Il Becco - Anno 1, numero 3

 

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Lavori, nuovi autonomi e precarietà diffusa

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Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - DCB Firenze. Il Becco cartaceo è allegato della testata online iscritta al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Nr. 3 - Novembre 2013 Lavoro, nuovi autonomi e precarietà diffusa copertina di Irene Polverini Interviste a: Roberto Ciccarelli, Carlo Formenti, Quiriconi e Giovanni Mazzetti.

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Editoriale Una Breve presentazione… Il numero del Becco che avete in mano è un ulteriore passo del percorso che abbiamo iniziato con la nostra rivista online sul mondo del lavoro (e con il precedente numero del cartaceo). Le domande che troverete sono state scritte a otto mani da Leonardo Croatto, Barbara Imbergamo, Sara Nocentini e Dmitrij Palagi, a seguito di confronti e discussioni, anche con gli intervistati. Non abbiamo firmato i singoli pezzi proprio per la natura collettiva della preparazione, ma se a qualcuno dovete dare colpa per come sono state sistemati gli articoli (tra trascrizioni e grassettamenti)... Palagi è responsabile delle interviste a Ciccarelli, Evangelisti, Formenti, Mazzetti. Imbergamo dell’intervista a Quiriconi. Dobbiamo ringraziare gli interlocutori anche per i tempi stretti che gli abbiamo dato. Crediamo di avere messo insieme voci diverse, senza trasformare la diversità di idee in scontro. Presto dovremo provare a fare una sintesi e almeno una parte della nostra rivista (e associazione) sarà tenuta a proporre, oltre che chiedere. Nel frattempo vi lasciamo a queste pagine, ringraziandovi per il sostegno e la pazienza degli scorsi mesi in merito alla spedizione e arrivo della rivista. Per i lettori “occasionali” Siamo una rivista online, gestita in modo autofinanziato da studenti e giovani lavoratori. Tutto sommato non sappiamo nemmeno noi perché abbiamo voluto impegnarci anche in un sistema di spese che pesa come minaccia per le nostre non grandi disponibilità economiche. O meglio, lo sappiamo: la voglia di riuscire a fare qualcosa che rispondesse ai nostri interessi e fosse in grado di sostenersi da sola, con l’interesse di chi ci sta intorno. Gli abbonamenti sono l’unica forma, oltre alle sottoscrizioni, per poterci permettere le minime spese di stampa, distribuzione e di gestione dello spazio web. Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - DCB Firenze. Il Becco cartaceo è allegato della testata online iscritta al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Per gli abbonati cope rtina Nr. 2 - Ottobre 2013 Chi aveva pagato 10 euro per tre numeri dovrebbe ricevere anche questo, come minima misura compensativa per i disagi avuti all’avvio del nostro percorso. Speriamo che vorrete rinnovare il vostro interesse con il rinnovo, altrimenti accettate semplicemente le nostre scuse e grazie lo stesso! e Polv cope una q igrazion uestio e, ne so Pe cian sav le e inv o ece foss era ero e tele lezi vot oni… Quel ch o. e ti ar a tavola , tra riva ca Nr. 1 Agosto 2013 lve rin i Po Imm copertina di Irene Polverini Nr. 0- Magg erini di Iren Una discussione sulle nuove form e di lavoro e la cris i di rappresentanz a Non è tempo di lav orare, Indice Il Quinto Stato è la precondizione Intervista a Roberto Ciccarelli Intervista a Carlo Formenti Gasparo La prim avera logistica della Artico in Italia lo di Alex Marsaglia Immigr azione antiraz e zis istituzio mo, tra ni e associa A cura zionis politic di Simone mo Ferretti, he per l’imm respo igrazione nsabile Arci Tosca na. Sciop dei mi ero l’espergranti, Primo ienza del Marzo Artico lo di Danie Assoc le Frige iazion rio, e ista a Roberto (Resp onsab Iovino ile a cura di Alyos Nazionale ha Mate Legalità lla e Dilett CGIL), a poralat Interv rtin ae dis egni di Ire ne io 20 13 o e ma fia Inte Caril Fé rey Mapuch Artico e lo di Alyosha Matella