Il Becco - Anno 1, numero 4

 

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L'Europa sull'orlo di una crisi di nervi

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Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - DCB Firenze. Il Becco cartaceo è allegato della testata online iscritta al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Nr. 4 - Marzo 2014 sull’orlo di una crisi di nervi Europa: arca di pace o arco di guerra? Articolo di Alfio Nicotra L’Europa è in crisi perché ha cambiato funzione Articolo di Luigi Vinci Rifare l’Europa, non c’è altra soluzione Intervista a Yves Charles Zarka La paura e la speranza che arrivano dalla Grecia Intervista a Argiris Panagopoulos L’adesione del PD al PSE, un passaggio storico Articolo di Stefano Nardi

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Editoriale Di Europa sentiremo parlare molto e, probabilmente, male. Le elezioni raramente riescono a non tirare fuori il peggio della politica. Non nascondiamo la militanza di molti di noi ma rifiutiamo di discutere di tattiche e di fare propaganda. Proponiamo quindi degli spunti di riflessione per una discussione già avviata sul nostro sito, www.ilbecco.it, e che proseguirà per settimane, se non mesi, anche con almeno un’iniziativa pubblica. Al solito tentiamo di mettere insieme voci diverse per un confronto che contribuisca ad arginare la disinformazione che divide l’opinione pubblica tra fronti contrapposti che erigono barricate di pregiudizi e dogmi. Per i lettori “occasionali” Siamo una rivista online, gestita in modo autofinanziato da studenti e giovani lavoratori. Tutto sommato non sappiamo nemmeno noi perché abbiamo voluto impegnarci anche in un sistema di spese che pesa come minaccia per le nostre non grandi disponibilità economiche. O meglio, lo sappiamo: la voglia di riuscire a fare qualcosa che rispondesse ai nostri interessi e fosse in grado di sostenersi da sola, con l’interesse di chi ci sta intorno. Gli abbonamenti sono l’unica forma, oltre alle sottoscrizioni, per poterci permettere le minime spese di stampa, distribuzione e di gestione dello spazio web. di Irene Polverini Per gli abbonati Sul nostro sito e sul prossimo numero cartaceo troverete i nostro contatti telefonici, che stiamo provvedendo ad attivare, così da poterci contattare direttamente per eventuali problemi (potete già farlo scrivendo a info@ilbecco.it). Sicuramente riceverete altre riviste fino a un numero totale di almeno 8 numeri (dallo 0 al 7), prima del secondo anno di pubblicazioni. Pensavo fossero elezioni… e invece era televo to. Nr. 0 - Maggio 2013 una q igrazion uestio e, ne so c Una lettura della crisi della sinistra italiana Formenti Imm Nr. 1 - Agosto 2013 copertina e disegni iale Le classi sociali e il web Nr. Spe Pos te Pos dizi Il Bec tale one in Italiane test co car 70% Abbona S.p.A. ata tace - DCB me onli dell nto a Sta ne o è alle Fire di Fire mpa iscritta gato nze. nze presso al Reg della Num in data il Trib istro ero una 21/ di reg 05/201 le istro 3. 592 21 Intervista a Carlo e Polv di Iren ne Po Articolo di Luigi Vinci lve una categoria che oggi significa cose differenti Il “populismo”: rin i rtina Quel ch e ti ar a tavola , tra riva capora Interv lato e ista a Roberto (Resp mafia onsab Iovino ile a cura di Alyos Nazionale Gasparo La prim avera logistica della Artico in Italia lo di Alex Marsaglia Immigr azione antiraz e istituziozismo, tra ni e associa A cura zionis politic di Simone mo Ferretti, he per l’imm respo igrazione nsabile Arci Tosca na. Sciop dei mi ero gr an l’esper ti, ienza Primo de l Marzo Artico lo di Danie iazion le e Giù Frigerio, Le Front iere ha Mate Legalità CGIL), lla e Dilett a Articolo di Leonardo Il mondo del lavoro che cambia: sindacato e partiti cope rtin a di Croatto e Dmitrij Palagi Un processo alla Resistenza Francesco Moranin o, il comandante «Gemisto ». Indice Europa: arca di pace o arco di guerra? Articolo di Alfio Nicotra Articolo di Luigi Vinci Una Caril Fé rey di l discu Mapuch e avo ro e ssione la c sul risi le n di r uov app e fo res rme ent anz a Assoc Artico Non è te mp lo di Alyosha Matella od co pe rtina di i la Ire ne Po lver Il Disco di Alessandro Zabban La e p voro rec , nu ari ov età i au dif ton fus om a i 13 Ottob re 20 erini cope Ire Nr. 3 - No Sp Il Be Posta edizio Poste tes cco le - ne in Italia de tata oncarta 70% Abbo ne S.p lla ce di Stampline o è DCB name .A. Fir isc all Fir nto en ze a pre ritt egato en Nu in da sso a al Re de ze. me lla ro ta 21 il Tri gistro bu di reg /05/20 nale istro 13 59 . vem 21 bre 20 13 ini vor are Int , Ro erv Da berto iste e V niele Cicc a: ale Qu ar rio iric ell i, Ev an oni, Carl ge Gio o F lis ti. vann orme i M nti az , ze tti pag. 3 pag. 5 pag. 11 pag. 13 pag. 15 L’Europa è in crisi perché ha cambiato funzione Rifare l’Europa, non c’è altra soluzione Intervista a Yves Charles Zarka filosofo e saggista francese e direttore di “Cités”, rivista dedicata alla cultura politica contemporanea La paura e la speranza che arrivano dalla Grecia Intervista a Argiris Panagopoulos giornalista greco, corrispondente da Atene per il Manifesto e dirigente di Syriza L’adesione del PD al PSE, un passaggio storico Articolo di Stefano Nardi Segretario del Partito Democratico a Colle Val d’Elsa

