Il Becco - Anno 1, numero 2

 

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Non è tempo di lavorare, una discussione sulle nuove forme di lavoro/rappresentanza

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Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - DCB Firenze. Il Becco cartaceo è allegato della testata online iscritta al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Nr. 2 - Ottobre 2013 copertina di Irene Polverini Non è tempo di lavorare, Una discussione sulle nuove forme di lavoro e la crisi di rappresentanza

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Editoriale di Leonardo Croatto e Dmitrij Palagi dal tema del lavoro. La partita della tutela dei diritti acquisiti è giocata tutta in difesa, ci si è chiusi in un fortino sotto assedio, lasciando fuori tutti quei lavoratori che non hanno un contratto di lavoro subordinato, e che, almeno dagli anni ’80 sono aumentati esponenzialmente. Considerati per lungo tempo non interessanti, non rappresentabili, adesso la massa di questi lavoratori ha acquistato una dimensione non più ignorabile. Con venti anni di ritardo, ci si accorge che tutto un pezzo del paese, la parte più giovane, è stata tenuta fuori dal dibattito sindacale e politico. Solo adesso ci si accorge che tutti quei giovani lavoratori abbandonati potrebbero essere “iscritti e voti”, e che sopratutto sono un pezzo di Paese che cerca disperatamente una rappresentanza, ma che non si fida più di chi fino ad ora li ha allontanati. Occorre ripensare il modo con cui ci si pone nei confronti di chi è fuori dal lavoro tutelato, di chi il lavoro l’ha perso, di chi è appena uscito dalla formazione. Quali sono le nostre proposte? Come immaginiamo di ricostruire i posti di lavoro persi? Che tipo di lavoro ci immaginiamo per i nuovi lavoratori? Siamo in grado di contestualizzare il nostro dibattito sul lavoro? Per molti dei soggetti che il sindacato e la sinistra hanno dimenticato, il lavoro subordinato tutelato è un miraggio. Sono pochissime le attivazioni di contratti a tempo indeterminato, e non è raro che, di fronte ad offerte di lavoro inaccettabili,s soggetti con competenze spendibili scelgano di avviare attività autonome. Possiamo quindi partire dal riconoscimento del fallimento di un mercato del lavoro organizzato in modo che tutto il controllo della produzione sia in mano al capitale e provare a proporre un sistema alternativo? Possiamo recuperare il tema del controllo dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori e declinarlo in una forma moderna? Che ruolo vogliamo assegnare allo stato? Quello di creare il campo da gioco per il grande capitale oppure quello di attore nell’organizzazione e nella gestione di tutto il sistema produttivo? Esiste un dibattito nazionale che tocca i temi del reddito di cittadinanza, confondendo talvolta categorie contemporanee con i tentativi di resuscitare Keynes e Marx (talvolta più citati che studiati), mentre non si è analizzato il ruolo che un sistema di tutela reddituale può avere per liberare questi lavoratori dalla subordinazione economica che ha sostituito la subordinazione contrattuale. Ci sembra interessante la proposta di partire dalle forme di mutualismo e di collaborazione tra lavoratori all’interno del sistema di produzione e di valorizzazione dei percorsi di formazione. In questo contesto i diritti potrebbero ridisegnarsi non come sussidio da porre come argine con le situazioni di maggiore difficoltà, ma ritornare ad essere quella realtà che garantisce a tutti parità di mezzi, cioè diritti adatti alle esigenze di contesti sempre più diversi tra loro. Proveremo a contribuire alla discussione che abbiamo fatto partire, andando in questa direzione. Consapevoli che più si propone, più si irritano le sensibilità di chi ci circonda e più è necessario confrontarsi e verificare le proprie ipotesi. Foto di Davide Barbera L’approccio alla politica ed al sindacato è molto cambiato dal dopoguerra ad oggi, al disamore per la politica si affianca la percezione del sindacato come soggetto erogatore di servizi, non più come spazio di militanza complementare all’impegno nel partito (oramai una rarità). Si ha l’impressione che non sia in corso un’analisi dei motivi di questo disimpegno. Se poi si parla, nello specifico, di partito e sindacato di sinistra, allora ci si chiede in particolare perché questa analisi non sia partita specificamente Indice Editoriale di Leonardo Croatto e Dmitrij Palagi Sliding doors di Barbara Imbergamo Se le categorie di lavoro non contano più di Davide Imola Daniel Bell ed il concetto di società post-industriale di Maurizio Brotini pag. 2 pag. 3 pag. 8 pag. 10

