Azione nonviolenta gennaio febbraio 2015, anno 52, n. 607

 
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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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Fondata da Aldo Capitini nel 1964 | gennaio-febbraio 2015 Formare le forze dell’ordine alla nonviolenza Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 52, n. 607 | contributo € 5,00

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3 A tutela della legalità, della sicurezza, dei diritti Mao Valpiana 4 Elementi di nonviolenza per la Polizia di Daniele Lugli e Elena Buccoliero 6 Il Codice Europeo di Etica per la Polizia 7 Biani alla 7a 8 Sicurezza, violenze e contraddizioni Elena Buccoliero intervista Daniele Lugli 12 Violenti nel nome della legge? intervista a Francesco Morelli 16 Ho visto e posso testimoniare a cura di Mao Valpiana 18 Identificare i violenti a cura della Redazione 20 Come cambia la Polizia municipale intervista a Gian Guido Nobili 22 La nostra banalità (del male) a cura della Redazione 23 Matite temperate e fucili spezzati 24 Prigionieri per la Pace 2015 26 La Campagna scrive al Presidente Mattarella 27 I pensieri dei Maestri sulle forze di polizia 28 Fare i conti con la formazione Elena Buccoliero intervista ad Alessandro Chiarelli 32 Poliziotti come riformatori di Rocco Pompeo 36 DIALOGANDO CON... 38 LA NONVIOLENZA NEL MONDO 42 ATTIVISSIMAMENTE 44 EDUCAZIONE E STILI DI VITA Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Mauro Biani (disegni). Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Alessandra Salis, Sara Colacicco, Mattia Scaccia, Alessandro Galderisi, Angela Argentieri e Franco De Nicola Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, gennaiofebbraio, anno 52 n. 607, fascicolo 442 Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 20 febbraio 2015 Tiratura in 1500 copie. In copertina: Opera di Sergio Zanni Le foto riproducono opere del pittorescultore Sergio Zanni di Ferrara.

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L’editoriale di Mao Valpiana A tutela della legalità, della sicurezza, dei diritti Apriamo questa nuova annata di Azione nonviolenta con un numero interamente dedicato alla proposta di formazione delle forze dell’ordine alla nonviolenza. E’ la nostra risposta alla disinformazione diffusa da molti organi di stampa e comunicazione che mirano a sollecitare il senso di “insicurezza” percepito dall’opinione pubblica. Rapine, omicidi, teppismo, vengono serviti quotidianamente in prima pagina. La repressione pare essere insufficente, e quindi ci vuole una risposta forte, magari i militari per le strade. Poco importa se i numeri dicono che i reati sono in calo. Politici urlanti nei salotti televisivi chiedono l’intervento dell’Esercito. La realtà, invece, parla d’altro: forze dell’ordine insufficenti, mal equipaggiate e troppo spesso inadeguate ad affrontare situazioni critiche o di emergenza. C’è quindi bisogno, al di là delle lamentele e delle denunce, di proposte concrete e costruttive. Noi facciamo la nostra. L’attività delle forze di polizia (Arma dei Carabinieri, Corpo Forestale dello Stato, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Polizia Penitenziaria; Corpo dei Vigili del Fuoco, Corpo delle capitanerie di porto – Guardia costiera; Corpi di Polizia Locali) richiede che tutti gli operatori siano adeguatamente formati per affrontare anche situazioni altamente critiche; nella formazione e nell’addestramento a tal fine sono di grande utilità le risorse approntate dalla ricerca scientifica ed accademica, dalle esperienze storiche e dalla tradizione formativa in ambito sociale, organizzativo e psicoterapeutico della nonviolenza; è quindi necessario disporre attraverso adeguati strumenti normativi l’inclusione nei percorsi formativi di tutto il personale di polizia della conoscenza e dell’uso delle risorse della nonviolenza. Nell’ambito dei movimenti nonviolenti italiani da tempo si lavora e si sperimenta in questa direzione. Già nel 2001, dopo la tragedia delle violenze con esiti anche letali in occasione del G8 di Genova, accogliendo una proposta del “Centro di ricerca per la pace” di Viterbo numerosi parlamentari di tutte le forze politiche presentarono un disegno di legge che proponeva la formazio- Una Polizia nonviolenta? ne di tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine alla conoscenza e all’addestramento all’uso delle risorse teoriche e pratiche della nonviolenza. Una proposta di legge “per” e non “contro”; una proposta di legge utile alle forze dell’ordine, utile alla legalità, utile alla sicurezza pubblica ed al rispetto e alla promozione dei diritti umani. “Quella proposta - dice Peppe Sini, responsabile del Centro - non fu mai calendarizzata, e sebbene nel corso degli anni in varie realtà locali d’Italia – da Milano a Palermo – si siano sperimentate nelle polizie locali e nazionali attività di formazione alla nonviolenza, l’esigenza di un atto normativo nazionale che promuova ovvero istituisca per le forze dell’ordine l’acquisizione di una specifica conoscenza teorica e di uno specifico addestramento pratico alla nonviolenza si pone ancor oggi come una ineludibile urgenza. In altri paesi questa formazione degli operatori di polizia alla nonviolenza è una realtà dal secolo scorso. In Italia è una necessità da realizzare al più presto”. Ora è il momento di porre questo argomento all’ordine del giorno della politica. L’attenzione a come deve agire le polizia fa parte della tradizione nonviolenta, poichè le forze dell’ordine svolgono una funzione decisiva di difesa della sicurezza pubblica, di tutela della legalità, di garanzia del rispetto dei diritti di tutte le persone. Per questo siamo andati a “rileggere” il pensiero di Gandhi e Capitini su questo tema. Dunque anche questo numero della nostra rivista vuole essere uno strumento utile di lavoro, riflessione, documentazione per chi vuole agire la nonviolenza con cognizione di causa. In conclusione il consueto, necessario, decisivo appello. C’è bisogno che la nonviolenza organizzata abbia più forza e sostegno. L’abbonamento ad Azione nonviolenta e l’adesione al Movimento Nonviolento sono atti concreti da fare subito. DIRETTORE Azione nonviolenta | 3

