Real Life Network 1-2014

 

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reallife NETWORK ANNO 8 - N. 1 / 2014 TRIMESTRALE DI NETWORK PERSONE SIEROPOSITIVE ONLUS NPS donneinrete.net INTERVISTA Livia Turco, Le donne, la cultura e la società FARMACI Dolutegravir (Tivicay®): un nuovo farmaco per la terapia dell’HIV SPOTLIGHT Consultori ieri e oggi

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3 4 5 6 8 Rosaria Iardino Editoriale Donneinrete 18 La salute dei Rom Cinzia Turanti Società Ice – Insieme contro l'epatite Massimo Andreoni - Antonella Cingolani 20 22 24 26 28 30 Il paradosso della crisi e la lezione della Grecia Fabrizio Starace Attualità Unione delle cure: problema o opportunità? Rosanna Di Natale Focuson Sarah Sajetti News Farmaci Novità dal CROI 2014 Rosaria Iardino Ricerca Domani smetto Sarah Sajetti Prevenzione Dolutegravir (Tivicay®): un nuovo farmaco per la terapia dell’HIV Dario Cattaneo - Cristina Gervasoni 10 14 16 Le donne, la cultura e la società Sarah Sajetti Intervista La tubercolosi oggi Giorgio Besozzi Altremalattie Incontro tra culture Dava Gjoka Life Stessi doveri, stessi diritti Matteo Schwarz Dirittiedoveri Indice L'Aids non esiste? Alessandro Battistella Società Consultori ieri e oggi Imma Arcadu Spotlight In copertina, da sinistra: Valeria Palumbo, Cipriana Dall’Orto, Alessandra Kustermann, Serena Dandini, Emilia De Biasi, Adriana Albertini, Barbara Pollastrini, Enrica Ghia, Camilla Bove, Rosaria Iardino, Dava Gjoka, Livia Turco, Cinzia Calabrese, Sara Valmaggi, Ada Lucia De Cesaris, Antonella Antonelli.

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È risaputo che l’attenzione alla dignità del paziente è un elemento essenziale, che può condizionare il benessere del malato e la stessa efficacia delle cure, eppure spiegare con precisione cosa s’intenda con questa locuzione è tutt’altro che semplice, perché in realtà molti sono i fattori che contribuiscono al suo significato: il modo con cui il malato è trattato, il fatto che sia a suo agio fisicamente e in termini psicosociali, la difesa della sua privacy, sia fisica sia per quanto concerne i dettagli della sua patologia, il rapporto con il personale sanitario e la sensazione di essere apprezzato e ritenuto importante come persona, anche in un ambiente non favorevole e di scarsa indipendenza; disagio, senso di inadeguatezza e vulnerabilità determinano al contrario una sensazione di mancata dignità. Fondamentali però sono anche altri elementi: il mantenimento della sensazione di controllo, di partecipazione alle cure e d’indipendenza, la cui premessa fondamentale è l’essere chiaramente informati su tutti gli aspetti della propria patologia. L’autodeterminazione dei pazienti è dunque un aspetto fondamentale della loro dignità e passa necessariamente per la conoscenza dei propri problemi di salute e, conseguentemente, per l’autorizzazione della cura. È qui che entra in gioco il problema della costruzione dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente, elemento chiave per la salvaguardia della dignità e quindi spesso per il successo terapeutico. La raccolta del consenso informato, in quest’ottica, è dunque uno strumento nelle mani del medico per agire nell’interesse del malato. Questo strumento però, finalizzato alla tutela dei pazienti e alla definizione di corrette relazioni con il medico, è spesso malamente interpretato e applicato. Spesso infatti il consenso informato è visto solo come una procedura burocratica, che toglie tempo ed energie alla cura della persona e finalizzato soprattutto a non incorrere in possibili fastidi legali. Non è questo, però, il significato profondo del consenso informato, tanto che il Codice italiano di deontologia medica ha riconosciuto nel 1989 come doveri del medico quelli d’informare il paziente e di ottenere il consenso all’atto medico. È stato spesso lamentato che l’applicazione pratica del consenso informato si scontra con una serie di problemi relativi alla forma del documento, al momento in cui viene espresso, al tipo di linguaggio utilizzato, alla comprensibilità del documento, alla completezza delle informazioni erogate. Torniamo però, ancora una volta, al problema dell’informazione, un diritto a sé stante, certo, indipendente dalla necessità di esprimere il consenso alla cura, ma comunque strettamente connesso ad esso, in quanto la qualità, comprensibilità, veridicità, completezza e fruibilità dell’informazione sono caratteristiche che incidono in modo essenziale sulla correttezza della procedura di raccolta del consenso. Un medico che abbia adeguatamente informato il paziente, infatti, probabilmente metterà quest’ultimo nella situazione di comprendere con chiarezza quanto sta firmando. Il problema dunque non è tanto quello di avere le carte in regola prima di procedere all’intervento o alla terapia, ma che il paziente sia consapevole di quanto si sta facendo per lui, che ne conosca i rischi, che possa decidere di combattere una battaglia con il medico e non a peso morto, che possa collaborare nel decodificare sintomi e reazioni alla cura. Rosaria Iardino Editoriale