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Europa: arca di pace o arco di guerra? Articolo di Alfio Nicotra; “Arca di pace o arco di guerra minacciosamente proteso nel Mediterraneo?”. La domanda che nei primi anni novanta don Tonino Bello si poneva per la sua Puglia, possiamo oggi farla per l’intera Europa. Perché la Ue non è solo moneta e politiche neoliberiste. Negli ultimi anni è diventata anche sistemi di polizia integrata, militarizzazione dei confini, missioni militari di contenimento dell’immigrazione che sono tutt’uno con gli accordi di libero scambio imposti ai popoli nordafricani. La linea del fronte è proprio qui, tra le due sponde del Mediterraneo le cui acque sono diventate il più grande cimitero della globalizzazione capitalista. Su questa linea del fronte l’Italia è immersa dallo stivale in su. Basta scorrere il vocabolario europeo della guerra per accorgersi che l’Europa non è solo delle banche, ma anche dei militari e dei fili spinati. La recente Carta di Lampedusa, licenziata dai movimenti delle due sponde il 1 febbraio 2014, li elenca con precisione millimetrica, mettendo alla luce un piano criminale che può minare a fondo le relazioni tra i popoli e la stessa democrazia. Per capire come e perché siamo arrivati a questo punto è utile ripercorrere brevemente le tappe di questo processo. Il Trattato di Maastricht del 1992 decideva, tra le altre cose, che per la realizzazione dell’unione politica, la Politica Estera di Sicurezza Comune doveva assumere un ruolo centrale nel nuovo progetto comunitario. A Bonn, sempre nello stesso anno, il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea licenziava la dichiarazione di Petersberg che prevedeva la messa a disposizione della Ue e della Nato di unità militari provenienti dalle forze armate degli stati membri. La difesa europea si muoveva così, per non irritare gli Usa e anzi per garantirgli la propria egemonia sul continente, dentro e con il consenso della Nato, arrivando addirittura ad imporre una norma tacita a tutti i paesi dell’est europeo : prima di entrare nella Ue dovete entrare nella Nato. Il vertice franco-britannico di SaintMalo del 1998 tra Blair e Chirac ha dato avvio alla creazione di una capacità autonoma della Ue di forze militari. Sono gli inglesi a farsi carico di dare garanzie agli Usa che tale processo non debordi in troppa autonomia da parte della Ue. Infatti l’occasione per ribadire il principio che le forze militari della Ue sono “forze separabili ma non separate” dalla Nato è il vertice che si tiene nel 1999 per il cinquantesimo anniversario del Patto Atlantico . È solo in base e dentro quella cornice infatti che è possibile oggi che l’impiego delle forze militari dell’Unione Europea in “alternativa” a quelle della Nato. Si previde a dotare la Ue di un Comitato politico e di Sicurezza, presieduto dall’Alto Rappresentante per la PESC che si avvale di un comitato militare per le formulazioni di raccomandazioni e di uno Stato Maggiore dell’Unione Europea. L’assetto organizzativo trova infine completezza nel 2004 con la costituzione dell’Agenzia Europea per la Difesa a cui è affidato il i 28 paesi membri spendono ancora tanto in difesa almeno quanto Russia e Cina messe insieme. compito di supportare il Consiglio Europeo sulle politiche della sicurezza. Come si legge nei documenti istitutivi tale Agenzia “opera per favorire lo sviluppo delle capacità difensive, per la promozione delle tecnologie e della ricerca per la difesa, per la promozione della cooperazione tra gli armamenti e per la creazione di un mercato europeo di attrezzature per la Difesa e per il rafforzamento della base tecnologica ed industriale della Difesa europea”. Il lavoro dell’Agenzia è stato tra- 3

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Europa: arca di pace o arco di guerra? Immagine liberamente tratta da www.european-left.org vagliato, non riuscendo quasi mai ad armonizzare le politiche di difesa degli Stati membri e anche sul versante dell’industria bellica non è riuscita ad evitare che il fronte europeo fosse facilmente spaccato dall’industria e dal governo Usa come nel caso degli F-35, tecnologia oggettivamente in alternativa a quella delle industrie europee. Come abbiamo scritto è la Gran Bretagna a fare da garante che il processo di cooperazione militare europeo non tracimi in una eccessiva autonomia dell’Europa dall’alleato Usa. Al Consiglio Europeo sulla difesa del dicembre 2013 è il primo ministro Cameron a sostenere che se è un bene la cooperazione tra le Nazioni per garantire sicurezza, non è assolutamente un bene che l’Ue si doti di capacità comuni, eserciti, mezzi aerei ed altro, proponendo di stabilire una separazione netta tra la cooperazione e le capacità militari dell’Unione. Lo stesso segretario generale della Nato Rasmussen ha insistito che non si debba parlare di esercito europeo, ma di semplici investimenti da effettuare per l’acquisto di mezzi da impiegare nelle aree critiche. Nonostante una contrazione delle spese militare della Ue nell’ultimo decennio, i 28 paesi membri spendono ancora tanto in difesa almeno quanto Russia e Cina messe insieme. D’altronde le forze armate della Ue assommano sulla carta a circa 1.500.000 uomini, una cifra analoga a quella degli Stati Uniti, costando circa 285 miliardi di dollari nel 2012, meno della metà degli Usa (668), ma quasi il doppio della Cina (158) e il triplo della Russia (90). L’area di tensione principale è avvertita proprio nel Mediterraneo, nei Balcani e nel Medio Oriente e si guardi bene, non è una minaccia militare. La Ue è stata infatti sorpresa dall’esplodere delle primavere arabe (con la rimozione dei regimi filoeuropei) intervenendo in ordine sparso, contribuendo al collasso della Libia (l’intervento francese è stato decisivo per portare la guerra e distruzione dello Stato libico) e completamente incapace di avanzare un a proposta che impedisse l’esplosione della Siria con i milioni di profughi e di disperati che premono sui paesi confinanti. Non essendo credibile rispetto alle forze democratiche arabe – per aver sostenuto fino all’ultimo i dittatori e aver abbandonato ogni velleità autonoma d’intervento rispetto al conflitto palestinese/israeliano – la Ue ha pensato solo alla tutela dei propri interessi (energetici e non solo) e alla politica di respingimento di migranti e rifugiati, in questo aiutando il fondamentalismo religioso nella sua contrapposizione all’occidente. Le missioni Ue Mare nostrum, Frontex, Eurosur, Eubam Libya snocciolano un rosario d’iniziative di polizia e militari che non hanno frenato le tragedie del mare e il traffico di esseri umani, ma hanno amplificato l’illusione che la Ue possa ergersi a vera e propria fortezza impermeabile. Il corollario di basi militari pensiamo al nuovo ruolo di Sigonella o a quello del Muos di Niscemi entrambi in territorio siciliano alimentano ancora di più questa illusione. Solo una Europa radicalmente diversa può oggi porsi all’altezza delle sfide della pace e della cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo. La presidenza greca della Ue – prima di passare il testimone proprio all’Italia nel prossimo giugno – ha proclamato il 2014 “anno del Mediterraneo”. Perché lo sia davvero si dovrebbe stracciare l’attuale agenda politica e riscriverne una totalmente nuova. Non lo farà sicuramente una classe politica europea assoggettata alla troika da una parte e alla Nato dall’altra. È un vuoto politico che può colmare solo una sinistra antiliberista, antirazzista e antimperialista che si relazioni con i movimenti dell’altra sponda del Mediterraneo. 4

