Il Becco - Anno 1, numero 5

 

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Portogallo, 25 aprile 1974

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Anno I, nr. 4 - Luglio 2014 Portogallo. Venticinque aprile millenovecentosettantaquattro.

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rivista bimestrale Redazione XXX Desktop publishing il Becco The GAP Factory rivista bimestrale Società Cooperativa Redazione XXX Hanno collaborato a questo numero: Desktop publishing il Becco Daniele Coltrinari The GAP Factory e rivista bimestrale Luca Onesti Società Cooperativa Redazione Direttore XXX Responsabile: Hanno collaborato Chiari a Riccardo questo numero: Desktop publishing Daniele Coltrinari The GAP Factory e Legale Luca Onesti Società Cooperativa Rappresentante: Dmitrij Palagi Direttore Responsabile: Hanno collaborato internet: Riccardo Chiari a www.ilbecco.it questo numero: Daniele Coltrinari e Legale Luca Onesti Rappresentante: Registrazione: Dmitrij Palagi Direttore Tribunale di Firenze, Responsabile: Registro della internet: Riccardo Chiari Stampa, in data www.ilbecco.it 21/05/2014, nr. 5921 Legale Rappresentante: Editore: Registrazione: Dmitrij Palagi Pubblicato da Tribunale di Firenze, Raggiaschi Editore, in Registro della internet: Firenze Stampa, in data www.ilbecco.it 21/05/2014, nr. 5921 Finito di stampare: Editore: mese di luglio 2014 Registrazione: Pubblicato da Tribunale di Firenze, Raggiaschi Editore, Registro della in Firenze Stampa, in data 21/05/2014, nr. 5921 Finito di stampare: meseEditore: di luglio 2014 Pubblicato il Beccoda Raggiaschi Editore, in rivista bimestrale Firenze Redazione XXX Finito di stampare: mese di luglio 2014 Desktop publishing The GAP Factory Società Cooperativa Hanno collaborato a questo numero: Daniele Coltrinari e Luca Onesti Direttore Responsabile: Riccardo Chiari Legale Rappresentante: Dmitrij Palagi internet: www.ilbecco.it Registrazione: Tribunale di Firenze, Registro della Stampa, in data Sommario Editoriale Sommario 1. Portogallo, 1974 Editoriale Contributi Editoriale Contributi Contributi Sommario 1. Portogallo, Numero speciale 1974 dedicato alla Rivoluzione dei garofani 2. 40 anni dopo la rivoluzione dei garofani 4. Intervista a Raqual Varela 1. Portogallo, Numero speciale 1974 dedicato alla Rivoluzione dei garofani 8. La lotta di classe internazionale di Antonio Mariano e estivadores Lisbona dei garofani 2. degli 40 anni dopo la di rivoluzione 11. 40 anni con le canzoni di José Afonso 4. Intervista a Raqual Varela Numero speciale dedicato alla Rivoluzione dei garofani 8. La lotta di classe internazionale di Antonio Mariano 2. 40 anni dopo la di rivoluzione e degli estivadores Lisbona dei garofani 4. a Raqual Varela 11.Intervista 40 anni con le canzoni di José Afonso 8. La lotta di classe internazionale di Antonio Mariano e degli estivadores di Lisbona 11. 40 anni con le canzoni di José Afonso Sommario Editoriale 1. Portogallo, 1974 Contributi Numero speciale dedicato alla Rivoluzione dei garofani 2. 40 anni dopo la rivoluzione dei garofani 4. Intervista a Raqual Varela 8. La lotta di classe internazionale di Antonio Mariano e degli estivadores di Lisbona 11. 40 anni con le canzoni di José Afonso

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Editoriale Alle volte il caso ci riserva incontri che non ci saremmo mai aspettati e che finiscono per portare a risultati davvero inaspettati. È un po’ quello che è successo a noi de Il Becco quando abbiamo conosciuto i ragazzi di Sosteniamo Pereira, che con il loro lavoro raccontano il vero Portogallo, quello che quarant’anni fa vide la Rivoluzione dei Garofani e oggi invece è piegato dai diktat della Troika. In questo 2014 così pieno di ricorrenze importanti per la sinistra del nostro Paese (il centenario dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il cinquantesimo anniversario della morte di Togliatti e i trent’anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer) abbiamo deciso di dedicare un numero speciale ad un evento altrettanto importate: il quarantesimo anniversario dalla Rivoluzione dei garofani. Daniele Coltrinari e Luca Onesti hanno curato questo lavoro, che troverete per intero in e-book, descrivendoci le lotte che si ricordano con il 25 aprile del 1974 e come queste ancora oggi abbiano una forte eredità, raccolta da chi ogni giorno lotta in un Paese messo in ginocchio dalla crisi, dove “democrazia”, a causa delle decisioni imposte a livello europeo, è rimasta poco più di una parola. Un Portogallo resistente che merita di essere raccontato, conosciuto e amato. In autunno uscirà l’e-book “40 anni dopo la Rivoluzione dei garofani”, degli autori Daniele Coltrinari e Luca Onesti. 40 anni dopo la Rivoluzione dei garofani di Daniele Coltrinari e Luca Onesti Analisi sul Portogallo di ieri e di oggi. 1