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DONNEINRETE Gli anni a venire rappresentano una sfida d'importanza fondamentale per la gestione delle epatopatie croniche virali. I pazienti affetti da epatopatia cronica C stanno infatti attraversando un periodo storico di enorme cambiamento per quanto riguarda le possibilità di cura dell’infezione. Ci troviamo di fronte a uno scenario in cui la possibilità di guarire dall’epatopatia cronica eradicando l’infezione appare come una realtà per la grande maggioranza dei pazienti se non per tutti, anche se magari non nell’immediato futuro. A breve saranno disponibili farmaci che, rispetto a quanto considerato fino a oggi lo “standard of care” dell'infezione cronica da HCV, e cioè interferone peghilato e ribavirina, consentiranno di “costruire” regimi terapeutici maggiormente tollerabili e molto più maneggevoli, con riduzione significativa degli effetti collaterali, del numero di compresse e del tempo di trattamento. La prospettiva per il 2020 è di poter avere a disposizione terapie attive su tutti i genotipi, senza bisogno d'impiegare l’interferone peghilato. Riuscire ad arrivare a questo goal dipende da come verranno gestite nell’immediato futuro le possibilità terapeutiche che avremo a disposizione. È proprio in questo scenario che la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) e Donne in rete onlus hanno ideato il convegno internazionale “Insieme contro l’Epatite (ICE): epatiti virali tra presente e futuro”, che si terrà il 9 e 10 maggio 2014, a Milano presso lo Spazio Insiemecontrol'epatite Eventiquattro – Il Sole 24 Ore. Il convegno vedrà la presenza dei key opinion leader nazionali e internazionali nel campo dell’epatite C e di esponenti della community di pazienti, anch’essi sia nazionali che internazionali. L’intento è quello di far interagire le due figure cardini nella gestione della patologia, cioè il medico e il paziente, che a nostro avviso, proprio in questo momento storico, è assolutamente fondamentale che interagiscano condividendo proposte strategiche per l’accesso universale ai nuovi farmaci. Durante il convegno saranno trattati argomenti di virologia di base, epidemiologia, clinica, terapia, nonché di sanità pubblica, con particolare attenzione alla popolazione femminile e alla coinfezione HIV/HCV. Inoltre saranno sviluppate sessioni ad hoc con lo scopo di stimolare e accrescere l’empowerment dei pazienti stessi, proprio nell’ottica del lavorare “insieme” tra tutte le figure coinvolte nel mondo dell’epatite cronica C. Massimo Andreoni Presidente SIMIT, Direttore Istituto di Malattie Infettive e Tropicali, Policlinico Universitario Tor Vergata Ice Antonella Cingolani vicepresidente Donne in rete onlus Ricercatore, Dirigente medico Istituto malattie Infettive Policlinico Universitario A. Gemelli 4

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ATTUALITÀ Ilparadossodellacrisi Che le crisi economiche abbiano un effetto negativo sullo stato di salute della comunità è un dato di fatto, confermato da innumerevoli evidenze (Costa et al., 2012). Non sfugge a questa regola la recessione che ha colpito l’economia mondiale negli ultimi anni e che ancora affligge la maggior parte dei Paesi dell’Eurozona, Italia compresa Nel quinquennio 2006-2011, il reddito medio delle famiglie ha subito una caduta pari a oltre il 10% e la disoccupazione – specie nelle regioni meridionali – ha raggiunto livelli critici; il numero di persone sotto la soglia di povertà relativa non è mai stato così elevato da diversi decenni. Oltre a determinare un peggioramento delle condizioni di salute fisica (essenzialmente per il ridotto accesso a cure ed esami specialistici e per la diminuita copertura dei sistemi di sanità pubblica), condizioni economiche precarie sono associate a un impatto negativo sulla salute mentale. I fattori che concorrono a determinare questo effetto sono diretti (difficoltà finanziarie, indebitamento producono ansia e depressione, aumento dei comportamenti di abuso di alcool e altre sostanze) e indiretti (disoccupazione e povertà, generate da crisi economiche, sono fortemente associate a de- elalezionedellaGrecia pressione e rischio suicidario) (WHO, 2011). La ben nota maggiore frequenza che tali condizioni assumono in periodi di crisi economica dovrebbe condurre a un rafforzamento dei sistemi di protezione sanitari e sociali. Purtroppo ciò non accade in Italia, dove si realizza appieno il cosiddetto “paradosso della crisi”: servizi sanitari e sociali vengono smantellati o subiscono significativi tagli proprio a causa della crisi i cui effetti dovrebbero contrastare! In tal modo si era già operato in Grecia: gli effetti dannosi sono oggi sotto gli occhi della comunità internazionale e vengono denunciati sulle più autorevoli riviste scientifiche (es: Lancet, 383, 2014). Nel settore delle tossicodipendenze, ad esempio, la drastica riduzione dei programmi di riduzione del danno ha corrisposto a un incremento spaventoso delle nuove infezioni da Hiv nei tossicodipendenti: da 15 casi nel 2009 a 484 casi nel 2012. Come contromisura, il ministero della Salute non ha trovato di meglio che introdurre il test Hiv obbligatorio per categorie a rischio (sic!), ottenendo l’immediata ancorché vana censura dell’Unaids. Nel settore della salute mentale, a fronte dell’atteso incremento della domanda di assistenza (120% negli ultimi 3 anni), il finanziamento è stato ridotto di oltre il 50% solo negli ultimi due an- ni. La prevalenza di depressione maggiore, nel frattempo, passava da 3,3% nel 2008 a 8,2% nel 2011 e i suicidi aumentavano del 45%. Eppure gli interventi in grado di mitigare gli effetti della crisi sulla salute mentale della popolazione sono ben noti: politiche di sostegno alla collocazione lavorativa e di supporto psicologico per coloro che perdono il lavoro sono in grado di ridurre significativamente l’impatto della disoccupazione sui comportamenti suicidari (Stuckler et al., 2009); interventi per la riduzione e la gestione assistita del debito riducono l’ansia e producono ottimismo e migliore salute generale (Williams & Sansom, 2007); investimenti per sostenere il benessere psicologico di genitori e bambini ottengono effetti misurabili sulla salute mentale anche a lungo termine (McDaid & Park, 2011). Purtroppo, nulla di tutto ciò sarà possibile realizzare nel nostro Paese, nel quale si registra un progressivo depauperamento dei servizi per la salute mentale di comunità (SIP, 2013) e, più in generale, una situazione critica della psichiatria pubblica, anche nelle regioni apparentemente in pareggio di bilancio. Come nota Taroni (2013), i bisogni di cura determinati dalle conseguenze più immediate della crisi (depressione, ansia, disturbi del comportamento, suicidi) “non dispongono di interessi forti a sostegno”. Evidentemente, etica e prove di efficacia non costituiscono, nel nostro Paese, interessi sufficientemente forti da onorare. Fabrizio Starace Direttore DSM-DP AUSL Modena (bibliografia disponibile su richiesta: f.starace@ausl.mo.it) 5

