Il Becco - Anno 2, numero 3

 

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Ritorno al passato: identità, memoria e presente

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Allegato del sito, www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 - Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487. Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari. Sede legale associazione e della redazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) - info@ilbecco.it - Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – 70% FIRENZE Interviste a ValerioEvangelisti, Ezio Gallori e Giorgio Cremaschi. Articoli di Rosa Matucci e Marco Saccardi. Rip i rodu d zione de d lla pubblicazione realiz izzata con il fi f nanziamento de d l DSU To T scana. . RITORNO AL PASSATO: identità, memoria e presente Disegno di Cristiano Anno II - n° 3 Felloni

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Editoriale Il Becco - Marzo 2015 allegato del sito www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487 "´L'oggetto della Storia e' l'uomo. Diciamo meglio: sono gli uomini che la Storia vuol cogliere. Chi non vi riesce non sara' mai altro, nel migliore dei casi, che un manovale dell'erudizione. Il buon storico, lui, somiglia all'orco della fiaba. La' dove fiuta la carne umana, la sa che e' la sua preda" Marc Bloch Redazione Roberto Capizzi, Leonardo Croatto, Chiara Del Corona, Andrea Incorvaia, Calogero Laneri, Daniele Lorini, Alex Marsaglia, Jacopo Vannucchi Consiglio Direttivo Associazione Chiara Del Corona, Nilo Di Modica, Diletta Gasparo, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Giacomo Rossato, Alessandro Zabban Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari Sede legale associazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) Stampato da: Raggiaschi Editore, in Firenze, finito di stampare il 25 marzo 2015 Il rapporto che abbiamo con il nostro passato contribuisce a definire ciò che siamo. Numerosi sono gli anniversari che si caratterizzano come occasioni perse. Un esempio recente è stato il 150° dell'unità di Italia, mentre speriamo che non lo diventi anche il centenario della Prima Guerra Mondiale. Anche fuori dalle istituzioni il rapporto con la storia fa parte della crisi delle forme di rappresentanza. A sinistra è passato sotto silenzio l'anniversario della morte di Togliatti, tolto qualche articolo, magari di accompagnamento a un'iniziativa editoriale. Mancando un approccio sistematico e storico rispetto all'identità sociale e politica, finisce che chi ricorda rischia di sfociare nel folclore e il dibattito si riduce a un mero scontro tra tifoserie. Un esempio è la battaglia che scoppia attorno alle proposte toponomastiche. Nella seconda metà del 2014, a Parigi, è scoppiato un forte dibattito sull'opportunità di intitolare delle vie a Robespierre. Eventi analoghi si verificano anche in Italia, su figure come Oriana Fallaci. Comunque la si pensi su una singola questione o su un intero processo storico, sarebbe sano riuscire a recuperare un minimo di metodo scientifico nel momento in cui si sceglie di rapportarsi con la propria storia. Abbiamo scelto di intervistare dei protagonisti della vita sociale italiana e di interrogarli su come vedono i processi che hanno attraversato. Troverete visioni consapevolmente di parte, ben argomentate. Siamo convinti che sia più utile un approccio simile, piuttosto che scegliere un ambito accademico astratto o celare le opinioni di chi si esprime. Nella quotidianità si scontrano interessi diversi, a livello di individui come a livello di classi: dare voce a una delle parti non significa ignorare che esistano altri punti di vista. Anzi, negare che esistano rapporti dialettici sarebbe il modo migliore per negare alla storia qualsiasi valore. Ci sarebbe molto da scrivere nel campo della filosofia della storia, ma abbiamo preferito un approccio più concreto. Riteniamo di particolare valore il contributo da parte del DSU Toscana, che ci permetterà di problematizzare quanto scriviamo all'interno degli spazi accademici. 1 s s Q m l p m t l a c a z f s d r r n Il presente numero è la riproduzione della pubblicazione realizzata con il contributo dell’Azienda della Regione Toscana per il Diritto allo Studio Universitario, a seguito di un progetto presentato alla stessa, vincitore del bando. Indice Il sapore della storia intervista di Dmitrij Palagi a Valerio Evangelisti Il motore della storia intervista di A. Zabban e D. Gasparo a Ezio Gallori Storia, una non scienza di Rosa Matucci Passato prossimo e sindacato intervista di Alex Marsaglia a Giorgio Cremaschi Negazionismo, nuova legge e problematiche di Marco Saccardi Mondine in campo sul libro di Barbara Imbergamo pag. 03 pag. 08 pag. pag. pag. pag. 11 12 14 15 N g m c d s e e D t c c p o r N p p r d u c s

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www.ilbecco.it - Marzo 2015 IL SAPORE DELLA STORIA. Intervista a Valerio Evangelisti A CURA DI DMITRIJ PALAGI - REDAZIONE DEL BECCO 1) Nelle diverse cose che hai scritto il passato ricopre sempre un ruolo centrale. Questo nonostante tu insista molto ad evidenziare l’impossibilità di ripetere nel presente modelli già sperimentati in altri contesti. La tua posizione sull’irripetibilità delle esperienze hai avuto modo di esprimerla recentemente sia riferendoti alla nascita delle organizzazioni socialiste italiane, sia alle forme di militanza antagonista degli anni ’70. La prima domanda verte sul tuo rapporto con la storia e sul ruolo che ha nella tua visione complessiva della società. Non è possibile secondo me che ogni generazione debba praticamente ricominciare da capo come se prima non ci fosse stato nulla. Questo non vuol dire una riproposizione del vecchio slogan “storia maestra di vita”, però gli errori compiuti una volta non possono essere ripetuti altre tre o quattro volte. Dunque la storia è fondamentale per tracciare una linea che faccia vedere come sono sorte le cose e da che parte certe circostanze producano sviluppi o producano crisi/involuzioni, anche se ovviamente non si tratta di una linea retta. Nei miei romanzi storici più recenti, per fare un esempio fra i tanti, ci si può rendere conto di come sia aleatorio il concetto di democrazia, vale a dire una democrazia non astratta ma una democrazia quale oggi viene concepita nei paesi capitalistici. Nelle storie che narro, sia in quelle america- ne sia in quelle italiane, la democrazia apparente è sempre pronta a cambiare volto nel caso in cui sia minacciata l’egemonia economia e politica di una classe. Per cui le involuzioni autoritarie sono sempre alle porte. Nel secondo volume del Sole dell’Avvenire questo è particolarmente sottolineato, perché l’affermazione del fascismo, che lì è appena accennata (perché si è agli inizi), avviene non per mano dei fascisti e basta, ma per mano di uno Stato che li appoggia, cioè di un apparato dello Stato, che non vuol dire di un singolo governo. I fascisti non si sarebbero mai affermati se non avessero avuto la complicità dell’esercito, delle forze dell’ordine, della Chiesa, dei poteri economici, che li sorressero. In sé il fascismo era una forza molto debole. Quando si arrivò a fasi di scontro decisivo le forze antagoniste di allora non avevano alle spalle nessuno e del resto erano abituate proprio a credere nella democrazia, erano convinte che sa- rebbe stato il Governo a farsi carico del frenare le violenze contro di loro... Era pura illusione, perché il fascismo è uno strumento come un altro che un certo assetto di potere capitalistico è pronto a usare quando è minacciato. E questo deve essere chiaro a tutti, mentre oggi non lo è, ed invece si tende ad assolutizzare il concetto di democrazia. Questo per fare un esempio. Per quanto riguarda il mio rapporto con la storia: secondo me è fondamentale per contrastare tutti quei fenomeni di cancellazione del passato che sono in atto ormai da tantissimo tempo. Si tende a vedere un epifenomeno indagando il meno possibile sulle cause, sugli antecedenti. Foto di Silvia Samorì 3