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L’Europa è in crisi perché ha cambiato funzione Articolo di Luigi Vinci; Una constatazione di tutte o quasi tutte le popolazioni dell’Unione Europea, e di paesi dentro all’area economica europea, ma non nell’UE, come quelle di Svizzera, Islanda, Norvegia, è che l’UE si sia trasformata in una matrigna punitiva senza un motivo razionale. Di conseguenza aspirano all’entrata nell’UE solo quote urbane di popolazioni collocate verso est, come quelle di Turchia, Ucraina, paesi dei Balcani occidentali, perché vi sopravvive l’immagine di un’area di prosperità e di libertà, defunta altrove. Certo l’immagine di matrigna punitiva e insensata esprime la difficoltà di un ragionamento strutturato: ma è anche azzeccata. Essa infatti esprime il dato di politiche di bilancio che alimentano da anni ogni sorta di danni sociali (anche da prima della crisi, benché allora a bassa intensità e velocità), quali il peggioramento delle condizioni lavorative, l’aumento di disoccupazione e lavoro instabile, malpagato e senza diritti, l’abbattimento dello “stato sociale”, la caduta dei livelli pensionistici, l’aumento delle situazioni di miseria; inoltre esprime il fatto che queste politiche portano all’esatto contrario delle intenzioni dichiarate, cioè portano al prolungamento della crisi e alla sua evoluzione in stagnazione e deflazione. Ciò che invece largamente manca nell’immagine delle popolazioni è il carattere di classe di queste politiche: largamente abboccano, finendo col votare a casaccio, alla trasformazione per via massmediatica degli agenti politici di queste politiche (le forze politiche storicamente di governo) nei fondamentali decisori e beneficiari: mentre si tratta dei grandi gruppi capitalistici, quanto a decisori, e della grande borghesia, dei boiardi di stato e del livello superiore delle classi medie (tra queste ultime, anche il livello superiore dei quadri delle forze politiche di governo e quello degli agenti dell’informazione), quanto a beneficiari. I dati di tutta Europa lo dicono chiaro: accanto alla caduta di reddito di oltre la metà della popolazione sta l’arricchimento spesso rapidissimo del loro 10-15%. È in corso da anni una straordinaria redistribuzione del reddito verso l’alto della gerarchia sociale. Tutto questo, sottolineano molti compagni, è conseguenza necessaria, obbligata, dei contenuti liberisti e dei conseguenti restringimenti della spesa pubblica imposti dai trattati fondativi dell’UE a partire da quello di Maastricht (febbraio 1992, più di vent’anni fa). È conseguenza della loro pratica, certo, per di più altamente intensificata nella crisi: ma è un errore vedere negli orientamenti di politica economica e di bilancio delineati nei trattati il solo fattore fondativo dell’UE, nonché di farne la causa inevitabile della situazione economica e sociale di oggi dell’UE. Si tratta dunque, per comprendere meglio una materia d’una certa complessità, di ricostruire due cose. La prima è il quadro dei fattori politici e culturali che portarono alla fondazione dell’UE, quindi della moneta unica, dei trattati liberisti, ecc. La seconda è il quadro dei fattori, sempre politici e culturali, che effettivamente portarono alla definizione delle politiche restrittive della spesa pubblica e alla loro applicazione, per così dire, crescentemente ultraliberista. I fattori che portarono alla fondazione dell’UE e all’euro La costruzione europea (prima Comunità Economica Europea, poi Comunità Europea, solo alla fine UE) comincia nel marzo del 1957 con i Trattati di Roma. Il ricordo della seconda guerra mondiale era vivo, tutta la politica ne era condizionata, e così le popolazioni, e la costruzione europea apparve a larga maggioranza come un buon modo per non ricascarci. Contemporaneamente la costruzione europea appariva alle classi 5

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L’Europa è in crisi perché ha cambiato funzione i parametri restrittivi di bilancio nascono attraverso una mediazione tutta politico strategica di “contenimento” del potere tedesco dominanti dell’Europa occidentale, e alla loro guida statunitense, come un buon modo per reggere alla contesa, che si snodava su più piani, con il blocco degli stati a “socialismo reale”; guardando specificamente sul piano economico, essa era anche la costruzione di un grande mercato unificato, e questo appariva essere un ottimo strumento per la continuazione della crescita economica, quindi per distribuire briciole di benessere alle popolazioni, quindi per ridurvi il fascino per l’Unione Sovietica, la cui immagine era forte sia per le realizzazioni sociali che per l’apporto alla sconfitta del nazifascismo. A supporto di questi obiettivi, giova sottolineare, erano politiche keynesiane di espansione della spesa pubblica, degli investimenti pubblici (in Italia più che altrove), dello “stato sociale”, della domanda interna. Saltiamo un po’ di anni, veniamo al 1989. Il passaggio dalla CE all’UE avviene in presenza di altri dati politici: il collasso in corso in Europa centrale del “socialismo reale” e del blocco politico e militare di stati attorno all’Unione Sovietica, e in ciò, in particolare, la crisi politica e sociale nella quale è precipitata la Repubblica Democratica Tedesca e la possibilità conseguente di una riunificazione della Germania nella forma del suo assorbimento da parte della Repubblica Federale. Paradossalmente, ad apparire noncurante di questa possibilità è proprio il governo sovietico di Gorbacëv, bisognoso di crediti tedeschi, mentre risultano preoccupati i principali governi occidentali (quelli di Francia, Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti per intenderci). Di nuovo una grande Germania nel cuore dell’Europa e con uno spazio economico e politico gigantesco che si apre a est: la Germania manterrà il suo rapporto con la parte occidentale dell’Europa? Non è che ai tedeschi ripiglierà la voglia di militarismo, con quel che ne è conseguito dal 1914 al 1945? Eccetera. La soluzione al problema la trovano assieme il presidente francese François Mitterrand e il cancelliere tedesco Helmut Kohl (dicembre 1989): si farà la moneta unica, da CE diverrà UE e quest’ultima sarà, in buona sostanza, un semi-stato. La Germania, accettato tutto questo, può riunificarsi: non sarà infatti in grado di smarcarsi e di rifarsi pericolosa. Il punto di trattativa di gran lunga più delicato, sempre tra Mitterrand e Kohl, è in realtà quello delle condizioni di accompagnamento della moneta unica. La popolazione tedesca è ossessionata, sulla scia delle situazioni d’inflazione galoppante, di distruzione di risparmi e pensioni e di tremenda miseria create dalle sue sconfitte militari del 1918 e del 1945, dalla paura di una moneta unica che subisca processi inflativi significativi, in ragione delle tendenze inflattive operanti altrove in Europa occidentale (in particolare in Italia): questa popolazione quindi non accetterà la moneta unica se non vengono fissati paletti rigidissimi di contenimento della spesa pubblica. Mitterrand propone il 4-5% massimo di deficit, Kohl il 2, l’accordo è al 3%. Chiunque parli di scientificità del procedimento (sarà nondimeno una pletora di economisti di formazione liberista, ma per altre ragioni, tutte di classe, cioè di ordine antisociale) dà ovviamente... i numeri. Al 3% del deficit seguiranno altri accordi: 60 del debito (e seguiranno l’1,5 dell’inflazione e il 6 dell’attivo commerciale). In realtà, dunque, i parametri restrittivi di bilancio nascono attraverso una mediazione tutta politico-strategica di “contenimento” del potere tedesco, senza ragionare granché in merito alle loro effettive conseguenze economiche e sociali. Si tratta di obbligare l’Italia , come gli altri paesi, ad una politica di “rigore”, altrimenti la popolazione tedesca si agita, e tanto basta. I fattori che portarono alla definizione delle politiche restrittive della spesa pubblica Veniamo ora ai fattori che portarono all’affermazione di politiche di spesa pubblica sempre più ultraliberiste ergo restrittive, da un lato, e, dall’al- 6