Giù Le Frontiere Arti atto Fran e Dm rtit i itrij Palagi il co cesco Un pr manda Moran oces nt ino, so all e «G a Re emis Il Di siste to». nza Ales sco di sand ro Za bban Il m che ondo cam del la sind bia: voro colo acat di Leo nardo o e pa Cro una significatego ca co ria ch Arti colo se e og di Lui gi Vin differ gi ci enti Il “p Una sinist lettura ra ita della rvis liana crisi ta a Car lo For Le e il classi web soci al menti i della opul ism o”: pag. 3 pag. 7 pag. 11 pag. 14 pag. 18 pag. 18 Non sarà mai il Quinto Stato… Sono così tanti i lavoratori e le forme di lavoro Intervista a Quiriconi, Segreteria regionale CGIL Toscana Intervista a Giovanni Mazzetti Crisi e precariato | Qualche domanda e qualche risposta La storia non si ripete | Una domanda a Valerio Evangelisti Emilio Greco | I segni e le forme

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Il Quinto Stato è la precondizione Intervista a Roberto Ciccarelli; 1) In un contesto socio economico profondamente mutato rispetto alla cornice novecentesca secondo quali elementi possiamo definire oggi un lavoratore/ una lavoratrice? Noi lo definiamo come il soggetto che compie un’attività operosa. Oggi più che mai il lavoratore non è più identificabile nella persona giuridica che detiene uno status, un contratto. Il lavoratore non è quindi solo chi eroga una prestazione con partita Iva o è assunto come dipendente. Lavoratore è colui o colei che svolge un’attività operosa, mettendo in gioco tutto se stesso o se stessa nello svolgimento di questa attività. Il lavoro conosciuto tra ‘800 e ‘900 era mediato da un contratto, da una mediazione giuridica e istituzionale. Entrambe sono saltate oggi, sia per una trasformazione strutturale del paese che per il processo di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia. 2) Perché in un paese che è teoricamente una potenza industriale i portatori di innovazione sono fuori dai cicli produttivi classici, e sono messi dal legislatore in condizione di non sopravvivere? Il sapere sembra non dover avere un ruolo nel sistema economico italiano. Possiamo parlare di una guerra di classe dall’alto verso il basso da parte dei detentori del potere burocratico e finanziario contro chi vive e svolge attività operose nella propria esistenza. Non sono certo che l’Italia abbia espulso i saperi dai cicli produttivi. Forse c’è un processo che parte almeno dagli inizi degli anni ‘90, che ridefinisce e riarticola il rapporto tra saperi e potere. La società della conoscenza di massa è stata rifondata: una minima parte, ultraspecializzata e ultragarantita, a cui sarà concesso l’accesso ai diritti, alle risorse e alle tutele, mentre una grande massa verrà progressivamente espulsa. Tutto questo è il risultato della liquidazione dello stato sociale, a cui non attribuiscono il valore di un paradiso. Anzi, è stato uno strumento imperfetto e spesso discriminatorio, ma che comunque ha rappresentato soprattutto nella seconda parte del Novecento un avanzamento. 3) Al centro di questo processo, mi sembra evidente che ci sia un conflitto sul ruolo e il valore dei saperi. Come spieghi il susseguirsi delle riforme dell’istruzione, ad esempio, in Italia? Con il ministro Ruberti, all’inizio degli anni ‘90, si è avuta una sbagliata interpretazione dell’autonomia universitaria e del suo rapporto con il mercato del lavoro. In Italia è esplosa una bolla formativa: si voleva costruire un blocco anche numeroso di laureati specializzati, formati per praticare saperi usa e getta, acritici e altamente degradabili, che avessero una rispondenza immediata con la domanda sul mercato dei servizi all’impresa, del precariato di massa per il pubblico e privato. Il mercato per tante ragioni non ha mai conosciuto una decisiva svolta verso il terziario avanzato: per la debolezza del postfordismo in Italia, per la crisi della manifattura tecnologica avanzata, oltre che della piccola e media impresa e dei distretti industriali. C’è anche da considerare