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Elementi di nonviolenza per la Polizia Cinque disegni di legge per una formazione possibile che di una formazione per le persone che hanno il compito necessario, delicato e terribile, di usare anche la forza per reprimere o impedire comportamenti violenti. Una riflessione dall’interno è quella condotta con Alessandro Chiarelli, poliziotto, sindacalista e scrittore, e proseguita con Gian Guido Nobili trattando di un’altra realtà, quella della Polizia Municipale, in molti casi impiegata anche come polizia giudiziaria. Il richiamo alla nonviolenza ha il senso di offrire uno strumento ulteriore per l’esercizio di questo potere/dovere nei confronti dei cittadini. È richiamo al rispetto della dignità delle persone anche quando siano oggetto di un intervento sul loro corpo e a considerare sempre, nella preparazione e nell’attuazione degli interventi, l’adeguatezza dei mezzi rispetto ai fini che ci si propone. È anche ciò a cui già la legge richiama gli agenti a partire dalla Costituzione, come non manca di sottolineare il giurista e avvocato Francesco Morelli, e ciò verso cui i criteri dell’Unione Europea ci orientano. Proprio di fronte a una fiducia che nel nostro paese resta alta nei confronti delle forze dell’ordine e a richieste forse esorbitanti le capacità di qualsiasi polizia, è necessario perseguire la formazione più attenta al contesto nel quale l’attività si svolge. Una ormai lontana esperienza sul campo, in assen- di Daniele Lugli e Elena Buccoliero* Che la situazione nella quale viviamo sia dai più percepita come di crescente insicurezza, aumentata dai recenti fatti di terrorismo, è un dato da molti affermato. Le richieste rivolte agli agenti, della pubblica sicurezza incaricati, si fanno crescenti e addirittura pressanti. È evidente anche solo per questo che gli stessi dovrebbero avere la miglior selezione possibile quanto a vocazione e caratteristiche, da migliorare con una formazione adeguata e costantemente aggiornata in una società in cui tutto cambia, e cambiano anche le esigenze di sicurezza. Proposte di legge presenti in Parlamento pongono appunto come centrale l’introduzione della nonviolenza nella formazione delle forze dell’ordine, anche avvalendosi di esperti esterni. Una prima proposta, “Norme di principio e di indirizzo per l’istruzione, la formazione e l’aggiornamento delle forze di polizia”, è stata presentata in Senato il 6 dicembre 2001 da Achille Occhetto e sottoscritta da parlamentari di diverse forze politiche. Pur provocata dalle terribili vicende che hanno accompagnato e seguito il G8 di Genova, le motivazioni su cui si basava non hanno perso di attualità e ritornano oggi in cinque progetti di legge tra loro abbastanza simili. La documentazione predisposta dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo diretto da Peppe Sini, ispiratore della prima proposta e costantemente impegnato nelle successive, è stata distribuita dalla Presidente della Camera, Laura Boldrini, alla competente Commissione Parlamentare, affinché possa prenderne visione. Merito delle proposte in questione è quello di introdurre un approfondimento sulle caratteristi- * Della Redazione di Azione nonviolenta, del Movimento Nonviolento di Ferrara, curatori di questo numero monografico. 4 | gennaio - febbraio 2015

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za di ogni previsione legislativa, è quella di Andrea Cozzo, della quale pure si dà conto, così come in questa direzione va la formazione della polizia catalana per intervenire nei riguardi di persone con problemi psichici imparando a distinguerle dai delinquenti. Un passaggio che può aiutare a distinguere, poi, l’atto criminale dalla persona che lo commette, la cui dignità deve continuare ad essere protetta in uno stato democratico. Poliziotti così formati e con questa capacità di intervento favoriscono (e sono favoriti da) un modo di guardare alla stessa polizia in grado di rinunciare ai prevalenti, opposti stereotipi di eroe o aguzzino, per comprendere ciò che avviene al loro interno in modo più realistico, attento alle differenze tra realtà e rappresentazione, alle diversità tra le persone, alle tensioni al cambiamento presenti anche in una realtà altrimenti percepita immobile e rigida. I reati calano ma non ci si sente più sicuri Tutti i reati in calo nel 2014, lo dice il Ministro dell’Interno, cioè meno omicidi, meno rapine, meno furti: complessivamente -8%. È una conferma del Rapporto 2014, Istat Cnel, Benessere equo e sostenibile. Ma secondo il Rapporto una persona su tre non si sente sicura ad uscire da sola alla sera. E la sicurezza non è migliorata, (Demos 2014), anzi per il 40% è peggiorata. Decisive nella percezione sono la rappresentazione dei media e la cosiddetta microcriminalità. Disegni di legge depositati - Senato e Camera Senato n. 1515 - “Norme di principio e di indirizzo per l’istruzione, la formazione e l’aggiornamento del personale delle Forze di polizia”, 10 giugno 2014; n. 1526 - “Norme per l’inclusione della conoscenza e dell’addestramento all’uso delle risorse della nonviolenza nell’ambito dei percorsi didattici per l’istruzione, la formazione e l’aggiornamento del personale delle forze di polizia”, 16 giugno 2014; n. 1565 - “Norme per l’inclusione della nonviolenza nei percorsi formativi del personale delle forze di polizia”, 14 luglio 2014. Camera dei Deputati n. 2698 - “Norme per l’inclusione della conoscenza e dell’addestramento all’uso delle risorse della nonviolenza nell’ambito dei percorsi didattici per l’istruzione, la formazione e l’aggiornamento del personale delle Forze di polizia”, 4 novembre 2014; n. 2706 - “Norme di principio e di indirizzo per l’istruzione, la formazione e l’aggiornamento del personale delle Forze di polizia”, 5 novembre 2014. Azione nonviolenta | 5