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NEWS di Sarah Sajetti Adolescenza e web addiction La Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale ha espresso preoccupazione per la dipendenza dei giovani da internet e social network, che li indurrebbe a rinunciare alla pratica dello sport e alle attività all’aria aperta. Questa nuova forma di dipendenza, detta “problematic internet use” (PIU) o “compulsive internet use” (CIU), è sempre più un grave problema di salute pubblica in tutto il mondo, perché può determinare conseguenze sociali e sanitarie che vanno dal basso rendimento scolastico fino all’ansia e alla depressione. Per uscire da questa dipendenza fondamentale è il ruolo dei genitori, che dovrebbero aiutare i ragazzi ad affiancare alle attività in rete quelle svolte nella vita reale. í Meno morti, più accesso alle cure L’ultimo “World AIDS Day report: Results”, il rapporto stilato annualmente da Unaids sulle infezioni da Hiv e Aids nel mondo, pur sottolineando che il numero di nuovi contagi resta alto (2,5 milioni secondo gli ultimi dati disponibili, relativi al 2011), mette l’accento sul fatto che sia comunque stata registrata una riduzione di oltre il 50%. In particolare in alcuni Paesi africani, tra quelli a maggior prevalenza di infezioni da Hiv, nell’ultimo decennio si sono registrati progressi notevoli: - 73% in Malawi, - 71% in Botswana, - 68% in Namibia, - 58% in Zambia, - 50% in Zimbabwe e - 41% in Sud Africa e Swaziland. Inoltre, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, è aumentato in media del 63% il numero di persone che ha avuto accesso alla terapia antiretrovirale ed è diminuito il numero di decessi, oltre il 25% in meno negli ultimi sei anni. í La neurologa Cheryl Bushnell del Wake Forest Baptist Center di Winston-Salem (Stati Uniti) tri operatori sanitari dovrebbero fare attenzione ai problemi riguardanti la qualità della vita per mettere a punto strategie d’intervento migliori, inclusi strumenti di screening genere-specifici, per migliorare la vita delle pazienti”. í Occhiali hi-tech per vedere i tumori Capita spesso che cellule neoplastiche invadano i tessuti circostanti la massa tumorale, ma poiché rilevare la loro presenza è praticamente impossibile, il tumore finisce per riformarsi ed è necessario intervenire nuovamente. La School of Medicine della Washington University ha però sviluppato una tecnologia che potrebbe ridurre o addirittura eliminare questo rischio: si tratta di un paio di occhiali che permette ai medici di distinguere masse neoplastiche di dimensioni inferiori al millimetro grazie all’uso di una molecola che colora le cellule tumorali di un blu fluorescente. Per il momento questa nuova tecnologia è ancora nelle sue fasi iniziali e saranno necessari perfezionamenti e ulteriori test, ma secondo Julie Margentaler, il chirurgo che ha partecipato al primo intervento sperimentale, “è fuori di dubbio che i potenziali benefici per i pazienti siano incoraggianti”. í Donne e ictus Una ricerca pubblicata sulla rivista Neurology e condotta dal team della neurologa Cheryl Bushnell, docente presso il Wake Forest Baptist Center di Winston-Salem (Stati Uniti), sostiene che, a un anno di distanza, la qualità della vita delle donne colpite da ictus sia inferiore a quella degli uomini e causi strascichi più importanti sia in termini di capacità motorie, di dolore e di altri fastidi, sia in termini di insorgenza di ansia o depressione. Secondo la Bushnell, “Dato che sempre più persone sopravvivono all’ictus, i medici e gli al- 6 La dipendenza dei giovani da internet e social network è un problema di salute pubblica in tutto il mondo

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Manifesto per la cefalea La cefalea colpisce sei milioni di italiani, tra cui un bambino su 4 in età scolare, e pesa per 3,5 miliardi di euro in termini di costi diretti che comprendono spese mediche, farmaci e ricoveri. È per questo che Sisc, Anircef, Federdolore-Sicd, Lic Onlus, Aic Onlus, Al.Ce Foundation Onlus, insieme ai farmacisti aderenti a Federfarma, con il patrocinio dell’Associazione di Iniziativa Parlamentare per la Salute e la Prevenzione, hanno firmato il primo manifesto per i pazienti cefalalgici, nel quale si chiede di riconoscere la cefalea come malattia sociale, oltre che di creare dei centri di riferimento per l’informazione e la cura, favorire cure adeguate, scoraggiare il fai da te, incoraggiare la formazione degli operatori e rendere i piani assistenziali omogenei in tutte le Regioni. “Pur nelle ristrettezze economiche di questo momento storico - sottolinea Francesco Maria Avato, responsabile scientifico dell’Alleanza Cefalalgici - è fondamentale arrivare a un sistema di centri di riferimento che prenda in carico il malato e ne studi il percorso terapeutico, per far sì che possa essere seguito anche sul territorio da parte del medico di medicina generale”. í Crisi e riduzione della spesa sanitaria Secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sarebbe un Paese su tre a ricorrere alla riduzione della spesa sanitaria per effetto della crisi economica. Secondo i dati Ocse, in Italia si è registrata una diminuzione della spesa sanitaria dello 0,4% nel triennio 2009-2011, tanto che solo Portogallo, Grecia e Slovenia mostrano investimenti più ridotti. Le spese che sono scese di più riguardano farmaci e prevenzione, dato che ha indotto gli stessi redattori del rapporto a sottolineare come ‘’risparmiare nella prevenzione dell’obesità, dell’alcolismo e del fumo sono casi emblematici di saggezza nelle cose superflue e idiozia in quelle importanti’’. í La “spia” salvacuore sottocutanea L’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino ha impiantato su due pazienti con sincope e sospetta fibrillazione atriale silente un monitor cardiaco che permette ai medici di monitorare per 3 anni i dati Ecg del paziente e diagnosticare correttamente l’aritmia, oltre che di adottare la soluzione terapeutica più adatta. Il dispositivo, un sistema hitech iniettabile sottocute in pochi minuti con estrema semplicità e blanda anestesia locale, è in grado di inviare i dati diagnostici direttamente in ospedale, senza che il paziente subisca restrizioni nelle sue attività quotidiane. í “Medici, pazienti e avvoltoi” La cefalea colpisce sei milioni di italiani, tra cui un bambino su 4 in età scolare È questo il titolo del video firmato dall’Amami (Associazione Medi- ci accusati di Malpractice Ingiustamente), associazione attiva da 12 anni, per contrastare l’enorme aumento del contenzioso che si è registrato nell’ultimo decennio in campo sanitario. Il Dott. Maurizio Maggiorotti, chirurgo ortopedico e presidente dell’associazione, nel corso della conferenza stampa di presentazione del video ha affermato: “È indubbio che il 99% dei medici indagati è risultato innocente, a conferma che con eccessiva frequenza si denunciano medici innocenti, e troppo spesso il paziente ricorre impropriamente alla giustizia”. Il video, che ha suscitato molte polemiche, è girato come il più classico dei documentari naturalistici, con immagini di avvoltoi volteggianti e una voce fuori campo che spiega: “Per alcuni i medici sono prede gustose, questa gente sta lì, in attesa, pronta a gettarsi sul medico che non ha saputo fare miracoli. Si approfitta della buona fede dei pazienti, promettendo loro un facile arricchimento con cause milionarie e non importa se i medici loro vittime hanno fatto tutto quello che dovevano, lavorando con etica e coscienza, l’importante è assalirli, ricavandone il massimo possibile, e il danno vero lo fanno alla sanità e ai vostri diritti, perché un medico che ha paura di prendere una decisione farà male il suo lavoro. La prossima volta che sentite questi avvoltoi pensateci, perché quello che vogliono non è la vostra salute, chi garantisce la vostra salute sono i medici”. í 7