un altro elemento in Italia. Dalla metà degli anni ‘70 è esplosa la disoccupazione giovanile e intellettuale, la prima crisi del sistema di istruzione di massa. A questa crisi, che ha avuto un’evoluzione, nessuno è riuscito a trovare una soluzione. Le riforme dell’istruzione, come del resto quelle del lavoro, hanno cercato affannosamente di rispondere a questo problema, ma inutilmente. Le classi dirigenti hanno compreso questo colossale fallimento e tra il 2007 e il 2008, con Gelmini come ministro dell’istruzione, hanno inaugurato un’altra strategia. Hanno preso una decisione drastica, contro la quale nessuna forza politica, sindacale, culturale ad oggi è riuscita a rispondere. Compresi i ceti che possiedono e dirigono l’università che oggi si lamentano anche se nessuno deve dimenticare la loro conni- 3

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Il Quinto Stato è la precondizione tà, senza infrastrutture cognitive, tutele, con un paese desertificato sia a livello industriale che di produzione di conoscenze. Torneremo al Medioevo. 4) I nostri riferimenti culturali sono ancora ancorati al ‘900. Per toccare il tema della rappresentanza, il sindacato deve tutelare solo chi ha un rapporto di lavoro dipendente? Oggi il sindacato rappresenta chi ha un datore di lavoro, non solo in Italia. Nonostante ci siano iniziative interessanti, anche in ambito Cgil, il mondo del lavoro indipendente resta slegato da questa forma di rappresentanza e per la prima volta prova lentamente, faticosamente,  ad auto-organizzarsi. Il problema del quinto stato e’ comprendere la propria eterogeneità, farne una virtu, e non solo subirla passivamente. Si puo’ iniziare con battaglie di idee e di opinione, su questioni sostanziali. Può essere il reddito minimo, oppure la battaglia delle partite IVA contro l’aumento dell’aliquota INPS per gli iscritti alla gestione separata. Attualmente sta avendo un riscontri interessante, tra i sindacati, il Pd (che ha votato la riforma Fornero sulle pensioni e adesso viene costretto dal quinto stato a tornare indietro, almeno su questo punto). Vedremo se tutto questo rientrerà nella legge di stabilità. E se in prospettiva sarà cambiata la riforma Fornero che penalizza pesantemente con l’aumento dei contributi le pensioni di autonomi e parasubordinati. Tutto questo sembra molto tecnico ma ti assicuro che riguarda la vita delle persone e il loro reddito. Insomma oggi ci sono le possibilità almeno per porre la questione dell’auto-organizzazione di alcuni segmenti del quinto stato. Il sindacato, come si vede anche dalle discussioni sulla cassa integrazione in deroga e più in generale sulla questione degli ammortizzatori sociali, non mi pare abbia percepito né la trasformazione strategica che ha investito il lavoro, né la crisi fatale della rappresentanza del lavoro, né la trasformazione degli strumenti della contrattazione per i diritti dei lavoratori e dei cittadini. Per il momento il quinto stato è totalmente escluso dal discorso sulle tutele sociali. La mia è solo la considerazione banale del “sindacato dei pensionati”, che però tocca un dato di fatto. In generale è venuta meno l’idea del “sindacato dei servizi”, che è poi quello attuale. ma anche quella che funzionava come cinghia di trasmissione con il partito o con la sfera istituzionale. Il modello tedesco, gerarchizzato e verticale, è defi- Il Quinto Stato Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli, Ponte alle Grazie (2013, p. 255, € 14,00) venza con Gelmini e Tremonti mentre tagliavano 10 miliardi, c’erano milioni di persone in piazza con l’Onda nel 2008 e poi nel 2010, e loro facevano i pesci in barile. Sono tutti responsabili della cancellazione dell’università pubblica di massa così come l’abbiamo conosciuta dal dopoguerra in poi. L’Italia è l’unico paese in ambito Ocse ad aver fatto una scelta simile. La decisione è stata lucida e programmata: razionalmente si stanno distruggendo le basi stesse dell’economia del