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Codice Europeo Etico per la polizia Competenze e limiti degli interventi di ordine pubblico La formazione deve svolgersi sia al momento dell’assunzione sia durante il servizio, “basata sui valori fondamentali della democrazia, dello stato di diritto e della tutela dei diritti umani”, così da assicurare tutori dell’ordine che condividono i principi della convivenza e se ne fanno garanti. Il Codice distingue una formazione su temi generali, “il più possibile aperta nei confronti della società” e quando possibile condivisa con altri attori, da una “formazione pratica rispetto all’uso della forza e ai suoi limiti”, rivolta a tutti i livelli dell’organizzazione “in relazione ai principi riconosciuti sui diritti umani, quali quelli sanciti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e nella relativa giurisprudenza”. Il Codice dedica all’uso della forza una sezione che scolpisce chiaramente competenze e limiti, cosicché la polizia: non deve infliggere, istigare o tollerare atti di tortura, trattamenti o pene inumane o degradanti in qualsiasi circostanza; può fare uso della forza solo se strettamente necessario e solo nella misura necessaria al raggiungimento di un obiettivo legittimo; deve sempre verificare la legalità delle azioni che intende mettere in atto. Inoltre “il personale di polizia ha il dovere di non eseguire ordini che siano chiaramente illegali e di denunciarli, senza timore di sanzioni” e deve orientare ogni sua azione a principi di imparzialità e non-discriminazione, tenendo in conto i diritti fondamentali di ognuno. La privazione della libertà personale deve essere il più possibile limitata e “gestita nel rispetto della dignità, della vulnerabilità e dei bisogni personali di ogni detenuto. […] La polizia deve provvedere alla sicurezza, alla salute, all’igiene e all’adeguata alimentazione delle persone durante il periodo in cui esse sono in sua custodia. Le celle di polizia devono essere di dimensioni ragionevoli, con illuminazione e ventilazione adeguata ed essere idoneamente attrezzate per il riposo”. L’intero documento auspica una relazione aperta e fiduciosa tra cittadini e forze dell’ordine: “devono essere promossi – c’è scritto - meccanismi di responsabilità basati sulla comunicazione e sulla reciproca comprensione tra i cittadini e la polizia”. a cura della Redazione Il Codice Europeo di Etica per la Polizia, ispirato alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e preceduto da numerosi altri interventi dell’Unione, fin dal 1979, è contenuto nella Raccomandazione Rec(2001)10 del Comitato dei Ministri. Con questo documento il Consiglio d’Europa ha voluto fornire un insieme di principi e orientamenti per definire gli obiettivi generali, il funzionamento e il controllo delle forze dell’ordine e al tempo stesso una base per dirimere conflitti o indirizzare politiche di riforma nazionali o regionali. I 66 articoli trattano: gli scopi della polizia; il suo fondamento giuridico nello stato di diritto; la polizia e il sistema della giustizia penale; strutture organizzative; linee guida per azioni/interventi; responsabilità e controllo della polizia; ricerca e cooperazione internazionale. Un particolare risalto è riconosciuto al reclutamento e alla formazione. Il personale più adatto è quello con “qualifiche ed esperienze conformi agli obiettivi della polizia” (non dissimili dai valori e gli obiettivi della democrazia) e dotato di “solida capacità di giudizio, apertura mentale, maturità, imparzialità, capacità di comunicare e, dove necessario, leadership e competenze gestionali. Inoltre, deve avere una buona comprensione delle problematiche sociali, culturali e delle comunità”. 6 | gennaio - febbraio 2015