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40 anni dopo la Rivoluzione dei garofani Daniele Coltrinari e Luca Onesti Esta é a madrugada que eu esperava O dia inicial inteiro e limpo Onde emergimos da noite e do silêncio E livres habitamos a substância do tempo Sophia do Mello Bryner Andresen, in “O nome das coisas” Il 25 aprile, per una coincidenza della storia, si festeggia anche in Portogallo. In Italia, dal 1945, è la festa della liberazione dall’occupazione nazista e della fine del fascismo. Ventinove anni dopo, nel 1974, questa data divenne storica anche in Portogallo. Ci fu, infatti, un colpo di stato incruento da parte dell’ala progressista delle forze armate, ribattezzatasi MFA (Movimento das Forças Armadas), che diede fine alla dittatura di Marcelo Caetano, che era succeduto a Salazar, morto nel 1970. Quest’anno il Portogallo e in particolare la città di Lisbona, festeggiano il 40° anniversario e vi sono diversi appuntamenti (dibattiti, conferenze, mostre) per ricordare una data storica per la popolazione portoghese. Cos’è oggi il Portogallo, quarant’anni dopo? Una nazione che dal 2011 si è vista costretta a chiedere un piano di aiuto da 78 miliardi – che si è concluso a metà maggio circa, tornando così il paese a finanziarsi sui mercati – sotto il controllo della Troika (la delegazione formata dagli emissari di Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Unione Europea). Se il programma di assistenza è arrivato al termine, la situazione finanziaria dello stato rimane complicata. Il debito pubblico portoghese in rapporto al PIL è ormai al 130%, ed è considerato insostenibile da alcune personalità – i firmatari del cosiddetto “manifesto dei 70” – appartenenti o comunque vicine all’area culturale di diversi schieramenti politici portoghesi. E, nondimeno, la situazione economica delle famiglie, dei giovani, dei lavoratori è delle più 2 difficili dalla fine della dittatura. La disoccupazione continua a salire e allo stesso tempo c’è una forte emigrazione verso il nord Europa ma anche verso le ex colonie portoghesi che negli ultimi anni hanno fatto registrare una forte crescita economica, Angola. Mozambico e Brasile su tutte. Negli ultimi tre anni c’è stato un numero altissimo di scioperi, proteste e manifestazioni, organizzati dai sindacati e dai movimenti sociali. Il governo però non ha vacillato e ha imposto ugualmente le sue politiche di austerità selvaggia. Il lavoro che vi presentiamo è una raccolta di interviste e di articoli scritti nella prima parte del 2014, a quarant’anni dalla Rivoluzione, quando la stessa volontà di protestare e di lottare per un diverso tipo di politica economica sembrano essersi affievolite nella stessa popolazione. Anche se non sono mancate delle vittorie sindacali importanti, come quella degli “estivadores” (i portuali). Abbiamo infatti intervistato in esclusiva António Mariano, presidente del sindacato dei portuali di Lisbona e ci siamo fatti raccontare quella che alcuni considerano una “lotta di classe” contemporanea, una mobilitazione su scala internazionale. Altra intervista che vi proponiamo è quella a Raquel Varela, storica e autrice di diversi libri sulla Rivoluzione dei garofani e sul ruolo del popolo durante i processi rivoluzionari. Inoltre, abbiamo seguito da vicino le proteste dell’esercito e della polizia portoghese, corpi della sicurezza nazionale che hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nella

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40 anni dopo la Rivoluzione dei garofani storia di questo paese e che negli ultimi mesi sono scesi in piazza per protestare. Siamo stati anche all’Associazione José Afonso, per farci raccontare la storia del cantautore più importante della Rivoluzione portoghese. Abbiamo infine intervistato João António Andrade da Silva, ufficiale dell’esercito che ha partecipato al “movimento dei capitani”, l’ala dell’esercito che ha messo in atto il colpo di stato che ha rovesciato il regime, ed è stato in seguito uno dei militari che hanno partecipato, in AlenParticolare di un murale della serie “40 anos 40 murais”, che ritrae un gruppo di estivadores durante una manifestazione. tejo, alla riforma agraria. Il lavoro è corredato da una raccolta di fotografie di Luca Onesti. Alcune sono state scattate durante le tante manifestazioni a cui siamo stati presenti e altre sono dedicate al progetto “40 anos 40 murais”, organizzato dall’Associação Portuguesa de Arte Urbana che ha voluto celebrare l’anniversario del 25 aprile dando nuova vita ai murales politici portoghesi del periodo della Rivoluzione. 3

