 17.000, contro i 3.700 megawatt dell’Italia. Sul solare, l’Italia ha toccato il traguardo dei 500 megawatt installati; anche qui un balzo enorme, ma la distanza rispetto ai vicini resta siderale: la Germania rimane al comando della classifica mondiale sul totale installato, con 5.200 megawatt (dieci volte l’Italia, Paese del sole!), tallonata dalla Spagna, con oltre 3.700 megawatt, che ha superato nella corsa al solare Stati Uniti e Giappone. Per di più, le società quotate alla Borsa Italiana coprono solo il 45% della capacità rinnovabile installata in Italia, che è prevalentemente in mano a società straniere, molto più forti delle nostre in questo settore. I motivi del ritardo italiano emergono chiaramente dal “Climate Tracker”, realizzato da Deutsche Bank insieme alla Columbia University, un’analisi approfondita delle politiche ambientali dei singoli Paesi, in base alla quale si attribuisce un rating: uno strumento pensato per “aiutare gli investitori a identificare il miglior rapporto rischio-rendimento per gli investimenti nei settori correlati al cambiamento climatico nel mondo”. L’Italia non ne esce benissimo, visto che lo studio le attribuisce il rating di maggior rischio sui 17 Paesi più inquinatori a livello globale. Dall'analisi emerge che gli investitori cercano trasparenza, longevità e certezza negli orientamenti legislativi dei governi per fare le proprie scelte di investimento e l'Italia è scarsamente reputata proprio a causa delle sue politiche ondivaghe. Tra i 17 Paesi più inquinatori, che rappresentano oggi oltre il 75% delle emissioni globali di gas serra, i più sicuri per gli investimenti nel green business risultano Francia e Germania, seguiti a ruota da Cina e Brasile. Questo, spiega Deutsche Bank, "è da attribuirsi ai consistenti piani di incentivazione in essere, insieme a un approccio coerente, dimostrato da una pianificazione efficace". Tutti gli altri Paesi inquinatori, compresi Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Canada e India, tendono a posizionarsi in un'area di rischio moderato, con l’eccezione appunto dell’Italia, "che non ha ancora sviluppato un insieme di politiche che le possano consentire di raggiungere i propri obiettivi". 16

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D o n n a E c o n o m i a & Po t e r e RICERCA RICERCA AMBIENTE ED ENERGIA di Euromedia Research L’ambiente al femminile: vizi privati e pubbliche virtù La salvaguardia dell’ambiente e l’utilizzo di fonti rinnovabili di energia sono problemi vitali per la nostra esistenza: lo sanno bene le 500 donne intervistate da Euromedia Research, le cui opinioni sono state messe a confronto con un campione di 65 professioniste associate alla Fondazione Bellisario. I primi dati rilevanti riguardano il rapporto tra individuo e ambiente: sia la maggioranza delle italiane intervistate (53,4%) che delle professioniste (58,5%) ritengono che l’ambiente costituisca una risorsa da preservare e perciò dichiarano di fare tutto ciò che è in loro potere per salvaguardarlo (Tavola 1). Da sottolineare, in particolare, una curiosità: nessuna delle professioniste considera l’ambiente un mezzo da sfruttare a favore del benessere personale: ciò dimostra come queste donne percepiscano le risorse del nostro ecosistema in base alla loro importanza ambientale più che al loro valore d’uso. Contro un 7,2% delle italiane secondo le quali, invece, l’ambiente è una fonte di ricchezza di cui approfittare. Che le donne dichiarino di avere, in generale, una mentalità “verde” e una spiccata sensibilità verso i problemi causati dall’inquinamento, è un dato certo: il 94,6% delle donne e la totalità delle professioniste associate alla Fondazione (100%) si dice interessata ed attenta alle tematiche ambientali (Tavola 2) nonché allarmata dalle problematiche ecologiche (rispettivamente 93,8% e 92,4%). Se si parla di timori, quello più grande per la popolazione femminile del nostro Paese è l’aumento di malattie causato dalle repentine alterazioni dell’ecosistema in cui viviamo, mentre per le professioniste intervistate, l’incubo più grande sarebbe il prosciugamento delle risorse idriche del pianeta (46,9%). Tuttavia, per entrambi i campioni, il problema ambientale più rilevante è senz’altro quello dell’inquinamento dell’aria: lo sostengono il 36,6% delle donne e il 33,9% delle professioniste. Sembrerebbero solo parole, ma in realtà non è così: se da una parte le donne intervistate dichiarano di non aver mai fatto parte di un’associazione ambientalista (74,6% donne; 59,4% professioniste), dalTotale donne italiane Campione Fondazione Bellisario 1 Quale tra le seguenti affermazioni spiega meglio il suo rapporto con l’ambiente? L’ambiente rappresenta una risorsa da preservare al meglio e per questo faccio tutto quello che è in mio potere per salvaguardarlo L’ambiente rappresenta una risorsa da preservare al meglio, ma non sempre mi è possibile agire al meglio per salvaguardarlo L’ambiente è un mezzo per poter esistere e nel limite del possibile è giusto sfruttarlo per garantire il nostro benessere, la nostra esistenza L’ambiente è un mezzo per poter esistere e dobbiamo sfruttarlo il più possibile per garantire il nostro benessere, la nostra esistenza Non sa / Non risponde 53,4 29,4 8,0 7,2 2,0 58,5 38,5 3,0 - 18

