Dalla parte della ragione

 

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antologia epistolare di Alba de Cespedes - Xedizioni

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tltre la a è uel é, q i. m ar nto pard a l l Ma qua i Leo ’oper i di de , el o d o od n am gra aire zi, ch geni che Appunti di n a to del , an del a n d a a t Bau ire he vi icc di rei d tre c a è r iunto ezza , e l r t Os rte o crea o agg app tetta o i d’a l’ha ribut anno é pr iona t z i ch con he l’h Sicch addi dalla , ub l de oro c uta. esto ntato rsale do u en e col e god da q rese unive di un , on i p s e a ap ta ciat es teso r nio paes e o e e s o r n r fa alo sio trim olo mun l v s a è p il pub à le pren iù p i un e co e, ne e colt r m t p n en d o n iffi oni c è o, un b uma d i n z m i o n o uo ne ture . sofi a con trad ta in e o a l i o r to so div cre ond ttiv attiv lle e e da o e p aspe e ma tte l nel m l’agg na c ll’in a u lat e che «ch r l u t i e ed a a im per de, po nto o è ale e, s a pe m l i te qua ess tter ed te ire ce oo , le cat addi aron va W cap ispos no n o I t i r e e i i a a dic sce cano on so estic uzion phist ari, s o res i nas n n d n o st re sp rie tra se s dizio abbia e gu zione si mpo; i che ché mol gle do i che modi duca a. In te ativ giac rge ta.» o e s t g l rro ti, so spo ere con sone i loro ito a ndan ntesa r i e a t i , t r o r o d in a s an pe iosi segu mo sott uto la il p si di r m d c n a o o o a a p c tifi ali in ienz a co avve ù fre an la d o do tti, h i qu uelle r i r e tu espe asi, m dire so p quel so temp , infa , dir re, q tarda e o uni c uol el ca o in er se to rtista ndere eved assa e, in v h alc ia, o. N ttutt usa p mpia L’a rispo di pr la m e c ifesta a, a n t e ere n ’aniro fina sopr e lo te co sun , , i h a e e d t c r e f l m i h e u im en o ra nte, ui c iden di pr mma int and espr mpo, vers l’agi ol ue ev o so m a , a do aper o te attr flitti i. M i q di c con onim e, in e o l sso e in a s prim ent i con blem rezz e a, è s cent t p m o o o s s l a n u r i a z u fus ei s i p d ac o: ss a cen so s o. po oon ia d suo che bblic rzo, un e c i c o o s cap a a c c f i n u t t u t et co trenn cio gos i de artis el p gni s uova nhe ndi s m o s i a s n o m a o d ar ’è a ra ’ar od he nzat quat udic pc i g atura olo d e t on v sens con ni su . «L di i i t io a a g egl fid ven e è ora te, ter ati s rebb - n con anzi, n og tarlo eno «e t M e h o s l ezz ste l o o m i on zza e e c . Fin ua d bbe ed a i erca do c nqui e a ide: lir a S p b e r a o e G c tan b r ll ap e, ag scriv lento sta s avr emi c uò fa rive pub e, de iratu n r n d i e o t t l c e n t h a p e i a e s t a g rs ra ch di t o qu e n assa ciato pe atalo larga na b ita pe non co», ando nven pria o p h i u li c l u ro a nt ta ta zzav o c er omin rac tis pubb fa q ? Lo lla p que e i olari nzi a sme egli p d e e c rr n o p sa solo ha alch , pe op dina vare e; n troun cosa anca lle a futur .» Ma n p e e o a i i e o n p to or re qu piac poss ia ch gli m i spa dal sente gran ars er tr azio fatti, giori a s a m a s r r d , t i i n a b u e e g fe la p fferm e, i ma e di co do spet l pr vero a p . M blic e d rent ab o r l i n a t a m a b a g p e e i l a i e pu e a e pa e ell esp car sta lle a i de temp Man , d oca, nega sser iman solo ifa e h te to ci ep gli uò e e r noto è d qu e su nom tti i nte a lstoj on ami re c uan e ip h c a o c h e o i i r u a r q a c t e t T un mo a ta bi , hé ns ato pu nv di a D s a hak no artis ignor sep so ar toria i c o pe chi s via ittori esi, d ante a S Flau a a E r n i d a to de pre mi. ni c radu valo scr i i pa Cerv ky, vu i e g m e , che sa g a l s i t o e i t s s a e s i n d iffic tna tu i, d jew ethe sto tes och , e i ire u atta o d o Go n e e t p r t e i e l zon Dost d i iu stud il abi a es be ia, m p c a l o fi s r eb st a are edo, lla sser qua o, misu sar a poe i e e r e e e r g p l d d C l l s t. , a fug ten de ni r un l’arte e che be pag a in pere ico s oloro l i c t de tener com ovan no o artis di n cu o i d sos pa vi s lore parte po . Ciò e m e ch to va gior el te creat lette g l l’a ma no n itte, er la a all vivo o scr olo p s e ch e son non ess iene avv vita Italiana Dalla parte della Ragione XEDIZIONI