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Sliding doors Articolo di Barbara Imbergamo Nasci, cresci, studi. Ti prepari ad entrare nel mondo del lavoro. Supponiamo che tu abbia studiato come traduttore - non è il mio caso e voglio usarlo proprio per uscire dal caso personale - in linea teorica puoi trovare qualcuno che ti assume, puoi restare disoccupato, puoi iniziare a lavorare come autonomo o come precario. Tu traduci dei testi come dipendente e tutti sanno chi sei: un cittadino/a italiano che lavora e che alla luce di questo acquisisce diritti. non hai la tredicesima, non hai le ferie, non hai il tfr, non hai gli straordinari, i permessi, le ferie, non hai la disoccupazione, non hai la mobilità, non hai la cassa integrazione. Non hai l’aspettativa. Non hai i ticket restaurant, una previdenza aziendale complementare che ti rimborsa ticket e le spese mediche. Hai diritto a ottenere un piccolo indennizzo per la malattia e la maternità (ma non la paternità) il Se sei disoccupato Se ti assumono Secondo la legge hai diritto a un contratto di lavoro, a tredici o quattordici mensilità. Hai diritto al tfr, hai diritto a versamenti regolari per la previdenza e la pensione, hai diritto agli straordinari, ai permessi, alle ferie, alla malattia. Hai diritto a un sussidio di disoccupazione, mobilità, cassa integrazione a seconda dei contratti, nel caso in cui l’azienda per cui lavori ti licenzi. Hai diritto a maternità pagata e maternità a stipendio zero, hai diritto a (un brevissimo) congedo di paternità (se sei uomo); se ti sposi hai dei giorni di vacanza, se hai i parenti malati hai qualche giorno di permesso, se vuoi studiare (in alcuni casi) puoi avere l’aspettativa. A volte hai i ticket restaurant, una previdenza aziendale complementare che ti rimborsa ticket e spese mediche, a volte hai anche dei premi produzione. Hai un contesto legislativo che ti dice in tutti i modi che tu hai dei diritti in quanto lavoratore (che con una certa frequenza restino inapplicati è un altro discorso, qui faccio riferimento alla cornice legislativa). Hai diritto a lavorare 8 ore e per il tempo restante organizzarti come vuoi. Hai diritto a pretendere i tuoi diritti. In Italia hai veramente pochi diritti. Se sei un ex lavoratore hai diritto a qualche mese di sussidio, un poco di mobilità. Se non hai mai lavorato invece sei un semplice traduttore mancato e al più puoi provare a farti aiutare da un Centro per l’impiego. Per il resto l’unico vantaggio che hai è che tutti capiscono chi sei: disoccupato è una parola chiara, inequivocabile. Vuol dire una cosa sola per tutti. Se sei precario Vuol dire che hai trovato qualcuno che ha bisogno di te ma saltuariamente. O, più frequentemente, qualcuno che ha bisogno di te ma preferisce approfittare dell’esistenza di contratti flessibili che costano meno e impegnano meno il datore di lavoro. E allora cosa fai? Lavori, tutti i giorni, grosso modo lo stesso numero di ore del lavoratore numero 1 ma cui importo dipende da un calcolo per nulla semplice e scontato che è legato a quanto hai versato negli ultimi mesi. Dunque in via ipotetica se negli ultimi mesi hai avuto un compenso basso o saltuario rispetto a quelli prima sei penalizzata. Lo stesso accade con la pensione che è calcolata su base contributiva e se sei precario e magari guadagni poco e hai anche dei buchi di contribuzione sarà davvero incerta ed esigua (Il reddito medio annuale del precari pare sia di 8500 euro, dunque fate voi i calcoli). Hai diritto agli assegni di famiglia. Resta il fatto che il mondo mediamente sa chi sei, il termine foto tratta da www.sociolab.it 3

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Sliding doors precario è ormai entrato nel nostro lessico: sei un povero giovane precario. Ce né è almeno uno in tutte le famiglie. Nella percezione del mondo (e dei media sopratutto) il precario è giovane, dunque resta giovane sempre anche quando ha 50 anni e questo crea qualche problema di identità. la tredicesima, non avrai le ferie, non avrai il tfr, gli straordinari, i permessi, le ferie, non avrai la disoccupazione, la mobilità, la cassa integrazione. Niente aspettativa, tiket restaurant, previdenza aziendale complementare che ti rimborsa tiket e spese mediche. Da poco hai gli stessi diritti dei precari su maternità, assegni di famiglia, malattia, pensione. Per il mondo se sei autonomo stai bene, sicuramente hai un buon reddito e di fatto sei un imprenditore, hai la fortuna di potere guadagnare quanto vuoi, accumulare profitti, evadere le tasse e dunque non hai bisogno di tfr, tredicesime, ferie, malattie. Non hai bisogno di Stato, di welfare e di diritti. Se lavori gratis Se sei un traduttore nel 2013 può anche capitarti di lavorare gratis. Può darsi che qualcuno ti chieda di fargli questo favore, può darsi che qualcuno ti dica che questo è il modo per poi entrare nel giro, può darsi che qualcuno ti offra l’opportunità di fare insieme a lui una start-up dove (ovviamente) all’inizio si lavora gratis in quel caso i tuoi diritti sono uguali a quelli del disoccupato ma ti senti più felice perché ti stai inventando il lavoro e non avrai bisogno di nessuno. ---foto tratta da www.marketingjournal.it.it Queste casistiche riguardano quello che nella maggior parte dei casi può succedere a una persona che è nata, è cresciuta, ha studiato come traduttore e poi ha attraversato una “porta scorrevole”: se ha avuto fortuna e la porta era quella giusta ha trovato un lavoro e acquisito diritti; se ha avuto meno fortuna si è trovato a lavorare in modalità che sono portatrici di pochissimi diritti(1). Questo modello aveva una storia, un senso riconoscibile e riconosciuto fino a quando le tipologie erano tre: eri dipendente e in quanto soggetto debole avevi conquistato una serie di diritti; eri imprenditore e - anche grazie al tacito patto con lo Stato secondo cui a scarsi controlli fiscali corrispondeva nessun versamento previdenziale e nessun welfare – facevi profitti (a volte molti) che rendevano del tutto inessenziale un eventuale accesso ad un sistema previdenziale; o eri un disoccupato, che in Italia diritti non ne ha mai avuti ma che nel corso degli ultimi 40 anni non ha vissuto in un paese con un tasso di disoccupazione che non è mai Se sei autonomo Puoi essere vero o falso. Questo chiariamolo subito. Se sei falso appartieni di fatto alla categoria di sopra quella dei precari. Hai le stesse sfighe e anche gli stessi miseri diritti. Sei “giovane” anche tu (anche quando hai 50 anni). Se sei un vero traduttore autonomo puoi lavorare da solo come professionista a partita iva, puoi avere una ditta individuale o una piccola società con altri o puoi essere organizzato in cooperativa. Se stai sul mercato ti troverai a dovere trovare clienti. Sarai fortunato se avrai qualche cliente che ti offre incarichi consistenti e costanti ma più probabilmente avrai tanti clienti che ti danno piccoli incarichi e che si succedono nel tempo. Quello che è certo è che lavorerai tutti i giorni, grosso modo lo stesso numero di ore del lavoratore numero 1 e 3 ma non avrai 4 1) Da questa casistica restano fuori, ma non vanno dimenticati, tutti quelli che svolgono mansioni ancora meno pregiate e che lavorano con tutte le altre tipologie di contratti flessibili o addirittura al nero. Restano fuori, nel senso che rispondono ad altre logiche, anche gli imprenditori “vecchia maniera” o gli autonomi che lavorano in settori in cui il margine esiste ancora che riescono ancora a fare profitti e creare lavoro (anche se sulle micro imprese varrebbe la pena un approfondimento a parte) e che ancora possono cavarsela senza welfare.

