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colline di Pavese

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FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 39 n° 146

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AVVIS RTAN O P O IM I NO A E T ST TTO RI LE RI UN CONTRIBUTO PER MANTENERE VIVA UNA VOCE FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 142 FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 143 FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 144 FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 39 n° 145 Cari lettori, ui so ottoli inea le p ecu uliar rità à la rivista Le Colline di Pavese è diventata negli anni la voce di questo territorio, di c cui sottolinea peculiarità e le problematiche. Costituisce nel contempo un ponte ideale con i santostefanesi lontani e con i sempre più numerosi cultori pavesiani italiani e stranieri. Il legame indissolubile con questi ultimi è comprovato dalla rilevanza raggiunta dalle varie iniziative in memoria del grande scrittore e dall’Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo. Il mantenimento e l’ulteriore incremento delle attività, in particolare la pubblicazione della rivista, dipendono, però, dalle risorse (sempre più ridotte) a disposizione. Facciamo pertanto appello ad aderire al sodalizio, mediante il versamento di una delle quote associative a fianco indicate, o, in alternativa, di un piccolo contributo nella convinzione che tante piccole gocce fanno un grande fiume. Per continuare, pertanto, a ricevere la nostra testata, chiediamo la cortesia di esprimere il consenso, compilando la seguente scheda. Il Cepam ringrazia per l’attenzione e augura Buona lettura! Il Presidente Luigi Gatti Restituire a mezzo posta oppure e-mail: info@centropavesiano-cepam.it ❑ Sì, desidero ricevere “LE COLLINE DI PAVESE” per l’anno 2015 Prego indirizzare la rivista a: Cognome Indirizzo Cap Tel. P.IVA o Cod. Fisc. VERSO LA QUOTA DI † 100 € (socio benemerito) † 50 € (socio sostenitore) † 30 € (socio ordinario) † Altro Città Fax Mail Prov Nome A MEZZO: † vaglia postale - assegno circolare o bancario intestato a CEPAM † versamento C/C postale nr. 10614121 † bonifico bancario presso UBI Banca Regionale Europea - IBAN IT32Y0690646840000000004317 Acconsento al trattamento dei miei dati personali ai fini sopra indicati. Firma FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 39 n° 146

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ANNO 39, N. 146 APRILE 2015 “Paesaggio con lavanda e ginestre, La Langa” di Aldo Meineri TESSERAMENTO 2 0 1 5 Iscriviti o rinnova la tua adesione, per sostenere le varie iniziative del sodalizio e per contribuire a mantenere in vita la voce de “LE COLLINE DI PAVESE” Modalità: versamento sul C/C n. 10614121 o con vaglia postale intestato a: CEPAM - Via Cesare Pavese 20 12058 S. Stefano Belbo SOCIO: ORDINARIO SOSTENITORE BENEMERITO € 30 € 50 € 100 Via Pavese 20 - 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141/844942 - Aut. Trib. Alba n. 376 del 29/4/78 - Direttore: Luigi Gatti Responsabile: Luigi Sugliano - Redazione: L. Bussetti Calzato, G. Brandone, F. Penna, F. Zampicinini Foto: Olivieri, Scaletta - Tassa pagata Taxe perçue - Abbonamento postale - Abbonement postel 14050 MOASCA - FGE S.r.l. Concessionaria esclusiva per la pubblicità su questa rivista: IMAGE ADVERTISING di Piero Carosso Tel. 0141 843908 - Fax 0141 840794 - Santo Stefano Belbo (CN) S O M M M A R I O 2 4 7 9 “Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” Nuto Revelli secondo Calvino Antonio Catalfamo I protagonisti della Casa in collina in un abbozzo del 1941 La famiglia, officina creativa della Casa in collina Franco Lorizio Il romanzo che celebra il ritorno alle origini Una rilettura dell’opera di Cesare Pavese “La luna e i falò” Franca Maria Ferraris Ieri, oggi e domani “Paesi tuoi” Ovvero: cosa c’entra l’amore in un romanzo? Giusto. Però... Pasquale Briscolini 12 13 15 Cesare Pavese: la speranza e la tentazione disperata Bilancio di un tentativo di credere Ines Cherif Kaya Cesare Pavese: Il rapporto con le donne La Misoginia Rejeb Rimah - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 39 n° 146 FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F “Il sogno è una costruzione dell’intelligenza, cui il costruttore assiste senza sapere come andrà a finire” Cesare Pavese da Il mestiere di vivere La madre di tutte le crisi partorirà l’uomo nuovo Sergio Rapetti 18 Un maestro del bello estetico e morale Viaggio interiore, a ritroso, sulle orme di Massimo Mila (1910-1988) Giovanni Giosuè Chiesura 20 22 23 26 L’angolo del racconto Il mio presepe Luciana Bussetti Calzato L’angolo del racconto La Ginestra Gianna Sallustio Le opere dell’artista sono state esposte nella Palazzina al Valentino La pittura di Anna Azzalini Angelo Mistrangelo Memorie del periodo della Resistenza L’assistenza sanitaria durante la lotta partigiana: ospedali, medici e infermieri nella VII Divisione Autonoma Monferrato Franco Zampicinini 30 32 34 35 Santo Stefano Belbo raccontato dall’ex sindaco I Trasportatori di un tempo ed i Maestri carrai Luigi Ciriotti Piante medicinali ed alimentari Ruchetta selvatica Luciana Bussetti Calzato Memorie langarole Un piccolo borgo Maria Luisa Brovia Uno sport antico con solide radici piemontesi Appunti di viaggio nel balon (5a parte) Lo sferisterio ‘da Quinto’ di Acqui Terme Nino Piana 38 Si inaugura il 10 maggio la mostra di Giorgio Cigna presso la Casa Natale di Cesare Pavese Dal 10 al 24 maggio 2015 - Ricordando le nuvole Alberto Faudella 40 41 46 47 Vittime di violenza Donne in pericolo Maria Pia Amico Cibo antico C’era una volta Nina Lavieri L’angolo della poesia “Tartufi e vino” nella lirica di Paolo De Silvestri L’angolo della poesia

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” Nuto Revelli secondo Calvino Antonio Catalfamo Nel numero precedente de Le Colline di Pavese (Ancora su Fenoglio… per andare avanti, n. 145, gennaio 2015, pp. 2-3) abbiamo avviato un’analisi comparativa tra la visione della Resistenza in Beppe Fenoglio e in Nuto Revelli. Ora ci proponiamo di allargare ulteriormente l’orizzonte, estendendo la comparazione alla concezione del mondo contadino che emerge dalle opere del primo, improntata al pessimismo totale, all’individuazione di un male oscuro, la «malora», che avvolge ogni cosa e contro il quale non c’è nessun rimedio, e a quella che, invece, sta alla base delle opere del secondo, anch’esse incentrate sull’universo contadino del cuneese, e che si presenta al lettore più articolata. Abbiamo reperito, a tal proposito, una recensione a Il mondo dei vinti (Einaudi, Torino, 1977, 2 voll.), pubblicata sul Corriere della Sera, in data 24 settembre 1977, intitolata Le ragazze vendevano le trecce, a firma di Italo Calvino, che ben delinea questa articolazione. Vogliamo qui richiamare alcuni passaggi fondamentali dell’articolo ora citato. Calvino non nasconde la vita dura a cui erano costretti i contadini, la ricostruisce riportando, attraverso un sapiente montaggio, alcune delle testimonianze più significative raccolte ne Il mondo dei vinti da Revelli. Ecco il racconto di uno di questi testimoni, appartenente alla classe 1909: «Mi chiamavano alle tre del mattino, avevo solo otto anni, un freddo, un freddo… C’era sempre la nebbia bassa, c’era sempre la galaverna, la brina attaccata alle piante. Io tiravo la coppia dei buoi e il servitore vecchio buttava giù la terra per le mutere. Lavoravamo fino a notte tarda, fino a quando cadevamo dalla stanchezza. I miei piedi erano come quelli degli africani, erano una suola dura. La rugiada del mattino è acidosa, brucia anche il cuoio. Sul collo dei miei piedi l’erba bagnata e la polvere avevano formato una crosta che si spaccava e sanguinava. Avevo sempre un bruciore come il fuoco. Da Pasqua a Natale la mia paga era di ottanta lire. Tre anni ho lavorato in quella cascina». Continua Calvino, facendo riferimento esplicito a Fenoglio: «Già i lettori de La malora di Beppe Fenoglio riconosceranno in questo e in molti passi analoghi l’esperienza dei ragazzi “affittati” come “servitori di campagna”, condizione quasi da schiavo che si è perpetuata fino a metà del nostro secolo [il Novecento, nda] ai margini del Piemonte super-industriale». In una situazione di estrema povertà «anche i capelli delle Italo Calvino ragazze possono essere considerati una ricchezza, una merce da vendere, o meglio da barattare contro pezze di stoffa, ai caviè o “mercanti di capelli”», più volte menzionati nei racconti dei testimoni. Così ne parla una ragazza:«Dalla Valle Maira arrivavano i caviè a offrirci i tagli di stoffa. Ci chiedevano di vendere i capelli, i cavei del pentu (i capelli caduti dal pettine) oppure le trecce, i capelli lunghi. Quattro volte li ho venduti i capelli lunghi, e così le mie sorelle. Ce li rovesciavano tutti davanti, tenendoli in pugno. Poi li rovesciavano all’indietro e giù col taglio, lasciando una crestina in modo che la testa non restasse proprio pelata. La volta dopo – avevo già quindici anni – ho venduto due trecce lunghe un metro misurato. Tanti capelli tanta stoffa». Ma quel mondo così povero aveva anche una sua componente di mistero. Il libro di Revelli è pieno di racconti di masche, di streghe, che appaiono o possono essere anche evocate con riti particolari. Ortensia, classe 1903, viene considerata da Calvino «la migliore narratrice di tutto il libro, per come racconta, soprattutto le storie di masche». Ecco un brano del suo racconto: «In casa nostra mia madre filava, è arrivato nella stalla un farfallone che smurtìa ’l lümin (spegneva il lumino), volava volava, vùr vùr, vùr, e spegneva il lume. Mia madre ha detto: Brüta bagasa, va a dürmì che l’è mei, e quella farfalla vàr vur vùr è passata sotto la porta ed è sparita. Quella farfalla, era la Milana, lo faceva apposta per farci disperare». Calvino 2