terziario avanzato e in generale della società moderna. Da paese produttore di saperi, conoscenze e servizi, l’Italia sta passando ad essere consumatrice. Così cambia la posizione del paese dentro l’economia globale. Ci si affida alle capacità di risparmio e della rendita, che è riservata ad una piccola parte del ceto medio e delle élite, che sostengono lo scheletro dell’ormai marcescente economia italiana. Il progetto è doppiamente suicida, perché la crisi va a incidere esattamente sulla rendita, su cui invece il ceto dominante sta basando le sue risposte. Il processo di proletarizzazione del ceto medio, contemporaneo a quello di schiavizzazione e esclusione dei ceti popolari, è la controprova che questa strategia è già fallita. Eppure perseguono. Da qui alla prossima generazione vivremo in un’Italia dove si riduce il livello di produttivi- 4

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Il Quinto Stato è la precondizione nitivamente in crisi. Questo non da oggi, come abbiamo scritto anche nel libro “Il Quinto Stato”. Per tornare a vivere, tornando ai concetti di Pino Ferraris, il sindacato deve comprendere fenomeni che dagli Stati Uniti all’Europa si pongono come consorzi di cittadinanza, sindacalismo territoriale e metropolitano, l’associazionismo civico che coinvolge ceti e classi diverse, di nazionalità diverse, a difesa dei diritti fondamentali delle persone, dei beni comuni, a difesa del territorio, di un teatro, della creazione di economie alternative. Questa era l’idea del “sindacato delle origini”. Che organizzava nelle camere del lavoro, nelle società di mutuo soccorso, nelle case del popolo queste vaste masse eterogenee di lavoratori indipendenti, artigiani, professionisti, proletari e borghesi, la maestra di scuola, l’operaio, il prete, l’avvocato. Ecco io credo che chi fa sindacato oggi dovrebbe vivere in un cowork, in un’industria recuperata, in un teatro occupato come il Valle o in un atelier come l’Angelo Mai a Roma.  5) Che cos’è oggi il conflitto? Il conflitto non va costruito solo nel luogo di lavoro, impresa sempre più ardua in una produzione delocalizzata, precarizzata, con appalti e subappalti. È fondamentale ricostruire legami tra le cittadinanze in una società fluida, eterogenea, risentita. Una base sociale così segmentata e plurale era già presente alla fine dell’800 e l’inizio del ‘900. Allora si trovò il modo di reagire e creare un piano diverso, una società alternativa, critica, dov’era possibile condurre una forma di vita diversa da quella dominante. Si mettevano insieme tutte le forme di attività operose attraverso la risposta ai bisogni. Non era quindi aggregazione solo per ideologia, ma era la risposta pragmatica alla necessità di costruire un altro tipo di società, che sostituisce il legame irenico del siamo tutti uguali con il riconoscimento che il conflitto è utile per ottenere migliori condizioni di vita. 6) Continuando sulla rappresentanza, ma venendo a quella politica: se si destruttura il sistema produttivo e si riconfigura la società, non è necessario un adeguamento della sinistra, che invece pare continuare a cercare di “abbattere il padrone” o “conquistare il palazzo” (quando va bene)? In Italia non esiste una sinistra politica, e non esisterà almeno per la prossima generazione. In compenso esistono dei rottami culturali che si riflettono nei comportamenti e nell’immaginario. L’assalto alla zona rossa, o al palazzo, ne è una delle controprove. La credenza nell’evento che porterà al riscatto dell’umanità. È un’immaginario sovranista. L’idea che esiste un mostro leviatanico ne è il corollario, che sia lo stato o la classe borghese, o anche la casta dei politici, che il populismo di sinistra (Il Fatto, Santoro e i suoi figliocci tv, Stella e Rizzo) usano per nascondere il vero problema: qui c’è una guerra dei dominanti contro i dominati. L’alternativa? Creare una forza. Senza forza puoi stare certo che continueranno a prendersela contro quei fannulloni