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FARMACI ’ unnuovofarmacoperlaterapiadell HIV Attualmente la terapia antiretrovirale raccomandata si basa su una combinazione di tre farmaci composta da due analoghi nucleos(t)idici, associati o a un inibitore della proteasi o a un inibitore non nucleosidico della trascrittasi inversa o, più recentemente, a un inibitore dell’integrasi. Questo approccio terapeutico si è dimostrato in grado di ottenere una soppressione efficiente e duratura della replicazione virale (HIV-RNA non quantificabile), di permettere una ricostituzione del patrimonio immunologico (aumento dei linfociti CD4+) e di contrastare la selezione di cloni virali resistenti ai farmaci. La ripercussione clinica di questa strategia terapeutica è ormai una realtà indiscutibile, come testimoniato dal crollo della morbilità e della mortalità per Aids, registrato in tutti i Paesi in cui tale terapia è accessibile. Accanto agli innegabili dati di efficacia, le manifestazioni di tossicità dei farmaci hanno costituito uno degli aspetti più complessi nel breve e nel lungo termine nella gestione di questa terapia. In diversi studi è stato, infatti, riportato che il tasso di interruzione/modificazione dei regimi terapeutici a causa di tossicità e/o di intolleranza può arrivare sino al 50%. Particolare interesse hanno riscosso in tal senso i dati emersi dagli studi clinici con gli inibitori dell’integrasi (raltegravir inizialmente e più recentemente elvitegravir e dolutegravir). Questa classe di farmaci presenta, infatti, un ottimo profilo di sicurezza e tollerabilità, con degli innegabili vantaggi rispetto sia agli inibitori non nucleosidici della trascrittasi inversa sia agli inibitori della proteasi. Gli inibitori dell’integrasi, che agiscono bloccando la replicazione di HIV impedendo l’integrazione del DNA virale all’interno delle cellule del sistema immunitario, sono farmaci molto interessanti anche per quanto riguarda l’efficacia, infatti è stato dimostrato che sono in grado di abbattere più rapidamente la carica virale nei primi mesi di terapia rispetto a quanto osservato con molecole appartenenti a classi diverse. Dolutegravir presenta potenziali vantaggi rispetto agli altri inibitori dell’integrasi. Innanzitutto questo farmaco rappresenta un’opzione terapeutica importante per i pazienti con varianti virali divenute resistenti a raltegravir. Inoltre, la terapia con dolutegravir prevede una singola somministrazione giornaliera e non richiede l’assunzione di farmaci booster (di rinforzo) che ne aumentino la disponibilità in circolo (come avviene invece per gli inibitori della proteasi che vengono associati a ritonavir o per elvitegravir con cobicistat). Infine, dolutegravir può essere utilizzato con diversi farmaci antiretrovirali, a differenza di quanto avviene con elvitegravir, ora disponibile solo nella combinazione quattro in uno (con tenofovir, emtricitabina e cobicistat). I potenziali svantaggi di dolutegravir riguardano la necessità di assumere il farmaco a stomaco pieno ed Dolutegravir(Tivicay® ): 8

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Farmaci CNN Fino alla scorsa primavera, prima che un nuovo farmaco potesse essere venduto dopo l’approvazione da parte dell’EMA, l’Agenzia europea per i medicinali, bisognava attendere la conclusione della fase negoziale tra l’azienda produttrice e il Ssn, durante la quale si stabilisce il prezzo di rimborso per il Ssn (ovvero, in pratica, quanto lo Stato dovrà pagare per quel singolo medicinale). La durata di queste contrattazioni era però spesso troppo lunga, cosicché chi soffriva di patologie gravi doveva aspettare molti mesi per poter accedere a farmaci di nuova generazione. Una complicazione tutta italiana che ha sempre fatto sì che nel nostro Paese i nuovi farmaci arrivassero con un ritardo di uno/due anni rispetto al resto d’Europa, tanto che l’Italia si è trovato più volte ai limiti del richiamo ufficiale da parte delle autorità europee. A porre rimedio a questa situazione ha provato il decreto Balduzzi (DL 158/2012), che ha introdotto una nuova classe di farmaci, definiti CNN (farmaco di classe C non negoziato), in cui rientrano le terapie che possono essere commercializzate, ma di cui non è ancora stata decisa la rimborsabilità, che su richiesta delle case produttrici possono essere acquistate direttamente dagli ospedali. Questo provvedimento legislativo, entrato in vigore nella primavera del 2013, ha immediatamente scatenato perplessità, perché fino al momento in cui i farmaci non rientrano nei LEA e il loro prezzo è determinato dalle stesse industrie produttrici, il rischio è che non siano comunque accessibili per i pazienti. Gli ospedali infatti possono decidere di acquistare i prodotti su richiesta specialistica, con costi a totale carico della struttura, ma in tempi di tagli di budget è tutt’altro che scontato che ciò avvenga. Non solo, che succede se un ospedale o una Regione decidono di acquistare il nuovo farmaco e un altro stabilisce invece di non comprarlo? Il Ministro della Salute ha cercato di porre rimedio a questo problema introducendo un correttivo che obbliga AIFA a completare l’iter di negoziazione con l’industria produttrice entro 100 giorni, ma il problema non cambia, perché resta da decidere chi paga entro quei 100 giorni e anche cosa succede nel caso in cui questo tetto temporale non sia rispettato. Cosicché il rischio è che solo chi può permettersi di comprare a proprie spese le terapie, spesso del costo di diverse migliaia di euro, riesca ad avere accesso ai medicinali più innovativi, almeno fino a quando il Ssn non lo inserirà nelle specialità rimborsate. Sarah Sajetti un rischio di interazioni farmacologiche superiore rispetto a quanto ipotizzabile con raltegravir (ma inferiore rispetto a elvitegravir). Dolutegravir è stato approvato dalla US Food and Drug Administration ad agosto 2013 e, più recentemente, anche dall’Agenzia Europea dei Medicinali (16 gennaio 2014) “in combinazione con altri farmaci antiretrovirali per il trattamento di pazienti adulti e pediatrici a partire dai 12 anni di età con peso di almeno 40 chilogrammi”. L’autorizzazione all’immissione in commercio si basa sui dati di sicurezza e di efficacia di dolutegravir emersi da quattro studi di fase III che hanno coinvolto più di 2500 persone. In questi studi sono state coinvolte sia persone HIV naive al trattamento, sia già in terapia, confrontati con persone in terapia con i trattamenti antiretrovirali comunemente utilizzati. In tutti gli studi è stata documentata una non inferiorità di dolutegravir rispetto alle terapie di riferimento; va, inoltre, sottolineato che do- lutegravir ha evidenziato una superiorità in termini di efficacia rispetto a efavirenz e darunavir/r nei pazienti naive e a raltegravir nei pazienti già in trattamento. Il dosaggio approvato è di una compressa da 50 mg al giorno; tuttavia in pre- senza di resistenza agli altri inibitori dell’integrasi o quando dolutegravir sia co-somministrato con alcuni farmaci potenzialmente in grado di ridurre l’esposizione giornaliera al farmaco, la dose dovrebbe essere incrementata a due compresse al giorno. Rimane ora da capire se, così come è successo per rilpivirina o per i nuovi farmaci per la terapia dell’epatite, i pazienti italiani dovranno aspettare più di un anno prima di poter utilizzare dolutegravir rispetto a quanto invece avviene per pazienti di altri Paesi europei. Dario Cattaneo S.S.D. Farmacologia Clinica Az. Ospedaliera – Polo Universitario Luigi Sacco, Milano Cristina Gervasoni III Divisione di Malattie Infettive Az. Ospedaliera – Polo Universitario Luigi Sacco, Milano 9