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Intervista a Valerio Evangelisti www.ilbecco.it - Marzo 2015 Io ritengo che senza un rapporto causa-effetto va smarrita la nozione stessa di storia, ma anche l’identità in qualche modo. Per cui finisce che la storia è lì come un quadro statico dove inserire la propria esperienza senza che questo quadro sia preso realmente in considerazione. È come in certi racconti di fantascienza in cui c’è un personaggio che si sveglia ogni giorno senza memoria, non sapendo cosa è successo il giorno prima, o in che mondo vive, per cui prova un grande senso di smarrimento. Per quanto riguarda poi il mio ciclo in dieci volumi sull’inquisitore, lì il discorso è particolare, nel senso che si cercano delle costanti. È tutto un discorso sull’autoritarismo quello che svolgo nei romanzi di Eymerich. L’autoritarismo viene visto come qualcosa di costante e di non staccato dalla personalità umana, qualcosa che deve essere tenuto sotto controllo perché può essere anche affascinante. In qualche caso l’autoritarismo può in certi momenti costruire qualcosa, ma sul lungo periodo risulta distruttivo, per cui nei miei romanzi ci sono azioni che avvengono nel Medioevo ma hanno ripercussioni tragiche sull’oggi, mentre nel Medioevo potevano in qualche modo essere comprensibili, o anche affascinanti. Io cerco di rendere molto ambiguo questo discorso, perché l’ambiguità serve, molto più della sicumera, della certezza. Bisogna interrogarsi sulle cose. Può esistere un malvagio affascinante: sicuramente Hitler lo era, lo è stato per molti (non per tutti è chiaro). Così è stato per altri tipi di tiranno, come Napoleone. Quindi più che un discorso sulla politica autoritaria si tratta di un ragionamento sulla mentalità autoritaria, che a un certo punto porta alcuni ad ergersi a demiurghi. Nel mio caso c’è un inquisitore che dice di agire in nome di Dio, in realtà se Foto di Silvia Samorì 4 noi andiamo a vedere bene, ve tutti sono nemici di tutti, Dio non c’entra niente. Lui approfitto poi di chi vuole sta agendo secondo un suo un ordinamento del genere. piano di disciplinamento. 2) C’è stata una sorta Nei romanzi in cui il prota- di cambiamento nelle gonista è Pantera c’è tutto un modalità con cui si altro discorso perché si parla presentano i tuoi lidi ribellione. Pantera è un ri- bri. A livello di rimane belle dalle idee confuse, scrittura perché è un individualista, l’ambiguità di cui hai che si trova ogni volta a do- parlato prima, ma i versi far carico di una causa tuoi ultimi lavori sodi cui vorrebbe fare a meno. no riconducibili più È circondato senza volere da direttamente alla mimiserabili che vedono in lui litanza del presente, uno che si batte per la giusti- cioè sono più percepizia; in realtà lui non bili, fruibili e vorrebbe però si vede co- rivendicabili in destretto a mettersi alla testa a terminati ambienti questo tipo di ribellione politici. Allo stesso collettiva e a prendere posi- tempo c’è stato un zione in cause che non gli raffreddamento dei appartengono. Passa tutto il rapporti da parte romanzo Antracite, per della pubblicistica naa larga esempio, a imprecare contro zionale che è il socialismo e i socialisti e diffusione, alla fine si trova coinvolto lui corrisposta ad una miin un’operazione di questo nore visibilità sui genere. Se noi prendiamo quotidiani nazionali e tutti questi elementi si vedrà altri canali di comuniaudiovisivi c’è una costante nei miei li- cazione bri: vado a cercare gli aspetti (almeno facendo rifedi narrativa popolare, rimento a quelli non cerco di usarli, per far legati ad esperienze passare un discorso antagoniste e di più complesso, a volte lotta). Il tutto in una simbolico. Mettiamo i fase storica in cui sta racconti di Metallo avanzando il disimpeUrlante. C’è gno politico e una l’avanzata del metallo forma di rassegnaziocome freddezza dei ne diffusa. Le cose sentimenti, il metallo sono collegate? Stai sostituisce la carne reagendo ai mutama non nasce dal menti della società nulla, viene imposto anche nel modo in cui come alternativa scrivi o è più un pasall’essere sociale, per saggio di carattere raffreddarlo, fino ad personale legato alla avere una società do- tua biografia? C c a m h s r a C c g a u t m m a m U d g p s f p s t c m p è H r

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Intervista a Valerio Evangelisti www.ilbecco.it - Marzo 2015 C’è stato uno stacco nel momento in cui, diventando io noto, o meglio abbastanza noto (perché non sono mai diventato un numero uno), hanno iniziato a indagare e interessarsi alle mie idee. Spesso ho deluso rispetto a quello che ero, in rapporto a quello che credevano che io fossi. C’è stato chi ha sinceramente creduto che Eymerich lo proponessi come figura reale e che io potessi somigliare a lui. Cosa che non è. Certamente è una parte di me e gli ho attribuito tendenze che sono presenti anche in me, questo lo ho detto fin dall’inizio, ma non è collegato a nessuna ipotesi auspicata di società governata da Eymerich. Una parte dei miei lettori, non molti a dir la verità, diciamo quelli più collegati all’establishment, ha cominciato a prendere le distanze già allora. Questo si è collegato poi ad altri fenomeni, vale a dire a delle prese di posizioni dirette. Io non milito da nessuna parte oggettivamente però ogni tanto mi sono fatto sentire su temi compromettenti agli occhi del sistema. Questo ha fatto sì che non fossi più corteggiato come prima, ma non è riuscito a cancellarmi dalla scena. Ho avuto da quel momento altri referenti. I primi giornali che lodarono i miei scritti, furono Avvenire e Il Secolo d’Italia assieme ad altri, dopo quelli sparirono. Per quanto riguarda la fortuna editoriale, è molto variabile. Ho l’opportunità di avere un editore molto commerciale che guarda a quello che uno vende, non a quello che uno scrive, che è l’ultimo dei suoi problemi. Quindi non ho avuto censure, ma è calata l’attenzione di certi media. Ho fatto una serie di sceneggiati radiofonici, ad esempio, ed ero corteggiato anche dal cinema. Da un certo momento in poi tutto questo è finito, perché si sono accorti che non ero quell’elemento domestico ho cominciato a esprimermi più libeche avrebbero voluto avere. ramente, non dico nei miei romanzi ma fuori, con Carmilla, la mia testata Le mie ambizioni sono di fare la mia online, con interventi nelle sedi più vita e le cose che mi piacciono. Non inaspettate per uno scrittore. Questo pretendo né di arricchirmi né di esse- ovviamente ha spinto alcuni a tentare re una star o qualcosa del genere. di oscurarmi, ma ormai era troppo Farmi gli affari miei, come disse più tardi perché avevo già creato una rete volte Pantera nei suoi romanzi, forse di lettori entusiasti e soprattutto il personaggio che più mi assomiglia. appartenenti a generazioni diverse che si alternano, sempre interessati ai Il fatto è che dalla mia personalità miei libri. Finché ci saranno quelli benon può essere espunto quello che è ne. stato il mio passato. Per quanto riguarda il clima circoSe oggi io sono anziano e poco attivo, stante pessimo, io mi rivolgo proprio a volte, sul piano delle idee, in passato a quelli che in qualche modo non lo no, sono stato un militante molto amano come non lo amo io e che si convinto. Quindi quello che scrivo ribellano a questa situazione che riavrà sempre un nesso, erano loro che tengo invivibile. prima non riuscivano a individuarlo. Poi c’è il fatto che non scrivo predi- Questo è un po’ l’andamento delle cozzi, non faccio morali, ma racconto cose. delle cose. 3) Due romanzi e due saggi La scelta stessa degli argomenti è in storici a dimostrare la veriun qualche modo una scelta politica. dicità del contesto che narri nel ciclo del Sole dell'AvveLa durata del mio percorso di autore nire. Sia la storia del PSRI ad oggi copre un arco di tempo di che Gallo Rosso sono testi una ventina di anni. Per lungo tempo che avevi già pubblicato. non mi hanno identificato piena- Entrambi testimoniano una mente, salvo per qualche uscita. Poi fredda accoglienza da parte 5