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Scrive solo in poltrona

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Quando deve finire un libro dorme appena due ore

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Ricerca e redazione xedizioni Progetto Grafico Enrica Massidda Illustrazione di copertina Enrica Massidda http://be.net/enricamassidda ISBN: 9788898556151 L’editore è disponibile ad assolvere i propri impegni nei confronti dei titolari di eventuali diritti sui testi pubblicati. © 2015 Xedizioni Cagliari xedizioni.it

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NOTA EDITORIALE Questo volume raccoglie un’antologia tratta dalla rubrica Dalla parte di lei apparsa sul settimanale Epoca negli anni ’50 del secolo scorso. Cosa ci può insegnare una raccolta di lettere dei lettori di oltre sessant’anni fa? Dipende da chi tiene la rubrica. Se si tratta di una scrittrice intelligente, colta e dalla mentalità aperta come Alba de Céspedes, si può stare certi che la scelta delle lettere sarà fatta con criterio, e le risposte non saranno mai banali, compiacenti o conformiste. Certo i tempi sono cambiati da allora, e alcuni problemi che tanti anni fa assillavano gli italiani, e soprattutto le italiane, oggi appaiono datati, a volte addirittura assurdi e difficili da comprendere. Molte cose per fortuna sono cambiate da allora, specie per il diritto di famiglia, il divorzio, e i rapporti con la religione. Si, ma quanto sono cambiate realmente? La lettura di questo libro rivela le radici di problemi ancora oggi irrisolti, e ci ricorda che certi aspetti della vita, come le vicende sentimentali, la gelosia e l’infedeltà sono destinati ad accompagnarci per tutta la nostra storia, così come l’avidità, le insicurezze, i conflitti generazionali, le lotte per il predominio sul lavoro. Alba de Céspedes risponde garbatamente, a volte con dolcezza, altre volte con decisione, altre volte ancora approfitta dell’argomento per esprimere il suo pensiero su un campo più generale, e quelle sono le risposte migliori. Tante citazioni dalla sua immensa biblioteca, tanti esempi tratti dalla sua esperienza di vita in vari Paesi del mondo. Il libro è organizzato in ordine cronologico dal 1952 al 1958. È interessante, per ogni argomento, notare l’evoluzione culturale e sociale nell’Italia che dal povero dopoguerra si avvia al boom economico. Ricordiamo che le rubriche nella loro completezza, così come il successivo Diario di una scrittrice, sono disponibili in catalogo in un DVD-rom