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Sliding doors arrivato a quello odierno e che ha vissuto fasi storiche di fortissimo “assistenzialismo” (di matrice clientelare) ovvero una sorta di sgraziato ammortizzatore sociale all’italiana. Ma ha ancora senso un modello nel quale gran parte della popolazione non acquisisce diritti perché passa dalla porta sbagliata? Ha senso un modello nel quale un individuo, che ha fatto un percorso di vita e formativo, si trova ad accedere a diritti così eterogenei a seconda della strada che percorre? Ha senso in un’epoca in cui molti di noi sperimentano in diverse fasi di vita tutte le modalità di lavoro elencate sopra passando da una all’altra? Se ritorno in modo anche didascalico e pedante su questo tema partendo da una lunga descrizione delle condizioni e dei diritti in cui vive l’individuo a seconda della tipologia lavorativa in cui si trova è perché nel dibattere di questo tema negli ultimi mesi sento, in maniera piuttosto ricorrente, alcune obiezioni all’ipotesi di “cambiare il modello” interpretativo che sembrano esprimere con intensità e sfumature diverse una resistenza all’ipotesi di cambio di paradigma: • c’è chi esplicitamente fa riferimento ad una lettura marxista e alla difficoltà di conciliarla con questo cambio di paradigma; c’è chi pur ammettendo il diritto dei lavoratori anche autonomi deboli ad essere inclusi nei diritti solleva il problema dell’interpretazio• ne generale del mondo del lavoro in questa nuova cornice e di quale ruolo verrebbe svolto da questi autonomi (forze del cambiamento o della conservazione?) c’è chi pur d’accordo con l’includere nuove chiavi di lettura sottolinea la necessità di mantenere un approccio “lavorista” ovvero di non slegare i diritti dal lavoro(2). 1. L’impoverimento della popolazione È in corso un impoverimento molto serio di gran parte dei membri della generazione che è entrata nel mondo del lavoro a partire dagli anni Novanta sia che svolga professioni che hanno richiesto lunghi anni di formazione, sia che si tratti di persone che svolgono lavori meno pregiati. In tutti i casi la tipologia di contratti e il loro susseguirsi in modo eterogeneo, l’abbassarsi dei compensi e delle tutele, la scarsissima (o nulla) capacità di risparmio, la spinta verso la formazione di auto impresa in un mercato che è sempre meno “ricco” e sempre più competitivo – e che dunque offre sempre minori possibilità di ricavo - e, infine il passaggio ad un sistema pensionistico interamente contributivo (che per molti di questi lavoratori significa raggiungere appena il livello della pensione minima sociale) fanno sì che una intera generazione arriverà alla vecchiaia con tratti molto marcati di povertà. Detto in altre parole si sta determinando un progressivo e ingente sgretolamento della classe media (in tutte le sue articolazioni dalla piccola borghesia alla media borghesia) e un annullamento delle speranze di mobilità sociale verso l’alto mediante lo studio e il lavoro. So che la questione della classe media farà storcere il naso a molti, ma credo che in tutta onestà sia cruciale parlarne sia per identificare un fenomeno con il quale necessariamente ci si dovrà misurare prossimamente; sia perché era verso la classe media che portavano tutte le rivendicazioni dei lavoratori del Novecento. È stato • L’impressione è, cioè, che anche di fronte all’ammissione che ci sia qualcosa da ripensare si tenda poi subito dopo a ripiegare nuovamente su un modello noto e, non a caso, spesso si fatica a parlare di veri autonomi e si conclude per parlare sempre di falsi autonomi ovvero di persone che dovrebbero diventare dipendenti con buona pace della cornice interpretativa che può, così, restare immutata. In generale l’impressione che ne ricavo è che si teme così tanto che un cambio di paradigma comporti la rinuncia a obiettivi rivendicativi generali nei quali si crede o che determini una disfatta ai valori dell’impresa a scapito della classe lavoratrice tanto che si preferisce rinunciare a rivendicare diritti in modo più ampio. Intravedo dietro a questa posizione il desiderio (in teoria apprezzabile) di porsi un obiettivo alto e di non piegarsi al compromesso con elementi che stanno modificando sensibilmente il mondo del lavoro. Credo però che chi tiene questa posizione non possa dire di non conoscere alcuni aspetti e alcune ricadute e di volere continuare a ignorarli: 2) “Il mio (assolutamente personale) punto di vista è che separare i diritti (ovviamente non quelli civili) dalla questione lavoro è pericoloso: nel senso che il welfare può supportare una serie di diritti, ma più che il reddito minimo avrebbe senso ragionare nuovamente sull’obiettivo della piena occupazione, accettando l’idea che sia prevista una significativa percentuale di lavoratori autonomi (da incrementare in determinati settori, con una forte presenza del pubblico.” http://www.ilbecco.it/nazionale-2/lavoro/item/600-lavoro-un-solo-modo-per-proseguire-il-confronto.html) 5