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Intervista a Raquel Varela Trentasei anni, un approccio marxista teso a ricostruire la storia e il presente nell’ottica dei conflitti sociali, una verve dialettica e uno spirito combattivo che l’hanno resa celebre in diverse trasmissioni televisive portoghesi, Raquel Varela è ricercatrice all’Istituto di Storia Contemporanea dell’Universidade Nova di Lisbona e si occupa da un lato di storia contemporanea nei paesi iberici, leggendo la fine della dittatura e il passaggio alla democrazia in Spagna e Portogallo in un contesto attento alle trasformazioni sociali, e dall’altro lato si occupa delle politiche del lavoro, della previdenza e dello stato sociale del Portogallo degli ultimi anni. Tra le sue pubblicazioni, come autrice o coordinatrice: Quem Paga o Estado Social em Portugal? Lisboa, Bertrand, 2012 (Chi paga lo stato sociale in Portogallo?); História do PCP na Revolução dos Cravos, Lisboa: Bertrand, 2011 (Storia del Partito Comunista Portoghese nella Rivoluzione dei garofani) e altri. Incontriamo Raquel per una lunga intervista che, da una ricostruzione dei movimenti popolari nel Portogallo della Rivoluzione di garofani prende spunto per una critica alle attuali politiche di austerità e alla stessa democrazia rappresentativa. In un momento storico in cui il malcontento e la rabbia fanno il paio con il disincanto e la rassegnazione a un sistema che appare ineluttabile, il suo è un approccio in controtendenza, che spiega come, nei momenti chiave della storia, i cambiamenti delle società sono passati attraverso periodi di grande partecipazione popolare. Il titolo del suo ultimo libro è História do Povo na Revolução Portuguesa 1974-75 (Storia del popolo nella Rivoluzione portoghese, 1974-75). Perché è importante scrivere una “people’s history” sulla rivoluzione dei garofani? Perché negli ultimi anni si è volgarizzata, specie da parte della scienza politica nordamericana, una tendenza storiogra ca revisionista. Il revisionismo non ha sempre un’accezione negativa, è normale che cambino dei concetti in storia se emergono nuovi fatti; qui però non si tratta di questo, al contrario, quel che è successo è stato il tentativo di annullare, nella storiogra a, la dimensione della partecipazione dei lavoratori e del con itto sociale. L’idea di lotta di classe viene eliminata dai processi rivoluzionari ed è sostituita dal concetto di élites, nel senso di “soggetti rappresentativi”: i partiti dei lavoratori o quelli della borghesia, il sindacato, la chiesa, agirebbero indipendentemente dalle classi sociali che rappresentano. Il concetto di transizione verso la democrazia viene a dare adito a questo a quest’idea, che le società cambiano per riforme. Ma questa è una visione contro fattuale: è un fatto che le società in Europa sono cambiate con le rivoluzioni, è di cile trovare 5 anni nel XX secolo senza una rivoluzione. La stessa scon tta del nazifascismo lo è stata, perché il popolo era armato e la Rivoluzione portoghese si inserisce in questa lunga serie di rivoluzioni. Nella Spagna degli anni ’70 questo concetto di transizione verso la democrazia sarebbe più facile da applicare ma la verità è che in Spagna iniziarono ad esserci delle trasformazioni proprio per la minaccia della Rivoluzione portoghese. L’idea portante, in questa storia del popolo nella Rivoluzione portoghese, è che la politica ha smesso di essere l’attività solo dei partiti politici, attività dei professionisti, e ha nito per diventare il quotidiano delle persone coinvolte nelle commissioni dei lavoratori, nelle commissioni degli inquilini, direttamente nei luoghi di lavoro. I lavoratori che non erano rappresentati nel sindacato soltanto… All’inizio della Rivoluzione i sindacati erano completamente discreditati. Non c’erano sono sindacati, c’erano consigli operai, chi in Portogallo si chiamavano commissioni di lavoratori, che sono molto simili a quelle che si sono sviluppate in Italia nel 4