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INTERVISTA di Sarah Sajetti Ledonne,lacultura Livia Turco, con la Fondazione Nilde Iotti di cui è presidente, ha fatto uscire uno splendido libro, Le leggi delle donne che hanno cambiato l’Italia, un testo molto importante che ripercorre la storia di tutta la legislazione fatta da e per le donne dall’inizio della Repubblica a oggi. Com’è nata l’idea di questo libro? Sono tre le motivazioni che ci hanno ispirate. Innanzitutto il libro è nato dalla constatazione che tanti uomini e tante donne, in particolare le persone più giovani, ignorano troppe cose di ciò che hanno fatto le donne in politica, e soprattutto ignorano molte delle leggi che ci riguardano da vicino, che parlano dei nostri diritti e dei nostri doveri e che quindi dovremmo conoscere bene. Ci ha fatto molto riflettere questa non conoscenza perché ha dei risvolti pratici. Per esempio ci lamentiamo spesso della mancanza di una tutela universalistica della maternità, ma nel 1997, quando ero ministro della Solidarietà sociale, inserim- elasocietà mo nella Finanziaria due articoli, uno che introduce l’assegno per il terzo figlio come sostegno alle famiglie numerose, l’altro che prevede un assegno di maternità di 1500 euro per le donne che non sono lavoratrici retribuite, quindi per le casalinghe, le disoccupate e le studentesse entro una determinata fascia di reddito. Recentemente, siccome mi sta molto a cuore questa norma che mi è costato molto promuovere, sono andata a controllare i dati dell’Inps e mi ha colpito vedere che quando entrò in vigore furono 260.000 le utilizzatrici, mentre l’anno scorso, anno di piena crisi economica, le richiedenti sono state solo 100.000. Evidentemente le donne non sanno che c’è questa opportunità, forse non la conoscono neppure i sindaci che devono applicare la legge e probabilmente il governo non è interessato a far conoscere quelle leggi che contengono dei diritti esigibili perché in quel caso non c’è taglio che tenga. Dunque bisogna conoscere le leggi per poter far valere i nostri diritti. Il desiderio di costruire un legame con le giovani è un’altra delle ragio- Livia Turco, nata a Morozzo (Cn) il 13 febbraio del 1955, si iscrive giovanissima alla Fgci di Torino e ne diventa segretario provinciale nel 1978. È consigliere regionale in Piemonte dal 1983 al 1985 e consigliere comunale a Torino dal 1985 al 1986, anno in cui entra a far parte della Segreteria nazionale del PCI ed è eletta responsabile nazionale delle donne. Nel novembre 2001 entra a far parte della Segreteria nazionale dei Democratici di Sinistra dove ricopre l’incarico di responsabile del Dipartimento welfare. Eletta alla Camera dei Deputati dalla X alla XIV legislatura e al Senato nella XV legislatura, il 17 maggio 2006 assume l’incarico di ministro della Salute nel secondo governo Prodi. Nel 2008, alla caduta del governo, è eletta alla Camera dei Deputati nelle liste del Pd. Nel 2011, insieme a Marisa Malagoli Togliatti, promuove una Fondazione intitolata a Nilde Iotti (www.fondazionenildeiotti.it) dedicata alla politica, alla cultura e alla società dal punto di vista delle donne. ni che mi ha portata a realizzare questo libro. Mi sta molto a cuore, e ha orientato un po’ tutte le mie scelte politiche e personali in questa fase, l’idea che anche nella politica e nella sfera pubblica, come avviene nella famiglia, si possa costruire una catena femminile. In ultimo alla base di questo libro c’è anche un sentimento di indignazione: continuo a indignarmi quanto sento definire la Repubblica italiana come una Repubblica che ha grandi padri, mentre invece ha anche delle grandi madri delle quali si parla molto poco. La Repubblica italiana ha infatti rappresentato sul piano storico una novità dirompente, perché le donne hanno partecipato alla sua fondazione, hanno partecipato alla lotta antifascista e alla resistenza, hanno poi partecipato al voto in maniera massiccia grazie alla mobilitazione 10 La copertina del libro Le leggi delle donne che hanno cambiato l’Italia, curato dalla Fondazione Nilde Iotti – le donne, la cultura e la società