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INTRODUZIONE La prima volta che andai a Parigi fu per intervistare Alba De Céspedes. E vi risparmierò la descrizione del fascino che la città suscitò su di me anche se credo che abbia influito su quell’incontro. Ero giovane ma tenace e la casa editrice mi affidò quell’incarico un po’ per mettermi alla prova... Lei è una grande scrittrice e una di quelle donne coraggiose con lo sguardo contenuto in grandi occhi laconici. Tutta la sua figura è in armonia, il suo corpo esile è elegantemente fasciato da tubini e camice morbide confezionate senza sbavature. Circondata dai disegni di Picasso e Chagall e un coloratissimo arazzo di Gunta Stölzl, in quest’appartamento dagli arredi vittoriani vicino alla Boulevard Raspail, potrebbe far pensare al ritratto di una donna borghese e snob. Ma la donna che ho di fronte non accetta di essere ridotta ad uno stereotipo culturale. E me lo dimostra quando parla delle donne e degli uomini come se non attribuisse le loro caratteristiche alla loro condizione sociale e culturale ma ad una coscienza esterna che agisce in ogni singolo fatto o parola scritta e detta. La verità per Lei è un inganno. Quello che conta è l’analisi spietata di tutti gli avvenimenti che determinano la vita. Dalla scelta di una tovaglia, all’invasione della Polonia. Prima d’incontrarci ho letto il suo libro “Dalla parte di lei” e tutta la corrispondenza dell’omonima rubrica su Epoca che ha fatto nascere questo progetto editoriale. Per questo ho lasciato da parte domande frivole sull’amore e il suo rapporto di coppia, ho rispettato (venendo un po’ meno al mio dovere di giornalista) il suo rigore nel non voler mai far trapelare qualcosa della sua vita privata ma è chiaro, che solo un’osservazione acuta dei propri umori potrebbe scaturire tanta perfezione nel disegnare la protagonista di quel romanzo. Sono sicura che la comprensione degli altri ci obbliga a continui paragoni con noi stessi prima di apprendere la libertà di raccontarli. E ancora cerco di assecondarla nella conversazione e non la trascino mai ad affacciarsi sul suo vissuto. Attraverso il suo sguardo leggo con un po’ di pregiudizio “Ho vissuto nel privilegio di poter osservare il mondo da tanti punti di vista, Il privilegio di essere contro, e seppure mi hanno censurata e arrestata non ho mai smesso di scrivere a modo mio”. Ed io mi chiedo dev’essere un privilegio o una conquista signora De Céspedes. Forse si accorge dei miei pensieri, accende una sigaretta dopo l’altra e fuma lentamente con gusto, mi offre un caffè, mette su la moka con gesti semplici e consapevoli quasi a volermi comunicare la sua aderenza al mondo. Non lo fa per compiacermi, lo fa con sincerità per accorciare le distanze e rilassarsi. Si rilassa pur sapendo che presto o tardi la sua opera letteraria sarà oscurata del tutto da una cultura televisiva imminente che svilirà maggiormente la donna e spazzerà via ogni barlume di diversità tra individui, divulgando l’unico valore possibile, il consumo. Ma mi sbaglio ancora, è rilassata perché tutto il suo lavoro è animato da una imperiosa sollecitudine morale. Per lei nessuna ambizione artistica, sia pure modesta, è concepibile senza che un impegno morale la muova. E questo basta. Basta a noi che abbiamo voluto raccogliere e scegliere le risposte che più esprimono il suo pensiero. M.C.

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Taciturno Mi trovo da tre anni in Argentina, però non posso soffrire le persone che vi abitano giacché quasi tutte possiedono un carattere molto loquace e infinitamente rumoroso. Io, invece, sono un tipo taciturno e amante di trovarsi tra un popolo che consideri il silenzio come qualcosa di indispensabile nella vita. Le sarei molto grato se potesse indicarmi un angolo di terra ove le persone che vi abitano abbiano i requisiti da me su esposti. CARMINE AFILLA, BUENOS AIRES sopportabile la vita, e anzi ne costituisce la felicità. ELISABETTA, ROMA Io credo che bisognerebbe, innanzi tutto, intendersi sul significato della parola follia. Vediamo dunque: il Tommaseo dice che follia «è l’azione che manifesta mancanza di senno». La mancanza di senno non può dare felicità: poiché vuol dire anche mancanza di coscienza - intesa in senso di consapevolezza - e la felicità è appunto consapevolezza di godere qualcosa che ci procura gioia. Io credo, perciò, che quella che lei chiama follia è ciò che io chiamo coraggio. Infatti, molte persone non hanno coraggio di affermare alcune idee in cui credono, ma che sono tradizionalmente condannate, o di superare convenzioni di cui sono schiavi, anche se le disapprovano. E per godere, senza rimorsi, della felicità che quell’affermazione o quel superamento procura loro, asseriscono di essere vittime di un momento di follia. Come il bambino che ha disubbidito tenta di evitare la punizione dicendo: «Non ero io: era il diavolo». Nei paesi anglosassoni molti uomini ricorrono all’alcool quando vogliono... correre la cavallina; il giorno seguente si scusano col dire: «Avevo bevuto», cioè: «Ero privo della coscienza», poiché l’educazione puritana vieta loro di ammettere che hanno ceduto a impulsi che sono, invece, naturali: di conseguenza fingono anche di ignorare Sono piuttosto ignorante in questa materia giacché, al contrario di lei, sono per mia natura portata ad apprezzare la conversazione. Tuttavia ho sentito dire che gli Eschimesi sono un popolo estremamente laconico anche perché la loro lingua esprime con una sola parola ciò che le lingue europee esprimono con due o tre frasi. Inoltre il paese è scarsamente popolato e in ogni regione di esso si parla un dialetto nelle altre regioni incomprensibile. Ciò che, qualora anche lei riuscisse a parlarne uno, varrebbe ad assicurarle ugualmente il silenzio anche nell’eventualità di qualche breve spostamento nel paese. che hanno consapevolmente deliberato di bere appunto per perdere la coscienza. Nello stesso equivoco cade anche, mettiamo, l’industriale che, decidendo di non andare in ufficio per un giorno, crede di «fare una follia», mentre ubbidisce a un legittimo desiderio di riposo. Allo stesso modo si dice che qualcuno è «follemente innamorato», quando si dovrebbe dire che è «saviamente innamorato», poiché è savio chi, amando, all’amore si dedica con fervore. Sicché quando io ripeto ai miei lettori che bisogna vivere consapevolmente, cioè chiarire le proprie idee e avere la forza di affermarle, li invito proprio a sostituire la vaga e spesso ipocrita parola follia, con le parole coraggio, coscienza, diritto. Infatti la possibilità che ha uno scrittore di saper definire sentimenti e stati d’animo, deriva anche dalla capacità che egli ha di chiamarli col loro nome, perché usa un linguaggio appropriato. E perché - soprattutto - ha il coraggio di usarlo. Follia I suoi consigli sono pieni di saggezza. Ma tutti sembrano escludere quel briciolo di follia che pur rende Donne infingarde Le donne che le scrivono si dipingono sempre come vittime. Ma, in generale, le donne non sono così angeliche come vogliono far credere. Un uomo non può mai fidarsi di loro, deve far valere la sua autorità se vuole farsi rispettare e non essere preda delle loro bugie, dei loro inganni, dei loro raggiri. EMANUELE. CATANZARO 7