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Sliding doors attraverso quel secolo che i lavoratori delle classi proletarie si sono conquistate con lotte e pazienza, e con il boom economico, l’accesso a stili di vita e di consumo da classe media. È stato anche grazie alle tredicesime, alla maternità obbligatoria, alle ferie ai permessi che siamo diventati classe media. È stato grazie a tutto questo che i figli degli operai hanno potuto sperare di salire nella scala sociale attraverso lo studio e il lavoro. Dunque che piaccia o meno (e a me piaceva) la classe media che abbiamo conosciuto nel Novecento e nella quale in molti casi siamo nati sta sparendo. 2. La capacità di rappresentare individui Le categorie interpretative tradizionali suonano alle orecchie dei “traduttori autonomi e precari” come parole di chiara esclusione. Sono categorie nelle quali la loro figura professionale e individuale non trova spazio, non trova spazio quella generazione, quell’aggregato di persone che vive quotidianamente una realtà che è diversa da quella rappresentata. Cosa votano questi lavoratori? Per cosa si mobilitano? Siamo sicuri che sia efficace continuare a parlare un linguaggio dal quale molti vengono esclusi? Se si usano paradigmi nei quali molti non possono sentirsi rappresentati chi voterà più la sinistra? Si tratta di paradigmi e di un lessico che sono oscure a buona parte della popolazione sotto i quaranta. Dove è possibile andare con un lessico che è sopratutto per iniziati? In questo senso mi pare paradigmatica la parola “lavorismo” che scopro così usata in ambiente sindacale ma che io non avevo mai incontrato prima e della quale intuisco il significato ma non trovo l’origine visto che non compare neanche sul dizionario italiano. 3. “Cambiare tutto?” Dentro i 6 milioni e 500 partite iva italiane ci sono molti che il lavoro provano a inventarselo da soli (e allora sono “lavoratori autonomi”) o in compagnia (e sono membri di cooperative e società) e che tentano di mettere a frutto quello che hanno studiato. Non sono pochi quelli che attivamente costruiscono il proprio lavoro come startupper ovvero letteralmente “avviare una impresa” di qualunque genere essa sia rispondendo alle numerose e suadenti sollecitazioni in questo senso. La platea di coloro che in qualche modo cercano di trovare una soluzione alla que- stione del lavoro anche buttandosi sul “mercato” con le proprie competenze, risorse, slancio è molto vasta (nonostante il saldo tra partite iva che chiudono e quelle che aprono sia sempre più vicino allo zero) proprio tra i giovani e le donne(3). I dati sulla mortalità delle partite iva a tre anni dall’apertura ci danno la misura di quanto non pochi di questi si ritrovino qualche anno dopo a dovere ripensare la propria condizione lavorativa. Ovvero persone che, in molti casi, avrebbero seriamente bisogno di poter accedere ad ammortizzatori sociali: un tema che non sfiora per nulla i molti strartupper tecnologici che si beano delle storie di successo che vengono loro ripetutamente raccontate da giornalisti particolarmente inclini al whisful thinking ma che non ritengono di dovere mai fare qualche approfondimento di carattere economico e statistico per quantificare l’entità del fenomeno. “Cambiamo tutto” è il titolo di un volume del giornalista Riccardo Luna che sottolinea l’importanza di creatività, pensiero positivo, innovazione, investimento personale nel creare lavoro e nel “cambiare tutto”. Non condivido gran parte del metodo e dell’approccio di Luna ma nonostante questo credo che creatività e investimento personale siano effettivamente valori positivi. A differenza di Luna però credo che non tutti siano (o debbano essere) dotati di queste caratteristiche, né che sia corretto buttare il rischio di impresa tutto sul singolo individuo. Come spesso si dice le imprese hanno bisogno di un vivaio in cui svilupparsi. Ecco, favorire lo sviluppo delle imprese significa non lasciare che queste siano l’unica risorsa in mano ai giovani per giocarsi la carta del loro futuro, né lasciarglielo fare senza rete. Non affrontare questo capitolo, non intervenire su questo tema da sinistra, non sollevare il problema dei diritti equi ed universali non fa altro che lasciare a quelli “whisful” campo libero nel costruire una retorica che di diritti – con grande gioia di quelli ricchi davvero – non si curerà mai. Sotto questo profilo, io credo, che sia importante non lasciare a Luna o chi per lui il monopolio sul tema della startup e che sia il caso di cominciare a esplorare chi sono, come finiscono le loro imprese e di quali diritti hanno bisogno per essere cittadini di questo paese a parità di diritti con gli altri. 6 3) http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/24/unioncamere-2012-chiuse-mille-aziende-al-giorno-aperture-ai-minimi/478852/

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Sliding doors 4 Quali strade è possibile percorrere? È possibile provare a ricomporre questa frattura tra tutelati e non tutelati (startupper, precari, autonomi e via dicendo(4)) e a tornare a parlare un linguaggio inclusivo mettendo al centro un principio di equità e di solidarietà: ovvero valutando, indipendentemente dall’etichetta di appartenenza, l’effettivo godimento di diritti che si stabiliscono minimi e comuni. In questo senso mi pare centrale una riflessione sulla sentenza della Corte costituzionale in riferimento all’illegittimità dei prelievi sulle pensioni più alte in nome di un presunto diritto acquisito. Sotto questo profilo è chiaro che il riferimento a diritti acquisiti diventa una leva di conservazione più che di innovazione - e che il rimando più immediato al quale viene fatto di pensare è all’ancien régime e alle invocazioni ai diritti acquisiti dell’epoca precedente la rivoluzione francese piuttosto che ad un effettivo diritto da difendere – se si pensa che i pensionati di cui la corte difende il diritto hanno pensioni calcolate con il metodo retributivo pagate dai lavoratori di oggi che la maturano invece con il calcolo contributivo. Non è perciò in quei termini che è opportuno continuare a ragionare – termini che per estensione possono andare a molti altri aspetti del diritto del lavoro – quando si lasciano fuori dai diritti qualche milione di lavoratrici e lavoratori. È possibile, invece, ripartire dall’equità e in base a questo principio scegliere, riflettere e individuare quali diritti costruire e quali siano gli aventi diritto in base appunto non all’etichetta ma all’effettivo reddito a cui si riesce ad accedere. Costruire sull’equità significa an- che provare a ricostruire un principio di solidarietà e di coesione sociale che oggi appare relegato unicamente alla privatissima famiglia italiana che svolge da sola tutte le funzioni di ammortizzatore. La locandina del noto film Sliding doors 4) Se il discorso non diventasse estremamente complesso inserirei in questa lista anche piccoli commercianti, neo artigiani e braccianti agricoli completamente sfruttati dai caporali. 7