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Intervista a Raqual Varela biennio rosso del ’19-’20 o nella Rivoluzione ungherese del ’56, o nei cordoni industriali cileni. Per quanto riguarda l’idea di “people’s history”, mi sono ispirata molto all’opera di Howard Zinn, di Chris Harman, e altre. Ma qui il popolo non è tutto il popolo, la nazione, bensì è la parte dei lavoratori che ha partecipato ai processi di lotta: secondo i nostri calcoli un terzo della popolazione portoghese è stata coinvolta direttamente in questo processo rivoluzionario. Per fare esempio, la guerra coloniale è durata 13 anni, ma è arrivato un momento in cui c’era il 21% di disertori e refrattari. La storia è scritta dal 79% di quelli che sono andati in guerra senza resistere ma anche da quel 21% che ha resistito… L’idea della storia del popolo è questa. Che cos’è una rivoluzione? Una rivoluzione è un processo caratterizzato da una dualità di poteri. Il potere è diviso, lo stato non riesce a governare come prima e c’è un’entrata nell’arena storica delle masse, che non vogliono essere più governate come prima. Durante la Rivoluzione portoghese tra il potere dello stato e il potere delle commissioni c’è una tensione permanente, uno non riesce a eliminare l’altro. Fino ad ora la storiogra a aveva studiato la Rivoluzione scandendone i momenti chiave, che erano i cambi di governo e i golpe militari: 25 aprile, 28 settembre, 11 marzo, 25 novembre e i sei governi provvisori. La verità è che i governi cadono perché qualcosa succede nella società che spinge i governi a cadere, anche se non si può neanche esagerare dall’altro lato, dire che la storia politica, i governi e i golpe non hanno ruolo. Ma a mio avviso la stessa periodizzazione della rivoluzione deve essere cambiata: essa va fatta a partire, per prima cosa, dalla lotta democratica contro la dittatura e poi dall’esplosione di scioperi che ha seguito il 25 aprile. Cosa accade dopo il 25 aprile 1974? Succede quello che già Marx aveva teorizzato, e che Trotzky chiamò “teoria della rivoluzione permanente”: quel giorno, i lavoratori, accorrendo ai luoghi di lavoro per lottare contro la dittatura, scoprono se stessi come lavoratori e cominciano a mettere in questione salari e condizioni lavorative. È una rivoluzione democratica in cui il soggetto è il lavoratore, e che pertanto si trasforma in una rivoluzione di carattere sociale. A governare il paese era l’MFA, il Movimento das Forças Armadas, l’organizzazione di militari subalterni delle Forze Armate Portoghesi responsabile del colpo di stato militare che il 25 aprile ha rovesciato il regime di Salazar e, poi, di Marcelo Caetano: la borghesia continuava a governare, lo stato ha cambiato di regime, è passato da una dittatura a una democrazia, ma non ha mai smesso di essere capitalista. Nella prima fase della rivoluzione i lavoratori reagiscono ai licenziamenti, poi avviene un’evoluzione nell’autogestio- ne e poi nel controllo operaio. L’autogestione, con la quale i lavoratori diventavano padroni delle proprie imprese, era proposta dal Partito Socialista. Nel controllo operaio invece i lavoratori obbligano all’apertura dei libri contabili ma non vogliono essere padroni, perché mettono in questione tutto il regime del potere, dicendo: questo è ancora capitalismo, non vogliamo essere padroni di imprese, noi vogliamo prendere il potere dello stato. A partire da settembre l’MFA entra in crisi e collassa a causa dell’estendersi del controllo operaio, secondo la mia opinione. È questo il punto importante da sottolineare. In seguito, però, sia il Partito Socialista che il Partito Comunista Portoghese fecero di tutto per mettere ne al controllo operaio, con l’appello per la politica di ricostruzione nazionale. Idea dominante nell’Europa del dopoguerra no ad oggi è che non esiste altra forma di rappresentanza che non sia la democrazia rappresentativa, che viene presentata come ne della storia… In Portogallo, la democrazia rappresentativa che abbiamo oggi non è glia della rivoluzione, ha dovuto abbattere la rivoluzione, ha dovuto abbattere la democrazia di base per potersi ergere. La vecchia frase di Churchill, eternamente ripetuta, che la democrazia (la democrazia rappresentativa, liberale) è un pessimo sistema ma non ce n’è nessuno migliore, è un’assoluta falsità. Noi in Portogallo abbia- 5

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Intervista a Raqual Varela mo avuto un esempio diverso per diciannove mesi: mai così tanta gente ha deciso così tanto, non c’è un momento nella storia del Portogallo con così tanta democrazia. Venendo all’attualità, penso che per molti anni in Europa democrazia ha signi cato patto sociale, ferie pagate, 8 ore di lavoro giornaliere, ecc. Le persone tracciano un legame tra un relativo benessere di settori importanti della classe dei lavoratori e la democrazia. Io non credo che mettendo in causa questo benessere i lavoratori rimangano così legati al regime rappresentativo: le persone ora sono alla ricerca di forme reali di democrazia che gli restituiscano il benessere, un salario minimo, un orario di lavoro decente, il diritto al lavoro. Si può chiamare la Troika la dittatura del sec XXI? C’è chi dice che la democrazia rappresentativa è una forma di dittatura. In e etti c’è una imposizione economica schiacciante, e nessuno ha votato il programma della Troika. Sono misure che vengono prese contro la schiacciante maggioranza del popolo, non c’è dubbio, ma è sempre nel quadro della democrazia liberale e rappresentativa che le misure vengono messe in pratica. Penso che è un’esagerazione pensare alla Troika in termini di dittatura o di fascismo. Anche le democrazie borghesi reprimono! E continuano a rimanere democrazie borghesi, non c’è un salto di qualità. Non è stata Marine Le Pen ad espellere gli immigrati, è stato Hollande. Chi sta applicando le misure di austerità in Europa sono i partiti socialdemocratici o liberali, non dei partiti fascisti. Piuttosto accade una cosa curiosa e rivelatrice: prima era possibile associare Raquel Varela, storica 6