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«La borghesia ha una grande passione per i romanzi mondani a felice conclusione giacché essi la blandiscono con l’idea che si possa allo stesso tempo ammassare un capitale e preservare l’innocenza, essere una bestia ed essere felici».

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Le donne sono false nei paesi dove gli uomini sono tiranni. Non è una battuta polemica o una mia opinione personale: è l’opinione che un uomo molto saggio, Bernardin de Saint Pierre, esprime nel suo famoso romanzo, Paolo e Virginia. Io aggiungerò solo che le donne, come gli uomini, sono sincere quando amano e sono riamate; altrimenti, al pari degli uomini, sono costrette ad avvilirsi fino a mentire. Mondanità Sono una donna giovane e, modestia a parte, bella; quest’estate sfoggiavo scollature impressionanti. Quando siamo a Roma mio marito mi porta ogni sera nei teatri ove agiscono le più grandi compagnie di riviste; quelle ove si vedono belle figliuole che fanno corona a Wanda Osiris nei suoi trionfi. Le sarei grata se nelle edizioni mondadoriane mi indicasse i romanzi che descrivono ambienti mondani, specialmente parigini, case da giuoco e gli ambienti delle grandi case di moda. Non si meravigli di questi miei gusti. LUISA M. B., ORVIETO essi la blandiscono con l’idea che si possa allo stesso tempo ammassare un capitale e preservare l’innocenza, essere una bestia ed essere felici». In quanto alle edizioni mondadoriane che mi richiede, poiché Mondadori è il mio editore e anche l’editore di questa rivista, spero che non ne stampi e che, se le stampa, me lo lasci ignorare. La Morale siamo noi Sono un sacerdote. Ho letto il numero di EPOCA che oltre alla sua solita rubrica «Dalla parte di lei» contiene la sua cronaca della festa per il Premio Strega: e sono rimasto sorpreso di vedere che mentre, nella rubrica, ella dà prova di acuta sensibilità morale nella cronaca, invece, approvando che il premio sia toccato ad Alberto Moravia (nonostante la condanna del Santo Uffizio che ha colpito l’opera di lui) assume un atteggiamento implicitamente opposto. Immagino che ella mi risponderà in modo brillante ed evasivo, ma per carità non mi tiri in ballo il Boccaccio. L’umanità non ha tanto bisogno di letteratura quanto di moralità. DON V. M., LIGURIA Non mi meraviglio affatto. Solo mi torna in mente quello che scriveva Cecof in una sua lettera e che Caterina Mansfield riporta nel suo libro degli appunti: «La borghesia ha una grande passione per i romanzi mondani a felice conclusione giacché La ringrazio del Suo riconoscimento. In realtà tutto il mio lavoro, dai romanzi ai racconti, dagli articoli a questa rubrica, è animato da una imperiosa sollecitudine morale. Anzi, io penso che nessuna ambizione artistica, sia pure modesta, è concepibile senza che un impegno morale la muova. Tuttavia ho l’impressione che, riguardo alla morale, Ella dia prova di un esclusivismo che certo le è suggerito dalla sua condizione di sacerdote. La morale, come ricerca del bene, anzi come conoscenza che distingue il bene dal male, è un fatto storico, non solo un fatto religioso; e si sviluppa nel tempo a opera di tutti gli uomini che, con l’intelligenza e con l’azione, tentano di approfondire e approfondiscono, appunto, la distinzione del bene dal male. La morale sostenuta dalla chiesa cattolica costituisce una delle espressioni di questa ricerca: qualsiasi atteggiamento morale si fonda, certo, su di essa, l’ha assimilata, fatta sua. Ma non si può sostenere che un artista, una creatura umana che non intenda, con la propria opera o con la propria vita, attenersi alle regole della chiesa cattolica, sia, per questo, esente da quell’impegno morale cui accennavo prima. Altrimenti dovremmo tacciare di immoralità tutti quanti, innumerevoli, appartengano a religioni diverse da quella cattolica e non abbiano il dovere di rispettarne i dettami. I giudizi del Santo Uffizio valgono per i cattolici soltanto: i cattolici praticanti sono obbligati a rispettarli, così come debbono andare a Messa la domenica. Ma altri possono manifestare profonda e vigile sensibilità 9