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Se le categorie di lavoro non contano più Davide Imola, responsabile Lavoro Professionale CGIL. Ancora oggi, se parliamo di lavoro autonomo o di professionista, la mente della gran parte delle persone corre all’avvocato, architetto, commercialista, medico, dentista, affermato e con risorse economiche e professionali ingenti. Su questo stereotipo sono fondati gli approcci politici e sociali sino ad oggi e che hanno guardato ai professionisti usando una equazione un po’ superficiale ma diffusa: “tutto ciò che è professione e lavoro autonomo reale se la deve cavare da solo e recuperare dalla propria attività tutte le risorse per affermarsi e proteggersi socialmente”. Al contrario se non ci si trova di fronte a questa capacità auto protettiva non si è in presenza di un professionista vero od un vero lavoratore autonomo e quindi quel lavoratore deve essere considerato dipendente.” Negli ultimi 25 anni le cose sono cambiate profondamente. In questo periodo, infatti, nel lavoro dipendente è aumentata la precarietà attraverso l’introduzione di interventi legislativi tendenti a garantire sempre più “flessibilità in entrata”, ma anche attraverso una maggiore diffusione degli abusi da parte delle aziende che ha fatto esplodere il fenomeno del lavoro atipico o parasubordinato che oggi conta oltre 1.200 mila lavoratrici e lavoratori. Contemporaneamente a questo fenomeno il lavoro autonomo e professionale individuale (quello svolto con attività propria, senza dipendenti o collaboratori e senza la costituzione in impresa) subiva processi di forte cambiamento e indebolimento senza che fossero necessari provvedimenti legislativi o emergessero, fino ad ora, conflitti sociali specifici. È stato sufficiente avere una presenza superiore dei professionisti in ogni settore d’attività e, quindi, spostare i rapporti di forza, che consentivano al singolo professionista o lavoratore autonomo di poter agire sul mercato con sufficiente capacità contrattuale, a favore dei committenti. Parliamo di 3.369.000 lavoratrici e lavoratori autonomi individuali nel 2012. Per questi lavoratori non possiamo più usare solamente gli stereotipi utilizzati sino ad ora perché riguardano circa il 18% del totale se ci riferiamo ai “professionisti affermati”, oppure a circa il 20% del totale se prendiamo a riferimento i lavoratori e lavoratrici “a rischio di precarietà” perché oggetto di un utilizzo improprio al posto del lavoro subordinato. In realtà la stragrande maggioranza, oltre il 60% dei lavoratori autonomi individuali si sente un “professionista con scarse tutele” e la sua condizione è molto differente dal passato. Come dicevo, il lavoro autonomo non è più lo stesso perché la capacità di contrattare del singolo nei confronti dei propri committenti non è più la stessa, non è più in equilibrio e, in Italia contrariamente al resto d’Europa, non si è intervenuti dal punto di vista legislativo o contrattuale per riequilibrare la parte contraente che si stava indebolendo. Questo ha portato, nel tempo, ad avere milioni di persone con forti competenze, abilità, talenti e passioni professionali ma con redditi sempre più bassi. Professionisti veri ma senza regole che proteggessero il proprio lavoro, la propria professionalità, senza le tutele sociali di cittadinanza come la tutela effettiva in caso di maternità, malattia, infortunio, disoccupazione, e con una prospettiva pensionistica a dir poco disastrosa. Nel frattempo si sono modificati anche i consumi delle persone e delle imprese e si sono affacciate professionalità nuove o sviluppate e specializzate altre già esistenti. Accanto alle professioni ordinistiche classiche (Farmacisti, geometri, giornalisti, infermieri, notai, psicologi, avvocati, architetti, ecc.) abbiamo quelle regolate dallo stato ma senza ordini (Promotori finanziari, periti assicurativi, guide turistiche, odontotecnici, ottici, podologi, odontoiatri, audiometristi, logopedisti, ortottisti, tecnici di laboratorio, terapisti della riabilitazione, fisioterapisti, psicomotricisti, ecc.). Accanto a queste sono 8

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Se le categorie di lavoro non contano più poi emerse le professioni non organizzate in ordini e collegi (bibliotecari, amministratori condominiali, animatori, restauratori, statistici, traduttori, interpreti, tributaristi, web designer, ecc.): sono più di 200 le professioni esercitate al di fuori degli ordini professionali in Italia. Quello che accomuna il giovane avvocato costretto a lavorare presso un altro studio, l’architetto di 40 anni partita iva, il praticante commercialista, con l’archeologo, il fisioterapista, l’educatore sociale, il traduttore è l’assenza di regole di protezione del proprio lavoro e del proprio reddito e, infatti, guadagnano in media 18.836 € lordi annui ma al netto ne rimangono solo 9.794 (816 € al mese) mentre il reddito delle professioniste, a parità di lavoro e territorio è inferiore in media di 6.000 € annui. Non hanno regole che proteggano il loro lavoro, che ne una riflessione sul lavoro. Il concetto di qualità del lavoro, infatti, racchiude in sè sia il valore del riconoscimento e della prospettiva professionale di ogni persona ma anche la condizione principale e prioritaria per garantire serie capacità di competizione economica al nostro paese all’interno della società della conoscenza. Probabilmente per l’intero sistema economico rendere produttivo e regolare il knowledge work sarà il grande compito di questo secolo, proprio come quello di rendere produttivo e tutelare il lavoro manuale fu il compito del secolo scorso. Si pone una questione di presa di coscienza, forse per la prima volta nella storia del lavoro autonomo e professionale, di forme di unità e di proposta e di lotta che, auspichiamo non vengano praticate in riconoscano la professionalità, che li garantiscano rispetto ai tempi di pagamento oppure rispetto all’accesso al credito. Hanno scarse o inesistenti tutele in caso di maternità, malattia, infortunio o sono rimasti soli, gli unici, senza sostegno al reddito in questi 5 anni di grave crisi. La qualità del lavoro, la possibilità che questo rappresenti un’occasione di realizzazione e crescita per la persona non può essere tema ancillare all’interno di contrapposizione o anche solo nell’indifferenza reciproca rispetto alle lotte dei lavoratori subordinati, ma unitariamente tra di loro, nella consapevolezza che ormai - fatto pensiamo epocale nella storia - vi sono destini e condizioni sociali ormai comuni tra ampie fasce di lavoratori dipendenti ed autonomi. Oggi non conta più la categoria di lavoro a cui si appartiene ma le condizioni di reddito e di sicurezza sociale in cui si versa. Immagine tratta da The Art of Ryan Seslow www.ryanseslow.com 9