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Biani a alla 7

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Sicurezza, violenze e contraddizioni Una formazione aperta, per affrontare il conflitto di sempre più ristrette minoranze. Ad una percezione di crescente insicurezza che non ha fondamento nell’andamento dei reati più gravi, e che quindi ha origine ben diversa e più generale, è più semplice rispondere invocando misure draconiane nei confronti dei soggetti più facilmente individuabili come pericolosi, e colpibili come deboli. Cioè, affidare alla polizia, che ne ha legittimità, la violenza verso soggetti da scartare? C’è anche questo. Diventa importante il ruolo di rassicurazione dopo che, attraverso i media, si è bombardati dalla rappresentazione di un’insicurezza crescente, che i fatti di terrorismo certo incrementano e diffondono. Ma è un compito che le forze dell’ordine, quali che siano i mezzi messi a disposizione (e in Italia sono certamente insufficienti), non possono neppure lontanamente affrontare da sole. “Sicuro” etimologicamente significa “senza preoccupazione”, e si può essere senza preoccupazione se la cura della situazione in cui si vive è collettiva e usando tutte le risorse e l’intelligenza disponibili. Tu dici che c’è meno bisogno di un controllo violento se vi è più partecipazione alla vita collettiva? Questo è certamente vero, e sono molti i dati che corroborano questa affermazione a scala locale, Elena Buccoliero intervista Daniele Lugli* Mi ripeti spesso che la nostra Costituzione indica un solo reato: cominciamo da qui? Enunciati i principi fondamentali, la nostra Costituzione dice della punizione di ogni violenza fisica o morale nei confronti di persone private della libertà. È l’unico articolo nel quale si parla di un reato e della sua necessaria sanzione. Riguarda chi può usare la forza nei confronti di cittadini a difesa di un interesse pubblico e della sicurezza della generalità, quindi in primo luogo le cosiddette forze dell’ordine. È la traduzione costituzionale dell’habeas corpus. Un’osservazione possibile, che anzi la Corte Europea non ha mancato di fare, è che in Italia rare sono le condanne di chi porta una divisa anche se travalica i limiti costituzionali. Come è percepita dall’opinione pubblica la violenza delle forze dell’ordine? È molto diverso secondo che se ne sia colpiti personalmente, o come familiari, o ci si senta meglio tutelati da una polizia capace di usare maniere forti. Qui nasce un primo problema che ci riguarda come amici della nonviolenza. Noi ci preoccupiamo di una formazione che introduca migliori comportamenti nelle polizie, eppure tra le istituzioni del nostro paese le uniche che godono di un generale consenso sono le forze armate e le forze dell’ordine, e tra tutte spicca la Benemerita, che assieme è forza armata e dell’ordine. Vuoi dire che la richiesta di trasformare o arricchire l’intervento delle forze di polizia è molto minoritaria? Lo è, trattandosi di una richiesta ragionata e motivata, e motivare e ragionare è, in Italia, un dato * già Difensore Civico dell’Emilia Romagna 8 | gennaio - febbraio 2015

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nazionale, europea ed internazionale. Resta certo il problema della criminalità organizzata, che però richiede strategie e interventi che hanno poco o nulla a che fare con il nostro tema. Vediamo interventi violenti nel contenimento di persone fuori controllo oppure nelle grandi manifestazioni. E qui mi pare che la condanna collettiva non tardi ad arrivare. Non ne sono così sicuro. Anche su questo vedo una polarizzazione, enfatizzata dalla stampa e dalla televisione, nella lettura degli avvenimenti. Di fronte a violenze del tutto ingiustificate e che hanno assunto il carattere di vera e propria tortura, fino a condurre alla morte un ragazzo nella mia città, c’è voluta tutta la determinazione dei genitori, e un’attività di indagine, per giungere ad una sentenza che rompesse il muro di omertà e di vere e proprie falsificazioni che avrebbe garantito, come normalmente avviene, l’impunità. E anche quando i fatti sono risultati accertati aldilà di ogni ragionevole dubbio, è rimasto l’applauso con cui i responsabili di quei fatti sono stati salutati in un convegno di colleghi e affermazioni largamente condivise secondo le quali, quella morte, il ragazzo in fondo se l’era cercata. I meccanismi di giustificazione della vittima non mancano mai. Nel caso di Federico Aldrovandi, l’uso di sostanze è stato utilizzato per sminuire la violenza degli agenti, o per rafforzarne la necessità. Io resto convinto che se gli agenti avessero avuto un’idea di chi avevano di fronte i loro comportamenti sarebbero stati molto diversi. In un caso egualmente drammatico l’uso, in quel caso accertato, di sostanze è stato evocato per motiva- re la particolare fragilità del soggetto, morto per percosse che per altri sarebbero state resistibili. Ricordo una vicenda ormai lontana nel tempo, quella di Serantini, ucciso durante una manifestazione, per il quale si parlò di una peculiare fragilità delle ossa del cranio, che era stato giustamente e moderatamente colpito. Il dialogo con Aldo Capitini su manifestazioni, violenza, polizia Ero a Perugia nel ’63 al convegno internazionale sulle tecniche della nonviolenza. Era in corso una petizione promossa dalla Federazione Giovanile Comunista per il disarmo della polizia nelle manifestazioni sindacali e politiche, ad evitare incidenti fatali, e ricordo di aver sostenuto l’opportunità di aderire. L’uso delle armi da fuoco nelle manifestazioni mi pare si fosse fermato ai morti di Reggio Emilia ai tempi del governo Tambroni, nel ’60, ricordo però che nel ’62, non per uso di armi ma schiacciato da una camionetta lanciata per spezzare una manifestazione, era morto a Milano un mio coetaneo, Giovanni Ardizzone. Pur auspicando che nessuno si facesse male durante le manifestazioni, a me pareva più comprensibile che succedesse ad un esperto in sicurezza, come un poliziotto appunto, capace di affrontare i rischi, proprio come in un incendio, meglio se tutti restano illesi, ma è quasi più accettabile che si faccia del male un vigile del fuoco. E Capitini? Attento a tutte le argomentazioni, anche alle più bislacche e meno fondate, mi fece allora intravvedere l’importanza di contribuire a manifestazioni che allontanassero o riducessero un possibile impatto violento. Che fossero cioè, come ho imparato a ripetere da allora, tese a rendere manifesto ai molti una convinzione di minoranze; o dimostrazioni, tese a dimostrare il buon diritto di lavoratori in sciopero, o di studenti, e non a spaventare i cittadini, magari con atti vandalici o con aggressioni verso le forze dell’ordine. Poi però i media tralasciano il perché delle manifestazioni e raccontano solo le violenze. È che, come Capitini ci ha insegnato, i mezzi prevalgono sul fine e anzi lo pregiudicano. Ma questo è vero dal lato dei cittadini ed è vero anche per quei cittadini in uniforme che hanno un compito grave e delicatissimo, perché a loro è dato il monopolio della violenza legittima in situa- Azione nonviolenta | 9