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Intervista a Raqual Varela capitalismo e benessere, ora non è più possibile e allora lo si chiama fascismo. Ciò che questo rivela è soltanto che il capitalismo e il malessere camminano mano nella mano. In Europa esiste solo un fascismo elettorale, penso siano più probabili rivoluzioni in Europa che ascese del fascismo, perché l’Europa è profondamente antifascista. Ha s orato un tema che ha tenuto banco negli ultimi mesi e che torna ciclicamente nel dibattito politico, che è quello dell’immigrazione… Come giudica le posizioni delle varie forze politiche dei paesi europei a riguardo, in particolare facendo riferimento alla questione dei salari e alle politiche dell’occupazione? La sinistra ha molte colpe al riguardo perché non fa una critica di sinistra a quello che è centrale in Europa, cioè l’immigrazione di bassi salari, che signi ca pressione sui salari degli altri. Questa mancanza nella sinistra aiuta l’estrema destra a crescere. Ma non si tratta di un fenomeno massivo: l’Europa non è socialista, ma è democratica. La sinistra avrebbe potuto dire: noi vogliamo la libera circolazione delle persone in Europa e nel mondo, ma questo dev’essere accompagnato dallo stesso contratto di lavoro, dallo stesso salario, se no quello che facciamo è mettere i lavoratori gli uni contro gli altri. Ci siamo occupati, qui in Portogallo, anche dei lavoratori portuali di Lisbona, che hanno ottenuto da poco un’importante vittoria: il reintegro di 47 lavo- ratori licenziati l’anno scorso. È stato un accordo storico per il sindacato di categoria, che porta avanti una lotta internazionale proprio in questo senso… Sì è vero, è un buon esempio di internazionalizzazione della lotta, ma il sindacato degli “estivadores” (dei lavoratori portuali, ndr.) è l’unico che io conosca che fa questo tipo di lotta. Quando ci sarà una nuova rivoluzione? Mai nessuno indovina quando ci sarà una rivoluzione. Ora nel paese c’è un processo di arretramento dei movimenti, ma non penso che sia una scon tta storica. C’è ancora molta gente che non crede che le politiche dell’“austerità” siano de nitive, pensa che possano essere reversibili. Io penso che la prossima crisi economica metterà ne a queste speranze, fra un anno e mezzo o due ci sarà una nuova crisi economica e allora non si rimanderà più molto a lungo. Nei posti di lavoro comincia ad esserci più organizzazione e più contestazione. La verità è che i lavoratori portoghesi devono buttar giù le loro organizzazioni per riuscire ad andare avanti. I sindacati sono profondamente burocratizzati, con la sola eccezione, appunto, di quello degli “estivadores”. E anche se guardiamo dal punto di vista geostrategico all’anello di fuoco intorno all’Europa, all’Ucraina, alla Turchia ad esempio o alla Bosnia, non possiamo fermarci alla lotta militare tra America e Russia: quello che sta succedendo è incomprensibile senza fare riferimento ai sollevamenti massivi che si stanno veri cando contro la disoccupazione e la miseria. 7