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Livia Turco, ministro della Salute nel secondo governo Prodi e attuale presidente della Fondazione Nilde Iotti – le donne, la cultura e la società delle donne dell’UDI e del CIF e hanno eletto ventuno costituenti, quelle costituenti appunto di cui non si parla e di cui non si conosce il nome. Sì, erano giovani ed erano sconosciute, ma portarono in quella sede contenuti, valori e pezzi di vita che costituivano una novità assoluta perché rappresentavano la vita delle donne. È grazie a loro se noi abbiamo la Costituzione più bella del mondo. Di cosa si occupa esattamente la Fondazione Nilde Iotti? Il nome completo della fondazione è “Fondazione Nilde Iotti – le donne, la cultura e la società”: quello che vogliamo fare è prima di tutto dare un contributo perché si scriva la storia delle nostre madri, perché si scriva del protagonismo politico e istituzionale delle donne. C’è una società delle storiche molto importante in Italia, con la quale collaboriamo, che ha avviato una ricerca storica sulle donne molto significativa, però quello che mancava era la ricerca sulla storia politica e istituzionale delle donne, ecco perché questo libro sta avendo molto riscontro, perché colma un vuoto assoluto. L’altro libro importante della nostra Fondazione è la biografia di Nilde Iotti, Nilde. Parole e scritti 19551998. La Fondazione è nata dal mio cuore, c’è sempre una che parte e io sono partita pensando al bisogno di trasmettere la memoria delle nostre “Grandi Madri”. Ho amato molto le mie madri politiche e non tollero che cadano nell’oblio, è una vergogna che con tutte le fondazioni storiche che esistono in Italia nessuno avesse pensato di scrivere una biografia accurata sulla Iotti, presidente della Camera per 19 anni, donna estremamente importante e autorevole. La Fondazione poi si occupa di temi d’attualità, per esempio abbiamo in programma un grande convegno per proporre uno sguardo di genere sull’Europa. Inoltre diamo grande attenzione al rapporto italiane/nuove italiane, al tema della convivenza. Abbiamo fatto una mappatura sull’associazionismo delle donne migranti e l’idea è quella non solo di sollecitare il loro protagonismo, ma soprattutto di costruire un dialogo, un’interazione tra donne italiane e donne immigrate nella scena pubblica. Mi sono occupata per tanti anni di immigrazione e quello che osservo è, in qualche modo, il mantenimento delle distanze: ci sono associazioni delle donne migrate che fanno le loro cose, poi ci sono le associazioni delle italiane e raramente c’è la mescolanza. Il tema del passaggio di testimone alle giovani è uno degli elementi centrali delle sue riflessioni: perché secondo lei non è avvenuto? Forse perché la mia è stata una generazione a volte poco generosa nei loro confronti e l’Italia è stata per molto tempo una società molto bloccata, in cui hanno fatto fatica a ritagliarsi delle opportunità, così oggi dicono: “Toglietevi di torno, perché adesso tocca a noi”. Vedo quindi una difficoltà di comunicazione, anzi vedo una rottura generazionale, e questo mi preoccupa molto perché credo che le nostre figlie abbiano tutto l’interesse a conoscere ciò che hanno fatto le loro madri. Queste leggi sono frutto di battaglie di generazioni di donne in mezzo alla quale c’è anche la mia, però è vero che ciò che è stato fatto va trasmesso con grande capacità d’ascolto. D’altro canto le giovani devono decidere se vogliono riconoscere le loro madri o se pensano che il problema sia che la loro generazione è altro e che devono fare la loro strada senza avere niente da imparare. Purtroppo però alcune delle leggi di cui si parla nel libro non hanno ancora trovato una piena applicazione... Ci sono delle disparità che non sono legate alle leggi ma alle condizioni oggettive, per esempio la disparità salariale esiste nonostante sul piano legislativo ci sia la parità e questo è dovuto al fatto che in genere le donne sono collocate in lavori meno remunerativi o che hanno carriere più discontinue. Applicare la legge è una cosa complessa, perché significa agire sui fattori strutturali che determinano la discriminazione. Credo che esista sicuramente un deficit della nostra macchina amministrativa e della cultura di governo, perché le leggi, dopo l’approvazione, vanno monitorate. 11

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Da sinistra Rosaria Iardino, Serena Dandini e Livia Turco all’incontro di presentazione del libro Le leggi delle donne che hanno cambiato l’Italia, che si è tenuto il 21 marzo a Milano, organizzato da Donneinrete La legge 194 per esempio è una legge di cui sappiamo tutto perché è obbligatoria la relazione al Parlamento, che è sempre stata fatta perché si tratta di un tema delicato, ma è forse l’unica, mentre invece noi dovremmo pretendere il monitoraggio sull’applicazione di ogni legge e pretendere che su ogni legge ci sia una forte comunicazione. La Costituzione italiana pone la parità tra uomo e donna tra i suoi pilastri, ma oltre 60 anni dopo la sua stesura l’Italia si pone al 71° posto (97° riguardo al criterio relativo alla partecipazione e alle opportunità economiche) nella classifica del World Gender Gap Index. Quali pensa siano i fattori alla base del permanere di questa differenza tra i generi? Secondo me si tratta fondamentalmente di un dato culturale, in Italia c’è una cultura di genere e di divisione dei ruoli molto radicata per cui le donne devono occuparsi del lavoro di cura e possono lavorare, mentre gli uomini devono lavorare e possono fare il lavoro di cura. Questo è uno stereotipo molto radicato tra gli uomini ma anche tra le donne, che influisce molto sulla valorizzazione del capitale umano femminile e soprattutto non solo legittima ma è causa di un sistema di welfare e di un modello di sviluppo molto patriarcale, che al di là della previdenza e della salute non riconosce molto altro alle donne. Quanta fatica a far riconoscere strumenti come la lotta alla povertà, gli asili nido o le politiche per la famiglia! Oggi, se dovessi misurare la capacità di rottura e di innovazione di un governo lo misurerei proprio da come riesce a far diventare le politiche di welfare delle grandi priorità per modernizzare il sistema e valorizzare il capitale umano delle donne. Mentre le donne in politica si occupano dei diritti della collettività e dei diritti delle donne gli uomini in politica tendenzialmente dei diritti delle donne non si occupano. Perché apparentemente sono sempre e solo le donne a occuparsi dei diritti delle donne? Che ci sia stata una maggiore spinta femminile su questioni come la pensione delle casalinghe o l’abolizione delle case chiuse o la parità salariale lo do’ anche un po’ per scontato, però poi in molte battaglie gli uomini sono stati alleati, molte delle leggi elencate nel libro non le avremmo portate a casa se non avessimo avuto gli uomini dalla nostra parte, singolarmente e come forze politiche e come grandi organizzazioni sindacali. Certo ci sono degli aspetti del vissuto femminile che gli uomini non solo non riescono minimamente a cogliere ma che confligge con il loro senso comune e a volte anche con i loro interessi, come nel caso dell’abolizione delle case chiuse o dell’abolizione del coefficiente Serpieri, che considerava il lavoro agricolo delle donne il 60 % in meno di quello maschile. Lei ha ricoperto il ruolo di ministro della Salute dal 2006 al 2008 durante il governo Prodi. Nel 2006, a un mese dall’insediamento, aveva individuato “nove” parole chiave per lo sviluppo di un nuovo “Patto per la salute”: fiducia, qualità, umanizzazione, unitarietà del sistema, responsabilità, legalità, cultura dei risultati, politica delle alleanze, relazioni con l’Europa e il Mondo. Questo patto per la salute ha trovato risposte durante quel governo e negli anni successivi? Il “Patto per la Salute” ha costituito un precedente ed è poi diventato una modalità di governo del sistema sanitario, basato sull’alleanza tra soggetti istituzionali, tra governo nazionale e regioni, tra governo e operatori e mondo dell’associazionismo. Questo percorso partecipato è stato molto importante e allora anche abbastanza incompreso, perché tutti si chiedevano il mo- 12