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zioni di pace. L’uso errato di questa possibilità ha degli effetti profondi. Ricordo un episodio lontanissimo: cinquant’anni fa per la prima volta, come gruppo di azione nonviolenta impegnato per l’obiezione di coscienza, decidemmo di tenere a Milano una manifestazione non autorizzata. Nell’accompagnare in questura uno di noi che si limitava alla resistenza passiva, un graduato lo trascinò malamente e colpì, anche. Era il giorno di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, e l’agente apparve pentito: “Cosa m’avete fatto fare, proprio oggi? Mi hanno visto, e io non faccio mai così”. Ci toccò praticamente di consolarlo. Ma quando penso a un effetto profondo ho in mente ad esempio le botte inferte, durante uno sgombero, ad un capofamiglia che occupa abusivamente una casa. La violenza alla quale il figlio magari piccolo assiste non sarà probabilmente priva di lunghe e pesanti ricadute nel tempo. Del resto non è sanato il trauma provocato dai fatti di Genova ormai più di tredici anni fa. Quando dici Genova penso anche a Bolzaneto e ad un’ulteriore condizione, quella di chi è nelle mani delle forze dell’ordine. Ricordo che, come Difensore civico, ti sei interessato delle celle di sicurezza. Per un episodio verificatosi a Ferrara ho avuto l’immediata collaborazione del Comandante dei Carabinieri visitando la cella e rendendomi con precisione conto di come i fatti si erano svolti ed erano stati fedelmente videoregistrati. Non così mi è stato possibile fare per Parma, dove una cella di sicurezza dei Vigili Urbani era stata teatro di violenze in un momento nel quale, in varie città, Sindaci o assessori sceriffi progettavano reparti speciali. Certo, mi sarebbe piaciuto conoscere meglio la situazione delle celle di sicurezza di questure e caserme. Un tentativo fatto non ha incontrato molta collaborazione. Se è vero che fatti gravissimi identificabili come vera e propria tortura - anche se in Italia il reato manca - possono verificarsi per strada, o negli ospedali, i locali di questure e caserme sembrano spesso non deputati alla sicurezza ma alla massima insicurezza, per chi vi è portato. Molte ragioni possono essere indicate per spiegare la violenza delle forze dell’ordine, oltre alla necessità, che è pur sempre possibile, per esempio di fronte a persone armate. Tra le ipotesi – faziose e no – c’è anche il tipo di formazione ricevuta. Su quest’ultimo punto sono in esame diverse proposte di legge. È effettivamente uno degli aspetti dai quali partire? È un mestiere delicatissimo, quello del poliziotto o del carabiniere, richiede equilibrio e vocazione, e molta attenzione alle persone. Spesso anche questo manca ma succede anche in altri mestieri, come tra gli insegnanti. Lo scarso civismo e senso di legalità, generalizzato nel nostro Paese, non è compensato dall’indossare una divisa, che magari aggiunge arroganza e prepotenza, voglia di rifarsi delle umiliazioni e frustrazioni alle quali la professione spesso espone. È sempre difficile dare ciò che non si riceve. L’attenzione alle persone, se è poco presente strutturalmente – e io non so se è così, ma potrebbe – capisco sia difficile esprimerla verso i cittadini. Sarebbe auspicabile una trasformazione più profonda, che non riguardasse soltanto la formazione? Ma forse questo è utopistico… C’è stato, nella polizia, un periodo di impegno per giungere alla possibilità di sindacati e dunque di organizzazioni democratiche che bilanciassero la gerarchia interna, e tra gli stessi carabinieri non manca chi si ricorda la necessità di conformarsi all’ordinamento democratico della Repubblica. Ed è vero che, se internamente il potere si esercita in forme autoritarie e repressive, più facilmente l’azione degli agenti avrà gli stessi, magari accentuati, caratteri. Una forma- 10 | gennaio - febbraio 2015