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” afferma che «con Ortensia dietro la stregoneria si rivela, come nel bel libro di Michelet La strega, uno sforzo di rivincita della donna da una condizione che la opprime». La donna contadina, infatti, si attribuisce poteri magici, cioè il potere di influire con l’evocazione delle masche e dei morti sul corso degli avvenimenti e di ricambiare il male ricevuto ai suoi nemici. Racconta ancora Ortensia: «L’Angiolina sapeva fare tutti i giochi delle masche. Prendeva delle chiavi, le metteva in mezzo al libro, poi chiamava i morti, ma per riuscire a fare quei giochi bisognava avere due annegati in famiglia. Io volevo imparare, io ero in regola, io avevo due parenti annegati, un nipote finì ’n ten bue del Belbo e una cugina che si era buttata nel pozzo. Ma poi mi son presa paura… L’Angiolina mi ha fatto mettere le chiavi in mezzo al libro, mi ha fatto andare all’una dopo mezzanotte laggiù in Belbo, noi sole, avevo una paura del diavolo, e là diceva una preghiera in latino e io la ripetevo dopo di lei, e chiamava i morti che l’aiutassero a fare del male a una persona che lei odiava. Una sera in casa mi ha di nuovo insegnato a chiamare i morti, io ne avevo delle persone che odiavo, che a torto mi facevano girare la testa, ispa, ho preso il libro in latino, ho letto, ma non è successo niente. Poi lei è andata via, e nella notte ho provato da sola. Allora un’ombra ha cominciato a spostarsi di qua e di là nella stanza, e sbatteva contro i muri, diavoli voci tormenti musica, non ne capivo più niente, volevo fermare quel rumore ma non sapevo come fare. Era un’illusione? E chi lo capisce!». Una delle testimonianze più suggestive, secondo Calvino, è quella di un vecchio montanaro di Pianche di Vinadio, che racconta come si curava ai suoi tempi, con rimedi popolari, la tosse asinina: «Io e mia sorella avevamo la tosse asinina, allora mio padre, mia madre, i nonni, gli zii, tutti d’accordo dicono: “Bisogna far cuocere un topo”. Nella cantina dove tenevano i formaggi i topi c’erano e bei grossi. Hanno messo una trappola, hanno preso un bel topo, lo hanno pelato pulito, e lo hanno fatto cuocere in un po’ d’acqua. “Nonna, non è ancora cotto il topo?” chiedevamo di continuo io e mia sorella. “Aspettate ancora un momento che cuoce bene”, ci rispondeva la nonna. Il recipiente era piccolo, la nonna era affaccendata in altre cose, il brodo si è consumato quasi tutto, sono rimasti due cucchiai di brodo, non di più. Abbiamo bevuto quel brodo, e poi abbiamo mangiato il topo. Ve lo dico in verità di Dio che non è una bugia che mi invento. Avevamo sette otto anni, e pur di toglierci la tosse che ci soffocava, abbiamo bevuto il brodo e mangiato il topo». Il mondo contadino, così come emerge dal libro di testimonianze raccolte da Nuto Revelli, è molto complesso. Non si tratta di assumere un atteggiamento nostalgico nei confronti dei rapporti di lavoro semi-feudali che lo dominavano. Ma sarebbe stato necessario, come sottolinea lo stesso Revelli nella sua Introduzione ai due volumi de Il mondo dei vinti, evitare una rottura traumatica tra passato e presente, tra «vecchio» e «nuovo», impedire che il mondo contadino, con i suoi valori e sentimenti, fosse fagocitato dalla società industrializzata. Scrive ancora Calvino: «Con meritoria pietas Revelli ha salvato questa memoria collettiva prima che si cancelli, e prima che il mondo che l’ha prodotta sparisca del tutto. Ogni nostalgia di un tale mondo non può essere che mistificatoria – e queste testimonianze ne sono una dura conferma – ma ciò non toglie l’amarezza perché invece d’una possibile trasformazione in una civiltà agricola degna di questo nome assistiamo a una pura e semplice dissoluzione nel nulla». Non c’è in Revelli il pessimismo totale di Fenoglio. Certo nei contadini intervistati c’è molta amarezza e talvolta rassegnazione, ma emerge sempre una punta di orgoglio e di rivolta. Antonio Gramsci, in una bella pagina dei Quaderni del carcere, scrive, richiamandosi a Marx, che una forza rivoluzionaria non deve irridere il patrimonio di valori (senso di giustizia, di uguaglianza, religiosità, anche con venature pagane, ecc.) propri delle classi subalterne, ma deve dare ad esso «nuove forme». È questa una lezione che i gruppi dirigenti dei partiti di sinistra, negli anni Sessanta del secolo scorso, quando si è manifestato in tutta la sua forza devastante il processo di industrializzazione selvaggia della società italiana, hanno ignorato, schierandosi con risolutezza dalla parte del finto «progresso» e accettando senza esitazione la scelta di cancellazione del mondo contadino compiuta dalle classi dominanti. CENTRO PAVESIANO MUSEO CASA NATALE Il CE.PA.M. è una associazione senza fini di lucro con sede nella casa natale dello scrittore Cesare Pavese. Costituito nel 1976, ha tra i suoi compiti statutari prioritari la promozione e lo sviluppo culturale e socioeconomico del territorio. LE ATTIVITÀ • pubblica la rivista “Le colline di Pavese” • organizza il premio Pavese: letterario, di pittura e di scultura • promuove l’Osservatorio Permanente sugli studi pavesiani nel mondo • cura l’allestimento di mostre personali e collettive di pittura, scultura e fotografia • pubblica i quaderni del CE.PA.M. ad integrazione delle tematiche trattate su “Le Colline di Pavese” • organizza il Premio Letterario “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema” e la collettiva d’arte “Dioniso a zonzo tra vigne e cantine” • organizza il “Moscato d’Asti nuovo in festa” (8 dicembre), una manifestazione legata strettamente all’economia del territorio. CE.PA.M. · Via C. Pavese, 20 · 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141 844942 - www.centropavesiano-cepam.it info@centropavesiano-cepam.it 3