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Intervista a Valerio Evangelisti www.ilbecco.it - Marzo 2015 degli ambienti accademici. Contrariamente all'immagine dell'università come "fucina di rivoluzionari", pensi si possa parlare di un sistema di istruzione che nel corso degli ultimi decenni del '900 è finito per appiattirsi su posizioni di rendita e conservatrici? Gli ambienti accademici di trent'anni fa erano largamente inquinati dalla rivalità e/o complicità tra gli schieramenti politici istituzionali, a detrimento della ricerca e della didattica. Gli atenei vennero poi depurati sia sul piano del corpo docente che su quello delle materie di insegnamento, allo scopo di prevenire nuove esplosioni di rivolta come quelle degli anni '70. Scomparvero tematiche critiche nei confronti dell'esistente, e i docenti che se ne facevano portatori. Non so come stiano le cose adesso, però suppongo che si vivano le conseguenze di quelle scelte. razioni di precari. In questi tratti comuni mi pare emerga, però, una apparente contraddizione. Se tra i braccianti l'essere slegati dal luogo di lavoro (e dai mezzi di produzione) ha costituito un elemento positivo per la coscienza di classe, oggi la deprofessionalizzazione (penso a quella dei macchinisti) appare uno strumento utile al sistema per alienare e impoverire il lavoratore, la cui identità si definisce quasi eslcusivamente sulla dimensione del consumo, piuttosto che per l'attività che svolge o il luogo in cui vive. scritti lontani da qualsiasi idealizzazione della storia del movimento operaio, oggi più che altro un insieme di vicende sacre che vengono venerate in molti ambienti della sinistra italiana, anche ad alti livelli istituzionali, senza un ragionamento sui contenuti politici e sui processi sociali. Il punto di partenza fu quasi casuale. Quelle di Eymerich non sono le prime cose che ho pubblicato. Io avevo scritto già libri di storia, saggi, et cetera. Mi interessavo personalmente di fantascienza e narrativa fantastica, quindi decisi di scrivere dei romanzi di quel tipo, che però non erano destinati alla diffusione: li scrivevo per me e per degli amici. Poi per puro caso uno di questi fu alla fine pubblicato da Urania, ebbe un successo notevole e spinse l’editore a chiedermi dell’altro. Questi furono gli esordi. La grande differenza tra oggi e allora, è che a quel tempo operavano grandi forze politico-sociali interessate a unire le classi subalterne e ad alimentare movimenti di opposizione. Venute meno quelle, la deprofessionalizzazione non può che divenire un ulteriore 4) Il passato non può ripe- fattore di isolamento e di scomposi- Certamente avevo interesse, anche se non si trattava di romanzi realistitersi nel presente. Esistono zione. ci, a dare un’idea realistica di però alcune condizioni di omogeneità, come evidenzi 5) Tra gli elementi di conti- fenomeni come l’inquisizione, che è anche tu, tra le diverse gene- nuità dei tuoi romanzi c’è una sempre stata vista dalla narrativa o cosa che mi ha colpito dalla dal cinema popolare come una serie prima lettura a quelle più re- di torture e basta. Fin dal primo rocenti: i passaggi storici che manzo pubblicato si dice che la descrivi sono sempre de- Chiesa sta disciplinando l’Europa costrutturati rispetto al mito me per costituire un nuovo impero con cui ci vengono descritti. Il romano, perché erano venuti meno i Medioevo non appare come capisaldi di una società unita. Gli un periodo oscuro e negativo eretici invece minavano questo prodi terrore, ma rappresenta, getto. In questo contesto l’azione del come effettivamente è stato, mio protagonista è complessa, non un’epoca costitutiva anche ri- semplice. Da un lato è un persecutospetto ad alcuni elementi del re ed un autoritario, dall’altro lato è presente. Il movimento dei anche qualcuno che ha un progetto braccianti e l’avvento degli in mente, cosa che i suoi nemici non ideali socialisti tra la co- sempre hanno: questo era il punto di scienza del proletariato fondo. Soprattutto mi pare che doitaliano vengono invece de- vrebbe essere piuttosto evidente, 6

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Intervista a Valerio Evangelisti www.ilbecco.it - Marzo 2015 leggendo i miei romanzi, che l’inquisizione di cui parlo io è quello che poi è stato definito un tribunale delle coscienze. Si trattava di coartare le volontà all’obbedienza facendo poi introiettare il meccanismo di autorità. Questo era il punto di partenza. Per quanto riguarda poi quello che è seguito, ho cercato di adottare lo stesso punto di vista realistico in tutto quello che andavo a toccare. Si trattasse del far west, si trattasse dei pirati, prendevo argomenti della letteratura popolare e in qualche modo li stravolgevo, perché li mettevo quasi all’interno di un discorso storiografico. Così per quanto riguarda il bracciantato, le lotte contadine dei primi del ‘900 e fine ‘800, et cetera, ho tentato di essere il più realistico - - - - - possibile. Non si trattava di eroi, o personaggi particolarmente ideologici, ma si trattava di gente che stava vivendo una fase di trasformazione e anche le mentalità si trasformavano. Io ho parlato a lungo nel primo volume del Sole dell’Avvenire del declino della mezzadria e di come invece si affermasse la disoccupazione di massa come dato costante dell’economia emilianoromagnola, ma non solo. Io mi trovai a dare un esame per una cattedra di associato nell’ambito di storia contemporanea, dove, avendo letto i miei scritti, i rappresentati del PCI di allora che erano ben presenti nella giuria, o meglio alcuni di essi, dissero che in qualche modo nei miei scritti economico-politico-storici offendevo i braccianti perché insistevo sui loro comportamenti “selvaggi”: il ricorso alla violenza (non promosso dalle organizzazioni ma spontaneo) e certi costumi (ho scritto che le donne be- - - - - - La prima e la terza immagine di questo articolo (pagina 3 e pagina 4) sono paesaggi contemporanei della Romagna. Li abbiamo scelti, e ringraziamo l'autrice per avercele messe a disposizione, perché nel Sole dell'Avvenire è lo stesso territorio a mutare nel corso degli anni, in un rapporto molto stretto con il mutare del tessuto socioeconomico. A seguire trovate invece le immagini dei due romanzi e dei due saggi storici che rendanzo manifesto il forte legame tra lo studio del passato e la capacità narrativa di Evangelisti (riportiamo i testi in ordine di pubblicazione, anche se abbiamo inserito le copertine dei due romanzi a pagina 5, mentre quelle dei due saggi tra pagina 6 e pagina 7). L'immagine dell'autore in questo riquadro è una foto di Arabella Franchi (Iguana Press. Bologna), ripresa liberamente dal sito www.eymerich.com (sezione bio-bibliografia). Il sito dedicato a letturatura, immaginario e cultura di opposizione, che ha tra i suoi autori Evangelisti, citato nelle risposte, è www.carmillaonline.com. - Valerio Evangelisti, Il sole dell'avvenire Vol. I Vivere lavorando o morire combattendo, Mondadori, 2013 - Valerio Evangelisti, Zucchini Emanuela, Storia del partito socialista rivoluzionario 1881-1893, Odoya 2013 - Valerio Evangelisti, Il sole dell'avvenire Vol. II Chi ha del ferro ha del pane, Mondadori, 2014 - Valerio Evangelisti, Il Gallo Rosso, Odoya, 2015 stemmiavano e bevevano, cose che non avrebbero mai fatto nel quadro contadino precedente). Questo veniva giudicato come un attentato ad un’icona di assoluta purezza e di civiltà ideale che in qualche modo avrebbe sorretto queste lotte. Semplicemente non era così e in quella sede affermai: “non mi sono inventato nulla, sono andato a vedere le cronache di quello che accadeva”. E quello che accadeva era che crollava un certo sistema paternalistico. Quando c’è un crollo non sempre tutto è controllabile: una parte del crollo esce dal controllo di chicchessia. Questo è più o meno il mio approccio, sia di oggi che del passato. Cerco di mettere in evidenza anche le deficienze e gli errori. Non come ammonimento. Lungi da me tentare di fare lezioni. Ma questo deve essere l’approccio anche nel vedere il presente, nell’analizzarlo e nel tentare di capirlo. Io mi fermo a questo punto qua. Al di là può andare solo chi agisca effettivamente. Io non sono di quelli, sono in pensione oramai. Scrivo i libri e getto esche, non per far abboccare ma per far mangiare l’esca. Poi chi ha orecchie per intendere intenda, diceva uno più noto di me. - - 7