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zione, per la quale so esserci impegno sia nelle forze di polizia che nei carabinieri, non può controbilanciare aspetti strutturali. E non sarà l’aggiunta della materia nonviolenza, alle altre molte materie di studio per diventare graduati o ufficiali, che può porvi rimedio. Tuttavia, che cosa della nonviolenza può a tuo avviso essere utile per un tutore dell’ordine? Due elementi fondamentali: l’attenzione alle persone, visto il potere sulle stesse che si è chiamati ad esercitare, e l’adeguatezza dei mezzi rispetto al fine, per cui se si può comprendere che in situazioni di difficoltà le persone reagiscano piuttosto che agire consapevolmente, prevedendo sviluppi e conseguenze delle proprie azioni, lo stesso non vale per gli specialisti, che agiscono tenendo conto della sicurezza propria e di quella delle persone, tutte, per le quali un potere così critico è loro affidato. Dovrebbero essere in grado di farlo, sia come consapevolezza di sé e autocontrollo, sia come capacità di lettura delle situazioni. Una formazione alla nonviolenza potrebbe aiutare in questo? Sì, perché è una formazione ad affrontare il conflitto e, per quanto possibile, a trasformarlo evitando conseguenze fatali o comunque gravi. È molto importante riflettere su quanto è avvenuto e avviene sia nei confronti di manifestazioni tumultuose che nel fermo di persone difficili da contenere. Come ripete Pat Patfoort, non possiamo cambiare il passato ma possiamo impostare un futuro diverso. Invece sembra spesso che venga ripetuto un copione già noto. Vengono sperimentate formazioni congiunte tra forze di polizia, operatori socio-sanitari, volontariato ed altro. In Emilia Romagna tu stesso le hai sollecitate. Con quali obiettivi possibili e quali ricadute? Qualche ricaduta positiva, pur modesta, c’è stata. Progetti condivisi dalle diverse componenti sono entrati nelle pratiche operative. Ma il confronto interistituzionale dev’essere una caratteristica permanente, non un’iniziativa di tanto in tanto. Ad esempio, per manifestazioni sindacali o simili, una formazione comune potrebbe esserci, promossa appunto dai sindacati dei lavoratori, polizia compresa, con anche gli organismi di rappresentanza dei carabinieri, perché le manifestazioni e le dimostrazioni siano quello che il nome sta a significare. In altri ambiti una formazione che vede come essenziali l’intervento di diverse competenze professionali abitua a una collaborazione nelle situazioni critiche e quindi al ricorso a chi è meglio preparato per affrontarle, o alla miglior combinazione delle competenze disponibili. Certo è una preparazione che ha bisogno di continui aggiornamenti, anche perché le persone devono assumere decisioni difficili e impegnative in tempi rapidissimi. In una società nonviolenta sarebbe possibile fare a meno della polizia? Gandhi collocava quest’eventualità in un futuro che non riusciva a vedere, anche se attribuiva questa miopia alla propria insufficienza. Capitini ha parlato della necessità di forme di collaborazione con la polizia dandola quindi per scontata, anche se esperta nell’uso di strumenti non letali. Secondo Gandhi gli agenti per la sicurezza pubblica dovrebbero essere “riformatori”, avanguardie di una profonda trasformazione della società verso la nonviolenza, proprio perché a loro è affidata la possibilità di usare il massimo della repressione e della coercizione - nel quadro di una democrazia che ha per sovrano il popolo, non il generale o il capo della polizia, il Presidente della Repubblica o il capo del Governo. Il loro comportamento concreto ci dice a quale livello di incivilimento perveniamo. Una formazione aperta, come direbbe Capitini, e nella direzione che ho cercato di indicare, mi pare potrebbe mettere su una buona strada. Azione nonviolenta | 11

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Violenti nel nome della legge? L’uso della forza nei limiti costituzionali tarsi almeno con l’uso legittimo delle armi (inclusa la violenza senz’armi) e la legittima difesa. Queste scriminanti richiedono la proporzione tra azione e reazione, criterio che, insieme alla necessità, viene a mio parere puntualmente disatteso nei casi di dinamiche lesive poco chiare che coinvolgono operatori delle forze dell’ordine. Ho l’impressione che, talvolta, le forze di polizia si sentano legittimate a compiere atti di violenza per portare a termine ciò che ritengono sia un loro dovere anche oltre i limiti previsti dal codice penale. Certo, nessuno contesta che il lavoro delle forze dell’ordine sia assolutamente improbo: rischiano tanto per poco, con strumenti inadeguati, svolgendo un lavoro difficile in un paese difficile. Così come, se parliamo del carcere, sappiamo quanto sia duro il compito della polizia penitenziaria. Ciò nonostante certe situazioni sono completamente intollerabili, in strada come negli istituti di pena. Possiamo fare un esempio? Se nel corso di una manifestazione una massa di persone percorre una via interdetta al passaggio, non la si può investire con i mezzi semicorazzati: non c’è il requisito della proporzione e nemmeno della necessità. Ho scelto un caso iperbolico per evidenziare il ragionamento che la legge impone. In Italia questo oggi non succede, ma violenze di altro tipo – a mio parere non giustificate e soprattutto non legittime – sono state perpetrate troppo spesso, anche nel nostro paese. In seguito a queste vicende vedo giustificazioni che rivelano un grave fraintendimento sulle norme. Non si possono provocare gravi lesioni su qualcuno che semplicemente se ne sta fermo a presidiare una piazza o non collabora al proprio arresto. E le sentenze che cosa dicono? Spesso il contrario, purtroppo. Molte sentenze tendono a ricondurre queste dinamiche, anche violentissime, all’adempimento del dovere da parte delle forze dell’ordine, applicando la norma in modo davvero troppo ampio. Questo è intervista a Francesco Morelli* Cosa prevede la legge trattando dell’uso della forza da parte delle forze di polizia? Le forze dell’ordine hanno giustamente il monopolio dell’uso della forza. Esiste una quota di violenza legittima che dev’essere riconosciuta ed è giustissimo che sia così. Il punto è che il loro ruolo e le loro funzioni legittimano, appunto, soltanto una quota di violenza legittima, oltrepassata la quale la condotta diventa reato, come per tutti. Esistono norme del diritto penale che spiegano quando l’uso della forza è legittimo e quando non lo è; esse disciplinano le scriminanti: l’adempimento del dovere, l’uso legittimo delle armi, la legittima difesa. Il limite è noto agli operatori di polizia? A mio avviso non c’è una conoscenza chiara. Molte condotte si considerano spesso inglobate nell’adempimento del dovere, scriminante prevista per condotte che costituirebbero un reato e sono invece legittime per gli operatori delle forze dell’ordine. Faccio due esempi: privare qualcuno della libertà personale è un sequestro di persona, ma non lo è se ciò avviene in forza di un arresto in flagranza di reato; costringere qualcuno a non percorre una via integra il reato di violenza privata, ma non se per ordine dell’autorità. Questa scriminante però non dice niente sul “come” il dovere debba essere attuato: per questo ci vogliono altri riferimenti normativi. E non è accettabile che gli obiettivi possano essere raggiunti con qualsiasi mezzo. Come si stabilisce il limite? Quando il “come” si fa violento occorre confron- * Avvocato, ricercatore in Diritto processuale penale all’Università di Ferrara, dove insegna Tecniche d’indagine 12 | gennaio - febbraio 2015