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morale ed essere in contrasto con le condanne del Santo Uffizio. Anzi è possibile respingerle proprio in virtù di una sollecitudine morale: in quanto, comprimendo la libertà d’espressione, esse comprimono lo sviluppo storico della moralità. E qui, mi permetta, vorrei non esaudire la Sua preghiera di non ricordare Boccaccio. Lei dice che questi ha giovato alla letteratura e non alla morale. Non mi sembra esatto. Boccaccio, come tutti i veri artisti, giovando con la sua opera alla conoscenza dell’uomo, ha contribuito a promuovere il pensiero umanistico e, quindi, la moralità moderna. Amori veneziani Sono una ragazza ventitreenne. Un anno fa conobbi un giovane che mi colpì e me ne innamorai. Lui provò per me lo stesso colpo di fulmine, ma siccome era solo di passaggio nella mia città ben presto ci dovemmo lasciare. Io gli scrivo sempre, lui non risponde quasi mai; eppure quando raramente torna nella mia città, viene a trovarmi e si dimostra affettuosissimo. CORINNA DI VENEZIA Di quanto è accaduto, di quanto accade ad entrambe, non accusate questi romantici giovani, mie care, ma Venezia. Venezia complice e traditrice insieme. Non sono stati sleali, convincetevene: a Venezia si corre facilmente per le calli fino alla stazione per stringere ancora una volta la mano a una fanciulla che s’allontana, o Maria; Venezia riaccende l’ardore che un’altra città fa tacere, o Corinna. A Venezia il cuore di un giovane è ansioso come una colomba, si posa sul primo davanzale, i suoi occhi si posano sul primo volto di donna che gli sorrida. Imprecate contro la città maga piuttosto che contro un uomo volubile. Come potrete mai, ragazze che arrivate a Venezia, che abitate a Venezia, comprendere se il giovane viaggiatore è stato vinto dal colore dei vostri occhi o da quello incomparabile della laguna, dall’incanto del vostro passo o dal modo con cui esso risonava nel fatato silenzio delle calli? E come potrei saperlo io, per consigliarvi? Timido Non sono brutto, ma a causa del mio carattere chiuso, timido, non riesco a interessare le ragazze che mi piacciono. Ho l’incapacità di intrattenerle in conversazioni e di fronte ad altri giovani, sicuri di loro stessi, mi sento smarrito. Ho avuto una triste adolescenza, ora spero solo d’incontrare una compagna che mi ami: io l’amerei con tutta l’anima. Forse Le chiedo molto: mi dica come devo parlare per rendermi simpatico alle ragazze. REMO 1930 Quella della conversazione è un’arte sottilissima che non tutti possiedono, un dono naturale. Tuttavia leggere molto, tenersi al corrente degli avvenimenti politici, facilita le nostre possibilità d’espressione. Il segreto dei più celebri conversatori d’ogni tempo è quello di lasciar parlare gli altri, offrendo loro lo spunto di ciò che preferiscono. Bisogna insomma essere abbastanza psicologi da indovinare il debole di ognuno, per dargli la possibilità di parlarne. Ma il suo caso è tra i più facili, mi creda: vi sono due soggetti che interessano sempre le donne, l’amore e loro stesse. Tradimenti Ho quarantasette anni, mio marito sessanta, abbiamo due figli già grandi. Per ventisette anni sono stata sposa felice, ma ora ho scoperto che mio marito mi ha sempre tradito. Fatto un profondo esame di coscienza mi sono convinta di non aver meritato questo dolore, questa umiliazione né, soprattutto, questo inganno: sono una donna sana e normale, una compagna fedele e affettuosa, e non mi sono mai risparmiata nell’aiutare mio marito col mio lavoro. Egli protesta di essere pentito e di avermi Ho sedici anni. Sono andata a Venezia in gita con una ditta. Lì conobbi un giovane, ballammo, ci fotografammo insieme, poi mi rincorse fino alla stazione per salutarmi. Ma da allora non si è più fatto vivo. MARIA, MILANO 10