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I protagonisti della Casa in collina in un abbozzo del 1941 La famiglia, officina creativa della Casa in collina Franco Lorizio La casa in collina vide la luce nel novembre 1948, nel volume Prima che il gallo canti, che includeva anche Il carcere (1939). Il libro fu pubblicato da Einaudi nella collana “I coralli”, da poco inaugurata e dedicata ai giovani scrittori. Il titolo è desunto dalla nota frase evangelica rivolta da Gesù a Pietro: “In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte” (Mt., 26,34). Dunque, fin dall’intitolazione, il proposito dell’autore è manifesto: “confessare” il proprio tradimento, la scelta di isolarsi sottraendosi all’imperativo morale di combattere il nazi-fascismo. La casa in collina fu composta in breve tempo: dall’11 settembre 1947 al 4 febbraio 1948. Pavese, in effetti, creava spesso in maniera febbrile: basti pensare alla rapidità con la quale produsse, in meno di due mesi, il suo ultimo romanzo, La luna e i falò. Invero, nel momento in cui egli si accingeva a scrivere un racconto, aveva già compiuto un capillare lavorio di decantazione, attraverso la stesura di annotazioni e abbozzi. Per quanto riguarda La casa in collina, assume rilievo documentario il frammento La famiglia, pubblicato postumo nel volume Racconti.1 Il brano - la cui minuta porta la data 1-30 aprile 1941 - subì nelle pagine iniziali dei rifacimenti, come risulta dal dattiloscritto La feria (29 aprile 1942) e dalle correzioni, a penna e a matita, su di esso apportate. Il testo è di notevole interesse giacché tratteggia il profilo dei protagonisti del futuro romanzo, a cominciare dai loro nomi: Corrado (o Corradino), Cate, Dino. Nell’abbozzo, Corrado incontra Cate quando è ancora studente. La ragazza è raffigurata come una modesta “impiegatuccia”, timida e impacciata. Dopo averla frequentata per alcuni mesi - durante i quali le infligge brucianti mortificazioni (“lui l’aveva umiliata e violata”2) - il giovane l’abbandona sbrigativamente: “fu lui il primo ad averne abbastanza, né l’aveva cercata mai più.”3 Nel tempo la coscienza della propria villanìa fa insorgere in lui “un curioso rimorso”: “Era stata una sciocchezza, un misto di smania e bestialità, cose che si fanno ma non si dovrebbe.”4 Sette anni dopo, il caso pone di nuovo i due personaggi l’uno di fronte all’altro: Corrado è un giornalista, Cate una cantante del varietà. Mentre l’uomo, al di là delle contingenze, non ha impresso mutamenti sostanziali alla propria vita (soprattutto sul piano affettivo e sentimentale) Cate, forgiata dagli eventi, ha maturato una forte personalità e si rivela agli occhi di Corrado profondamente diversa. Tale evoluzione è stata indotta dal superamento di prove dolorose e severe: la sfrenata violenza del padre, autore di maltrattamenti nei suoi confronti e responsabile dell’uccisione della madre; la difficoltà di affermarsi nel mondo dello spettacolo, superata attraverso lo studio e la tenacia; la nascita del figlio e la dedizione a lui, nell’assenza del padre. Tali vicissitudini hanno reso Cate una donna determinata e autosufficiente. Corrado ravvisa con disagio i segni del cambiamento, inizialmente appena percepibili e via via sempre più manifesti. Il primo elemento di difformità è avvertito nelle modulazioni vocali: “Parlava con inflessioni cordiali di una voce sinuosa e sonora”; “la voce era mutata: aveva scatti, aveva nella franchezza un’energia, una prontezza aggressiva”5. L’aspetto esteriore denota vigore e una nuova accuratezza: “Aveva unghie e labbra scarlatte e una giacca quasi maschile sulla camicetta accollata: un abito da viaggio, senza dubbio. Della Cate di un tempo non restavano che gli occhi e i capelli. Corradino le cercò in viso i segni degli anni, ma ci vide soltanto un rossore di gaiezza”6; “Cate nella solita camicetta turchina accollata era davvero una bella donna. Dimostrava i vent’otto anni e sembrava più alta, più grande. Soprattutto aveva un modo di sorridere inciso, che la truccatura accentuava.”7 Dopo averla scrutata minuziosamente e a lungo, avendone recepito con sorpresa le trasformazioni, egli non può fare a meno di esclamare: “Sei molto cambiata”. In Corrado emerge la memoria di giorni lontani: “con l’incontro di Cate era riemerso il passato”8; “Corradino intravide l’inconscio passato di quand’erano ragazzi”9. I cambiamenti esteriori preludono al più grande mutamento intervenuto nella vita della donna: la nascita del figlio Dino. Corrado, come sempre, rimane spiazzato dalla notizia e dal modo in cui l’apprende; banalità, inadeguatezza, ottusità, connotano il suo atteggiamento, in stridente contrasto con la calma disinvoltura di lei, dettata dall’orgoglio: “Cate […] era seduta su una panchina in ombra e stava togliendo la giacchetta a un ragazzino che fuggì liberandosi con uno strattone. […] Corradino aspettava che Cate si allontanasse con lui dalla panca, ma vide con dispetto Cate risedersi. Allora perse la pazienza e disse piccato: – Oh Cate, fai la balia? – […] Cate diceva: – Faccio la mamma. – Chi è quel bambino? – Mio figlio. […] – Ma tu non sei sposata, – balbettò Corradino. – Ebbene? – disse Cate con semplicità. – Non si può avere un 4

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I protagonisti della Casa in collina in un abbozzo del 1941 bambino se non si è sposate? Capita, no? Corradino dice che Cate parlava senza scomporsi e ci metteva una certa picca.”10 Egli non è minimamente colto dal dubbio di essere il genitore del bambino. L’animo di Corrado è troppo ripiegato su se stesso e sugli eventi del passato per intuire la realtà attraverso i flebili indizi che pur gli giungono molteplici: “Brava Cate. E vivi con suo padre? Posso almeno saper questo? – L’abbiamo allevato io e la mamma, – ribatté Cate, rialzandosi a un tratto, rossa e orgogliosa. – Non c’è altro da sapere.”11 La cecità interiore è all’origine di alcune espressioni infelici dell’uomo: “Non sarebbe più semplice se lo mantenesse suo padre? […] Lo sai almeno chi è suo padre?”12 Per Cate è giunto il momento di affermare la verità: senza scomporsi, le è sufficiente un accenno discreto per svelare il segreto che l’accompagna: ”Corrado, – disse piano, – tu lo sai chi è suo padre.”13 Disarmato, incredulo, sconcertato, Corradino cerca un appiglio “per non diventar folle sul posto” e lo trova in Cate, nel suo tono “esitante, di sforzo, quasi sapesse di fargli del male e volesse smettere, risparmiarlo”14. Si accorge che ella non vuole commuoverlo, né accalappiarlo, né pretendere alcunché da lui. E in tale atteggiamento coglie una possibile via di fuga dalle proprie responsabilità ma nel contempo avverte il rancore di chi è stato ferito nell’orgoglio: il bambino porta il suo stesso nome ma è per lui un estraneo. Per di più Cate non risolve i dubbi circa l’effettiva paternità: “Non potrei mai darti la certezza che Corrado è tuo figlio”15. Su ogni altro sentimento prevale infine nell’uomo il compiacimento per lo scampato pericolo, il piacere subdolo di defilarsi da una situazione che egli, nella propria immaturità, non padroneggia. Cate, del resto, favorisce saggiamente il distacco, cogliendo l’impossibilità di un futuro comune: “Devi capire che non sono più la stessa e che tu invece non sei cambiato. Per me è passato troppo tempo. […] Noi facciamo una vita diversa. Non sapremmo neanche di che parlare. Non saresti contento.”16 Il racconto La famiglia costituì per Pavese uno degli spunti più importanti per dar vita, sei anni dopo, alla Casa in collina. In particolare, lo scrittore si basò sull’antecedente letterario del 1941 nella parte iniziale del romanzo, laddove Corrado incontra nuovamente Cate dopo un lungo periodo di non frequentazione. Le caratteristiche fondamentali dei personaggi - Corrado, Cate, Dino - sono in gran parte le stesse, anche se ben diverse sono le circostanze in cui si colloca la vicenda. Nella Famiglia il contesto sociale è piccolo-borghese; lo scenario è rappresentato dalla città di Torino - intorpidita e inerte per il caldo estivo - con i suoi caffè, i varietà all’aperto, le orchestrine, le piste da ballo; oltre il tessuto urbano, compaiono il torrente Sangone, la sterpaglia cespugliosa, i ristagni placidi e trasparenti dove Corrado ama oziare. È un ambiente privo di tensione, connotato da noia, fastidio, monotonia. Di tutt’altro tenore è lo sfondo che accompagna la Casa in collina. L’azione si svolge nei rilievi collinari che circondano Torino; la città, divenuta luogo di morte e devastazione, giace lontana e inerte come un relitto affondato. Nei sentieri boscosi, sulle alture, i suoni della guerra giungono attutiti ma è sufficiente il muggito remoto di un allarme per innestare negli animi l’angoscia e il terrore. Nel romanzo Corrado è un professore di scienze; Cate presta servizio in un ospedale, dopo essere stata operaia, cameriera d’albergo, assistente di colonia. Per il resto i caratteri dei personaggi ricalcano, grosso modo, quelli della Famiglia: Corrado è un introverso, quasi un asociale; erode “da solo gli anni e il cuore”, si compiace del “rancore saziato”, delle occasioni “felicemente perdute”. La sua indole è tendenzialmente statica, poco ricettiva, scarsamente sensibile agli stimoli esterni. Cate, al contrario, è reattiva, fiera, esuberante, sdegnosa; come nella Famiglia la sua voce è correlata a un modo di fare brusco, provocatorio, beffardo. Cate è una delle donne dalla “voce rauca”17 che compaiono di frequente nella produzione narrativa e poetica di Pavese; esse reiterano la figura archetipica di Tina Pizzardo, la donna che lo scrittore amò di più e per la quale soffrì maggiormente. Plasmata sull’abbozzo è anche la figura di Dino. Egli è il frutto della breve relazione fra Corrado e Cate, consumatasi otto anni prima. L’uomo, dopo aver interrotto – di colpo e con “villanìa” – il rapporto amoroso, non ha più incontrato Cate; quest’ultima, divenuta madre all’insaputa di Corrado, ha allevato il figlio da sola, con ostinazione e coraggio. Un incontro casuale pone i due personaggi l’uno al cospetto dell’altro, ciascuno di fronte al proprio passato. L’atteggiamento di Cate sulla paternità è molto più reticente rispetto alla Famiglia. Corrado arriva ad intuire il fatto soltanto dopo che, per fatalità, intende che il nome del ragazzo è identico al proprio: “Cate rincorse Dino che scappava, per portarlo a letto. Tutti lo pigliavano e nel buio qualcuno disse Corrado. – Corrado, – dicevano, – chi si chiama Corrado, ubbidisce. Appena Cate uscí di nuovo nel cortile, le andai incontro. […] – Si chiama Corrado, – le dissi. Mi guardò interdetta. – È il mio nome, – le dissi. Lei volse il capo, in quel suo modo baldanzoso. S’incamminò e disse scherzando: – Non lo sapevi ch’è il suo nome? – Perché gliel’hai messo? Alzò le spalle e non rispose. – Quanti anni ha Dino? – e la fermai. Mi strinse il braccio e disse: – Dopo. Sii buono.”18 La rivelazione, sconvolgente, suscita nell’uomo una progressiva affezione per Dino e un rinato calore per Cate. Se nell’abbozzo Corrado fa prevalere la freddezza nei confronti della donna e del bambino (“per Cate non sentiva una briciola d’amore […] quanto a Corrado, al suo minacciato figlio, dice che ancor oggi ci pensa come a un estraneo”19), nella Casa in collina egli accarezza il sogno di creare una famiglia, perché “la vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno”: “Cate – le dissi – se fosse vera la cosa di Dino, ti voglio sposare.” Mi guardò, senza ridere né turbarsi. “Dino è mio figlio – disse piano – Andiamo via”20; “Lei mi trattava come se fossimo sposati.” Dunque la figura di Corrado, negli anni, ha subito un riesame sottile ma significativo. Il personaggio è per molti versi lo stesso delineato in precedenza: solitario, egocentrico, scon- 5