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www.ilbecco.it - Marzo 2015 IL MOTORE DELLA STORIA. Intervista a Ezio Gallori A CURA DI ALESSANDRO ZABBAN E DILETTA GASPARO - REDAZIONE DEL BECCO 1) Hai attraversato anni di grande cambiamento per il Paese, che hanno riguardato anche il mondo del lavoro. Com'è mutata la figura del sindacalista? Il sindacalista di prima era un personaggio che innanzitutto lavorava, oggi invece la sua figura si è professionalizzata. Per alcuni è diventato un modo per fare carriera: alcuni rappresentanti dei lavoratori sono diventati deputati o dirigenti di azienda (non parlo solo di Moretti, il caso più noto, che è passato dalla Filt-Cgil a dirigere le Ferrovie dello Stato, per poi passare recentemente a Finmeccanica). Non voglio dire che si devono precludere le carriere ai sindacalisti, ma sottolineare come sia mutato un ruolo e conseguentemente siano mutate alcune priorità. C'è anche un discorso legato al contesto. Prima lottavamo per lavorare di meno e, dove possibile, guadagnare di più. Adesso fanno lavorare di più, pagando di meno, sotto la minaccia della perdita di lavoro, con i sindacati che subiscono questo ricatto quasi con timore. C'è stata una mutazione genetica del sindacalista. Ai miei tempi eravamo i primi ad essere licenziati, non ci percepivano come dei burocrati che vivono al di sopra dei lavoratori. Non sono mai stato alle scuole sindacali, ma ho sicuramente imparato molto dai sindacalisti che avevo intorno quando sono entrato in ferrovia. Mi ricordo la prima lezione, del 1960. All'epoca ero iscritto al Partito Socialista, realtà ben diversa da quella che è diventata nei decenni successivi. Alla Camera del Lavoro ammisi che non sapevo nulla di come si facesse il sindacalista. Mi risposero: "è facile, è il mestiere più semplice del mondo, perché quando il padrone dice di sì, noi dobbiamo dire di no e viceversa". Questo non significava che non dovevamo firmare nulla. Anzi, ho raggiunto più volte degli accordi con le Ferrovie, solo che partivamo da posizioni chiare e i ruoli rimanevano ben distinti. La favola per cui il lavoratore sta meglio quando sta meglio l'azienda è il rovesciamento della realtà: solo un lavoratore con i diritti e un buon salario è in grado di garantire la tenuta della realtà per cui lavora e di tutto il paese. In questo ambito può essere istruttivo una testimonianza di tante battaglie e trattative. I problemi più grandi li ho avuti quando dall'altra parte c'erano dei ministri che si dicevano compagni (cito l'esempio di Burlando), mentre sono riuscito a firmare con il mangiaoperai Mortillaro. Sicuramente è cambiato il mondo del lavoro, ma non credo che sia indifferente il fatto che molti compagni siano poi diventati dirigenti aziendali, ministri, parlamentari, sostenendo che al padrone non si poteva più dire di no. Per chiudere su questa prima domanda penso sia utile ricordare una pratica del passato, a titolo esemplificativo. Per essere membri del comitato sindacale e potersi anche solo candidare, bisognava aver fatto prima due anni nel Comitato Attivisti Sindacali, una sorta di gavetta, che consisteva nel passare ogni mese con il bollino a raccogliere le adesioni al sindacato (ognuno di noi rispondeva di 50 lavoratori). 2) L'esperienza del Coordinamento Macchinisti Uniti (Co.MU) è stata una sorta di eccezione rispetto ai sindacati del '900, sopravvissuti nel nuovo millennio. Cosa ha rappresentato? Fino agli anni ’70 c’erano delle commissioni interne che regolavano la vita sindacale all’interno dei vari impianti (al fianco dell’organizzazione verticistica). Uno dei passaggi più belli che abbiamo attraversato è stato quello dei Consigli dei Delegati. Con queste realtà la democrazia nei luoghi di lavoro aveva registrato un notevole passo in avanti (erano un'evoluzione delle Commissioni Interne). I sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil) si resero conto che il controllo gli stava sfuggendo di mano, soprattutto rispetto alle loro divisioni di vertice. La scelta di esautorare le RSU dai processi decisionali ha segnato un momento di rottura nel mondo del lavoro e forse da lì si può leggere l'inizio di una fase che ha portato alle sconfitte degli ultimi decenni. Ai Consigli dei Delegati si scelse di togliere potere, rimettendo ogni proposta di sciopero al vaglio delle segreterie confederali. Non erano più 8