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L’Europa è in crisi perché ha cambiato funzione Immagine liberamente tratta da: blogs.reuters.com/macroscope/2013/07/03/portugal-crisis-to-test-ecb%C2%B4s-strategy tro, irrazionali economicamente (cioè di contrasto alla crescita), in concreto, dall’altro. Si tratta di un processo più recente e tuttora in corso, e più noto, e si può procedere più rapidamente. Intanto ciò che abbastanza presto venne constatato fu il fallimento della possibilità stessa di una superiore capacità competitiva europea, anzi fu constatato che essa risultava inferiore rispetto a quella dei principali altri sistemi. La ragione di fondo probabilmente è molto semplice: la competitività superiore di Stati Uniti, Cina, ecc. stava (e, aggiungo, rimane) nel fatto che si tratta di grandi entità statali, non di approssimativi semi-stati. Più concretamente, l’Occidente aveva cominciato a entrare in quella fase propria del “ciclo lungo” delle grandi rivoluzioni industriali che constata l’entrata in obsolescenza delle proprie tecnologie produttive iniziali e la conseguente caduta del saggio generale del profitto: ciò che da un lato comporta la necessità di misure per così dire straordinarie di reperimento di mezzi di investimento in tecnologie più avanzate, dall’altro tende all’ipertrofia delle attività finanziarie, quindi ad attività speculative sempre più dilatate, in quanto modo di creazione di domanda aggiuntiva, ovvero modo di sostegno della tenuta di sistemi produttivi in difficoltà. Ed era questo appunto a privilegiare USA, Cina, ecc. in quanto stati: solo entità statali effettive appaiono infatti in grado di dare risposte coerenti e rapide a problemi di quest’ordine. La conclusione, quindi, data comunque la prosecuzione nelle forse politiche di governo UE e al vertice dell’UE dell’illusione del raggiungimento di una propria superiorità competitiva, data la crescita egemonica del liberismo nelle sue classi medie e nelle sue forze politiche di governo, data infine le summenzionate difficol- 7

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L’Europa è in crisi perché ha cambiato funzione tà insorte in Occidente sul terreno fondamentale del processo di accumulazione capitalistica e quindi dell’investimento produttivo su vasta scala, non poteva che essere il ricorso a politiche ultraliberiste di bilancio pubblico, tagliando in specie servizi e “stato sociale”, e a politiche di assalto ultraliberista alle condizioni del lavoro dipendente, riducendo diritti, salari, pensioni, precarizzando (“flessibilizzando”) e impoverendo quote crescenti di lavoratori, ecc. Insomma non poteva che essere l’avvio dell’utilizzo effettivo e sempre più a fondo dei trattati, anzi, via via, della loro integrazione ultraliberista. Contemporaneamente, inoltre, ai fattori di pressione sulle condizioni generali delle classi lavoratrici si aggiungeva l’intenzione delle classi dominanti e di una parte di quelle medie di spostare reddito dal basso della società verso se stesse, sulla scia di USA e Gran Bretagna, fruendo della larga egemonia ormai acquisita dal liberismo, del passaggio abbastanza rapido delle socialdemocrazie (e dei post-comunisti italiani), delle formazioni interclassiste cristiane e di molte dirigenze sindacali al liberismo, dell’abbattimento liberista della separazione tra banche commerciali e banche di affari, con quanto ne conseguiva di possibilità di succosi investimenti finanziari, ecc. Contrariamente ai dichiarati ufficiali dei gestori politici, ciò sposterà quote crescenti di ricchezza europea verso la finanza speculativa della City e di Wall Street, a tutto detrimento della crescita in sede di economia reale. Più i risultati di questa politica porteranno all’indebolimento delle capacità di risposta sindacale e dei livelli di coscienza di classe del lavoro salariato, più gli appetiti borghesi aumenteranno, più, ancora, il liberismo si conso- liderà nelle forze politiche di governo, dunque più si radicalizzerà e generalizzerà l’uso da parte delle istituzioni di governo nazionali e UE di quanto scritto nei trattati in fatto di politiche restrittive di bilancio pubblico, ecc. La crisi infine farà il resto: inferocirà e generalizzerà gli attacchi antisociali, in parte per via della riduzione delle entrate fiscali, in parte perché interverrà anch’essa a indebolire il lavoro salariato. Non dimentichiamo che fino a un certo momento l’unico “parametro” di cui si occupavano con imposizioni di vario tipo ai paesi membri Commissione Europea e, a seguito delle pressioni del governo tedesco, il Consiglio Europeo, era quello del 3% del deficit, mentre a un certo momento, cioè a crisi attuale avviata, quando occorreva muovere in senso totalmente contrario, è stato rivendicato anche il rispetto, per di più da realizzare a marce forzate, del parametro del 60% del passivo. C’è, è vero, una sorta di scala della quantità e della qualità di queste imposizioni: ma non è vero che i soli colpiti siano i paesi mediterranei (oltre all’Irlanda). La ragione per cui le socialdemocrazie del nord, con la sola eccezione danese, hanno perso in questi anni le elezioni a vantaggio delle destre e anche nei paesi del nord dilagano formazioni xenofobe sta nel fatto che i governi socialdemocratici hanno apportato grandi tagli ai bilanci sociali e “flessibilizzato” quote ampie di classi lavorative. più gli appetiti borghesi aumenteranno, più, ancora, il liberismo si consoliderà nelle forze politiche di governo 8 In Germania esistono 8 milioni di lavoratori a orario ridotto i cui salari non possono superare i 450 euro mensili, e i cui datori di lavoro non pagano le relative tasse. I salari di sei o sette di questi lavoratori corrispondono a un lavoratore tedesco a tempo pieno e con contratto a tempo