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I protagonisti della Casa in collina in un abbozzo del 1941 troso, distaccato, apatico; eppure il protagonista della Casa in collina possiede uno spessore umano sconosciuto al suo precursore. A interrompere il decorso di un canovaccio esistenziale predefinito, balena l’ipotesi della paternità che gli schiude nuove prospettive di vita. Egli stesso, con fare indagatore, induce il fanciullo ad affrontare l’argomento: “Mio padre – dissi a Dino, – faceva tutte le mattine prima di giorno una strada cosí. La faceva in biroccino per andare ai mercati. Dino trottò senz’aprir bocca, menando il bastone sull’asfalto. – Tu non l’hai conosciuto tuo padre? – dissi. – La mamma, l’ha conosciuto, – rispose. – Non sai chi fosse? Mi guardò fiducioso e impaziente. Era chiaro che non ci aveva mai pensato. – Se non c’è dev’essere morto, – gli dissi. – Sulla pagella non c’è il nome di tuo padre? – Dino pensò, guardando avanti. – Dice solo la mamma, – rispose con una smorfia. – Sono orfano, io.”22 Corrado rincorre il nocciolo della questione anche con Cate, sebbene in maniera più sfumata: “Mi sentii sotto le dita me stesso ragazzo, quei corti capelli, la nuca sporgente. Cate capiva queste cose? – Chi sa se Dino somiglia a suo padre, – le dissi.”23 Nelle piccole manifestazioni d’affetto per Dino, quasi istintive, l’uomo rivela un comportamento protettivo, paterno: “Gli presi la mano, lo tirai al mio fianco.”24 Così, progressivamente, Corrado giunge a comportarsi da vero genitore, suscitando persino l’insofferenza del ragazzo: “Se adesso Dino mi accettava senza molto entusiasmo, era perché gli stavo troppo alle costole, perché mi facevo suo padre. Strana cosa, pensai, coi bambini succede come succede con gli adulti: si disgustano a troppo accudirli.”25 Orbene, nel romanzo si compie una metamorfosi interiore di Corrado rispetto all’omonimo personaggio della Famiglia. Il protagonista della Famiglia non manifesta alcuna intima evoluzione, permanendo uguale a se stesso anche dopo la confessione di Cate. Egli è infastidito dalla situazione e teme soprattutto le complicazioni che lo stato di padre provocherebbe all’interno dell’angusto orizzonte quotidiano. La sua affettività è raggelata dall’accidia. Egli è un personaggio d’oblomoviana indolenza26: come l’omologo russo, sacrifica all’inazione ogni possibilità di sviluppo vitale. Nella Casa in collina il legame di Corrado con Cate e Dino s’interrompe inopinatamente per cause esterne, provocando nell’uomo dolore e smarrimento: “Mi pareva di esser molto cambiato dall’anno prima, da quando passeggiavo per i boschi tutto solo e la mia scuola mi attendeva a Torino, e aspettavo paziente che la guerra finisse. Adesso Dino era stato con me in quel cortile, sua madre me l’aveva mandato. Dino era un grumo di ricordi che accettavo, che volevo, lui solo poteva salvarmi, e non gli ero bastato. Non ero nemmeno sicuro che, incontrandolo, mi avrebbe fatto caso. Se fossi sparito coi suoi, non mi avrebbe degnato di un ricordo di piú. Veramente la guerra non doveva finire se non dopo aver distrutto ogni ricordo e ogni speranza.”27 Un addio scarno, indifferente, privo di pathos, conclude invece La Famiglia: “E così uscirono, e Corradino l’accompa- gnò fino al portone di casa, sfiorandole il gomito, scambiando lato quando cambiava marciapiede, dicendosi cose inutili e cortesi. In un momento che Cate fece una smorfia, notò con piacere che aveva insomma un sorriso volgare. – Non sei mica una donna, – le disse. – Cosa sono? – Sei tu, – brontolò Corradino. Quando l’ebbe salutata – e fu un saluto senza cerimonie, quasi senza imbarazzo – Corradino attraversò il giardinetto senza fermarsi. Soltanto quand’ebbe svoltato accese una sigaretta. L’accese cercando di ricordarsi se nel caffè aveva fumato, ma non ci riuscì.”28 NOTE 1. Torino, Einaudi, 1960. Lo stesso volume contiene un altro episodio, Il fuggiasco, al quale Pavese attinse per la composizione del capitolo XXII della Casa in collina. 2. Cesare Pavese, Racconti, Torino, Einaudi, 1994, p. 387. 3. Ivi, p. 375. 4. Ibidem. 5. Ivi, pp. 378-379. 6. Ibidem. 7. Ivi, p. 382. 8. Ivi, p. 381. 9. Ivi, p. 388. 10. Ivi, pp. 384-385. 11. Ivi, p. 386. 12. Ivi, p. 389. 13. Ibidem. 14. Ivi, p. 390. 15. Ivi, p. 392. 16. Ivi, p. 401. 17. Id., La casa in collina, in Romanzi, Roma, “L’Espresso Grandi Opere”, vol. 8, 2005, p. 500. 18. Ivi, p. 506. 19. Id., Racconti, cit., p. 393. 20. Id., La casa in collina, cit., p. 509. 21. Ivi, p. 522. 22. Ivi, p. 511. 23. Ivi, p. 523. 24. Ibidem. 25. Ivi, p. 526. 26. L’influenza dell’Oblòmov di Ivan Aleksandrovic ˇ Gonc ˇarov sull’opera di Pavese - in particolare sulla Casa in Collina - è stata messa in luce da Giovan Battista Di Malta nella sua tesi di dottorato Modelli letterari russo-sovietici del romanzo neorealista: Pavese, Calvino e Viganò (Università degli Studi di Cagliari, a. a. 2010-2011, consultabile all’indirizzo internet http://veprints.unica.it/669/1/ PhD_Giovan_Battista_Di_Malta.pdf): “Ivan Gonc ˇarov [è] un autore il cui influsso su Pavese, benché finora trascurato, […] può dirsi invece cospicuo” (Ivi, p.151); “Diverse peculiarità de La casa in collina si spiegano riconoscendo il ruolo di modello letterario svolto dal romanzo Oblòmov” ((Ivi, p.166); “La casa in collina, [è un] romanzo che accoglie diversi procedimenti caratteristici della tecnè del realismo letterario rilevabili nel capolavoro di Ivan Gonc ˇarov, il romanzo Oblòmov” (ivi, p. 148). 27. Cesare Pavese, La casa in collina, cit., pp. 580-581. 28. Id., Racconti, cit., p. 402. 6