dei politici. Hai presente 1984 di Orwell? Ogni giorno al popolo viene riservata un’ora di odio contro il nemico del momento. Tutti a urlare buuuu e poi tornano a fare i cani alla catena. Ecco la casta serve a questo. Cani alla catena. Penso che chi viene suggestionato da questi rottami culturali non andrà molto lontano. E resterà nella depressione, nella rabbia del cane alla catena, che e’ poi in fondo odio contro gli altri. Credo che il primo obiettivo delle lotte del conflitto sociale e politico debba essere quello di costruirsi come parte. Per farlo, in un conflitto, c’è bisogno di legami, di relazioni, di passioni, di cultura, di costruire in maniera strategica attenta e anche affettiva una forza. Questa forza di cui parlo non è la violenza. Basta con queste idiozie. Leggiamo Simone Weil. Non ci si deve contrapporre alla figura mitologica del nemico, ma volgere lo sguardo a chi è più vicino. A quell’intimo, a quel corpo, a quel mistico della forza che nasce dall’incontro, dall’amore, dal conflitto. Oggi si rischia invece di confondere chi è più prossimo col nemico. La logica del rottame culturale, per citare De Martino, viene anche dal neoliberismo che tutto legge come competizione. Oggi però si compete per il nulla, non per il denaro, non per lo status: non c’è niente da conquistare. C’è una sindrome che porta a considerare vivo ciò che è morto, mentre non si vuole capire cosa vive intorno a noi. È un problema di sguardo: per costruirsi come parte in un conflitto bisogna cambiare questo. 7) Tu parlavi delle forme di mutualismo ed autorganizzazione dei lavoratori, che però in questo contesto rischiano di essere travolte dalla crisi, con le misure di austerità che riducono progressivamente sempre più diritti. Non c’è necessità di tenere aperta la questione del ruolo dello stato e quindi del welfare? 5

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Il Quinto Stato è la precondizione Foto di Dmitrij Palagi Parto da una questione fondamentale: non credo che abbia senso parlare dello stato in sé. In un momento come questo emergono fra l’altro la crisi assoluta di sovranità e autorità da parte di quest’ultimo.  Il punto è l’universalità del welfare, da riformare, e della vita da vivere.  Il conflitto che c’è oggi, in politica, è sull’universalità delle prestazioni sociali, assicurative, preventive, che garantiscano e tutelino chi produce, chi non produce e chi non intende produrre. Il conflitto è sulla riproduzione della vita e la creazione di nuovi modi di condotta in una società di indebitati, disoccupati e di lavoratori indipendenti. Se riuscissimo ad arrivare alla proposta di forme concrete che rispondano a questa esigenza, avremmo un’alternativa con cui contrastare le politiche di austerità. Il punto è riuscire ad essere all’altezza di questa sfida. 8) Come definisci la categoria di “quinto stato”? Come si fa a marcarne la differenza rispetto agli altri stati? Ad oggi pare esserci il rischio di renderla un calderone in cui mettere un po’ tutto, un’indistinta nebulosa. Il quinto stato è la condizione di chi vive da apolide tra lavori e non lavori, tra l’appartenenza a uno stato e la mancanza di riconoscimento dei diritti sociali. Nel quinto stato c’è chi vive la condizione di chi non ha la cittadinanza, pur avendone una. E deve rispettare le regole dello stato, con i  contributi da versare senza diritto a un reddito o una pensione. E così per i migranti. Non avere diritti riconosciuti, ma doveri da rispettare: questa è l’esperienza maggioritaria che si andrà a consolidare nell’Unione Europea e negli Stati Uniti. Il quinto stato è un movimento, libera e fluida aggregazione tra ceti e classi, che non possono essere ridotte a ceto medio, né a una categoria del lavoro salariato, né al possesso della partita Iva. Il quinto stato è la precondizione con la quale si può parlare di uno stato, un ceto o una classe, ma non corrisponde a nessuno di questi tre elementi, che costituiscono il senso