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Intervista a Ezio Gallori www.ilbecco.it - Marzo 2015 i lavoratori a dichiarare le lotte, ma i vertici delle loro organizzazioni. A Firenze, nel 1963, su 780 macchinisti, ce n'erano 300 iscritti al Partito Socialista e 280 iscritti al Partito Comunista. La massa dei lavoratori aveva quindi una fede politica, collocata inequivocabilmente a sinistra. Questo era l'ambiente in cui ci eravamo formati. Un anno la triplice esautorò lo SMA (Sindacato Macchinisti e attività ferroviarie) e chiese ai suoi iscritti di votare secondo il principio per cui quelli della Cgil votavano la Cgil, quelli della Cisl votavano la Cisl e quelli della Uil votavano la Uil. Io (da iscritto Cgil) e altri ferrovieri di Firenze firmammo un appello in cui invitavamo i lavoratori a una doppia votazione, cioè a partecipare sia a quella confederale che a quella dello SMA. La Camera del Lavoro ci annunciò che saremmo stati sottoposti a processo. Peccato che i primi sei firmatari dell'appello risultarono i primi sei eletti nel Consiglio dei Delegati e quindi il sindacato decise di lasciar perdere. Abbiamo tentanto di resistere all'esautorazione delle RSU, ma non è stato un percorso pacifico e semplice. Alcuni delegati della CGIL iscritti al PCI volevano organizzarsi in un “sindacato rosso”, con una sorta di scissione. Mi opposi, perché tra i lavoratori c'erano tante sfumature e sensibilità, anche tra quelli che si ritenevano di sinistra. Il giornale In Marcia era stata una bandiera dei macchinisti dal 1908. Nel 1979 la Cgil decise di chiuderlo, perché era troppo libero. Il metodo scelto fu democratico. Si chiese tra tutti i lavoratori se ritenevano utile mantenere una rivista di categoria, chiedendo quindi a tutti i ferrovieri di esprimersi su una cosa che riguardava però principalmente i macchinisti (sempre guardati con un po' di invidia, o comunque gelosia, dalle altre categorie di lavoratori delle FS). Quindi quando mi proposero di creare un altro sindacato rifiutai, facendo invece rinascere il giornale, che dal primo numero si pose il problema di ritrovare l'unità dei macchinisti su dei valori di classe. Era il 1982. Per 5 anni abbiamo lavorato in questo modo. Nell’87 cominciammo a dichiarare degli scioperi, sulla base di una regola che prevedeva di raccogliere preventivamente almeno l’80% di adesioni tra i lavoratori. Partimmo da Venezia, fino a far scioperare 9 compartementi (su 15). Nel 1981 con i Consigli dei Delegati avevamo firmato degli accordi favolosi. Smobilitato il personale in lotta, i sindcati andarono dall'azienda ad annullare quelle conquiste. Sapevamo quindi di dover ottenere un riconoscimento autonomo rispetto ai confederali. Ci sono voluti 31 scioperi, prima di essere accettati come controparte. Fu il Parlamento ad arrendersi e riconoscere l'esistenza del Co.M.U., una realtà che ancora non avevamo legalizzato. Le strutture bisogna verificarle, non inventarle. Fu fatto un referendum, con cui 13.000 macchinisti si espressero per la nascita del Coordinamento. Anche io mi convinsi che era necessario fa- re un passo in avanti, nonostante venissi della Cgil, che consideravo la mia mamma. Comunque essere iscritti al Co.M.U. non implicava la revoca dall'altro sindacato, si poteva avere la doppia tessera. Tra le cose più significative della nostra realtà c'è stato lo statuto, che ricordava i soviet e i consigli di fabbrica. Decidemmo di sospenderlo e di rimetterlo in discussione dopo le lotte, anziché strutturarci prima ancora di partire con il nuovo percorso di lotte. Se ci siamo costituiti con un atto notarile è stato perché l'azienda aveva bisogno di un interlocutore formalmente riconoscibile. Avevamo tentato delle strade per impedire la formazione dei ceti burocratici, propri di ogni organizzazione sindacale o politica. Ad esempio nessuno poteva essere distaccato e tutti rimanevamo tra i lavoratori. Dopo una decina di anni qualcosa iniziò a incrinarsi, ma questa è un'altra storia, per cui mi fermo qui. - - 9

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Intervista a Ezio Gallori www.ilbecco.it - Marzo 2015 3) Ci permettiamo anche una domanda forse più naïf. Qual'è stato il momento di lotta sindacale che ti ha regalato maggiori soddisfazioni? Non è facile rispondere. La lotta di per sè era un momento di soddisfazione. Nella mia vita ho partecipato a 181 scioperi, molti dei quali ho direttamente organizzato. Non erano sempre dei colpi di cannone, abbiamo anche sparato colpi di rivoltella, comunque micidiali. Scioperi di cinque minuti causavano comunque enormi danni all'azienda (quindi non sono stati 181 giorni di sciopero). Non a caso la legge 146/1990, che riguarda il diritto di sciopero, è stata fatta contro di noi. Hanno inziato a parlare di diritto degli utenti e a nascondere dietro un'apparente tutela della democrazia la cancellazione del diritto allo sciopero. Oggi anche uno sciopero che ottiene l'80% di adesioni rischia di passare inosservato. Nelle commissioni di garanzia sugli scioperi (una delle novità introdotte negli anni '90) persino Rifondazione Comunista, il partito teoricamente più vicino alle lotte e agli scioperi, non ha mai messo lavoratori, ma piuttosto avvocati e altre figure professionali che non si sono riuscite ad opporre alla degenerazione a cui siamo arrivati. Più che la maggiore soddisfazione a livello individuale, posso dirvi qual'è stato il maggiore successo che abbiamo ottenuto. Con la contrattazione sindacale del 1992 abbiamo conquistato un contratto impensabile fino a pochi anni prima e decisamente all'avanguardia rispetto al punto a cui siamo ritornati oggi. Non era solo una questione di salari (con lo stipendio quasi raddoppiato) e di orari di lavoro. Avevamo ottenuto il riconoscimento di nuovi diritti, prima non previsti. Il punto centrale fu però quello di riuscire a trascinare tutti i ferrovieri, ottenendo una vittoria non esclusiva per i macchinisti. Avevamo dimostrato quanto sosteneva Foa, mentre oggi viene negato quasi da tutto il sistema politico e dell'informazione. Non è vero che le conquiste di pochi vanno a danno dei molti. Si tratta di sfondare sul terreno della lotta, così da aprire il campo anche agli altri. Più diritti e più salario per i macchinisti costrinsero i sindacati ad ottenere analoghi miglioramenti per gli altri lavoratori delle ferrovie. Il nostro punto di forza era che fermavano i treni. Con il nostro vantaggio siamo riusciti a garantire anche gli altri. L'opposto della guerra tra poveri che ci viene proposta oggi (pensate a quelli che vogliono mettere in contrapposizione i pensionati con i precari). Il padrone non è mai sazio, sta al lavoratore lottare per avere sempre maggiori diritti. Lui dice di no e noi diciamo di sì. Ci siamo mossi sempre fedeli a questo insegnamento. Dopo le conquiste del 1992 mi invitarono persino a un pranzo con dei membri dell'ambasciata statunitense, per capire come avevamo fatto a scardinare il sistema. Ci tengo a ricordare un ultimo episodio. Credo che siamo stati gli unici a scioperare contro la Guerra del Golfo. Riuscivamo a tenere insieme le rivendicazioni della categoria con le lotte politiche più generali, senza mai legarci a partiti o vertici sindacali, ma sempre partendo dalla partecipazione e dalla lotta dei lavoratori. 4) Il Partito Comunista Italiano occupa la memoria diffusa del paese quando si parla di sinistra. Tu però non ne hai mai fatto parte. Ero un libertario prima e lo sono oggi, tanto è vero che non ho mai goduto di grandi simpatie nei partiti. Un'eccezione forse c'è stata, all'inizio, nel PSIUP. Poi quel partito si è diviso. In seguito ho attraversato Democrazia Proletaria, in cui c'è sempre stato di tutto. Ho sempre cercato un rapporto genuino con il movimento. Nel Comune in cui sono stato consigliere comunale furono inquisiti due sindaci del PCI, bruciati nel modo più assoluto, non tanto perché avevano allungato la mano quanto perché avevano dato il pretesto per allungarla. Tutto quello che abbiamo ottenuto è stato a viso aperto, senza mai cercare favori. Forse per questo ci ricordano poco volentieri. C v i q d q n c p u c n m d l T a d g s n U r p m p c p s I DUE LIBRI DI CUI ABBIAMO RIPORTATO LE COPERTINE A PAGINA 9 E 10, SONO ACQUISTABILI TELEFONDANDO ALLA SEDE DELLA RIVISTA ANCORA IN MARCIA, TELEFONANDO ALLO 055 486838 O SCRIVENDO A INMARCIA@TISCALINET.IT 10