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La pagina della Domenica del corriere del 4 Agosto 1946 in cui furono presentate le 21 donne che parteciparono alla costituente tivo di questi tavoli di coinvolgimento, che però costituirono la pratica politico-istituzionale per tradurre in azione quelle parole d’ordine, che erano state molto attentamente ponderate. Il “Patto per la Salute” fu molto importante anche perché conteneva, oltre alla metodologia, degli aspetti molto innovativi che fecero scuola e perché pose questioni tuttora da risolvere, come la riorganizzazione della medicina territoriale o l’implementazione di procedure nuove per definire le politiche finalizzate all’attività di ricerca. Nel “Patto per la Salute” si poneva anche molta attenzione a quelli che sono i bisogni della popolazione, individuando filoni innovativi come per esempio la salute di genere. Infine il patto prevedeva l’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza, tra cui l’aggiornamento del nomenclatore tariffario per gli ausili legati alla non autosufficienza che era fermo da molti anni oppure il decreto relativo alle malattie rare, che deve essere aggiornato per contemplare le nuove patologie e consentire l’accesso ai farmaci e alle cure. Purtroppo quei LEA furono annullati dal governo successivo, una scelta che per me resta inspiegabile se non all’interno dei drastici tagli alle risorse per la sanità effettuati dal governo di centrodestra. In quei due anni noi avevamo portato le risorse per i LEA da 93 a 102 miliardi e le risorse per gli investimenti da 27 a 33 miliardi, ma purtroppo questo percorso è stato interrotto. È stato interrotto e non più ripreso neanche dall’ultimo governo di centro sinistra, adesso la parola d’ordine è tagliare. È vero, e nel corso della mia ultima legislatura da parlamentare, insieme ad altre colleghe e colleghi, abbiamo battagliato enormemente perché quelle norme fossero ripristinate, anche perché non solo è stato sollecitato ma nel decreto Balduzzi queste cose sono espressamente normate. Bisogna ripartire da quei punti, oltre che dalla questione dell’integrazione socio-sanitaria. Chiunque di noi conosca una famiglia che si prende cura di un malato di Alzheimer o di altre patologie di lungodegenza, conosce la solitudine nella quale si trovano le persone coinvolte. Questo capitolo della Sanità è una vera emergenza sociale. Il problema è che anche la sanità è rientrata nel clima politico e culturale di questi anni, il cui tema principale è stato quello del risanamento dei conti, dei vincoli di bilancio, dell’austerità. Ma i tagli lineari sono la cosa più dannosa e inefficace per questo settore. Il pregiudizio nei confronti del sistema sanitario italiano è sbagliato, il nostro è un sistema efficiente che va semplicemente razionalizzato e riformato: l’integrazione socio-sanitaria e la ristrutturazione definitiva del settore delle cure primarie, con una sanità pubblica basata sulla medicina territoriale e sugli ospedali e non sugli ospedali con un po’ di medicina territoriale, richiedono un investimento di risorse che in futuro come noto faranno risparmiare. Abbiamo bisogno di un sistema sanitario che punti davvero sul benessere delle persone e quindi rilanci tutte le politiche di prevenzione, e abbiamo bisogno di un sistema sanitario che sia europeo e che continui a fare quella che abbiamo chiamato “diplomazia della salute”, con progetti di cooperazione che consentano di promuovere pace e sviluppo nei Paesi più fragili e di trarre vantaggi da quelli con livelli di ricerca e di efficienza molto elevati. Per concludere vorrei tornare a Le leggi delle donne che hanno cambiato l’Italia: qualcuno ha suggerito che in fondo al libro ci dovrebbero essere delle pagine bianche per annotare le leggi ancora da scrivere. Lei come le riempirebbe queste pagine bianche? Le pagine bianche sono sempre molto interessanti perché presuppongono un elemento di partecipazione, quindi nella nuova stesura prenderò molto in considerazione questa suggerimento. Soprattutto vorrei che chi legge scrivesse cosa sa di quelle leggi e in che modo potrebbero essere migliorate, perché parto dal presupposto che in Italia non ci sia bisogno di costruire tante nuove leggi, ma di applicare bene quelle che ci sono. Parlando di leggi nuove, personalmente vorrei vedere l’approvazione di quella che riconosce alle donne la possibilità di trasmettere il proprio cognome ai figli e di quella sul fine vita. 13