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Daniel Bell ed il concetto di società post-industriale Articolo di Maurizio Brotini Il nome di Daniel Bell, sociologo statunitense nato nel 1919, docente alla Colombia University e poi ad Harvard, nonché consulente di molti presidenti americani, a cui si debbono alcune delle definizioni sociologiche di grande fortuna pubblicistica, come “la fine delle ideologie” e la “società postindustriale” e soprattutto la teorizzazione della fine delle identità politiche legate alla condizione di classe e al conflitto industriale attraverso l’analisi del mondo del lavoro nella società dell’automazione, ricorre spesso, e con un ruolo di primo piano, nelle vicende descritte nel saggio di Frances Stonor Saunders, La guerra fredda culturale. La CIA e il mondo delle lettere e delle arti, Fazzi, 2004. Fu infatti amico e sodale di Melvin Lasky, uno dei primi fautori della guerra fredda culturale. Un passato giovanile come trockista, a partire dagli anni ‘50 organicamente inserito nelle attività del Congresso per la libertà della cultura, intermediario presso Henry Luce per il salvataggio della “Partisan Review”, già voce autorizzata del Partito Comunista Americano divenuta strumento della CIA e quartiere generale degli antistalinisti “professionisti”. Bell svolge un ruolo importante nelle iniziative della CIA in Inghilterra nei confronti del Partito Laburista e delle Trade Unions per neutralizzare i movimenti politici di sinistra e attirarli nel campo del socialismo moderato, nonché nel gruppo di pressione per sostenere l’idea di un’Europa unita associata agli Stati Uniti. Nel 1960 pubblica The End of Ideology, tra il 1965 e il 1968 presiede la Commissione sul 2000, istituita dalla American Academy of Arts and Sciences, nel cui ambito comincia a lavorare intorno al concetto di “società post-industriale”. Fece parte del consiglio editoriale della rivista londinese “Censorship”, attiva fino al 1967 e finanziata dal Congresso. Nel 1968 partecipa all’assemblea generale del Congresso per la libertà della cultura. Fu condirettore assieme ad Irving Kristol (trockista assieme a lui in gioventù e successivamente uomo del Congresso e responsabile della rivista di riferimento dell’infiltrazione ed utilizzo nella sinistra non comunista “Encounter”) di un’altra rivista strumento della CIA chiamata “The Public Interest”. Negli anni settanta pubblica The Cultural Contradictions of Capitalism. Sempre nel 1970, ormai punto di riferimento del movimento neoconservatore, lancia uno dei temi di discussione con il celebre saggio America Unstable. La contestazione studentesca, la mobilitazione anti-Vietnam, il femminismo degli anni sessanta avevano indebolito ogni forma di autorità, dallo Stato al pater familias. Le istituzioni di governo avevano perso legittimità, la fiducia delle classi dirigenti era intaccata. La stabilità sociale in pericolo. Questa preoccupazione per la stabilità della democrazia liberale lega idealmente Bell a un altro padre storico dei neoconservatori, il filosofo Leo Strauss. Le analisi di Bell impregnano profondamente le classi dirigenti americane e occidentali negli anni settanta. Per prosperare attraverso il consumismo di massa, per estrarre la massima produttività del lavoro, il capitalismo deve fomentare l’individualismo e la competizione, deve eccitare la ricerca edonistica del piacere, deve scatenare una rincorsa ai beni materiali. Gli effetti sui valori 10

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Daniel Bell ed il concetto di società post-industriale morali della società sono distruttivi. la cultura della selezione darwiniana, l’egoismo economico, disgregano la solidarietà, allentano i legami civili. Alla lunga queste tendenze possono perfino spingere a comportamenti antisociali, a non rispettare le regole, e quindi a destabilizzare la stessa economia di mercato. La risposta di Bell attinge in parte alla visione di Max Weber sul nesso fra spirito del capitalismo ed etica protestante: per garantire il suo sviluppo il capitalismo ha bisogno di stabilità sociale, non può prosperare in una giungla dove vige la mentalità “ognuno per sé, tutti culturale contro la secolarizzazione e la laicizzazione della società, nel raccomandare un ritorno alla pratica religiosa come antidoto contro il decadimento delle liberaldemocrazie occidentali, Bell pone fin dagli anni settanta le fondamenta teoriche di quell’alleanza tra i neoconservatori e i nuovi movimenti cristiani che diventerà uno dei tratti distintivi dell’America di oggi. Bell si presenta dunque come un intellettuale organico agli interessi del capitalismo americano, capace di concepire e realizzare una battaglia per l’egemo- ti il dibattito promosso da Bell a partire dagli anni cinquanta assieme ad un altro intellettuale legato al Congresso come Raymond Aron sulla cosiddetta “crisi delle ideologie”, attraverso la definizione delle “ideologie” viste come un modo totalizzante di produrre argomentazioni e spiegazioni, un tipo di pensiero sistematico ormai ampiamente in via di declino e di esaurimento nel mondo occidentale. È evidente come la genesi del pensiero debole e delle cosiddette teorie della complessità affondi qui le sue radici, così come è evidente l’obiettivo politico di tali contro tutti”. Perciò il capitalismo, paradossalmente, ha bisogno che restino in vita valori morali e civili di tipo pre-capitalistico; tipicamente questi valori sono un misto di obbedienza all’autorità costituita, di altruismo e di dedizione al bene comune, prodotti dalla religione. Nell’invocare una battaglia nia che mostra di aver ben meditato l’insegnamento di Antonio Gramsci.Oltre all’anticipazione della saldatura nel nome della religione di un blocco di interessi alla base dell’affermazione di Bush, come non ricondurre agli obbiettivi della guerra fredda culturale da noi richiama- argomentazioni filosofiche: l’impossibilità da una parte di effettuare previsioni, dall’altra di non essere in grado di modificare razionalmente, consapevolmente la realtà. È la possibilità di una pratica di tipo comunista che queste tesi tendono a negare: basti, per restare al caso italiano, il for- Immagine tratta da www.economist.com 11