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La lotta di classe internazionale di António Mariano e degli estivadores di Lisbona Il Presidente del sindacato dei portuali del centro e del sud del Portogallo, ci spiega la situazione dei lavoratori portuali nel suo paese Più che festeggiare il 25 aprile, i portuali continuano la loro lotta, iniziata due anni fa, contro le politiche di austerità che prevedono licenziamenti collettivi e salari più bassi, obbligando i lavoratori ad accettare salari ancora più bassi. Una prima e importante vittoria è arrivata per il “Sindicato dos estivadores, trabalhadores do trafeco e conferentes maritimos do centro e sul do Portugal”. Ma la loro lotta non è finita. Una delle caratteristiche degli estivadores (i lavoratori portuali) in Portogallo e negli altri paesi europei è che sono quasi tutti iscritti a un sindacato; numericamente nella nazione lusitana sono 800 (300 solo a Lisbona), eppure la loro lotta ci ricorda e ci riporta, seppur con le dovute differenze storiche, a una sorta di biennio rosso. «Il sindacato degli estivadores a Lisbona, nasce come associazione di “classe” nel 1896 – spiega António Mariano, Presidente degli Estivadores (i portuali) di Lisbona – attualmente il nome completo del sindacato è Sindicato dos estivadores, trabalhadores do trafeco e conferentes maritimos do centro e sul do Portugal. Un nome, abbastanza lungo (Mariano ride, ndr) per un sindacato, nato nel 1999, quando ne abbiamo riunito tre in uno unico che accorpa i lavoratori che operano a bordo nave, quelli di terra e quelli che si occupano del controllo dei carichi nei container». António Mariano, che ha lavorato come estivador fino alla sua elezione a presidente del sindacato, ci spiega come la Rivoluzione dei Garofani del ‘74, data simbolo di una società che voleva raggiungere la democrazia e un maggior benessere per il suo popolo, sia arrivata per la sua categoria solo nel 1980. Fino al ‘79, infatti, gli estivadores erano tutti precari e temporanei del settore privato. La “rivoluzione” per gli estivadores portoghesi arriva appunto nel 1980, quando appaiano i centri di coordinamento (adesso si chiamano imprese di lavoro portuali) ovvero dei pool dove si concentrano i lavoratori desti- nati alle imprese di stiva. E proprio nel 1980 inizia una gestione tripartita, composta dallo stato, dagli imprenditori e dai sindacati. Dopo alcuni anni lo stato esce dalla gestione e successivamente anche i sindacati non ne fanno più parte, fino ad arrivare alla situazione attuale, in cui i pool sono gestisti esclusivamente da imprenditori privati. «Lo scorso 14 febbraio, abbiamo raggiunto un accordo che prevede il reintegro da parte delle imprese dei 47 lavoratori licenziati – chiosa Mariano – e il ritiro dei processi disciplinari, c’è ne erano decine, contro il sindacato e contro i lavoratori. Le imprese hanno poi accettato un tavolo di confronto per negoziare il contratto collettivo di lavoro. Ora siamo in un momento di una certa calma, ma non possiamo rilassarci perché le imprese e il governo continuano a essere gli stessi, e quindi dobbiamo stare molto attenti». La questione dei portuali e le diverse riforme delle regole del lavoro di questa categoria cominciano con delle direttive europee, su proposta di alcune imprese private, poi non approvate, del 2003 e nel 2006 a Strasburgo e Bruxelles. L’idea base era quella di abbassare i salari e rendere i contratti degli estivadores più flessibili. Dove non è riuscita l’Unione Europea è arrivata la Troika (la delegazione tripartita formata dagli emissari di Banca Centrale, FMI e Commissione Europea), con il memorandum d’intesa, dove si riportava la necessità di cambiare l’organizzazione del lavoro nei porti. Ma non solo la Troika ha spinto per queste riforme, apprendo ascoltando António Mariano: «Vi erano e vi sono ancora degli interessi in Portogallo perché si realizzasse questo cambiamento. C’erano interessi economici legati ai porti, legati anche all’attuale governo, in particolare a uno dei grandi gruppi economici portoghesi, la Mota-Engil, coinvolto in opere pubbliche e quindi anche nell’area portuale». Un serie di pressioni, quindi, nazionali e internazionali per flessibilizzare e abbassare il costo dei lavoratori dei pool ( le imprese di lavoro portuali) e non solo. La strategia è stata quella di affiancare un nuovo pool a quello già esistente (fino a qualche anno fa un porto generalmente comprendeva un solo pool) creando una sorta di “concorrenza sleale”. 8

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La lotta di classe internazionale di António Mariano e degli estivadores di Lisbona António Mariano, presidente del Sindacato dei portuali del centro e del sud del Portogallo. Come ci racconta Mariano, a esclusione del porto di Lisbona e Leixões, a partire dal 2005 esistono dei porti dove vi sono più pool di lavoratori, «La prima esperienza fu quella del 2002 a Setúbal – spiega il Presidente del sindacato – e poi, dal 2005, a Sines, quando arriva la Port Singapore autority, con un proprio sindacato interno e un contratto già sottoscritto con i propri lavoratori. Una situazione che da circa un anno si sta verificando anche nel porto di Aveiro e sta portando ormai al fallimento il pool presente da più tempo». La strategia è semplice: si apre un secondo pool, un’altra impresa di lavoro dei portuali, nel quale i dipendenti hanno forme di contratto precari e dei salari più bassi. Questo pool è più competitivo in termine di costi rispetto al precedente, e crea grosse difficoltà ai lavoratori più anziani. Questa strategia arriva anche nel porto di Lisbona alla fine del 2012, ci racconta António Mariano: «In quel periodo venimmo a conoscenza di un’autorizzazione per la creazione di un nuovo pool a Lisbona (ETP) creato dagli stessi soci del primo (Mota-Engil). A quel punto abbiamo reagito con forza perché rischiavamo di ritrovarci in difficoltà come i nostri colleghi di Aveiro. La differenza, a nostro favore, l’ha fatta la nostra organizzazione internazionale». Il sindacato di António Mariano ha puntato subito a una lotta oltre i propri confini nazionali, incontrando i colleghi europei, questo è stato possibile grazie al legame con l’IDC (International Doc Workes Council) e al sostegno anche da par- 9