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sempre amata. Ma io non lo stimo più, non gli credo più. Se fosse veramente pentito perché non mi avrebbe confessato i suoi errori, invece di aspettare che li scoprissi? Quale valore morale ha il suo pentimento? Sarei tentata di rivelare tutto ai nostri figli i quali lo considerano un padre esemplare. GIOVANNA 10803, FORLÌ per entrambi? Sento che, se anche rimanessimo insieme, la vita non sarebbe più quella armoniosa e rispettabile che è stata finora; anche perché io sono giovane e in queste condizioni, non avrei più ragione di resistere a quelle nuove possibilità di amore che in ogni vita di donna si presentano. LIA, BRESCIA Ho quarantaquattro anni e sono da venti sposato con una coetanea che ho sempre amato fedelmente. Ma, due anni or sono, ho scoperto che aveva un amante e che s’incontravano quando io ero a lavorare. Addolorato, ferito, volevo separarmi, ma le difficoltà sono grandi quando si è poveri e si ha un figlio molto sensibile. Sicché risolsi di tentare di ricominciare a vivere serenamente insieme. Tutti ci credono felici, ma io, da allora, ho sempre l’inferno dentro di me e temo di giungere a qualche eccesso. Pensa che, col tempo, potrò dimenticare? R. C, VENEZIA Sono sposata da dieci anni e ho sempre adorato mio marito. Ma quest’anno, mentre eravamo in villeggiatura, ho scoperto che mi tradisce. Egli sostiene che per un uomo non ha importanza. Ma, ammesso, benché io non lo creda, che la morale sia diversa per gli uomini e per le donne, l’amore non è lo stesso Pubblico solo queste tre lettere, ma in esse i lettori numerosissimi che mi hanno scritto esponendo casi simili sapranno riconoscere il loro stesso problema. Vorrei poter essere ottimista, assicurare che l’inganno verrà dimenticato. Ma io credo che l’amore sia soprattutto in quel singolare incanto, quella sognante fiducia che ci fa credere di essere tutt’uno con la creatura amata, con i suoi pensieri, i suoi propositi. Se si scopre che essa ha avuto un segreto per noi, che, con bugie e sotterfugi, si è abilmente difesa da noi come da un nemico, quell’incanto si spezza e il ragionamento o la buona volontà non varranno a formarlo di nuovo. Non è il tradimento, è l’inganno che non riusciamo a dimenticare: giacché non è stata l’azione che, in se stessa, talvolta, può davvero essere priva d’importanza come chi ha tradito pretende - ma l’inganno ad offendere l’amore. Se ci fosse stato chiesto aiuto per superare una crisi, per soffocare un nuovo sentimento nascente, per difendere l’amore, insomma, quando anche le forze per difenderlo fossero mancate, tuttavia quelle richieste, quelle confessioni, sarebbero state ancora altrettante prove di quella meravigliosa complicità che lega tra loro due persone che si amano. Ma quando si mente al proprio compagno come da ragazzi si mentiva ai genitori, quando lo si considera alla stregua di un parente, di un guardiano, la totale confidenza che ci permette di confessare sempre all’amato il bene e il male che è in noi è irrimediabilmente distrutta: e con essa l’amore. Ciò non vuol dire che la fiducia non sopravviva, ma non più la fiducia amorosa: sopravvive quella che non è mai venuta meno. Stimeremo il nostro compagno come operaio, come professionista, come buon padre di famiglia, come madre vigile o buona padrona di casa: ma non più come amante. Benché possa sembrare un paradosso, è più facile dimenticare un tradimento avvenuto all’inizio, o nella pienezza, di un appassionato amore; poiché allora ci sentiamo tanto sicuri da ammettere che l’altro sia stato travolto da una forza estranea alla sua volontà, come da una malattia, da un cattivo sortilegio. Ma, dopo lunghi anni di matrimonio, il tradimento esprime stanchezza, manifesta inequivocabilmente che l’amoroso segreto una volta esistente tra gli sposi esiste oggi tra uno di loro e una terza persona. Infatti, quando il marito o la moglie sostengono che, sebbene abbiano tra- 11