della vita sociale oggi. Il quinto stato deve essere quel movimento che permette di riconoscersi come soggetti che svolgono attività operose in diverse categorie giuridiche del lavoro e in diverse posizioni sociali. Al di là delle definizioni l’esperienza moderna e contemporanea del lavoro, così come della cittadinanza, si dà in una pluralità di appartenenze, con diversi ruoli e compiti spesso vengono svolti contemporaneamente dallo stesso soggetto. La rappresentanza politica, per non parlare di quella sindacale, continua invece ad essere monodimensionale: oggi è più che mai evidente che questo non funziona e che si è raggiunto un punto di non ritorno. 6

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Non sarà mai il Quinto Stato… Intervista a Carlo Formenti; 1) Sei stato tra i primi a utilizzare la definizione di “quinto stato”, ormai molti anni fa… In effetti ho la responsabilità di aver lanciato il termine in Italia, quando, con alcuni giovani amici, misi in piedi un sito che si chiamava appunto Quinto Stato. Con quel termine mi riferivo ai nuovi strati di classe emersi con la Nuova Economia, gli stessi che altri chiamavano classe creativa, classe hacker o lavoratori della conoscenza. Sostanzialmente si trattava dei tecnici che operavano nella produzione di hardware e software, con un forte riferimento alla situazione americana degli anni ’90. Quell’esperienza storica suscitò grandi aspettative e speranze anche nelle sinistre radicali europee: in particolare, si pensava che i lavoratori cognitivi fossero in grado di sviluppare elevati livelli di autonomia rispetto al controllo capitalistico sulla produzione. Il capitale, si diceva, era costretto a concedere loro ampi margini di autonomia perché la loro creatività individuale e collettiva era il fattore strategico per la produzione di valore in quei settori (ma anche in altri). Pur ammettendo che quei soggetti erano segnati da una serie di contraddizioni, in quanto portatori di una mentalità individualista, competitiva e non antagonista nei confronti del mercato, si pensava che tali limiti fossero riscattati dalla loro capacità di sviluppare nuove forme di cooperazione spontanea e gratuita attraverso la rete (l’ “economia del dono” o la “terza via” di cui parlavano autori come Yochai Benkler). Per queste ragioni, anche senza ignorare le problematicità associate a tale strato emergente, avevo ipotizzato che esso potesse in qualche modo agire da catalizzatore di una nuova alleanza politico-culturale con altri strati proletari: dagli operai tradizionali alle nuove forme di lavoro precario che venivano proliferando soprattutto nei settori del terziario arretrato. 2) Oggi però sei ritornato su questa posizione, come ci avevi detto già sul numero 0 di questa rivista. Successivamente ho compiuto una radicale autocritica nei confronti di questa ipotesi, la quale, più che sul piano astratto, sul piano cioè della composizione tecnica del lavoro, è apparsa infondata dal punto di vista pratico-politico, vale a dire dal punto di vista della composizione politica del lavoro. L’analisi di classe va infatti sempre condotta a partire da contesti storici determinati: nel corso del tempo essa cambia – a volte anche con ritmi assai rapidi - sia in termini tecnici che politici. Ciò che interessa, almeno dal mio punto di vista, è capire di volta in volta quali sono i settori che, in un contesto storico determinato, possono incarnare il più alto livello di contraddizione tra capitale e lavoro. Ebbene: sotto questo aspetto, la situazione è cambiata radicalmente nel primo decennio del XXI secolo rispetto agli anni ‘90, grazie agli effetti devastanti di una crisi economica che ha rappresentato un ulteriore passaggio della controrivoluzione neoliberista iniziata negli anni ’80. Il capitale ha intensificato il suo attacco, quella che Gallino chiama la lotta di classe dall’alto, sfruttando il meccanismo della crisi per distruggere i rapporti di forza conquistati dai