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L’Europa è in crisi perché ha cambiato funzione indeterminato. È facile capire quanto questa sia una cuccagna per i datori di lavoro, ma significhi anche che la Germania è in realtà nell’UE il paese campione della deflazione salariale. quel tanto di democrazia fino ad allora operante, ed è stata pesantissimamente lesa la democrazia nei paesi membri oggetto d’intervento (in Grecia e a Cipro: annullata). In secondo luogo, si è prepotentemente accentuata la divisione di condizioni economiche tra i vari paesi membri, sino a giungere a una situazione in cui all’egemonia politica della Germania si è aggiunta la quasi totale centralizzazione sulla Germania (e su alcuni satelliti di ridotta consistenza) dell’alta tecnologia industriale, mentre altri paesi (come Italia e Francia in primo luogo) si sono venuti sempre più trasformando in sub-fornitori di produzioni industriali a tecnologia in genere media, subendo così una forte deflazione salariale, oppure (come Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, ecc.) in territori di delocalizzazioni industriali, beneficiando dei bassi livelli salariali. Non solo: la Germania nella crisi ha moltiplicato il drenaggio di valore dagli altri sistemi europei, tramite questi processi, tramite il differenziale a suo largo vantaggio tra i propri titoli sovrani e quelli degli altri stati principali dell’UE, e profittando del fatto che per essa l’euro è un marco debole, favorevole alle esportazioni. Sicché l’ex imperialismo europeo si sta rapidamente trasformando in un imperialismo tedesco che in parte associa a sé, in posizione più o meno subalterna, gli altri paesi UE o contigui, in parte li sfrutta. Non meravigli se la Germania “accetta” di condividere l’attuale stagnazione e semi-deflazione europea: il suo sistema economico e la sua borghesia ci guadagnano sopra ben di più. Ancora, accanto al tendenziale azzeramento della già scarsa democraticità del livello istituzionale europeo va posta la crisi della partecipazione elettorale delle popolazioni e va posta, a contrasto dell’incertezza crescente dei risultati elettorali, l’attitudine ormai generalizzata nell’UE alla manomissione delle legislazioni elettorali, che le fa sempre La conduzione politica dell’UE Contemporaneamente cambiamenti di grande rilevanza sono avvenuti (per ovvia conseguenza o necessità) in sede di conduzione politica dell’UE. Intanto la Commissione Europea si è sempre più trasformata, sottoponendosi infine al comando, assieme al Consiglio Europeo, dell’intesa Sarkozy-Merkel, da apparato di controllo e di imposizione del rispetto dei trattati da parte dei paesi membri e di proposizione di direttive sulle materie sulle quali la legiferazione nazionale non riuscisse a essere, a suo insindacabile avviso, adeguata, in apparato di imposizione di decisioni politiche, anche in forma di trattati, effettuate tramite concertazioni tra i governi, con scavalco radicale del Parlamento Europeo e addirittura cooperando con Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. È vero che l’intesa Sarkozy-Merkel si è recentemente dissolta, ma il grosso degli obiettivi tedeschi è stato raggiunto. È stato dunque annullato al livello istituzionale europeo, sulle questioni oggi più sostanziali dal punto di vista dell’andamento dell’economia e delle condizioni di vita popolari, l’attitudine ormai generalizzata nell’UE alla manomissione delle legislazioni elettorali più lontane dalla costruzione di parlamenti effettivamente rappresentativi. In alcuni paesi, tra i quali il nostro, la crisi, come sappiamo, si è anche estesa alla forma istituzionale; democrazia a livello locale e Costituzione sono cioè ormai apertamente sotto tiro, e da parte della totalità delle forze politiche che si alternano al governo. Arrivando a conclusione, se è vero che i trattati sono rimasti sempre quelli, è anche vero che 9

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L’Europa è in crisi perché ha cambiato funzione Immagine liberamente tratta da: blogs. reuters.com/macroscope/2013/05/15/ there-is-no-sovereigndebt-crisis-in-europe l’UE ha registrato, a seguito del fallimento delle proprie ambizioni, dell’egemonia liberista sulle proprie forze di governo, infine della crisi e delle imposizioni tedesche, una sorta di ampio slittamento, e sotto gli aspetti più importanti di rovesciamento, della propria intenzione originaria. Essa, detto altrimenti, ha cambiato radicalmente funzione rispetto a ciò che la costruzione europea era stata ai suoi inizi, e aveva tentato di essere anche in veste UE. Niente di strano: ogni realtà quando entrano in crisi gli obiettivi iniziali e, soprattutto, subisce una crisi globale tende, anche se le forme rimangono quelle di prima, una torsione che ne cambia radicalmente finalità, pratiche, rapporti interni d’ogni tipo. L’UE per questo rischia anche di implodere. Mentre subisce questi processi e si trasforma essa conserva, al tempo stesso, la sua incompletezza come stato, la sua estrema rigidità istituzionale, le sue farraginosità e le sue lumacosità. Dopo aver disposto per alcuni anni, abbastanza efficacemente, di un attivo governo di emergenza franco-tedesco ora è bloccata, e l’egemonia iniziale tedesca appare molto logorata; l’UE è a un pelo, dunque, dalla possibilità di una crisi verticale. Che potrebbe essere attivata, per esempio, dal risultato delle prossime elezioni europee, se, secondo sondaggi, esse premiassero in una significativa quantità di paesi formazioni populiste, di varia tinta ma accomunate dall’obiettivo di smarcare i propri paesi dall’UE, o dall’euro, e che si attiveranno nel senso della paralisi del Parlamento Europeo (non dimentichiamo che ogni atto legislativo europeo deve essere votato, nel medesimo testo, sia dal Parlamento Europeo che da Consiglio) e nello scatenamento del Parlamento contro Commissione e Consiglio. Giova esplicitare che per questa via le popolazioni europee cadrebbero dalla padella nella brace. Il buono delle intenzioni originarie della costruzione europea potrà essere recuperato e salvato? Non è facile rispondere di sì. Le forze politiche orientate a rifare (credo ormai che si debba aggiungere: da capo) su basi democratiche e socialmente valide la costruzione europea risultano in questo momento molto deboli. Salvare il “buono”, dato il livello di disastro già realizzato, non può che significare due passi indietro della costruzione europea per farne uno avanti. Si tratta infatti, prima di tutto, di recuperare, anche con rotture unilaterali da parte di paesi membri, della loro indipendenza sul terreno delle politiche di bilancio. Una possibile articolazione di quest’obiettivo può essere l’esclusione contrattata a livello europeo degli investimenti strategici (non solo di quelli direttamente produttivi ma anche di ricerca e formazione delle forze di lavoro) dal computo del deficit. Un altro obiettivo contrattato, la finalizzazione della BCE anche a occupazione e crescita. Ma non è proprio detto che sviluppi di questo tipo possano essere effettivamente contrattati. 10