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www.ilbecco.it - Marzo 2015 STORIA, UNA NON SCIENZA DI ROSA MATUCCI DOTTORESSA IN STORIA MODERNA Chi, uscito da un percorso di laurea triennale in Storia, voglia continuare con la specializzazione, si ritrova ad iscriversi ad un corso chiamato Scienze storiche (almeno per quanto riguarda l’Università di Firenze). Si tratta di una definizione ridondante, e di per sé errata, in quanto qualsiasi materia che si occupi dell’uomo non può necessariamente definirsi “scienza”, visto che il comportamento umano non può essere esattamente prevedibile come lo è una legge fisica. Lo storico non è uno scienziato, ma semmai si tratta di un mestiere in cui, occupandosi di processi di causa-effetto che è necessario spiegare, si affina una certa disciplina metodologica, e si può azzardare un’identificazione delle linee di tendenza, che comunque rimangono ben lontane dal potersi definire “regole”. Tra queste linee di tendenza, una delle teorie più studiate e affermate nel campo della storiografia, è quella che tratta dei processi di costruzione identitaria governati dall’alto. Ogni popolo, e in ogni epoca storica, ha sentito il bisogno di autodefinirsi: chi eravamo nel passato, chi siamo ora, e, di conseguenza, chi saremo. Un esempio assai usato in questo campo è l’uso della romanità nell’Italia fascista. Le costruzioni identitarie prevedono in sé stesse non solo la costruzione di cosa si è, ma anche, specularmente, cosa non si è. Non si può parlare di identità senza tenere conto della costruzione di un nemico, che fa capire ad un popolo cosa è rispetto al suo contrario, chiaramente stereotipato. La costruzione di un’identità rispetto ad un nemico può essere esplicita, o anche molto sottile, comprensibile solo studiando apposite terminologie che sono passate alla Storia. Si pensi per esempio al termine Reconquista, coniato nel XIX secolo in riferimento alla cacciata, conclusasi nel 1492, dei mori e degli ebrei dalla Spagna. A livello identitario c’è una grossa differenza tra “conquista” (che forse in questo caso sarebbe il termine storico più adatto), e “reconquista”, che porta con sé il concetto di invasori, cosa che i mori e gli ebrei non erano. Tuttora, nel nostro contemporaneo, dobbiamo misurarci con un nemico, costruito ad hoc sui concetti di “occidente cristiano” e “oriente islamico”. In questo caso, forse più che per altri, è evidente la profonda generalizzazione semplicistica che queste costruzioni portano con sé, come se fosse scontato che tutto l’occidente sia cristiano, e si caratterizzasse per questo, e che, allo stesso modo, tutto l’oriente sia islamico (e fondamentalista, chiaramente). Si è portati a prestare attenzione solo a ciò che c’è bisogno di vedere, tralasciando sia la nostra complessità, spesso frutto di stratificazioni culturali, sia quella di chi abbiamo bisogno di definire come diverso, inconciliabile con la nostra società, e quindi nemico. Ciò che, in questo contesto, può, e deve, fare lo storico è chiedere le ragioni alla Storia, e capire volta volta le cause che hanno spinto un popolo o una nazione a definirsi in un modo piuttosto che in un altro, e a cercare quello specifico nemico da cui doversi distinguere: come scrisse Benedetto Croce “ogni storia è storia contemporanea”, cambiano solo le domande da farsi, che devono rimanere estranee da pretese di giudizi valoriali. NELLA FOTO UN MANIFESTO ISLAMOFOBICO PUBBLICITARIO AFFISO A NEW YORK, SU CUI DEGLI ATTIVISTI HANNO ATTACCATO UN CARTELLO "ATTENZIONE È PROPAGANDA DI GUERRA" - FOTO RIPRESA LIBERAMENTE DA MONDOWEISS.NET 11

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www.ilbecco.it - Marzo 2015 PASSATO PROSSIMO E SINDACATO Intervista a Giorgio Cremaschi A 1) In Lavoratori come farfalle. La resa del più forte sindacato d'Europa (Jaca Book, 2014) troviamo un'accurata critica alla CGIL, la quale viene presa a modello per descrivere la più generale crisi sindacale italiana. Nella ricostruzione indaghi il passato per cercare di capire e descrivere meglio il presente ed emerge come nodo cruciale lo stretto rapporto tra il principale sindacato italiano e il PCI (oggi il PD), questo rapporto a che punto è giunto? Quale parere ricavare sull'autonomia della CGIL rispetto al passato e alla sua evoluzione o involuzione? Voglio premettere un punto: è chiaro che la situazione di disastro del mondo del lavoro è responsabilità del liberismo, delle politiche delle banche e della svolta reazionaria delle politiche economiche; dopodiché alla CGIL affido la responsabilità di non essersi opposta davvero, di non costruire neanche oggi una opposizione che sia il segno di una ripresa e questo avviene per la debolezza di fondo della CGIL di misurarsi con un progetto alternativo a quello del PD. Infatti, non bisogna dimenticare che questo CURA DI ALEX MARSAGLIA - REDAZIONE DEL BECCO ste forze rompano sino in fondo col PD e il suo sistema di potere, con la Confindustria e trovino dei punti di unità e comincino mettendo assieme tutte le lotte che ci sono che non potranno essere più quelle di prima, perché c'è un mondo precario con cui bisogna misurarsi, ci sono i lavoratori che non hanno più l'articolo 18, quindi io oggi vedo una lotta che è sicuramente da pionieri. 3) Nelle conclusioni del libro parli della necessità di “emanciparsi dalle ideologie divenute dominanti negli anni '80” e di “rompere con le pratiche che hanno portato al disastro attuale del lavoro, e unire chi vuole praticare questa rottura”. disastro del mondo del lavoro non viene con un governo di destra, non avviene coi fascisti che ti arrestano i sindacalisti e li mettono nei campi di concentramento, ma avviene con un governo di cui il principale partito del centrosinistra è l'artefice. È chiaro che c'è un problema grande come una casa: la CGIL è stata per lungo tempo collaterale e vicina al PD, adesso non ha un buon rapporto col suo gruppo dirigente però è importante chiarire che è stato Renzi ad aver rotto con la CGIL e non viceversa. Certo, Renzi ha fatto la svolta rompendo, ma la CGIL oggi non fa ancora una vera opposizione al sistema PD. Ad esempio la CGIL ha fatto lo sciopero generale il 12 dicembre 2014 poi l'ha rimesso nel taschino, rimettendo così nel taschino il conflitto, quindi ha sostanzialmente fatto una grande mobilitazione che però è finita nel nulla perché non gli ha dato nessuna continuità e per dargli continuità dovrebbe scontrarsi con i due punti punti coi quali invece in tutto questo periodo ha tentato l'accordo: una è la Confindustria di Squinzi con cui ha fatto accordi di tutti i tipi salvo scoprire che sono schierati col PD di Renzi; l'altro è il PD stesso con cui ha tentato disperatamente la concertazione, ma è Renzi che la rifiuta non la CGIL che non la vuole. La CGIL non è d'accordo ma non si oppone (assomiglia molto alla sinistra PD su questo aspetto), se volesse - anche considerando tutte le debolezze che ci sono oggi nel mondo del lavoro che nessuno nasconde - negli enti locali, nelle cooperative, nei servizi, in alcune grandi aziende potrebbe far vedere i sorci verdi sia alla Confindustria che al PD, ma non lo fa. 2) Come pensi si possano fare i conti con la difficile situazione del movimento operaio attuale alla luce di una storia del movimento dei lavoratori così impegnativa, senza però arrivare a scadere in rappresentazioni lontane dalla realtà? Non è semplice, perché se la CGIL non fa l'opposizione non è che si trovi immediatamente il sostituto. Il vuoto di opposizione c'è ed è in questo vuoto che avanza il regime di Renzi e il suo sistema di potere che non a caso è sempre più vicino a quello di Marchionne. Infatti si è instaurato una sorta di consolato tra i due: Marchionne detta i tempi e i modelli delle relazioni nei luoghi di lavoro e Renzi li applica sul piano della politica. Diciamo che siamo di fronte ad una specie di anno zero e che bisogna ripartire con tutte le forze che si oppongono, bisogna che que- Viceversa la recente storia della sinistra italiana, anche quella sindacale, ha battuto la strada dell'unità ai vertici per poi trovare sempre minor partecipazione alle azioni concrete. Così, ci si è spesso trovati a dover affrontare laceranti divisioni ai vertici ed esacerbanti frustrazioni alla base, come 12