lavoratori cognitivi, dei quali è riuscito a liberarsi assai più facilmente di quelli che dell’operaio-massa aveva strappato negli anni’60 e ’70. Grazie ai licenziamenti di massa, al decentramento delle mansioni in Cina, India, Russia, Brasile e alla drastica riduzione dei livelli di reddito, si può dire che gli strati di classe cui facevo riferimento per definire il quinto stato oggi non esistano quasi più. Nel settore delle tecnologie avanzate un’esigua minoranza della forza lavoro che è stata cooptata nelle stanze dei bottoni (cioè negli staff di Amazon, Google, Facebook, Apple e delle poche altre aziende che contano sul web): il resto è sprofondato nell’immiserimento relativo e assoluto insieme ad altri strati della classe media (negli Stati Uniti ma non solo), finendo spesso per condividere le condizioni di lavoro e di vita in cui si trovano i working poor del terziario arretrato, a fianco dei migranti. La mia ipotesi di quinto stato ha dunque perso ogni attualità con la sconfitta del soggetto sociale a cui la legavo. 7

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Non sarà mai il Quinto Stato… 3) Quindi tu guardavi più verso l’altra parte dell’oceano che all’Italia, mentre la definizione di quinto stato è particolarmente di attualità nel dibattito contemporaneo del nostro paese, almeno a sinistra. Il dibattito sul ruolo di questi lavoratori in Italia è molto articolato e vede sfumature estremamente differenti: secondo me c’è però un’asse comune, che ho tentato di evidenziare criticamente nel mio ultimo libro (Utopie letali). C’è chi parla di lavoratori autonomi di seconda (o terza) generazione, come Sergio Bologna, chi di capitalisti-personali, come Aldo Bonomi e chi, come Ciccarelli, di un quinto stato concepito come un soggetto assai più fluido e composito (più vicino, dunque, al concetto negriano di moltitudine piuttosto che al concetto marxiano di classe sociale). La mia critica accomuna tutte queste posizioni a partire dal fatto che esse valutano positivamente quello che chiamano l’esodo dal lavoro dipendente, in quanto lo ritengono un momento di emancipazione di certi strati di classe dal controllo capitalistico. Io penso, al contrario, che la crescita del (cosiddetto!) lavoro autonomo sia in primo luogo l’effetto di un feroce attacco del capitalismo finalizzato a smembrare il corpo della classe, un attacco che si è rivelato vincente nella misura in cui è riuscito a indebolire i rapporti di forza del lavoro e a renderlo impotente nei confronti di un comando capitalistico che sfrutta le tecnologie digitali: attraverso la rete si può disperdere la forza lavoro pur mantenendo su di essa un controllo ancora più rigido di quello consentito della catena di montaggio della fabbrica taylorista. È quello che chiamo taylorismo digitale, un’organizzazione del lavoro che, grazie al software, determina contenuti e metodi del lavoro controllandone l’elemento mentale, più che quello fisico, e che aumenta l’alienazione spostando il confine tra tempo di vita e tempo di lavoro; la vita messa lavoro (è quello che qualcuno chiama biocapitalismo, anche se io ho qualche perplessità su questo termine che non ho qui il tempo di spiegare). A tutto ciò vanno aggiunte le conseguenze della proliferazione del precariato: il precariato, come ha giustamente osservato Andrea Fumagalli, non rappresenta più una condizione specifica di alcuni strati della forza lavoro, ma è divenuto una condizione generale, trasversale che accomuna tutti gli strati della forza lavoro: dipendenti, a termine, autonomi, ecc. E tuttavia, come nota ancora Fumagalli, si tratta appunto di una “condizione”, insufficiente a definire un’identità di classe comune. A maggior ragione non possono essere considerati una classe sociale a sé i lavoratori autonomi di seconda generazione, i quali rappresentano piuttosto un “effetto collaterale” dell’attacco capitalistico che ha fatto esplodere in mille schegge il “diamante del lavoro”. Il lavoro