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D o n n a E c o n o m i a & Po t e r e 2 Pensando al suo grado di interesse e di attenzione nei confronti dell’ambiente, come si definisce? Totale donne italiane Campione Fondazione Bellisario Totale positivi Molto o abbastanza interessata e attenta all’ambiente 94,6 4,8 0,6 100,0 - Totale negativi Poco o per nulla interessata e attenta all’ambiente Non sa / Non risponde l’altra però giudicano buono il loro impegno quotidiano a favore dell’ambiente (53,2%; 55,4%), giustificando lo scarso grado di attivismo con la mancanza di tempo (14%; 12,5%), non certo di volontà. Una differenza che vale la pena sottolineare emerge analizzando la ragione per cui sia il campione di donne che di professioniste italiane si impegna nell’adottare un comportamento eco. Se da un lato le prime si preoccupano di creare un futuro migliore per i loro figli (34%), le seconde elevano la questione ad un livello morale, dichiarando che impegnarsi per la salvaguardia dell’ambiente ricopre una funzione etica, che dovrebbe coinvolgere tutti in quanto esseri viventi, a prescindere da qualsiasi interesse personale (39%). A proposito delle italiane, il loro modo di rapportarsi all’ecologia, in alcuni casi, varia con gli anni; dalla nostra indagine emerge, infatti, che le donne più mature si mostrano maggiormente disponibili a sacrificare alcuni piccoli lussi: il 20,7% delle donne di età compresa fra i 56 ed i 65 anni dichiara di poter abbandonare di tanto in tanto le chiavi della propria auto per noleggiarne una al car-sharing. Lo stesso avviene per i vestiti: mentre le ragazze tra i 18 ed i 25 anni non aprirebbero il proprio guardaroba neanche alle più care amiche (dichiara di volerlo fare appena il 2,5% delle intervistate e un altro 2,5% solo qualche volta); crescendo, la tendenza si inverte, fino ad arrivare ad una fascia d’età più matura (5665 anni) in cui il 19,3% delle italiane parteciperebbe, di tanto in tanto, agli swap-parties. Sia le donne che le professioniste sono consapevoli del fatto che l’inquinamento ci priva di alcune gioie naturali a cui probabilmente le più giovani non hanno fatto in tempo ad affezionarsi: in particolar modo il 66% delle italiane e addirittura il 72,1% delle associate cita quella di respirare aria sana e pulita. A questo proposito viene a galla un leggero controsenso: se è vero che in generale le intervistate sentono la necessità di vivere in un mondo meno inquinato, specialmente a livello atmosferico, all’atto pratico però soltanto le associate sembrano essere disposte a rinunciare all’uso della macchina (solo il 19,6% considera la macchina un mezzo fondamentale), nonostante i veicoli a motore siano enumerati tra le maggiori cause di smog; mentre il 25,2% delle donne italiane non riuscirebbe a farne a meno neanche in città, se non per un giorno solo, quale atto dimostrativo (40,6%). Le italiane inoltre, rispetto alle professioniste associate alla Fondazione, non sembrano disposte a ridurre il tempo dedicato alla doccia, che non dovrebbe superare i 5 minuti (22% donne; 10,7% associate), mentre la situazione si capovolge se si tratta di non mangiare più carne per amore della natura (11,4% donne; 33,9% associate). Un settore che vede un buon grado di consapevolezza e di comportamenti virtuosi è quello dei rifiuti: l’81,4% delle italiane ed il 75% delle professioniste dichiarano di mettere in pratica la raccolta differenziata, dati degni di maggiore attenzione se si pensa che la media nazionale dei rifiuti raccolti in modo differenziato è stabilita sul 27,5%, secondo quanto sostenuto dalla Confartigianato. Un numero consistente di donne, inoltre, presta attenzione al consumo di acqua (49,2% donne; 48,4% professioniste), di energia elettrica (28%; 59,4%) e dichiara di riciclare regolarmente i sacchetti della spesa (20,6%; 32,8%) (Tavola 3). Anche parlando di risparmio energetico e di fonti di energia alternativa le donne si dimostrano particolarmente sensibili e disposte a correggere alcuni comportamenti “ecologicamente scorretti”: il 60,9% delle donne italiane e il 66,1% delle professioniste associate alla Fondazione sono intervenute nelle loro case utilizzando led o lampadine a basso consumo e dichiarano di azionare le lavatrici o lavastoviglie solo a pieno carico (47,2% donne; 58,1 professioniste). A proposito di energia nucleare: se le donne che fanno parte della Fondazione Bellisario dimostrano maggior consapevolezza riguardo le fonti nucleari di elettricità (il 46,1% delle intervistate sa che il nucleare non produce CO2), la maggior parte delle italiane (56,8%) non solo dichiara di non sapere che il nucleare non sprigiona anidride carbonica, ma addirittura il 15,4% di esse non ha alcuna idea dell’argomento trattato (contro un 3,1% delle professioni19

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