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La lotta di classe internazionale di António Mariano e degli estivadores di Lisbona te dell’ETF (EuropeanTransport Federation) con i quali è stato possibile realizzare iniziative di solidarietà negli altri paesi europei. Gli estivadores di altri paesi hanno scioperato e al contempo consegnato diverse lettere di protesta alle ambasciate portoghesi dei vari stati europei, oltre a inviare direttamente missive al primo ministro portoghese. Ma la protesta non si ferma a dicembre del 2013, come racconta il Presidente del sindacato: «Proprio quando avevamo concordato con le imprese portoghesi del porto di Lisbona dei giorni di riunione e di discussione, hanno iniziato a far lavorare gli operai del secondo pool. Siamo quindi tornati alle nostre forme di lotta». Accade però un fatto che incide notevolmente; un armatore (è il responsabile di alcuni funzioni di una nave, indipendentemente dell’essere o meno proprietario della nave) scrive una lettera alle imprese di Lisbona, nella quale indica di poter operare solo se è attivo un pool formato da estivadores professionisti (solo quello dei lavoratori rappresentati dal sindacato di cui è presidente António Mariano). Per capire cosa s’intende per estivadores professionisti e non, bisogna ricordare che nel frattempo era stata approvata dal governo una nuova legge che prevede la possibilità di diventare estivador anche se si lavora una sola ora in un porto. Un modo, per António Mariano, per deregolamentare la professione. La lettera viene diffusa, tutti gli armatori del porto ne vengono a conoscenza. A quel punto è possibile “forzare” la mano da parte del sindacato e richiedere degli incontri con le imprese di lavoro portuali di Lisbona, per trovare un accordo. «Gli altri armatori si sono inoltre resi conto che se si fosse insistito su questa strada, avrebbero trovato problemi anche in altri porti europei – spiega il sindacalista portoghese – e in effetti in alcuni paesi i nostri colleghi avevano deciso di fare un boicottaggio totale alle navi cargo portoghesi». E sempre António Mariano ci racconta: «Nel 2013 abbiamo lavorato con 50 estivadores in meno dell’anno precedente a Lisbona e il porto, nonostante ciò, ha battuto il record di movimentazione di cargo. Da un lato licenziavano e dall’altro non permettevano agli estivadores di avere giorni di riposo e di ferie. Chiedendogli di fare turni straordinari. Tutto questo per asserire che c’era carenza di personale e che c’era bisogno di un altro pool». Lo scorso 14 febbraio le imprese hanno accettano di riammettere i 47 lavoratori licenziati nell’ultimo anno e di istituire un tavolo per negoziare il contratto collettivo di lavoro, oltre a ritirare tutte i processi disciplinari che sono in tribunale contro il sindacato e contro i lavoratori. Nell’accordo manca ancora la parte che riguarda il secondo pool, «si dovrà arrivare a formarne uno solo e con le regole contrattuali dei più anziani – spiega il sindacalista portoghese – la nostra lotta non è finita, ci sono altri punti da chiarire». Dice bene António Mariano, perché c’è un altro problema all’orizzonte, oltre a garantire un contratto e un salario dignitoso a tutti i lavoratori (un estivador stabile guadagna circa 1500 euro mensili contro i 500 di un collega precario) rimane vigente la legge approvata dal governo, quella che riguarda la possibilità di considerare un estivador anche una persona che lavora anche una sola ora in un porto. Questo punto della legge però, viola una convezione internazionale (la Convezione sul lavoro nei porti - 137, dell’Organisation internationale du travail). «A ottobre di quest’anno avremmo una sentenza e vedremo se la legge sarà considerata illegale o no – chiosa Mariano – ma finché non ci sarà questa decisione dovremmo aspettare e poi capire se intraprendere altre forme di lotta». 10