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Incontro traculture La crescita della popolazione non italofona ha determinato l’esigenza di un’educazione interculturale e l’utilizzo di strumenti adeguati alla sua buona riuscita. La mediazione linguistica culturale, nata come semplice servizio di interpretariato, è diventata sempre più un elemento indispensabile nella comunicazione interculturale LIFE L’arrivo massiccio dei migranti stranieri in l’Italia negli anni Novanta ha posto il problema della comprensione linguistica tra gli operatori e le persone arrivate d’altrove che si rivolgevano ai diversi servizi. Si cominciarono allora a improvvisare come interpreti persone che parlavano oltre all’italiano anche un’altra lingua, senza aver fatto però nessun percorso di preparazione/formazione o aver mai sognato di diventare “interpreti”. Gli operatori di diversi settori, in primis quelli socio sanitari, evidenziarono però il bisogno di un’interpretazione che andasse al di là della 14 traduzione letteraria delle espressioni linguistiche e che comprendesse la traduzione dei concetti, dei codici legati al sistema culturale degli altri “mondi”. Emerse così la necessità della presenza di figure di mediazione linguistico-culturale nei diversi servizi pubblici, quali questura, prefettura, ospedali, consultori familiari, scuola, servizi sociali. In Lombardia si fondarono associazioni e cooperative sociali che progettarono e realizzarono percorsi di formazione professionale del mediatore linguistico culturale, cioè corsi di formazione aperti agli immigrati che possedessero un alto livello di conoscenza della lingua italiana. Nel 1998 la regione Lombardia organizzò un corso di formazione di 850 ore, aperto a persone in possesso almeno del diploma: la maggior parte dei partecipanti furono migranti laureati che ora lavorano come mediatrici/ori culturali in diversi servizi di Milano. Ma qual è oggi il ruolo della mediatrice linguistico culturale? Qual è il suo ambito di collaborazione? L’esperienza pluridecennale di lavoro in questo ambito ci porta alla definizione della mediatrice e del mediatore linguistico culturale come una figura professionale che permette e/o facilita la comunicazione tra operatori italofoni e migranti appar- tenenti a lingue e culture diverse. L’elemento basilare del suo ruolo è la traduzione e l’interpretazione delle lingua e del linguaggio, ed è proprio la traduzione del linguaggio, la lettura e l’analisi dello stile comunicativo a richiedere la conoscenza approfondita della cultura di un determinato Paese. La lingua è infatti parte della cultura di una società e il linguaggio è “il concentrato di una cultura”. Contemporaneamente alla traduzione va evidenziato il contributo della mediatrice al livello psicologico-relazionale. Naturalmente la presenza della mediazione culturale è solo uno dei tanti elementi necessari al percorso di integrazione. La collocazione e l’inserimento dei migranti e delle loro famiglie all’interno del nostro Paese richiede infatti che siano messi a conoscenza del contesto istituzionale, delle infrastrutture sociali, sanitarie, educative e delle relative modalità di accesso. Ad esempio, non è così scontato che una donna che arriva da un Paese in cui l’ospedale è l’unico riferimento per qualsiasi problema di salute, possa comprendere la differenza tra ospedale stesso, consultorio familiare o pediatrico etc e che sappia orientarsi tra i diversi servizi. Tanto è vero che molto spesso i pronto soccorso degli ospedali sono intasati, spesso di persone provenienti da altri Paesi, che vi si rivolgono anche per bisogni inappropriati. La stessa cosa accade per i diversi servizi comunali, dove le assistenti sociali si trovano in difficoltà nel dare risposte a donne o famiglie che “non esprimono in modo chiaro il bisogno o piuttosto ti chiedono tutto”. La presenza di una figura di mediazione durante i colloqui “accorcia le distanze” tra l’operatore italiano e la persona migrante, togliendo le barriere linguistiche e mettendo in comunicazione soggetti le cui cul-

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emergere la doppia appartenenza ture sono sovente molto lontane. ta testimone del rispetto delle difculturale e linguistica, spesso altriLa lingua madre permette di traferenze, importante nella creazione menti conservata e nascosta. smettere non solo le nozioni ma andi un clima di fiducia reciproca. A Esprime molto bene questo concetche le emozioni e la mediatrice/mevolte i migranti, non conoscendo in to una bambina peruviana nata in diatore non è tanto un esperta di linmodo appropriato né gli spazi istiItalia che frequenta la seconda gue straniere, ma piuttosto una tuzionali, né il ruolo degli operatori, classe della primaria e dice: “Voglio grande conoscitrice degli usi e dei né i limiti dei propri diritti, portano rivedere la signora spagnola, perché costumi del Paese di origine e poscon sé pregiudizi: “Non ho ricevumi avevano rubato le parole in spasiede l’esperienza migratoria vissuto il servizio richiesto perché non sognolo e lei me le ha ridate”. ta sulla propria pelle. no italiano” , “A noi stranieri ci tratIn tutti gli spazi istituzionali la meÈ proprio questa esperienza, vissutano male, ci danno sempre del tu”. diazione diventa un forte punto di rita e rielaborata, a risultare un’imporDi contro capita che gli operatori inferimento per gli utenti, in quanto tante risorsa che, insieme all’apparterpretino le incomprensioni lingui“ponte” e “filtro” che garantisce l’intenenza alle due culture e lingue, distiche e l’inadeguatezza delle terazione con l’operatore e l’avviciventa uno strumento fondamentaespressioni come disinteresse, namento ai servizi. Il le nell’interazione risultato è tangibile: con le altre persone il numero degli utenmigranti, una ricti immigrati è molto chezza messa a dimaggiore quando sposizione dell’utenuna mediatrice o un te ma anche delmediatore sono l’operatore. La meparte dell’equipe. diatrice è così, per i La collaborazione migranti, colei che con queste figure ha imparato la stracostituisce inoltre, da e diventa guida per gli operatori, un per chi è arrivato dopercorso di conopo, e per gli operatoscenza di elementi ri una guida nell’uniculturali, di acquisiverso culturale delzione di chiavi di l’altro, una lente nellettura di altre cultula lettura dei diversi re e di strumenti di codici culturali. lavoro specifici per L’utilizzo della lingua trattare la tematica madre inoltre garan- Una mediatrice culturale della Protezione civile Emilia Romagna dell’immigrazione, tisce il rispetto delle un laboratorio di continuo “decenpari opportunità: gli utenti sono famancanza di rispetto o povertà cultramento culturale”. cilitati nell’esprimere i propri bisogni turale. L’approccio e il lavoro diversificato e più facilmente riescono a riceveÈ facile che una comunicazione con l’utenza migrante ha indotto re il servizio adeguato. L’espressiocontaminata da pregiudizi allontani molte realtà a un’autocritica sulle ne in lingua madre è infatti istintiva a produca conflitti. La mediazione modalità e l’organizzazione del sere molto meno “controllata” , di conculturale stimola dunque il procesvizio riguardo l’utenza in generale al seguenza le informazioni utili agli so d’integrazione, tramite le azioni di là della provenienza culturale, aloperatori arrivano in modo naturache svolge e tramite il suo esempio la ricerca di un modo per sviluppale e immediato. Sia nel campo soconcreto di persona straniera acculre una nuova cultura del servizio e cio sanitario sia in quello scolastico, turata. nuove metodologie operative. la collaborazione con la mediatrice Negli ultimi anni è diventata prassi funge da leva per trarre informaziodiffusa il coinvolgimento delle meDava Gjoka ni in modo delicato e in meno temdiatrici e dei mediatori nei laboratopo. ri di educazione interculturale nelle Mediatrice culturale La presenza di una figura di mediascuole, grazie ai quali numerosi zione all’interno di un’equipe divenalunni si sentono autorizzati a far 15

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