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Rifare l’Europa, non c’è altra soluzione Intervista a Yves Charles Zarka: filosofo e saggista francese e direttore di “Cités”, rivista dedicata alla cultura politica contemporanea Abbiamo avuto modo di partecipare, qualche settimana fa, ad un’iniziativa organizzata dall’Istituto dell’Università Europea a Firenze sulle possibilità di cambiare l’Europa che conosciamo oggi. Tra gli ospiti, Mirelle Bruyére, de L’Economistes Atterés, che ha concluso il suo intervento spiegando come, a grandi linee, ciò di cui abbiamo bisogno è un’Europa basata sul consumo più che sulla proprietà, che tenga meno conto della finanza e più dell’economia reale, disciplina sociale fortemente legata alla politica e all’organizzazione delle istituzioni. Vede fattibile un cambiamento in tal senso? Se sì, con quali modalità e soprattutto quali tempi. Dal punto di vista economico, l’Europa è in crisi, è chiaro questo. È una crisi molto grave e non vedo la possibilità di uscirne facilmente. Questo perché le crisi legate al debito pubblico che si verificano in tante nazioni non possono trovare una soluzione radicale ed immediata. La crisi del debito sovrano che molti stati vivono non permette grandi manovre economiche. C’è una progressiva riduzione del welfare e della spesa sociale nei diversi paesi, questa, unita alla mancanza di lavoro e al fatto che le tasse sono l’unica fonte di entrata per gli stati, fa sì che i consumi diminuiscano progressivamente. Non esiste quindi una soluzione di matrice economica: la soluzione può venire solo dalla politica. A livello politico però la situazione europea è assolutamente drammatica. Prendiamo ad esempio le prossime elezioni: queste elezioni non sono elezioni europee bensì nazionali. In ciascun paese c’è un’elezione che rispecchia le dinamiche nazionali. Questo è un punto fondamentale. Le elezioni dovrebbero avere una dimensione europea, con circoscrizioni europee e non nazionali: candidati francesi in Italia, italiani in Polonia e così via. L’Europa politica esiste solo nella forma della Commissione e del Parlamento. Il punto è che questa dimensione non è percepita come europea dalle persone. L’Europa appare come un qualcosa di lontano dalle le popolazioni: esterna ed opprimente. Dobbiamo trovare una soluzione politica, solo così possiamo superare la crisi economica. Dobbiamo precisare però che il livello politico non può produrre una soluzione immediata. Dobbiamo in primo luogo puntare ad avere istituzioni democratiche in Europa: il Parlamento europeo si riunisce 3 giorni al mese e i rimborsi per parlamentari sono scandalosi. La Commissione è un organo di nominati. Nel libro che ho scritto con Jürgen Habermas, “Refair l’Europe”, ragioniamo sulle soluzioni politiche di uscita dalla crisi. Una di quelle prese in considerazione è quella di non parlare di un’Europa post nazionale perché questa significherebbe la fine della nazione. Oggi, è evidente, i popoli europei non vogliono rinunciare alle proprie istituzioni, tradizioni, culture e nazionalità. È però possibile concepire un’Europa che, se non è post nazionale, è sovranazionale: è possibile cioè ripensare i rapporti tra le nazioni. Abbiamo provato a teorizzare due livelli, uno nazionale e uno di rappresentanza dei cittadini europei in quanto tali. Dobbiamo rifare le istituzioni europee per avere la possibilità di costruire un’Europa democratica. Non è possibile fare l’Europa senza chiedere all’Europa di esprimersi; non per niente l’Europa di oggi è post democratica, come dice Habermas: una forma di inter-governabilità che fa sì che ogni volta che il popolo è consultato, l’esito sia negativo. Questo significa che abbiamo bisogno di una riforma davvero profonda. Vorrei aggiungere che molto importante è anche il tema dell’ecologia, legato a doppio filo con ciò che abbiamo detto fino adesso. L’Europa deve costituire in questo senso un’avanguardia: abbiamo tecnici e scienzia- 11

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Rifare l’Europa, non c’è altra soluzione ne. Io sono molto pessimista dal momento che l’Europa appare come un’unità inconsistente, lasciando così spazio ai populismi. Nel suo libro, Critica delle nuove schiavitù, spiega come la democrazia oggi, inserendosi nei ragionamenti sulle degenerazioni di questa teorizzata anche da Platone ed Aristotele, altro non sia che un nuove insieme di schiavitù. Schiavitù che, al contrario di quelle passate, non hanno più un “padrone” ben identificabile ma ne hanno uno del tutto anonimo che però riesce a tenere sotto una morsa ben stretta le società. Quanto le gerarchie europee, così come le conosciamo oggi, possono essere considerate coincidenti, o complici, di questo nuovo padrone? Io ho parlato della dominazione di un maestro anonimo che è una dominazione che non appare come tale. Tu credi di essere libero, in realtà c’è qualcuno o qualcosa che ti conduce, andando contro libertà e interesse della collettività. Queste nuove schiavitù sono legate alla forma economica e alla maniera in cui il capitalismo può oggi condurre le condizioni individuali senza che questo appaia come una costrizione. Questo si vede a livello economico ma anche su quello dei desideri individuali. Nello spettacolo della società, non solo la pubblicità ma anche la televisione ed altri elementi che producono un’immagine dell’uomo, del bene e del normale ben precisa: l’utilizzo dei desideri degli individui, il fatto che questi desideri siano portati verso oggetti invece che verso altro. La differenza della nuova schiavitù rispetto all’antica è che questa nuova non è percepita come una costrizione piuttosto che come libertà. Questa attraversa anche l’Europa e le sue problematiche. È molto difficile invertire questo movimento dal momento che servono risorse e dimensioni che non abbiamo, enormi. Anche qui sono pessimista: non vedo come sia possibile un’inversione, un cambio di logica, senza forte elementi di rottura, come sempre è avvenuto nella storia. Questo è un grosso problema che i partiti politici non hanno ancora affrontato seriamente. Critica delle nuove schiavitù di Yves Charles Zarka e gli Inattuali; 2009; Pensa Multimedia (collana Humanities) ti che con il loro lavoro ci permetterebbero di farlo. Non possiamo continuare con la logica di sfruttamento che prevale oggi. E ciò riguarda anche la forma politica e quella dei partiti. Ad esempio in Francia abbiamo in corso un dibattito sulla riconversione energetica. Ho avuto modo di dire che il dibattito è fasullo dal momento che la soluzione è già stata scelta. La Francia non ha risorse naturali, non vuole utilizzare gas, ha bisogno di energia a buon prezzo ed ha modo di produrre energia nucleare; la produzione industriale richiede prezzi sempre più bassi. Questi fatti implicano che la soluzione sia, di fatto, già stata scelta. L’idea è quella di sviluppare al massimo il nucleare di di parlare di transizione solo per il 15-20% della produzione energetica. Abbiamo due questioni: quella della democrazia e quella dell’ecologia e non abbiamo, con la forma politica attuale, la possibilità di trovare una soluzio- 12