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40 anni con le canzoni di José Afonso José Afonso è il cantautore che più di ogni altro è associato alla Rivoluzione dei garofani. La trasmissione della sua canzone “Grândola vila morena” da parte di “Rádio Renascença”, diede il segnale, alla mezzanotte in punto del 25 aprile 1974, ai militari di far partire il colpo di Stato che metterà fine alla dittatura. E “Grândola” risuona ancora nelle strade di Lisboa in questo 25 aprile di 40 anni dopo. Dopo il discorso di Vasco Lourenço, in mattinata a Praça da Alegria e dopo la sfilata in Avenida da Liberdade, nel pomeriggio c’è un sole tiepido, l’aria è limpida e la città è tutta per strada. Una coppia di anziani passa cantando “Grândola Vila morena”, sottovoce. Sentono ancora quel sentimento che hanno sentito 40 anni fa: è stato così bello da non poterlo più dimenticare. Alcuni giorni dopo il 25 aprile ci rechiamo alla sede lisboeta della Associazione José Afonso. José Rodrigues, della direzione dell’associazione, ci spiega che ci sono altri sette nuclei sparsi in tutto il paese e che la sede principale è a Setúbal, la città in cui José Afonso è morto. «È stato proprio nell’anno della sua morte, il 1987, che un gruppo di familiari, di amici e di musicisti, hanno deciso di fondare un’associazione col suo nome, con l’obiettivo della divulgazione della vita e dell’opera, del suo esempio come uomo e come cittadino», aggiunge. L’Associazione organizza ogni mese diversi eventi e, scopriamo, raccoglie in un sito internet molto ben aggiornato, tutte le versioni che sono state fatte delle canzoni di José Afonso in tutto il mondo. «Passano gli anni e queste versioni aumentano, ed è sempre una sorpresa per noi sapere che musicisti nati magari anche dopo la morte di José Afonso hanno inciso una versione di questa o quella sua canzone» ci dice ancora Rodrigues. In Italia ad esempio, Daniele Sepe ha inciso una versione della Ronda das mafarricas e Antonella Ruggiero ha interpretato la Balada do Sino. José Rodrigues è un collezionista di dischi e ci svela un’altra curiosità: «c’è anche una versione italiana dell’lp Cantigas do Maio, che José Afonso registrò in Italia insieme a Francisco Fanhais.» Il disco era destinato ad appoggiare la lotta dei lavoratori del giornale República, un giornale che, durante la dittatura, aveva raccolto (ancor di più negli ultimi anni, dopo il 1972) firme di intellettuali progressisti e socialisti (una di esse è quelle di Mario Soares) e che dopo il 25 aprile aveva visto una forte contrapposizione interna. Un Commissione coordinatrice dei lavoratori del giornale si oppose infatti alla ristrutturazione redazionale, voluta dall’amministrazione, che avrebbe favorito l’egemonia del Partito Socialista nel giornale. È al fianco di questa commissione di lavoratori che si era schierato José Afonso. Il giornale però non sopravvisse e sospese la pubblicazione regolare nel gennaio 1976. Nato ad Aveiro nel 1929 José Afonso ha trascorso l’infanzia tra l’Angola e il Portogallo, in una famiglia di idee reazionarie e salazariste. A Coimbra per motivi di studio, passa per le libere associazioni studentesche, le “Repúblicas”, e gioca a calcio nell’Académica de Coimbra , che ha alle spalle una storia unica nel suo genere, avendo raggiunto, da squadra studentesca, la vetta del calcio portoghese (è stata la vincitrice della prima edizione di coppa del Portogallo, nel 1939). José Afonso inizia a cantare il fado di Coimbra e, avvicinandosi agli ambienti sociali più umili, comincia ad acquisire la coscienza politica di vicinanza ai poveri e agli sfruttati che caratterizzerà tutta la sua opera e la sua vita. Opera non vastissima, composta da 15 lp e da diversi singoli, ma straordinaria per la ricerca delle tradizioni musicali del paese e con una grande connotazione di denuncia sociale, in anni in cui la censura del salazarismo era molto forte. “Grândola vila morena” nasce proprio dall’impegno sociale di “Zeca” Afonso: la canzone è dedicata alla “Sociedade Musical Fraternidade Operária Grandolense”, un’associazione che il regime aveva fortemente represso, insieme a tutte le realtà associative e cooperative della zona e della regione, l’Alentejo, dove si trova appunto la cittadina di Grândola. E sono molte altre le canzoni di critica politica e opposizione al fascismo. “A morte saiu à rua”, ad esempio, dedicata al pittore José Dias Coelho, militante del Partito comunista portoghese ucciso dalla PIDE, la polizia fascista, nel 1961. [VEDI FOTO 12] Che cosa penserebbe José Afonso del Portogallo di oggi a 40 anni dalla Rivoluzione? Sarebbe critico con l’intervento della Troika e con l’attuale governo? «È una domanda che è lecito farsi – ci risponde José Rodrigues – ma è difficile rispondere perché lui non è qua, e nessuno può parlare a suo 11

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40 anni con le canzoni di José Afonso nome.» Ma basta riascoltare uno stralcio di una sua intervista del 1984 (reperibile su you tube a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=Q48aFXRjBCo )per capire la sua lucidità e la forza del suo impegno politico. Ve ne proponiamo la traduzione in italiano: “I giovani si trovano a fare i conti con un sistema che non tiene conto di loro, che parla di loro solo ipocritamente. Il 25 aprile non è stato fatto per questa società in cui ora stiamo vivendo. Quelli che aiutarono a fare il 25 aprile (che non sono solo quelli che lo hanno fatto) immaginavano una società molto differente da quella attuale, che ora viene offerta ai giovani. I giovani si trovano di fronte a problemi così gravi, forse anche più gravi di quelli che affrontiamo noi, la disoccupazione per esempio, e non hanno risorse, il sistema li oltrepassa e li opprime, creando per loro un’apparenza di libertà. Io credo che l’unico atteggiamento possibile è quello che noi (per “noi” intendo la mia generazione) abbiamo avuto: quello di un rifiuto intelligente, se possibile fino all’insubordinazione e anche fino la sovversione del modello di società che gli si sta offrendo con bei discorsi, con il fondamento della legalità democratica, con il fondamento del rispetto per i cittadini, per i diritti dei cittadini. Ma che è di fatto una società teleguidata da lontano, da un qualche FMI o dai banchieri, ed è imposta ai giovani d’oggi. E devono combatterla, distruggerla, affrontarla con tutte le loro forze, organizzandosi per creare la società che hanno in mente e che non è, sono certo, la società di oggi.” Un murale che ritrae José Afonso durante la realizzazione. 12

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