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Il romanzo che celebra il ritorno alle origini Una rilettura dell’opera di Cesare Pavese “La luna e i falò” Franca Maria Ferraris Rileggere le opere di Cesare Pavese significa ritrovare una scrittura che, scavando nella memoria, fa sì che ogni vissuto torni ad essere vita; significa rimettere a fuoco tutti quegli eventi che da una storia personale risalgono alla storia universale; significa vivere la terra fino alle radici più profonde attraverso i colori e i suoni di un linguaggio essenziale eppure contrassegnato da un lirismo che penetra i precordi, ridestando le più suggestive emozioni che solo l’Arte sa donare. Tutto questo e molto altro ancora, oltre le soglie del dicibile, significano le opere di Cesare Pavese tra cui La luna e i falò1, il romanzo che celebra il ritorno alle origini, facendo del nostos e del mythos i cardini sui quali ruota la storia di un’esistenza il cui schema narrativo è strutturalmente impostato sull’intreccio di un percorso personale con il periodo storico cui si riferisce. Ed è la logica più profonda di tale schema a elaborare in funzione ritmica la coordinazione del parlato, soffondendo l’essenzialità della prosa di un ampio respiro poetico. Lo scenario che fa da sfondo alla vicenda - eccetto in alcuni flashback in cui il protagonista Anguilla evoca il periodo trascorso nel Paese oltreoceano dov’era emigrato - è quello della Langa piemontese: un trasfigurato paesaggio dell’anima allusivamente sospeso in una mitica dimensione che oscilla tra la concreta immutabilità dello spazio e l’illusoria immobilità del tempo. Dalla forza di queste immagini dense di valori simbolici, rimbalza l’io narrante dello scrittore che, sotto le mentite spoglie del trovatello soprannominato Anguilla2, è tornato dall’America, dove aveva cercato scampo alla miseria, sempre portando in cuore la sua terra di cui svela l’inguaribile nostalgia con queste parole: “Capii nel buio, in quell’odore di giardini e di pini, che quelle stelle non erano mie, che come Nora e gli avventori mi facevano paura.[…]Valeva la pena essere venuto?”3; e così ancora nostalgicamente si esprime, allorché, per un guasto al motore, è costretto nottetempo a sostare “in una distesa grigia di sabbia spinosa”4, in quel deserto che sta ai confini col Messico, dove il suo disagio di sradicato è palese in queste parole: “[…] tra le nuvole basse era spuntata una fetta di luna che pareva una ferita di coltello e insanguinava la pianura. Rimasi a guardarla un pezzo. Mi fece davvero spavento”5. Il migrante dunque, dopo un’assenza ventennale in cui, con il suo lavoro, ha avuto modo di raggranellare un discreto gruzzolo, fa ritorno alla terra madre. Per la sua condizione di orfano, egli ignora a chi sia figlio, ma sentendosi affettivamente legato alle dolci colline somiglianti a grandi seni materni, qui torna e dà subito inizio a un’appassionata ricerca della sua infanzia trascorsa nel casotto di Gaminella presso la poverissima famiglia adottiva di Padrino e della Virgilia, nonché della sua prima giovinezza, come servitore presso la casa della Mora. Sebbene siano molti gli autori che hanno scritto sul mito del ritorno, uno su tutti chiamerò in causa Omero, il poeta che in assoluto fissò nella memoria collettiva il personaggio di Ulisse come l’archetipo del ritorno alle origini, cui da sempre si è attinto e si attinge. È Ulisse colui che Pavese nei Dialoghi con Leucò 6 pone a colloquio con Calipso per concludere come, pur di tornare alla sua Itaca, egli rinunci all’immortalità che la dea gli promette se resterà con lei. Ed è in questo desiderio di tornare, infine realizzato, che la figura di Anguilla si riallaccia sotterraneamente all’eroe omerico. Il romanzo è connotato da due elementi inscindibili, entrambi di fondamentale importanza: lo stile linguistico e la costruzione del contenuto stratificata su due piani: il presente e il passato. Pavese, fedele alla lezione dei classici, di questi ricrea il vigore del linguaggio, poiché sapientemente amalgama alla purezza dei suoni echi gergali, coniando un ritmo polifonico estremamente emozionante e vitale sulla cui onda accorda, in una mirabile sintesi, il realismo degli eventi al simbolismo cui questi stessi rinviano. Il secondo elemento è strettamente connesso al primo, poiché la trama, costruita su un vissuto individuale innestato nell’esperienza collettiva di una guerra molto sofferta, necessita di un linguaggio che consente allo scrittore di autodefinirsi attraverso un viaggio interiore, permeando la narrazione veristica dei fatti con l’espressione di un alto lirismo. Se Anguilla può vivere intensamente quella guerra udendone il racconto che gliene fa Nuto, l’amico ritrovato, è perché una sorta di alchimia orfica passa, attraverso la tensione del linguaggio, da colui che in realtà quella guerra visse a colui che ne ascolta le vicissitudini e, da questo all’amata terra dove il conflitto si svolse. Una terra che assume qui una valenza aspaziale e atemporale poiché, nelle sue viscere, serba i resti di coloro che vi furono uccisi e martoriati per consegnarli all’eternità simbolica del mito. Tocca dunque a Nuto Virgilio, guidare l’amico Dante Anguilla7 in quel regno degli Inferi che fu la seconda guerra mondiale (1939-1945), e, segnatamente, nel periodo che va dal ’43 al ’45. Doloroso sarà scoprire quali e quanti mutamenti questa guerra abbia prodotto nelle persone e nelle cose, lasciando pressoché immutata la natura all’intorno. Lo stesso Nuto si mostra cambiato: non suona più il clarinetto, e alla domanda: “Tu ci avevi la passione […] perché hai smesso?”8, dopo aver fatto cenno ad alcuni motivi contingenti, 7