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Daniel Bell ed il concetto di società post-industriale 12 midabile bombardamento editoriale e mass-mediatico di pensiero debole e di teorie della complessità che hanno accompagnato la liquidazione del PCI, effettuata la quale non ci risulta che tali teorizzazioni abbiano avuto un grande seguito. La guerra fredda fa dunque da sfondo alla costruzione dei concetti deputati ad annunciare, se non a spiegare, che l’umanità si troverebbe alle soglie della nuova era dell’informazione, e pertanto di un nuovo universalismo. Prima operazione: decretare la morte dell’era precedente, quella dell’”ideologia”, caratteristica, secondo i suoi affossatori, del XIX secolo e della prima metà del XX. È questa l’operazione alla quale si dedicarono i partecipanti a una riunione organizzata nel settembre del 1955 a Milano, sul tema “Il futuro della libertà”, dal Congresso per la libertà e la cultura. Tra i partecipanti figuravano l’economista F. A. von Hayek, il professore francese Raymond Aron, che aveva appena pubblicato L’oppio degli intellettuali, e i sociologi americani Daniel Bell, Seymour Martin Lipset e Edward Shils. Fine dell’ideologia, fine del politico, fine delle classi e delle loro lotte, ma anche fine dell’impegno e degli intellettuali contestatari. Tutte queste eclissi sarebbero all’ordine del giorno. Vi si postula che l’analisi sociologica stia spazzando via i pregiudizi dell’ideologia, per attestare la nuova legittimità della figura dell’”intellettuale liberale occidentale”. Un’altra tesi ricorrente, formalizzata fin dal 1940 dal filosofo americano James Burnham, già trockista della IV internazionale, fa da corollario a questa serie di tesi terminali prospettando la rivoluzione manageriale, l’irresistibile ascesa de- gli organization men, alfieri di una nuova società; la managerial society che prefigurerebbe la convergenza dei regimi capitalista e comunista. Emerge una comunità di pensiero. Nel 1973 Daniel Bell pubblica The Comin of Post-Industrial Society, in cui la sua precedente tesi della fine dell’ideologia si collega al concetto di società post-industriale, definita anche “società dell’informazione” o “del sapere”, che si caratterizzerebbe come scevra da ideologie. (Vedi su questi ultimi aspetti Armand Mattelart, Come è nato il mito di Internet. Archeologia della , Le Monde Diplomatique, settembre 2000). Il peso avuto dall’offensiva ideologica americana nel determinare i paradigmi interpretativi delle trasformazioni sociali che caratterizzerebbero l’attuale sviluppo della società umana costringono ad una duplice operazione: riconoscere i presupposti ideologici di gran parte delle teorizzazioni sul post-industriale, tese a rimuovere il valore teorico e soprattutto politico della concezione marxiana e comunista di classe sociale all’interno del processo di produzione di plusvalore, con il conseguente superamento dell’antagonismo ontologico tra capitale e lavoro; affrontare in maniera attenta e puntuale le effettive trasformazioni verificatesi sul piano sociologico all’interno del mercato del lavoro e nell’organizzazione dell’impresa. Con questa accortezza è interessante richiamare un articolo di Patrizio Di Nicola, E alla fine il lavoro è arrivato nella vita privata, da Unità Online- Gli Speciali, I vent’anni del computer, 13.8.2001, dove si ritrovano una apodittica e acritica ripresa delle teorizzazioni di Bell con una utile ed interessante descrizione dei processi in atto. Per l’autore infatti il passaggio dalla Società Industriale a quella PostIndustriale sembra ormai definitivamente compiuto. Seguendo la famosa “legge dei tre stadi”, l’umanità - o almeno quel decimo della popolazione mondiale che abita nelle nazioni “ricche” - è transitata dapprima dalla società contadina, basata sul possesso della terra da parte di pochi e sul lavoro di questa stessa da parte di moltitu- dini di braccianti e mezzadri, allo sviluppo industriale, caratterizzato dalla presenza di grandi fabbriche, sempre di proprietà di pochi, ove migliaia e migliaia di operai - dapprima qualificati, poi, grazie all’innovazione fordista della catena di montaggio, dequalificati e parcellizzati - passavano gran

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Daniel Bell ed il concetto di società post-industriale parte della propria vita. Nel terzo stadio, quello definito appunto da Daniel Bell e Alain Touraine come post-industriale, la maggioranza dei lavoratori si troverebbe ad operare nella produzione, distribuzione e commercializzazione di beni immateriali - i servizi - che debbono diventare tanto “indispensabili” da venire consumati in massa. tale; poi (anni settanta) da quello “mini”, seguito, negli anni ‘80 dal computer personale e, infine, nell’ultimo decennio, dall’e-mail, nata e diffusasi grazie alla nascita di una rete di collegamento - Internet - di dimensioni planetarie. Come avvenne nel Settecento, le nuove tecnologie hanno rivoluzionato il modo di fare impresa e, ancor di più, quello di lavorare e di vivere. cambiato il rapporto d’impiego. Se il lavoro dipendente standard - quello che si svolge a tempo pieno, con contratto a vita per un solo imprenditore - era la norma della società industriale, nella fase post industriale primeggerebbe il lavoro atipico: autonomo, semi autonomo, su commessa, in affitto, in outsourcing. Nei tempi più recenti queste forme di lavoro poggiano sempre Se per la transizione dalla società industriale a quella post industriale dovesse essere individuata una tecnologia “simbolo”, non sarebbe per l’autore difficile: sono le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). Impersonate dapprima (anni sessanta) dal grande computer dipartimen- Non sembra quindi inutile approfondire il senso delle trasformazioni del lavoro, con l’avvertenza che è difficile e rischioso tentare di storicizzare un processo che in parte è ancora in divenire. Dovendo iniziare, è bene ricordare come le TIC hanno più sul lavoro in rete. Alcuni analisti, come ad esempio Malone and Laubacher hanno coniato il termine “e-lancers” per definire quei lavoratori che mantengono i contatti con colleghi e committenti tramite le tecnologie, ipotizzando che questa sarà la forma dominante del lavoro nel secolo Immagine tratta da www.teladoiofirenze.it da un articolo di Fabio Rossetti 13