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evidente analizzando la giurisprudenza degli ultimi anni, dal processo Aldrovandi in poi. Credo siano interpretazioni che i giudici generalmente adottano soltanto quando l’imputato è un esponente delle forze dell’ordine. Perché tanto riguardo? Non credo sia bieca parzialità, forse semplicemente una malintesa cautela nel bilanciare gli interessi tutelati dall’azione violenta della polizia, che dovrebbero essere le esigenze di sicurezza collettiva, con i diritti dell’individuo che nell’azione poi soccombe o riporta lesioni. Ma è un ragionamento che non tiene: le categorie giuridiche non si possono adattare a seconda dei protagonisti. Penso anche alla norma sull’omicidio preterintenzionale, applicata – per gli esponenti delle forze dell’ordine – in maniera obiettivamente più ristretta che per chiunque altro, come ci si accorge scorrendo le massime della giurisprudenza. Come valuta questa tendenza? Mi spaventa molto. Mi preoccupa molto di più dei fatti in sé. Senza voler sembrare cinico, avere una polizia violenta (e io penso che la nostra spesso lo sia, e mi riferisco a tutti i corpi, sapendo bene che la differenza la fanno le persone e non il colore della divisa, qui come in tutti i campi) è un problema relativo se parametrato alla gestione dei processi penali, perché l’errore può esserci a patto poi che il giudizio sia sereno, secondo diritto e secondo logica. E allora mi aspetto che il sistema che ha sbagliato nella persona di un agente, ripari – solo giuridicamente, non materialmente purtroppo – con una sentenza giusta, ossia rispettosa dei canoni logici e giuridici. Che atteggiamento riscontra, su questi temi, nelle forze dell’ordine? Le prese d’atto per fortuna non mancano. È bello vedere che molti esponenti, anche impegnati in operazioni rischiosissime, non mancano di assumere posizioni molto equilibrate, molto oneste e del tutto in sintonia con la tutela costituzionale della persona e della democrazia. Ma esistono, lo dico con rammarico, anche posizioni violente, che sono sostanzialmente rivendicazioni infondate di un’autorità repressiva, feroce, e giuridicamente inesistente. Di che cosa ci sarebbe bisogno? Quello che le forze dell’ordine possono e devono fare – e parlo del Ministero e dell’apparato organizzativo globale – è cambiare totalmente la loro formazione. E, pur tenendo all’impostazione culturale che non penso possa mancare, inizierei a pormi il problema della formazione tecnica e giuridica su come affrontare quei frangenti in cui una dose di violenza si fa necessaria. Ogni volta che in un processo si cerca di compren- Azione nonviolenta | 13

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dere come doveva avvenire l’arresto e come concretamente è avvenuto, non si capiscono le fonti della formazione, quali protocolli si applicano, e cosa e come viene insegnato agli agenti, quale metodo hanno in mente quando vanno in strada. L’istruzione dibattimentale del processo Ferrulli a Milano è molto preoccupante da questo punto di vista e mi stupisco che la cosa non abbia allarmato praticamente nessuno tra le istituzioni. Sono invocati dei protocolli, poi si dice che sono stati sostituiti da altri ma non si capisce quali, la stessa polizia non è in grado di chiarirlo. Se il riferimento è ancora il PSD (Police self defence), la descrizione dell’arresto che esso offre è sempre molto diversa da come si svolgono i fatti. Che le forze dell’ordine non chiariscano la formazione ricevuta non mi sembra una coincidenza, anche perché le modalità di intervento nei casi più gravi si assomigliano moltissimo. Penso ci sia un momento, della loro istruzione, che viene scientemente mantenuto poco chiaro. E se la formazione non ci fosse? Per quanto questo mi lasci stupito, potrebbe essere vero. Se è così è ancora più grave. Se chi è padrone delle norme, Parlamento e Governo, manda in strada le forze dell’ordine senza istruzioni precise, questa è la prima azione violenta. Ma allora diciamolo chiaramente: la formazione non c’è! Il mio sogno è che un poliziotto o un carabiniere, a questo punto non importa se cinico o frustrato o intollerante, sappia esattamente cosa deve fare e come farlo per compiere il suo dovere nel rispetto della persona altrui, e, a prescindere da quello che gli passa per la testa, lo faccia. E se la polizia, in un determinato caso, con i mezzi legittimi non riesce a svolgere il suo intervento? Quando è chiaro che la violenza sarebbe sproporzionata rispetto alla resistenza del privato, la polizia deve cedere. L’atto non si compie a tutti i costi. Certo, chi compie un arresto ha tutto il diritto di bloccare la persona, di fermarla, e anche di rispondere con violenza se l’altro resiste attivamente, ma con un’azione proporzionata, necessaria. Io voglio capire, invece, che cosa succede nella testa degli agenti quando si accorgono che con le tecniche non lesive che conoscono non ce la fanno. Se due trentacinquenni di 75 chili devono fermare una persona che ne pesa 110 e che resiste, come procedono, una volta esauriti i modi legittimi, ammesso che li conoscano? Pensano “uso il manganello, sparo, lo investo con la macchina purché io lo porti in caserma” oppure realizzano che, non potendo oltrepassare un certo limite, sono nell’impossibilità di compiere il proprio dovere e perciò si fermano, consapevoli che nessuno potrà biasimarli per questo? Sono interrogativi che dovremmo farci, che un tempo non ci facevamo. Si può sparare ad una persona che scappa all’alt? No, c’è giurisprudenza costante su questo. Però nei casi concreti a volte succede, e se non proprio questo, qualcosa di molto analogo. Le forze dell’ordine però ricevono anche richieste a livello politico, gerarchico, dall’opinione pubblica, dai media… non sempre concordi con ciò che stiamo dicendo. C’è un grande divario tra le esigenze di sicurezza cavalcate dalla classe politica, anche strumentalmente, e quello che invece il diritto impone alla luce di questi limiti. Nelle vicende più clamorose degli ultimi anni non c’è quasi mai una dinamica offesa-difesa, o se c’è, l’offesa è minima e decisamente inferiore alla reazione. Quattro contro uno, sei contro uno, manganelli o pistole contro niente… questo è il punto che dobbiamo guardare. La dinamica offesa-difesa vale per la polizia come per i cittadini: nessuno condannerebbe un poliziotto che spara a chi sta per sparare, ma il discorso è ben diverso se siamo di fronte ad una violenza massiccia, applicata per il compimento di un atto che si suppone legittimo (e quasi mai lo è), con una sproporzione assurda tra le parti, tollerata invocando norme scriminanti in modo strumentale e inappropriato. 14 | gennaio - febbraio 2015