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Il romanzo che celebra il ritorno alle origini chiude con amarezza: “Poi c’è stata la guerra”9. In questa secca, laconica denuncia è riflessa una molteplice gamma di significati contrastanti: la passione gioiosa per la musica, ma anche il dolore per averla dovuta reprimere per una causa così devastante. L’arte della scrittura pavesiana mai smette di creare e ri-creare con la forza delle parole le atmosfere più adeguate, facendosi elegiaca quando Anguilla rivede “il portico, il tronco del fico, un rastrello appoggiato all’uscio […] La stessa macchia di verderame […] La stessa pianta di rosmarino […]. E l’odore, l’odore della casa…”10. Ogni parola qui diventa simbolo, che va oltre quanto letteralmente scritto per esprimere l’assoluto dei sentimenti e degli umori che sorgono in chi torna in un luogo caro dopo una lunga assenza. Con emozione, poco dopo ancora riflette: “Era strano come tutto fosse cambiato eppure uguale. [...] a guardarsi intorno, il grosso fianco di Gaminella, le stradette lontane sulle colline del Salto, le aie, i pozzi, le voci, le zappe, tutto era sempre uguale, tutto aveva quell’odore, quel gusto, quel colore d’allora”11. Quindi, per rilevare che, solo in apparenza, molte cose sono rimaste uguali, sottolinea che in realtà “Nemmeno una vite era rimasta delle vecchie, nemmeno una bestia; […] la gente era passata, cresciuta, morta […]” 12. In effetti, le persone sono ormai altre, così come al posto suo, nel casotto di Gaminella, c’è ora un tredicenne storpio di nome Cinto, figlio del rozzo Valino. Nei miseri abiti che indossa, e nella malformazione che ne offende la figura, Cinto cattura l’attenzione e la simpatia del lettore per la mobilità espressiva del volto “che rideva senza far voce e serrò subito gli occhi”13. È in quest’espressione giocosa che Anguilla, ritrovando nel ragazzo una somiglianza con il sé di allora, dichiara: “vederlo su quell’aia era come vedere me stesso” 14. Ma ecco, nel limitato, povero mondo di Cinto, là dove la contemplazione nostalgica aveva riportato in Anguilla l’inconsapevole serenità del proprio sé fanciullo, ecco che ad opera della pazzia del Valino si scatena una tragedia, poiché l’uomo appicca fuoco alla cascina, provocando la morte a chi vi è all’interno. Le fiamme si levano alte nel rogo come quelle di un enorme falò con cui Valino, che subito dopo si impiccherà, rivendica un’ingiustizia subita dalla padrona delle terre che egli coltiva: un enorme grido di protesta contro la miseria, contro chi con lui l’ha condivisa, contro se stesso per non essere riuscito a trarsene fuori. La tragica essenzialità con cui gli eventi sono narrati, assieme alla commossa simpatia di Anguilla per lo sfortunato Cinto, restituiscono alla figura del ragazzo un lampo della bellezza esteriore a lui negata. Fin qui, dunque, solo povertà e dolore; ma quando Anguilla verrà assunto presso la casa della Mora, ecco nascere in lui la percezione della grazia, poiché grazia ed incanto sono presenti alla Mora, si respirano tra le mura e tra gli arredi della casa, si manifestano nei rigogliosi poderi e nel giardino pieno di fiori del benestante padrone Sor Matteo, splendono nelle tre ragazze: Irene, Silvia e Santa, figlie a costui. La Mora è la scoperta di un mondo nuovo, che proiettato in una pace ancestrale, evoca suoni di flauti. Il tono elegiaco entra nella polifonia dello stile: la fantasia dei sogni colma il ragazzo di un ardore sconosciuto. Tuttavia, ancora per poco, il fascino delle tre fanciulle vibra in una scrittura che ne tesse l’elogio con innamorata pronuncia, ben presto un tono di sventura ai appresta a prefigurare per ciascuna un destino a suo modo infausto. E se ancora nell’aria vibra il suono del flauto, già par di avvertire in lontananza l’eco dei tamburi di guerra. Ancora una volta, solo la natura appare uguale nelle perfette geometrie dei filari sulle colline, nei campi arati, negli alberi potati alla giusta luna; ma se, nella natura, il tempo viene cristallizzato come l’infanzia nella mente umana, sulle tre fanciulle grava il tempo che scorre e le travolge, come l’acqua di un fiume in piena. Il romanzo si chiude con l’immagine del falò, acceso dopo che Santa, la più giovane e bella delle tre, uccisa “da una scarica di mitra che non finiva più”15, giacque “distesa in quell’erba davanti alle gaggie”16.“Ci pensò Baracca ad accenderlo. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi […] demmo fuoco”17. Il fuoco dei falò, nella tradizione langarola festosamente accesi la sera di San Giovanni per accogliere l’estate con l’aria purificata dal profumo dei ginepri bruciati, qui abbinato alla morte della ragazza, la più giovane e bella delle tre, emblematicamente rinvia a un rito sacrificale. Nuto - Virgilio così conclude: “A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò”18. Le parole al riguardo, incandescenti come il fuoco che divampa sul giovane corpo insolitamente vestito di bianco a preluderne il lutto, sembrano specchiare il fuoco distruttivo di tutte le guerre, mentre la locuzione “come il letto di un falò” esprime il duplice, passionato messaggio, nel cui senso sono compresi sia il fuoco che bruciando lascia sul suolo il segno degli sterpi combusti per donare alla terra una nuova fertilità, sia la cenere come simbolo di una purificazione avvenuta attraverso il martirio. Se nei Dialoghi con Leucò Pavese, attraverso il dialogo tra Ulisse e Calipso, era giunto a concludere che l’immortalità, anziché un dono, poteva essere per gl’immortali un peso come la morte lo è per i mortali, nel romanzo La luna e i falò, ormai accertata la parità dei pesi, sembra lanciare una sorta di richiamo subliminale alla morte, che ubbidiente, con il compimento di questa estrema opera, verrà per consentirgli di raggiungere la seducente immortalità nella poesia alla quale costantemente mirò con ogni parola dei suoi scritti, in ogni attimo della sua vita. NOTE 1. Cesare Pavese, La luna e i falò, Einaudi 1973. 2. Ivi, pag. 85. 3. Ivi, pag. 17. 4. Ivi, pag. 45. 5. Ivi, pag. 48. 6. C. Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi 1973, L’isola, pag.101. 7. “Le Colline di Pavese”, Aprile 2010, dal saggio di Guido Rosso, pag.14,15, cit.: “Secondo un parallelo caro al Prof. Luigi Gatti Presidente CEPAM di Santo Stefano Belbo”. 8. Ivi, pag.13. 9. Ibidem. 10. Ivi, pag. 23, 24. 11. Ivi, pag. 27. 12. Ibidem. 13. Ivi, pag. 25. 14. Ivi, pag. 24. 15. Ivi, pag. 131. 16. Ibidem. 17. Ivi, pag. 131, 132. 18. Ivi, pag. 132. 8

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Ieri, oggi e domani Ovvero: cosa c’entra l’amore in un romanzo? Giusto. Però... “Paesi tuoi” Pasquale Briscolini Quando lesse il mio vecchio libro – a quei tempi era un pericolo vederci, ma in compenso eravamo più giovani – Masino ci pensò sopra un pezzo, evitò di parlarne in presenza di compagni, e ogni tanto se la rideva da solo.1 È l’incipit dell’articolo di Pavese su L’Unità di luglio di quell’anno, il 1946, e il quarto del gruppo “Dialoghi col compagno” in cui si riconoscono alcune “costanti” che sono sottese ad ogni articolo. La prima costante è riconoscibile nel clima particolarmente comunicativo: Pavese ha proprio voglia di “comunicare” con gli interlocutori che di volta in volta propone e di essere empaticamente vicino a loro. Si scherza e si dicono cose serie, ma sempre con leggerezza: si è tra “compagni”, certo in senso politico (non a caso gli articoli sono pubblicati su L’Unità) ma non solo, anche in senso profondamente umano. La seconda “costante” è “l’intento formativo” - non certo pedantemente didattico ma di tono leggero e accattivante volto a sostenere temi che a lui stanno particolarmente a cuore, nella sua visione del mondo. Una terza è la latente “polemica” con il Partito sulla libertà dello scrittore. Che secondo alcuni dovrebbe finalizzare la sua produzione alle esigenze “politiche”; ma questa non è certo l’idea di Pavese, che rivendica invece la libertà completa dello scrittore che andrà – semmai – “verso l’uomo”. Proviamo ad ascoltare e far emergere, in questo quarto articolo del gruppo, i fili e i messaggi che navigano sott’acqua, in immersione. Così procede Pavese dopo l’incipit facendo parlare Masino: – Però – disse – accidenti. Anche tu ci hai messo l’amore. Uno e una che si piacciono. – Non va? – Io dico una cosa. Quando sai che qualcuno, anche un amico, fa l’amore davvero, ti diverti? Fa rabbia, fa invidia, fa malinconia: non si può neanche pensarci. Invece, in un romanzo non trovi che coppie e te le guardi, le conosci, le segui. Parola che mi vergogno di essermi divertito. – E che cos’altro vuoi trovare in un romanzo? – Prendi il tuo. Non c’è solo l’amore. C’è un padrone e dei salariati. C’è un caso di lotta di classe. Si capisce leggendo come la campagna sia arretrata e il lavoro sfruttato. Anche il delitto di Talino è conseguenza di queste condizioni storiche. L’amore invece cosa c’entra? Insomma, “ci sono cose serie” – dice Masino, – “e l’amore cosa c’entra?”. Si sente quasi in colpa per essersi divertito leggendo, quando le cose di cui “ci si dovrebbe occupare” sono altre: il lavoro e il padrone, la lotta di classe. E Pavese risponde (per adesso prendendolo un po’ in giro, come poi lui stesso dirà): – C’entra sì. Se non ci fosse lo sfruttamento, Gisella non s’innamorerebbe del meccanico. Perciò tutti e due, essendo vittime, s’innamorano e fanno fronte ai padroni. Difatti è innamorato di Gisella anche Ernesto del Prato. Perché? Ma perché è un meccanico, un salariato anche lui. Masino capisce quando lo piglio in giro. Sa che lo faccio per spiegarmi e non s’offende. Nella risposta scherzosa, Pavese finge di seguire Masino sulla strada del “dover essere”, e quindi di spiegare tutto in termini di “sociale” e di “lotta di classe”. Poi chiarisce lo scherzo e Masino insiste: – Ma allora quella storia d’amore che cosa vuol dire, che cosa ci fa? Pavese risponde, questa volta seriamente, e gli spiega che ogni lettore deve poter trovare nella storia un proprio aggancio: gli conferma quello che noi sappiamo, che in realtà è il lettore che “scrive”, leggendo, il proprio libro perché lo riporta (in qualche modo, lo interpreta) nel proprio vissuto: Dissi a Masino che tutti i modi di leggere una storia sono buoni, hanno il loro bello. Le storie si scrivono appunto per questo: ogni ceto di lettori deve trovarci un richiamo, un interesse. Si comincia dalle cose di tutti i giorni, mangiare, dormire, far l’amore; se non c’è questo, tutto il resto sono chiacchiere; poi queste cose si congegnano in modo che si capisca perché succedono – e chi lo sa perché succedono le cose? Ci sono motivi infiniti, e dev’essere 9