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La paura e la speranza che arrivano dalla Grecia Intervista a Argiris Panagopoulos: giornalista greco, corrispondente da Atene per il Manifesto e dirigente di Syriza Ormai la Grecia è diventata un simbolo. Forti di una cultura mediterranea comune, i fautori delle politiche di austerity hanno usato il suo paese per indicare la fine che sarebbe spettata in caso di “ribellione” al governo tecnico. D’altra parte, la Grecia rincuora anche chi, nella spezzettata ed esangue sinistra italiana, spera che l’unità sia possibile: non a caso, la candidatura alla presidenza della Commissione Europea di Alexis Tsipras ha trovato tra gli italiani i suoi più entusiasti sostenitori. Come ha ribadito più volte nel corso delle interviste che le sono state fatte, dobbiamo entrare nell’ottica che solo un’azione comune, organizzata e capillare, può cambiare l’Europa. La risposta che dobbiamo dare alla crisi deve essere europea, ma non può provenire solo dalla sinistra mediterranea. Nei paesi continentali devono capire che gli attacchi sferrati colpiscono anche i loro diritti. Anche in Germania penso che le cose non siano migliorate da un punto di vista sociale, per i lavoratori e per le classi subalterne in generale. Certo, nell’Europa del Sud e in Irlanda le cose hanno avuto una svolta drammatica ma proprio questa drammaticità ci porta alla conclusione che da questa crisi di esce solo da sinistra, con una ricostruzione dell’Europa su basi democratiche, solidali e di giustizia sociale. L’Europa che abbiamo conosciuto negli ultimi anni, in particolare quella neoliberista, è arrivata alla sua fine. Abbiamo visto in questi giorni, in Ucraina, cosa succede quando un’Europa non democratica e che non dà garanzie per il futuro cerca di imporsi in un paese. Come successe per la Jugoslavia, oggi vediamo le drammatiche conseguenze dell’assenza di una politica estera europea. L’Europa deve tornare ai suoi cittadini: dobbiamo riprenderla dalle mani di questi banchieri, speculatori che governano ed amministrano le nostre vite. Con la nostra rivista abbiamo modo di seguire le attività dei coordinamenti nati in difesa della sanità italiana. La Carovana che dalla Grecia è arrivata da noi è riuscita a riscuotere un discreto successo (in molti hanno anche partecipato alla raccolta di fondi per la Clinica Metropolitana Autogestita di Hellinko di Atene) e continuiamo a seguire con apprensione l’evoluzione della situazione greca, tra continui tagli a salari, servizi e cultura e le scorribande dei nazisti di Alba Dorata. Come si sta oggi in Grecia? Usare nel nostro caso la parola “austerità” è un po’ un eufemismo, dal momento che questa parola presuppone un taglio oggi per poter rendere qualcosa in futuro: questi sono tagli duri e puri. La politica che prevedono oggi non riserva nessun futuro per i cittadini. L’oggetto più frequente di questi attacchi è lo stato sociale: quando devono tagliare, infieriscono subito su scuola e sanità. In Grecia siamo tornati a livelli da terzo mondo; hanno infatti diritto all’assistenza sanitaria solo coloro che lavorano e percepiscono un sussidio di disoccupazione. Il sussidio dura massimo un anno-un anno e mezzo e quando questo si esaurisce, tu resti senza copertura sanitaria. Succede così che 3 milioni e più di persone, su 11 milioni, si sono improvvisamente trovate al di fuori del servizio sanitario pubblico. Che significa questo? Che una gran parte di questa deve rivolgersi ai privati per curarsi e la maggior parte arriva invece a ridurre i propri livelli di cura, portando così la vita media dei greci ad accorciarsi progressivamente. L’abbiamo visto anche nei paesi ex URSS con lo smantellamento delle politiche di assistenza sociale. Chi ci governa a questo modo è un criminale, non ci sono altri modi per definirlo. In Grecia, 13

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La paura e la speranza che arrivano dalla Grecia tutti quelli che in Italia chiamate presidi sanitari locali sono stati chiusi e i medici sono stati licenziati. Per un mese, dicono, ma nessuno sa quando e in che forma questi dottori verranno assunti nuovamente. I greci non avranno più diritto ad un medico e alla prescrizione di medicine. Pensavamo che questi fossero livelli raggiunti solo nei paesi del terzo mondo e invece Angela Merkel, il FMI e la BCE stanno di fatto riscrivendo i diritti e le fondamenta che aveva l’Unione Europea. Per questo ci siamo impegnati con la candidatura di Tsipras: vogliamo riscriverla e riscriverla a modo nostro questa Europa. Vogliamo rendere i diritti a chi lavora, ai pensionati, alle donne e ai bambini. Dal momento che condizioni simili a quelle che abbiamo vissuto sono state viste circa un secolo fa e sappiamo che hanno portato a guerre, fascismi e nazismo, quello che vogliamo fare noi è una cosa molto semplice: non si tratta di conquistare con le armi i palazzi di Bruxelles ma semplicemente andare a votare, democraticamente, per costruire qualcosa di diverso. Hai prima accennato al caso ucraino, che tutti abbiamo seguito con molta apprensione. Come giudichi il comportamento tenuto dall’Unione Europea nella gestione della crisi? In Ucraina si rasenta la guerra civile pur far entrare il Paese nell’Europa. Non sono sinceramente sicuro che le condizioni degli ucraini miglioreranno, come non sono migliorate quelle dei bulgari. Ognuno ha un certo disegno di Europa nella propria testa e quindi dobbiamo un po’ vedere. Anche la Croazia, dopo lunghe trattative, è entrata nell’UE e le sue condizioni non sono migliorate. Con l’Ucraina si è intrapresa una strada completamente sbagliata: la popolazione è spaccata e si sono verificati episodi di estrema violenza, spesso ad opera di componenti neo-naziste. Il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz si è detto disponibile a trattare anche con loro: per condurre anche gli ucraini all’interno della macelleria sociale europea, hanno lasciato che si ammazzassero tra di loro, come è stato fatto in passato con i popoli della ex-Jugoslavia (arrivando anche all’autorizzazione del bombardamento di Belgrado da parte di un governo di centrosinistra). Queste cose non possono più accadere: sono una vergogna. E ciò è avvenuto anche perché la sinistra non è stata in grado di impedirle. Da qui la necessità di una sinistra unita e robusta, fortemente pacifista, proprio come era la sinistra italiana fino alla guerra jugoslava. L’Europa deve avere una matrice diversa: non più quella dei trattati commerciali che influenzano anche le scelte di politica estera. Oramai l’Europa non fa altro che esportare business economico e militare: non facciamo che esportare eserciti ed armi. La candidatura di Alexis Tsipras dà una concretezza alle speranze di successo che in Italia non si vedeva da un po’. La domanda quindi, a questo punto, diventa quasi obbligata: cosa fare per cambiare l’Europa ed arginare le spinte populiste? Comincio dalla fine. Le spinte populiste sono presenti ovunque, anche in Grecia. In Italia il problema è che non c’è stata una sinistra forte in grado di arginarle, di ridimensionarle: non è possibile che un attore comico, uscito chissà da dove, riesca ad avere il voto di un italiano su quattro. D’altra parte, prima di lui anche Berlusconi aveva usato molto gli strumenti del populismo. In Grecia, se non ci fosse stata Syriza, Alba Dorata avrebbe preso molti più voti: l’utilità della sinistra consiste anche nel riuscire a smorzare i margini del populismo, anche di quello di estrema destra. In Italia ciò che è successo negli ultimi mesi restituisce la speranza: l’unione, nello stesso progetto, non solo dei partiti politici di sinistra ma anche dei movimenti, dell’associazionismo, degli attivisti. Uno sforzo che ha reso da subito i suoi frutti. Io lo dico spesso: quello che in Grecia siamo riusciti a fare in anni, voi lo avete fatto in poche settimane. Questo è merito dei sei intellettuali che hanno steso l’appello ma anche della sinistra di base che ha risposto. Va sottolineato l’impegno di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, tra i primi a proporre la candidatura di Alexis Tsipras alla guida della Commissione Europea, e di Nichi Vendola e Sel, che alla fine hanno deciso di partecipare a questo processo comune. Questo fatto da solo è molto positivo. Dobbiamo costruire una sinistra coerente e che fa quello che dice alle persone. Una sinistra che deve cercare di allargare la propria base anche dopo le elezioni, cercando di essere più coinvolgente possibile. Se non andiamo in questa direzione, non ci sono altre possibilità di uscire dalla crisi in Europa. 14