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Ma che significato assume il poliziotto che si ferma prima di superare il limite? Questo è il punto. Presumo venga interpretato come la sconfitta dello Stato, che si piega al capriccio e alla resistenza dell’individuo, e non è così. Rinunciare all’atto, pur doveroso, perché occorrerebbe troppa violenza per realizzarlo, può sembrare una resa di fronte a chi non si attiene alle regole della democrazia, ma quella resa è imposta da valori ben più importanti: la dignità delle persone tutte, la libertà personale e ovviamente il principio per cui la vita e l’integrità sono intoccabili e possono essere compresse soltanto in situazioni limite. Quando l’agente lascia andare il criminale che scappa all’alt e rinuncia a sparargli, non si sta arrendendo alla supremazia del crimine, sta rispettando i diritti di tutti, anche dei criminali. Diritti che non si devono compromettere salvo che ci sia un’esigenza immediata e inevitabile. Questo chiede la democrazia. Un piccolo inconveniente tollerabilissimo, corrispondente a quella dinamica del processo penale per cui è preferibile lasciare libero qualche colpevole pur di non condannare degli innocenti, e difatti i giudici emettono sentenza di condanna solo oltre ogni ragionevole dubbio. L’opinione pubblica è pronta ad appoggiare questa visione? La mia idea personalissima è che questa visione del rapporto individuo-autorità non sia radicata, e non dico nelle forze dell’ordine ma in una buona fetta di cittadinanza di cui anche le forze dell’ordine fanno parte. I diritti in questo paese spesso sono interpretati come privilegio personale. Fuori dai denti, penso che molti ritengano il proprio diritto alla vita e all’integrità fisica più intenso di quello di uno spacciatore appena arrestato, o di un manifestante, o di un detenuto, o di uno straniero irregolare: queste persone, secondo un frequente luogo comune, alla fine “se la son cercata”. Non è così. A che punto siamo con l’introduzione del reato di tortura? Siamo messi molto male. Avanza un progetto di legge che ingloba la condotta di tortura entro limiti talmente stretti da rendere davvero difficili le incriminazioni. Il primo segnale è l’inserimento del requisito di un dolo specifico, cioè l’azione violenta potrà essere qualificata come tortura solo se commessa al fine di raggiungere degli obiettivi, come estorcere una dichiarazione o stigmatizzare l’orientamento sessuale o l’appartenenza etnica. Questo bloccherà in molti casi la possibilità di applicare la norma, perché non sempre ricorrono fini precisi. E una volta che questi fini siano esauriti e ci confrontiamo semplicemente con il sadismo cosa facciamo, diciamo che non c’è tortura? Occorre aggiungere qualcosa di più pensando all’azione delle forze dell’ordine nelle manifestazioni? Insomma, se un funzionario ordina la carica con i manganelli verso persone ferme che non vogliono allontanarsi dalla loro posizione, non vedo l’esigenza di nuove norme. Le norme ci sono già e vanno applicate. L’unica aggiunta senz’altro necessaria è prevedere l’identificazione dei componenti delle forze dell’ordine durante le operazioni di ordine pubblico. E non mi accontento di un numero che non ricorderò: io voglio il nome e che sia scritto abbastanza chiaramente. Alle esigenze di riservatezza penseremo un’altra volta. Se sono sotto le manganellate non riesco a ricordarmi un numero di matricola ma posso leggere un nome, e se qualcuno mi carica a volto coperto voglio sapere come si chiama. Abbiamo tanti video che mostrano vere e proprie macellerie, senza che mai gli autori di quelle violenze siano stati riconosciuti. Poi certo, sappiamo anche quanto è forte, in determinate circostanze, il disagio di quei poliziotti che non condividono certi ordini. Sono dinamiche verissime. Le forze dell’ordine sono piene di persone che si impegnano davvero, perciò non chiedo di generalizzare, ma di individuare azioni illegittimamente lesive ormai troppo frequenti. Azione nonviolenta | 15

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