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Intervista a Giorgio Cremaschi www.ilbecco.it - Marzo 2015 ovviare a questi limiti? Non sono limiti, questo è un impianto. Quando dico che bisogna “emanciparsi dal pensiero degli anni '80” dico una cosa molto grossa perché negli anni '80 c'è stata la controrivoluzione e la restaurazione in Italia. Il berlusconismo e il renzismo sono cominciati negli anni '80, quel pensiero che mette al centro il mercato, la governabilità, l'autoritarismo, che distrugge i contratti nazionali ecc. è tutto nato in quegli anni lì. La prima rottura avviene sempre sul piano del pensiero: prima di agire pensiamo. Quindi bisogna costruire uno schieramento che dica no a quella cultura politica che prevede competitività, mercato, debito, compatibilità e flessibilità, tutte parole che sono diventate di dominio pubblico a partire da allora. Un sindacato che voglia ripartire, ma direi anche una Sinistra che voglia ridiventare di Sinistra e non fare la Destra di Renzi deve ripartire buttando a mare tutta questa storia qua e tutta questa cultura, costruendone un'altra fondata sull'idea del conflitto e dell'eguaglianza. E' un'idea molto semplice e che io nella mia gioventù consideravo persino banale e scontata, ma che poi è stata messa in discussione totalmente, cioè che solo lottando si possono cambiare le cose. Solo agendo sul conflitto, costruendo il conflitto, ragionandoci (perché il conflitto non è mai una cosa semplice) e solo avendo come obiettivo l'eguaglianza sociale e non la produttività o il merito si può costruire il conflitto. Bisogna proprio ribaltare i punti cardinali che ci hanno portato fuori strada. Da noi le peggiori politiche liberiste non sono state fatte da governi di Destra. Ogni tanto utilizzo l'esempio del primo Paese al mondo che adottò le politiche liberiste, fu il Cile di Pinochet nel 1973 col Colpo di Stato sanguinosissimo guidato dagli americani che distrusse la democrazia, un governo di sinistra, uccise decine di migliaia di persone e c'erano i sindacalisti e i militanti politici nei lager. Lì si sperimentarono per prime le politiche liberiste di mercato che sono dilagate in tutto il mondo e ci stanno somministrando oggi. In Italia non abbiamo avuto i campi di concentramento, ma le politiche liberiste si sono affermate gradualmente con gli accordi sindacali, con cedimenti e mutazioni genetiche della sinistra. È il centrosinistra, e non la destra, che è stato il principale veicolo delle politiche liberiste in Italia, la destra è stata solo una variante un po' più barbara di queste politiche, ma la corrente principale era quella di centrosinistra. Quindi senza emanciparsi da questa corrente principale si continua a fare le stesse cose. 4) In riferimento al nuovo assetto della contrattazione e delle relazioni sindacali parli di “fascismo aziendalistico” a cui si accompagna un processo di regressione dei sindacati a “entità corporative e burocrazie di servizio nella società”, precisando che pur non essendo sconfinati nel fascismo classico siamo comunque di fronte a “quanto di più autoritario si possa concepire in un sistema che conservi la parvenza di una democrazia”. Davanti ad uno scenario in cui non esistono soggetti sindacali radicali di dimensioni tali da poter realmente contare su un appoggio di massa, anche imparando dalle esperienze del passato e dai conflitti in atto, quali soluzioni auspichi per un movimento dei lavoratori combattivo che c'è però fatica a strutturarsi come soggettività in ambito nazionale? Questo sul piano esterno, anche se la riforma della Costituzione di Renzi, come dicono fior di costituzionalisti, è ai limiti del fascismo. Comunque io mi sento di dire che nei luoghi di lavoro oggi c'è il fascismo, cioè i lavoratori hanno perso qualsiasi libertà di dire quello che pensano. C'è una cosa che è successa dopo che ho scritto il libro e che colpisce: quindici giorni fa la Fiat ha imposto due settimane di straordinari a Pomigliano, quando una telecamera di La7 è andata davanti allo stabilimento nei giorni degli straordinari invece di rilasciare interviste i lavoratori scappavano senza riuscire a dire mezza parola su quanto accadeva, come in un paese di mafia o in una dittatura. Qui non parliamo più del campo di pomodori dove ci sono i clandestini o dello stabilimento di Prato dove ci sono i cinesi che devono nascondersi, parliamo di una grande multinazionale che agisce in luogo pubblico con cittadini italiani che scappano davanti alla telecamera prima di entrare in fabbrica. Questo è fascismo, è il segno visibile del fascismo. In questo scenario esistono forze sindacali e politiche combattive e radicali, si vedono e si sentono, ogni tanto, non sono le forze che sarebbero necessarie, ma sono comunque di più di quelle che appaiono. Bisogna mettere assieme le forze che ci sono per avere un punto di ripresa. Tutto il sindacalismo conflittuale che non accetta né il regime della complicità (CISL-UIL) né della passività (CGIL), deve trovare il modo di mettersi assieme trovando dei percorsi comuni. 13