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L’adesione del PD al PSE, un passaggio storico Articolo di Stefano Nardi: Segretario del Partito Democratico a Colle Val d’Elsa Giovedì 27 febbraio 2014 è una data destinata a rimanere impressa nella memoria del Partito Democratico; è infatti il giorno in cui il PD aderisce ufficialmente alla grande famiglia del Partito Socialista Europeo. Un ulteriore passo verso la definitiva realizzazione di quel partito a spirito maggioritario che nasceva il 14 ottobre del 2007 e che ora assume sempre più quel ruolo di leadership tra le forze progressiste, riformiste e europeiste del centro-sinistra italiano. Un percorso iniziato dal PD diverso tempo fa e che oggi diventa realtà dopo di anni di confronto ed elaborazione politica. L’ingresso nel PSE ha un significato particolare anche alla luce della difficile situazione politica e sociale che il nostro paese sta attraversando. In primo luogo stiamo vivendo una crisi diffusa, della rappresentanza politica e della democrazia; moltissimi nostri concittadini hanno perso la fiducia nella politica e nei partiti. Confrontandosi con le persone troppo spesso si percepisce la loro lontananza dalla politica e la sfiducia nei confronti della classe dirigente di oggi. Dall’altra parte come organizzazioni politiche si riscontra ogni giorno la difficoltà di intercettare i malumori delle persone comuni, si fatica ad entrare in contatto con loro e a costruire rapporti di confronto ed elaborazione. Dobbiamo senza dubbio metterci di nuovo in gioco come PD e con tutte le altre forze del centrosinistra per sconfiggere questo clima e questa quasi totale sfiducia nei confronti della politica. Se da una parte è vero che la colpa è forse riconducibile al ventennio berlusconiano, dall’altra è altrettanto vero che serve oggi una maggior capacità di ascolto ed elaborazione da parte dei soggetti del centrosinistra. Servirà forse anche ripensare il modello della forma partito per cercare di superare queste problematiche. In secondo luogo la crisi che ormai dal 2008 attanaglia i paesi occidentali ha creato forte disagio sociale. Sempre più famiglie faticano ad arrivare a fine mese, la disoccupazione diffusa, i continui tagli agli enti locali e più in generale le politiche di austerity imposte da Bruxelles stanno mettendo in crisi il nostro e gli altri paesi del Mediterraneo. Per ridare una speranza agli italiani e a tutti i cittadini credo fortemente nel progetto europeista del PSE. Credo anche che l’ingresso del più grande partito europeista e progressista d’Italia all’interno della grande famiglia europea socialista simboleggi un passaggio storico e politico fondamentale. Sarà solo grazie a una diversa idea di europea, più solidale e eguale, più aperta e partecipata, più giusta, un’Europa finalmente unita da valori sociali e universali nel campo, ad esempio, dei diritti civili possa nascere un nuovo progetto politico anche per il nostro paese. Il Partito Socialista Europeo si è posto oggi questa grande sfida; pensare e progettare una nuova stagione politica europea. E il Partito Democratico ha colto questa sfida e la ripropone a tutto il centrosinistra italiano. Una alleanza progressista e riformista che abbia la capacità di sovvertire le politiche economiche degli ultimi anni, che riesca a generare nuova crescita, occupazione, una diversa e unica tassazione per le transazioni finanziarie per stimolare incentivi sull’impiego nell’industria e nei servizi per le PMI, per incoraggiare la ricerca e lo sviluppo, e per finanziare obiettivi pubblici globali come la lotta contro il cambiamento climatico e a sostegno dello sviluppo; un supporto più forte ai nostri vicini, per affrontare l’inaccettabile e insostenibile ineguaglianza fra l’UE ed i suoi vicini del Sud e dell’Est, tramite reali concessioni nel commercio e nella mobilità, e ricompensando quelli che hanno combattuto così coraggiosamente per la loro libertà democratica nel Mondo Arabo. L’Europa non deve mai più chiudere gli occhi davanti a dittature autoritarie, nepotistiche, a vita, nel nome di qualche fuorviata realpolitik. Per questo nei prossimi mesi saremo impegnati in una entusiasmante campagna elettorale per contribuire a questo forte cambiamento dell’Europa, certi che il nostro contributo per il progetto di Martin Schulz sarà fondamentale perché l’Italia ha da sempre rappresentato un tassello importante per la creazione dell’unione europea; per questo pensare ad una nuova Europa senza il Bel Paese sarebbe a dir poco deleterio. 15

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