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Ieri, oggi e domani chiaro che sono successe ma ciascuno vederci il motivo, l’esperienza sua – l’ignorante e quello in gamba – altrimenti tanto valeva lasciar stare. La spiegazione non soddisfa Masino perché ha fatto un largo giro di parole ma ha evitato il problema; e lui insiste: – “Sì, ma perché sempre l’amore? – ripeté Masino – Che cosa importa a me che leggo che un altro si sia trovata la ragazza? Questa volta Pavese affronta il punto dell’amore in un romanzo, e non come l’accenno di prima in cui sembrava essere un’esigenza verso il lettore, ma piuttosto come un’esigenza profonda dello scrittore, che ha proprio bisogno di “innamorarsi” – almeno nella fantasia – per aver più voglia di parlare e di raccontare: – È una grossa questione, Masino. Devi sapere che una storia è sempre fatta di simpatia verso la gente. Chi la racconta – che di solito per sua disgrazia o per le arie e strafottenze che si dà è un tipo in rotta con tutti – non riesce a scriverla se, almeno in quelle ore che lavora, qualcosa non gli tocca il cuore e lo scalda e gli fa voler bene alla gente, ai personaggi, alla giornata che passa. Ma c’è un sistema per scaldarsi, per cambiar la giornata, per godere le cose e la gente come sono, meglio che interessarsi a una ragazza, sia pure in fantasia? Per la stessa ragione che, quando vuoi bene a una ragazza, hai voglia di scriverle lettere, e tutto ti piace e fa godere, anche il cane e la pioggia – per la stessa ragione chi inventa una storia d’amore, se non è proprio uno zuccone o un pervertito, si mette in grado di voler del bene a tutti quanti i personaggi, e li capisce più a fondo e si diverte a raccontarli. Ci sono sì dei libri senza storie d’amore, e bellissimi anche, ma sono libri d’altri tempi. Masino-Pavese capisce che quest’ultimo è un altro punto importante, e infatti lo rinvia di un attimo perché adesso vuole insistere su un aspetto. Di fatto è Pavese che vuol parlare di se’, della sua difficoltà a stabilire rapporti profondi con gli altri. In sostanza, vuol parlare della sua solitudine, e si fa chiedere da Masino: – Poi ne parliamo, – fa Masino al volo, – ma ti dai delle arie anche tu. Possibile che chi scrive sia in rotta con tutti? Come fa? – Lo sapessi, Masino. Ma giorno per giorno mi convinco di questo. Bada bene: tutti lo cercano uno che scrive, tutti gli vogliono parlare, tutti vogliono poter dire domani “so come sei fatto” e servirsene, ma nessuno gli fa credito di un giorno di simpatia totale, da uomo a uomo. Si direbbe che han sempre paura di trattare con chi è stato o sarà, non con chi è. Si sente che Pavese parla di se’, e in modo sottilmente accorato; Masino tenta di fare un’ipotesi del perché accade questo: – Forse sentono l’intellettuale borghese che parla invece di agire. – Può darsi. Ma conosco intellettuali borghesi a iosa e nessuno è trattato come chi senza trucchi fa il mestiere di scrivere. Masino dà un’altra spiegazione e questa volta sembra colpire nel segno: – Sai com’è? – disse Masino. – Se tu vai d’accordo, anche gli altri ti vanno d’accordo. Si vede che chi scrive è il primo a non dar confidenza a nessuno. Come vuoi dunque che la diano a lui? – Allora tacqui. Per un poco tacemmo. Pavese tace, come se volesse far ricadere su di se’ la colpa della propria solitudine, per essere lui il primo a non avere interesse per gli altri. E’ un tema che riprenderà nel Diario il 17 agosto del ’50, a pochi giorni alla fine tragica: “Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’interessa, qual è la loro pena, il loro cancro segreto?” 2 Ma come a interrompere bruscamente quell’attimo di straniamento, Masino riprende: – Com’è che dicevi? – disse a un tratto Masino. – ci sono romanzi senza storie d’amore? – Non proprio romanzi, ma ce n’è. Tutte le volte che chi scrive è abbastanza robusto da interessarsi agli altri e trovar bello il mondo e aver voglia di dirlo, senza bisogno di eccitarsi come un cane a quell’odore, viene fuori una storia stupenda. Ma ben pochi ci riescono. Ci riuscivano di più in passato, in società organizzate in modo che la questione sessuale non era ancora diventata ideologia come adesso. Avevan altro da pensare, quella gente. Dobbiamo ricordare che siamo nel 1946, e Pavese è nel pieno della sua attrazione verso il mito, verso il periodo lontanissimo della notte dei tempi prima del logos. È stato affascinato dalla lettura de “La fisiologia del mito” 3 di Untersteiner, che ha peraltro avuto parole di grande apprezzamento per i “Dialoghi con Leucò”. Ed è quindi convinto – e qui lo sostiene – di quanto oggi Massimo Recalcati dice con riferimento a Freud: “Tra le due guerre mondiali Freud dà alle stampe, con il titolo Il disagio della civiltà, una riflessione lucida sulle ragioni profonde del malessere a lui contemporaneo ma più in generale sul binomio civiltà e disagio. Freud pone con forza la sua tesi: l’iscrizione dell’uomo nel campo della civiltà esige una 10

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Ieri, oggi e domani rinuncia pulsionale. Questa rinuncia trova nella legge dell’interdizione del godimento sostenuta dal Super-io sociale dell’epoca il suo agente fondamentale. Per essere civili, afferma Freud, è necessario assumere la rinuncia ai propri soddisfacimenti pulsionali come condizione per l’appartenenza a una comunità umana.” 4 Masino riparte provando, in una qualche “visione mitologica” a unire con una speranza quel passato remoto con un futuro per lui auspicabile: – E non credi che una nuova società possa rifare quelle antiche condizioni? – È possibile, certo. Allora Masino aveva ragione: l’amore non serve nei romanzi, basta fare una società nuova! E lui non si fa sfuggire l’occasione per ribadirlo e vincere definitivamente la partita: – Ma allora avevo ragione a dire che le storie d’amore non sono essenziali e voi scrittori esagerate e ci sono delle cose più serie? – Tu hai sempre ragione, Masino. Tutto dipende, però. In conclusione: ha ragione o no Masino? Certo: basterebbe fare una società nuova; ma questo è possibile o indietro non si può tornare? E poi, cosa vuol dire andare avanti o tornare indietro? Dovremmo intanto metterci d’accordo su questo, ma è lì il problema. Che, di fatto, non riusciamo a metterci d’accordo praticamente su niente. A volte ci proviamo e ci crediamo; qualche volta siamo convinti di esserci riusciti. Per scoprire, un attimo dopo, che “tutto dipende, però”. Riferimento e-mail: p.briscolini@libero.it NOTE 1. Paesi tuoi, pubblicato su “L’Unità” di Torino, 11 luglio 1946 2. C. PAVESE, Il mestiere di vivere, Einaudi, TO, 1977, pg. 362 3. M. UNTERSTEINER, La fisiologia del mito, Bocca, MI, 1946 4. M. RECALCATI (et al.), Civiltà e disagio, Bruno Mondadori, MI, 2006, pg. VII 11