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www.ilbecco.it - Marzo 2015 NEGAZIONISMO, NUOVA LEGGE E PROBLEMATICHE DI MARCO SACCARDI Seguendo l’esempio di molti paesi europei, adesso anche l’Italia ha una legge contro il negazionismo. Con 234 sì, 8 astenuti e 3 no, il Senato ha approvato in data 11 febbraio 2015 il decreto di legge, che ora passerà all’esame della Camera. Il tutto all’indomani del 10 febbraio, il cosiddetto “Giorno del Ricordo”, istituito nel 2004 in memoria delle vittime italiane in Dalmazia, Istria e lungo tutto il confine orientale a causa delle persecuzioni e rappresaglie del nuovo governo jugoslavo durante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale e nell’immediato dopoguerra. Coincidenza non casuale, come maliziosamente potrebbe apparire ai più maligni, il ritardo burocratico che ha fatto slittare di un giorno la discussione e l’approvazione di tale decreto. La nuova norma, definita dopo varie discussioni, è la seguente: “Per i fatti di cui al comma 1, lettere a) e b), e al comma 3, la pena è aumentata se la propaganda, la pubblica istigazione e il pubblico incitamento si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah ovvero dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge 12 luglio 1999, n. 232. All'articolo 414, primo comma, numero 1, del codice penale, la parola: «cinque» è sostituita dalla seguente: «tre»”. In pratica si aggrava la pena di reclusione sul precedente provvedimento, che puniva la negazione di qualsiasi genocidio o crimine di guerra, insieme alla divulgazione di idee a sostegno della superiorità di un’etnia rispetto alle altre e di ideologie di matrice razzista. Allineandoci ad altri paesi europei, anche nel nostro paese è stata infine formalizzata una DOTTORE IN STORIA CONTEMPORANEA determinate figure storiche e politiche che hanno popolato la storia recente italiana. Alcune fazioni politiche quali Lega Nord ed esponenti di Forza Italia hanno approfittato della coincidenza con il Giorno del Ricordo per le foibe per sottolineare l’importanza della memoria di tale ricorrenza, per includerla quale importante memoria da preservare o addirittura per istituire una gara di valori. L’ipocrisia di tale affermazioni, insieme ad altre parti politiche di fazioni opposte che addirittura giustificano o negano tali avvenimenti, la volontà di dare un colore politico ai morti e di innalzarli come martiri vittime della fazione nemica sono i primi negazionisti di qualsiasi memoria. Vedere i morti, in questo caso ad opera dei partigiani jugoslavi, come fascisti o negare la rappresaglia jugoslava per i crimini commessi dalle truppe nazifasciste, in un’ottica di riunione dei territori conquistati dalle forze d’invasione dell’Asse in questa vicenda è uno stupro alla verità storica e una negazione della memoria. Esempio che ripropone una prassi comune della politica, la strumentalizzazione del passato e il processo funebre come momento di unione collettiva e benzina sul fuoco dell’estremismo politico. Processi questi estremamente erronei e maliziosi che portano alla giustificazione, eterna nemica della comprensione storica di determinati avvenimenti. Inoltre, sempre maliziosamente, in un momento in cui il riconoscimento internazionale nei confronti dello Stato della Palestina si sta piano piano allargando, alcuni stati europei tra cui il nostro hanno in questi ultimi anni introdotto tali provvedimenti penali legge che punirà specificatamente la negazione dell’esistenza. Ma questo provvedimento porta con sé grandi problematiche. La prima è di natura semantica: con l’irrigidimento delle norme della Corte Internazionale per i diritti umani, dopo le vicende dei casi in Ruanda ed ex Jugoslavia, si è delineato e precisato un vecchio e in parte nuovo termine, la pulizia etnica. Per definizione differente dal genocidio, che prevede la distruzione fisica e totale di un popolo o di un’etnia per discriminazioni razziali o religiose, la pulizia etnica è intesa come deportazione o eliminazione fisica da un determinato territorio di una minoranza nazionale, etnica o religiosa. Alcuni esempi sono le deportazioni staliniane degli anni Trenta ai danni delle popolazioni caucasiche e della popolazione coreana lungo il confine orientale dell’Unione Sovietica, gli scambi di popolazioni nel riassetto geopolitico del continente europeo all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale ecc. Una trascuratezza del provvedimento non da poco, vista la confusione terminologica nell’analisi di vicende collegate a queste due differenti operazioni, per quanto entrambe moralmente condannabili. E mi collego all’altra mia perplessità da aspirante storico, legata a una questione politica. La strumentalizzazione politica del passato, e quindi della memoria, è una prassi oramai quasi comune nel nostro paese. Basti pensare al revisionismo storico attuato nei confronti dell’analisi storica del periodo fascista, a differenti letture del Risorgimento o a 14

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www.ilbecco.it - Marzo 2015 nei confronti del negazionismo sulla Shoa, uno dei pilastri fondanti basato sulla colpa collettiva europea della legittimazione dello Stato d’Israele. Perplessità politica che diventa perplessità storica, strettamente legata al lavoro dello storico. La memoria non deve essere costruita attraverso processi di strumentalizzazione culturale o politica, non deve essere contaminata da idee nazionaliste, ma deve essere studiata e condivisa. La condivisione della memoria avviene solamente ad opera dello storico. Non può e non deve essere materia di alcun tribunale. Le teorie negazioniste come ad esempio quelle dello storico francese Paul Rassinier o dell’americano David Irving, che negavano l’esistenza delle camere a gas, possono e devono essere smontate attraverso la ricerca storica, come è successo attraverso la raccolta di documenti, testimonianze e fonti di qualsiasi tipo. La ricerca scientifica deve essere salvaguardata, non come giustificazione del negazionismo ma come terreno da difendere prima che questo se ne appropri e come luogo di dialogo e di scontro storiografico su cui ridicolizzarlo. Storici o presunti tali e giornalisti o intellettuali avvezzi a qualsiasi forma di negazionismo non devono diventare martiri sull’altare della difesa della libertà d’opinione, elemento fondante della cultura europea ma troppo spesso tramutato in feticcio da agitare a giustificazione delle peggiori teorie o come bandieruola da innalzare e ripiegare in un cassetto. Il terreno su cui combattere il negazionismo è anche certamente la scuola. Mi rendo conto che dicendo questo si propone agli insegnati un compito difficilissimo: spiegare a persone giovani come si sia arrivati allo sterminio di esseri umani da parte di esseri umani. Ma è importante educare alla memoria di qualsiasi evento storico, e quindi umano, per prevenire il bombardamento mediatico continuo soprattutto attraverso la rete a cui i giovani sono sottoposti, in un mondo virtuale che è diventato spesso nemico della memoria. In conclusione, troppo spesso la memoria storica è diventata terreno di conquista da parte di fazioni politiche, giustificazione di qualsiasi efferatezza che sia la reclusione di una popolazione in pochi chilometri di terra in una prigione a cielo aperto o la sanguinosa guerra criminale in quanto combattuta da banditi nella ex Jugoslavia. Prima che dei tribunali e dei politici, la memoria appartiene alle persone. Il compito di trasmetterla e proteggerla spetta solo e solamente allo storico. MONDINE IN CAMPO. DINAMICHE E RETORICHE DI UN LAVORO DEL NOVECENTO Barbara Imbergamo, attiva in campo sociologico ma con specializzazioni in campo storico, anche a livello accademico, affronta un tema specifico in questo libro: le mondine tra la fine dell'Ottocento e i primi anni Sessanta. Lavoratrici consegnate agli onori delle celebrazioni nell'Italia del secondo dopoguerra, ma la cui realtà spesso è stata letta esclusivamente con gli occhi della narrazione politica strumentale. Un'indagine accurata delle condizioni sociali e dell'effettiva organizzazione politica della categoria porta alla comprensione di un fenomeno che ha poco a che vedere con il semplicistico mito dei campi, di una lavoratrice agraria speculare all'operaio metalmeccanico della Fiom (altro archetipo caro alla sinistra che fu). La storia delle mondine si accompagna ad una fase politica complessa della giovane Italia, che in meno di un secolo ha attraversato la nascita della nazione, il susseguirsi di diversi governi, l'avvento della democrazia di massa, il primo conflitto mondiale, i decenni fascisti, la seconda guerra mondiale, la Guerra Fredda. Grazie a una particolare attenzione dedicata agli archivi istituzionali si evidenziano i nessi tra quando realmente fatto dallo Stato, le operazioni retoriche portate avanti dal fascismo e quanto queste influenzarono l'immaginario della Resistenza. In particolare emerge il paradosso di una professione diventata particolarmente simbolica per la sinistra italiana proprio nella fase in cui quel tipo di lavoro andava scomparendo. Lettura più che consigliata. 15

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