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dito, amano ancora, usano impropriamente la parola «amore»: dovrebbero dire «affetto». Inoltre chi tradisce si assume sempre una grave responsabilità: poiché il suo modo d’agire toglie al compagno gran parte dei motivi validi, della forza necessaria per resistere in una analoga situazione; giacché sarebbe ingiusto pretendere da altri una sincerità che non abbiamo dimostrato, una fedeltà che siamo stati i primi a tradire. Il coniuge ingannato si sente libero, almeno in spirito, sa di aver diritto anche lui ai propri segreti e insomma alla propria vita. Il patto amoroso è sciolto, seppure i vincoli legali sussistono e se le leggi morali o i principi religiosi ci impediscono talvolta di approfittarne. Tuttavia, se è giusto che chi non si sente legato dal matrimonio in quanto sacramento, riprenda in un modo o nell’altro la propria intima libertà, chi ha figlioli deve tuttavia considerare che, se l’amore è stato tradito, molti vincoli che in tanti anni, giorno per giorno, sono venuti accumulandosi, sacrifici ed esperienze comuni sussistono e sono legami solidi: a volte, anzi, vale la pena di sacrificare il proprio risentimento, il naturale sentimento di rivalsa. Il tenero innamorato, il dolce amante è perduto per sempre: ma il buon compagno rimane, l’amico, il consigliere e, quando gusti e aspirazioni sono comuni, bisogna, per riacquistare la serenità, non ostinarsi a pretendere la rinascita dell’a- more, ma confidare in quella forza che sempre da una famiglia scaturisce. Parlare ai figli, come Giovanna si propone di fare, sarebbe, oltre che una crudele slealtà, un grave errore: un uomo deve amorosa fedeltà alla propria donna e non ai figli; ha tradito, offeso lei, non loro. E una moglie o un marito volubili possono essere ugualmente ottimi genitori. Sicché, quando si sente la responsabilità di una famiglia armoniosamente stabilita, e, soprattutto, quando non si è più molto giovani, sarebbe saggio rinunziare all’amore, come si rinunzia a tanti altri preziosi beni posseduti nella giovinezza, per quella somma di sentimenti che un uomo prova per la moglie, una donna per il marito e che, fino alla fine della loro vita, ad essi scambievolmente apparterranno e a nessun altro. Violenza Dodici anni fa ho sposato un uomo che diceva di amarmi. Ma, subito, ha assunto atteggiamenti dispotici che non sospettavo, si è manifestato prepotente ed egoista. Lo amavo, ed ero certa di cambiarlo. Ma, nonostante la mia remissività, e il fatto che attendessi un bambino, l’abitudine di bistrattarmi si accentuava, raggiungeva gli insulti, persino la violenza. Da allora ogni giorno è un inferno. Giorni or sono perché la bambina ha avuto cinque in latino egli ha incominciato a trattarla come ha trattato me finora: io ho tentato di difenderla e, per questo, in presenza dei figli, mi ha colpito con tanta violenza che ne ho avuto il timpano rotto. Debbo continuare a fare della mia casa un teatro di continue battaglie, poco edificanti, o debbo chiedere una separazione legale? Sono pronta a sacrificarmi perché i miei bambini abbiano sempre una famiglia. MARIA ANTONIETTA, AREZZO Quando diciamo che per dare una cultura ai giovani bisogna dar loro libri, intendiamo che siano buoni libri, poiché sappiano bene che, altrimenti, otterremmo l’effetto contrario a quello che ci proponiamo. Così quando diciamo che bisogna dar loro esempi utili per la loro vita, ugualmente intendiamo che debbano essere esempi buoni. Ma, spesso, invece, diciamo che ai figlioli bisogna dare una famiglia, senza precisare che deve essere una buona famiglia in cui essi possano ritrovare un modello di vita armoniosa e forte, di comprensione, di coraggio e di virtù familiari. Molte madri, nell’intento di conservare ai figli una famiglia costituita, sacrificano intera la loro vita e le loro aspirazioni e non riescono invece che a offrire ai giovani lo spettacolo di scene violente, di liti, di degradazioni umane, che, impresse nella docile mente infantile, determinano reazioni tali da influire in modo nefasto su tutta 12