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Cesare Pavese: la speranza e la tentazione disperata Bilancio di un tentativo di credere Ines Cherif Kaya Vale la pena chiedere il perché del suicidio?! Parole, espressioni, frasi, versi, tutti questi termini servono all’uomo per poter esprimersi, per poter manifestare il pensiero in modo orale, e di conseguenza per vivere. Occorre rifarsi a un dato di fatto che è un mezzo di rifugio e prende il compito di specchiare e di incarnare in maniera fedelissima l’anima delle persone. In effetti, la particolarità della scrittura delle righe pavesiane, mi portano a scegliere di ritornare ogni volta a scrivere sull’autore che assume una presenza sicura nella cultura italiana del Novecento. Le opere pavesiane sono cariche di interrogazioni sia in modo cosciente o incosciente ma rimandano sempre allo stesso punto, quello di un’esistenza aspra e introversa, di un essere condannato fin dall’infanzia ad un destino dolente. Difatti, leggendo e rileggendo con molto piacere le opere pavesiane notiamo palesemente che la vocazione del suicidio è sempre onnipresente quasi ad ogni riga, ciò che suscita questa sua voglia del suicidio è contrassegnata da molteplici disavventure, malessere e infelicità, come la morte dei genitori, le molteplici delusioni amorose, e soprattutto l’incapacità di assoggettarsi nella realtà. Tutti questi fallimenti contribuiscono solo a rafforzare l’odissea esistenziale come se fosse in un labirinto da cui non si può trovare la via d’uscita, anzi la via della salvezza. L’autore stesso afferma in una delle lettere datata l’8 agosto 1928 di appena 20 anni: “Non posso gettarmi a vivere, non posso. Per vivere bisogna aver forza a capire, saper scegliere. Io non ho mai saputo far questo”1. La frase è dunque al presente ma si proietta nel futuro. Questa voglia d’incrinatura in una narrazione non è un gioco di grammatica o retorica, non è neanche un gioco di prolessi o analessi. Questo futuro nel presente e nel passato urta subito l’attualità. Così, il gioco su passato, futuro nel presente, presente, esprime disperazione, sfiducia nell’avvenire e arretramento su se stesso. Dietro questo gioco dei tempi si nasconde il vero problema. L’autore si è giudicato ben presto, ha giudicato il suo futuro e non ha nemmeno voluto dare la possibilità di riuscire a gestire e ordinare la propria vita. Il suo cammino verso l’avvenire è in realtà un cammino sempre uguale a se stesso è un cammino senza una vera marcia positiva. Anzi è indirizzata in un unico senso, quello della depressione e delle distruzione, una discesa verso il basso verso il «pantano» come Pavese annota nella sua opera «Il diavolo sulle colline», come afferma anche all’amico Mario Sturani «nessuna gioia supera la gioia di sofferenza». Con questo vocabolo pavesiano, si assiste bene ad una svalutazione di sè, ciò significa che il nuovo ordine imposto all’avvenire è la sofferenza. Pavese si è ben sfogato nei suoi scritti, ove confida che ha vissuto durante tutta la sua vita delle difficoltà e delle delusioni che hanno contribuito ad accentuare di più la sua voglia di suicidio e dell’abbandono della vita terrena per recarsi a quella trascendentale ove non esiste nessuna sofferenza, nessun dolore e nessun giudizio. Scrive così nel Diario datato 19 gennaio 1938: “La solitudine è sofferenza – l’accoppiamento è sofferenza – l’ammassamento è sofferenza – la morte è la fine di tutto”2. Prendiamo a questo proposito la famosa citazione di Platone «Il corpo è la tomba dell’anima», di cui Pavese vuole liberarsi a tutti i costi, per lui la sua anima è prigioniera nel corpo e infatti al momento della morte l’anima si libera e rivive una nuova vita sicuramente e indubbiamente migliore della precedente. In effetti, i riferimenti al suicidio sono centinaia, prendiamo un esempio di lettera scritta a Tullio Pinelli: “C’è l’esaltazione suprema del suicidio. Oh un giorno ne avrò il coraggio! La vagheggio di ora in ora tremando. È il mio ultimo conforto3.” Accanto a questa voglia di suicidio che diventa perfino un «conforto», Pavese è influenzato dal poeta W. Whitman, egli argomenta in questo modo dicendo: “La figura dello scopritore travagliato che, appunto attraverso il dolore e la morte, giunge alla gioia della sua missione, per cui il dopo-morte è tutto una grande estasi di scoperta «fuori del tempo e dello spazio»”4. Queste poche parole che dicono tante cose, mettono in rilievo la consolazione e la liberazione di un’anima addolorata e prigioniera, sarà liberata solo al momento della morte, rivela in questo modo la solennità dell’anima. Per quanto mi riguarda nessuna spiegazione o analisi sull’autore Cesare Pavese potrebbe svelare la verità dell’ultimo atto o un perché del suicidio, tutte le ipotesi, tutte le ricerche, tutti gli studi che si sono fatti sull’autore non sono altro che probabilità del perché del suicidio, sono delle ipotesi e rimarranno per sempre delle ipotesi. L’unica vera verità del suicidio è saputa solo da chi compie l’atto: Pavese. NOTE 1. Pappalardo La Rosa Franco, Cesare Pavese e il mitodell’adolescenza, Milano, Edizionedell’Orso, 1960, p.147. 2. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, p.81. 3. Ibid, p.148. 4. Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1953, p.270-271. 12

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Cesare Pavese: Il rapporto con le donne La Misoginia Rejeb Rimah La misoginia è un aspetto da non trascurare nel ritratto di Cesare Pavese, di cui il rapporto con le donne è sempre stato ambiguo e assai complesso. Un fenomeno di repulsione che viene messo in risalto in tutte le sue opere, sia attraverso protagoniste rappresentative, o fatti avvenuti per causa di una presenza femminile. Infatti come viene sottolineato da Pavese: le donne non contano nella famiglia. Voglio dire, le donne da noi stanno in casa e ci mettono al mondo e non dicono nulla e non contano nulla e non le ricordiamo. [MONDO, Lorenzo, Quell’antico ragazzo, Milano, BUR saggi, 2008, p 74.] Questo sentimento, che fa parte dell’audacia adolescenziale, della liberazione dai divieti e dalla tutela materna assume sovente in lui punte crudeli e vendicative. Salvo a risolversi in una dolente invocazione di amore, nell’attesa di un rapporto riconciliato e fiducioso con l’elemento femminile. In effetti, secondo Armanda Guiducci, tutta la seconda infanzia di Pavese fu contrassegnata dalla presenza, divenuta dominante, della madre. Egli subì un’impronta fisica della figura primordiale materna. Ma un’impronta morale, più profonda, certamente derivò a lui dall’educazione esclusiva, senza scelta paterna di questa: i biografi definiscono come donna rigida e severa la madre che, indurita prima dalla disaffezione del marito e poi dalle responsabilità familiari, sembra attizzare in Cesare Pavese un sentimento di misoginia, attenuata e forse compensata dalla presenza tutelare della sorella Maria. Il rapporto con la madre si complica, si complicano le ambivalenze affettive, affetto e rancore, ubbidienza e ribellione. È difficile, per il figlio maschio, sottrarsi a una madre siffatta, congedarsi veramente da lei, nell’amore per un’altra donna, un amore emancipato e adulto. Uno dei tratti più sconcertanti e noti della personalità psicologica di Cesare Pavese fu dunque la misoginia. Questa misoginia rappresentò una chiusura così dolorosa del carattere che egli stesso non la sottovalutò. Essa si comunica alle sue pagine, vi getta un riflesso psicologico fortemente autobiografico. Non si sfugge al proprio carattere: misogino eri e misogino resti [….]. Tutto potrai avere dalla vita, meno che una donna ti chiami il suo uomo. E finora tutta la tua vita era fondata su questa speranza. Se nascerai un’altra volta dovrai andare adagio anche nell’attaccarti a tua madre. Non hai niente da perderci. [MDV p.86]1 Questi passi, tra i più espressivi del Diario, possono chiarire non pochi punti concernenti la disposizione o piuttosto la non-disposizione pavesiana nei confronti del sesso . Cesare Pavese non ha molta salute e si considera brutto. Riceveuno «choc» dall’incontro con la grande città, Torino, che accresce e accentua in lui i complessi di campagnolo e provinciale. Tutto ciò provoca prima un più stretto legame con la madre, che si sfalda e si traduce poi in ribellione, conducendo cosi Cesare Pavese a quella misoginia che diventerà poi inibizione sessuale. Egli cercherà di superare tale condizione protraendola nel tempo di adolescente irresponsabile o fortificandosi nella solitudine: ma anche queste direttive saranno destinate al fallimento, se già il 19 gennaio 1938, egli scriveva nel Diario: La solitudine è sofferenza – l’accoppiamento è sofferenza – l’ammassamento è sofferenza – la morte è la fine di tutto. [MDV p 81]2 La donna è collocata in luce sfavorevole. Persiste quell’atteggiamento di paura, di timidezza, che si traduce in un senso di derisione e di annullamento dell’essere femminile. È inibizione pavesiana che ritorna sotto un altro aspetto di misoginia, più discreta, ma sempre reale. Cesare Pavese in questi casi si atteggia ancora a giudice e coglie gli aspetti deteriori delle donne e della loro femminilità, dalla civetteria all’ostentazione, dal senso di superiorità all’invidia. Oltre alla figura della madre, abbiamo un’altra figura femminile che ha indotto l’autore verso questo carattere misogino: Tina, meglio nota come la donna dalla voce rauca. C’è l’incontro con Tina, l’amore, e poi, improvviso, tragico, il tradimento. A questo punto Cesare Pavese cade esanime alla stazione di Torino. Gli ci vorranno mesi per riprendersi. E comunque, da quel momento in poi, la sua ferita, la sua frattura, si allargherà in maniera violenta. Egli interpreterà l’abbandono di Tina come «un verdetto definitore sulla sua mancanza di virilità». Un nuovo schiaffo, terribile, dolorosissimo. Le sue parole ora sono cariche di misoginia. Le donne sono «amare come la morte», “sentine di vizi, perfide”, cariche di una sessualità animalesca per cui “sono pronte a commettere qualunque iniquità” per raggiungere il «piacere liberatore». L’amore è vissuto come uno scontro, come una guerra feroce, 13

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