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Daniel Bell ed il concetto di società post-industriale 14 che si è appena aperto. La ragione principale di tale mutamento consisterebbe nel diverso apporto che si chiede al lavoratore: ai tempi della rivoluzione industriale il grande problema era di convertire una manodopera abituata a lavorare secondo i propri ritmi, piegandola alla regolarità produttiva della grande industria. Oggi lo sforzo delle imprese consisterebbe, fondamentalmente, nell’ottenere dalle persone più creatività che forza, e per questo sarebbe necessario cambiare spesso i dipendenti, al limite evitando di assumerli tout court. E i lavoratori, enormemente più scolarizzati dei loro padri, a loro volta si muoverebbero, spesso in maniera soltanto figurata, in quanto hanno il vero ufficio in casa, da azienda a azienda, alla ricerca di quella che possa garantirgli non tanto - o non solo - una migliore retribuzione, quanto un ambiente stimolante anche intellettualmente. Naturalmente l’autore non manca di segnalare che questo aspetto potrebbe avrebbe anche dei risvolti negativi per le persone: da una parte un tale sistema è discretamente instabile e non incentiva negli individui strategie di lungo termine, indirizzandoli invece su consumi e pianificazioni sociali di breve scadenza; dall’altra lega il futuro delle persone alla capacità di innovare la propria professionalità. Cosa che, come noto, è tutt’altro che facile e penalizza chi ha meno risorse - finanziarie ma soprattutto intellettuali - da spendere per l’auto-formazione. Un secondo aspetto riguarda l’orario di lavoro e, più in generale, i tempi di vita. A differenza che in passato, oggi le imprese offrirebbero - spesso pretendono - schemi orari e lavorativi sempre più differenziati, in quanto le tecnologie permettono di sfruttare al meglio sia la flessibilità interna che quella esterna del mercato del lavoro. Finita l’era della produzione di massa di beni durevoli, che richiedeva una forza lavoro sincronizzata con l’orario della fabbrica, la flessibilità e la modularizzazione dell’orario di lavoro diventerebbero un vantaggio competitivo dell’azienda in quanto solo con la flessibilità si colgono le nuove occasioni di sviluppo. Lavorando in team autogestiti, per progetto, su commessa, il tempo di lavoro - anche dei dipendenti - diventa sempre più simile a quello dei lavoratori autonomi. La lotta per la riduzione dell’orario lavorativo, cavallo di battaglia dei sindacati e dei movimenti socialisti dalla metà dell’800, perderebbe molta della sua incisività: riguarderebbe infatti la parte più tradizionale della classe lavoratrice, mentre ne resterebbero fuori le forze-lavoro più giovani, quelle più scolarizzate e, naturalmente, il montante esercito dei lavoratori atipici. Tra il 1880 e il 1940 l’orario di lavoro è sceso da 60 a 40 ore. Ci sono voluti poi altri cinquanta anni per rosicchiare altre due ore, ma si è poi subito risaliti: oggi l’orario medio - se si considera l’intero mercato del lavoro - è ben oltre le 42 ore, e non mancano coloro che ne lavorano 60, come oltre un secolo fa. I lavoratori post-industriali in realtà debbono fronteggiare un “nemico” nuovo (e per questo le tradizionali politiche sugli orari li aiutano poco: l’intrusione del lavoro nella vita privata, che porta alla mancanza di una distinzione culturale tra lavoro e vita. L’email li raggiunge ovunque, il telefono cellulare li tiene legati alle faccende dell’ufficio anche sulla spiaggia, molti giorni festivi vengono colonizzati dal lavoro. Mentre per l’operaio metalmec- canico il lavoro aveva il colore della tuta, e diventava facile così distinguerlo dai tempi del nonlavoro, per chi opera nelle aziende post-industriali lavoro e vita finiscono per somigliare a una pelle di leopardo: è impossibile tracciare linee di demarcazione nette. Così, nell’immaginario di molti lavoratori e datori di lavoro si finisce per pensare che non esista un’alternativa possibile a tale commistione. Questo è davvero “lavoro”. L’altro, semmai, è solo “impiego”. Poter modulare la giornata, la settimana e l’anno lavorativo potrebbe avere un fascino discreto e una comodità indubbia. Ma tutto dipende, come sempre, dal contesto e dai rapporti di forza in cui ciò avviene. In America, tra il 1967 e il 1987, il tempo dedicato al lavoro è aumentato l’equivalente di un mese l’anno, mentre la quota di ore di lavoro retribuite sono passate dal 94% del totale a meno del 91%. Quindi ogni occupato, in media, “regala” o è costretto a regalare all’azienda quasi un decimo delle ore lavorative che svolge. Stiamo vivendo la “sindrome del sovralavoro”. Le nuove tecnologie, oggi come ai tempi della prima rivoluzione industriale, sono arrivate tra noi mostrando una indubbia capacità di ridurre la richiesta di lavoro umano, tanto che studiosi serissimi hanno preconizzato l’avvento della società dell’ozio. Ma, alla fine, ci siamo trovati a lavorare di più, con minore sicurezza del futuro, con maggior stress e con minori quote di plusvalore rispetto a quante riappropriate nella stagione politica del cosiddetto fordismo.

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