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la loro vita. Una bambina che vede il padre maltrattare quotidianamente la propria moglie, concepirà avversione per l’uomo nelle sue funzioni di capo di casa e di sposo; sarà animata da desiderio di vendetta verso quello che un giorno sarà il suo compagno; oppure si convincerà che la dignità sia superflua al destino femminile se la madre, col suo esempio, le avrà mostrato che è necessario farne a meno. I rapporti tra uomo e donna non avranno più ai suoi occhi l’incanto della amorosa complicità, della solidarietà negli affetti, ma esprimeranno una cupa, aspra lotta di egoismi e di istinti. Crederà che l’infelicità sia nel suo destino e si rassegnerà ad accettarla: come il bambino riterrà che la forza, il potere dell’uomo debbano manifestarsi con la violenza usata verso creature più deboli, indifese. A entrambi il matrimonio apparirà come una punizione, un castigo. Io credo che in casi simili a quelli che queste due lettere espongono, proprio per il bene dei figli, la madre dovrebbe vincere la pigrizia, l’inerzia, che ci fa sopportare una vita cattiva ma ormai nota, dovrà superare con coraggiosa fermezza il timore delle conseguenze immediate, e all’esempio di una famiglia unita solo da vincoli legali e economici, ma intimamente disgregata, sostituire quello dell’armoniosa, operosa solitudine di lei dal quale trarrebbe il modello della dignità e della grazia cui ogni creatura umana deve improntare la propria vita. Donne al voto Dal giorno delle elezioni amministrative mio marito non mi parla più. Questo perché ho votato per un partito diverso dal suo, rifiutandomi di cedere alle sue imposizioni, lo soffro, perché fino allora eravamo andati sempre d’accordo. Mia madre mi consiglia di promettere a mio marito di votare come vuole lui, la prossima volta; un’amica, invece, di fingere di cedere e, poi, nella cabina, fare come mi pare. Altre amiche dicono che non debbo preoccuparmi di queste sciocchezze. Ma io sento che è una cosa importante. Ho fiducia in lei. Mi consigli e mi scusi per questa mia lettera. ELISA B., CATANIA Cara, non mi chieda scusa: sono io che debbo ringraziarla per avermi scritto. Vorrei che tutti coloro che si battono per i diritti della donna, per la sua dignità, e che difendono l’indipendenza delle sue idee, leggessero la sua lettera. Vi troverebbero un impulso a continuare il loro lavoro e il suo coraggioso atteggiamento li conforterebbe. Non accetti né gli accomodanti consigli di sua madre né si riduca all’inganno che la sua amica - certo un’amica non adatta a lei - le suggerisce. Se suo marito non le parla, interrompa lei questo infantile ripicco e gli parli per prima: cerchi di fargli intendere la serietà delle sue convinzioni, pur mostrando di rispettare sinceramente quelle di lui. Io credo che le sue opinioni politiche non siano dovute a motivi occasionali, ma a un sereno ragionamento. Perciò approfondisca la forza delle sue ragioni e le sostenga, dimostrando a suo marito che la sua buona fede è pari a quella di lui. Gli faccia intendere, soprattutto, che nel matrimonio non ci deve essere un padrone e uno schiavo (anche perché alla fine gli schiavi si ribellano sempre contro i padroni o, quando non hanno la forza di ribellarsi, li ingannano) ma due creature umane che si rispettano e si aiutano a vicenda. E seppure le loro opinioni sono diverse, la sincerità e l’impegno di esse costituisce sempre una valida base d’intesa. È lei che deve essere paziente, affettuosa, comprensiva. Consideri che è lei ad avere tutta una tradizione contro di sé; ed è questa tradizione che suo marito vuole affermare, non il suo potere su di lei. Sono certa che, in fondo, egli l’apprezza ora più di quanto l’avrebbe apprezzata se avesse invece ceduto alle sue pressioni. Bisogna solo che faccia Io sforzo di ammetterlo. È difficile, per un uomo. Ma il suo amore, la sua affettuosa serenità riusciranno certo a persuaderlo. Le preferiscono giovani e carine Sono una madre di famiglia, ho 46 anni. La vita faticosa, il fatto di non avere mai tempo per occuparmi di me, mi hanno 13

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