autonomo, in tutte le sue forme, non può essere il protagonista di un passo in avanti nello sviluppo dei rapporti di forza del lavoro, in quanto rappresenta piuttosto un balzo di dieci passi indietro, sia in termini di autorganizzazione politica e sindacale, sia in termini di consapevolezza culturale: questi lavoratori sono drogati dai miti del merito individuale, della competizione selvaggia, del giocare a chi si auto sfrutta di più, abbattendo ogni limite di orario e abbassando il prezzo della proprie prestazioni per “fare fuori” i colleghi vissuti come concorrenti e non come membri della stessa classe sociale. È quanto di peggio si possa immaginare nei rapporti di forza tra capitale e lavoro. 4) Quindi non resta che rassegnarsi a questa situazione? No, perché l’analisi della composizione di classe va sempre condotta a livello globale, e, da questo punto di vista, come ha messo in luce Karl Heinz Roth, non sono presenti solo le tendenze alla scomposizione del lavoro ma anche potenti controtendenze alla ricomposizione (basti pensare alle centinaia di milioni di nuovi operai in Cina, India, Brasile e Sudafrica). Inoltre si stanno sviluppando inediti livelli di antagonismo anche in Occidente, non solo con i vari movimenti degli Indignati, ma anche e soprattutto con nuove forme di lotte territoriali e con la costante crescita dei conflitti nei settori del terziario arretrato. Per la prima volta, per esempio, i lavoratori americani delle grandi catene commerciali si sono organizzati e sono scesi in lotta, e questo è un evento di portata strategica in quanto i nuovi posti di lavoro, tanto negli Stati Uniti, quanto in molti altri paesi occidentali, si concentrano ormai nei settori a basso reddito del terziario arretrato. Io penso che questi, assieme alla enorme massa dei migranti che “assediano” le nostre metropoli, siano oggi gli interlocutori obbligati di qualsiasi progetto di ricomposizione di un progetto di lotta antagonista. Quali i possibili alleati di questo nuovo “blocco storico”? Mi pare che l’unica altra forza che stia “tenendo botta” sul piano della conflittualità antagonista siano gli studenti, la forza lavoro in formazione. Non a caso in tutti i paesi occidentali stiano oggi assistendo ad un feroce attacco frontale all’università di 8

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Non sarà mai il Quinto Stato… massa: dall’aumento delle tasse universitarie (in Inghilterra sono state triplicate le tasse di iscrizione, mentre negli USA lo si era già fatto da tempo), al tentativo di tornare a imporre una rigida selezione di classe per gli accessi ai livelli più elevati di istruzione. Si vuole riprogettare l’università come luogo di formazione delle élite politiche e manageriali, funzionali alla riproduzione di uno strato sociale privilegiato e vietato alle classi subordinate. Queste ultime vengono espulse dalle università, oppure costrette ad accedere a corsi progettati per formare forza lavoro disciplinata, flessibile e disposta ad accettare livelli salariali molto bassi: il sistema tre più due va interpretato in questa ottica. Gli obiettivi sono molteplici: scomporre la forza lavoro intellettuale, mettendone in feroce competizione reciproca i componenti attraverso la retorica del merito, nonché sfoltendone radicalmente i ranghi, sia perché i nuovi meccanismi di accumulazione hanno meno bisogno di laureati, sia perché in questo modo si riduce la concentrazione di massa dei corpi che condividono la stessa condizione; si smonta la fabbrica dei saperi e la “classe pericolosa” che vi si concentra esattamente come si è smontata la fabbrica fordista per fare fuori l’operaio massa (non a caso negli USA e in Inghilterra si sta spingendo moltissimo per sostituire le lezioni tradizionali con i corsi online, l’equivalente accademico del lavoro a domicilio degli sviluppatori che producono applicazioni per le piattaforme web). 5) Quindi l’obbiettivo delle partite IVA deve essere quello di rientrare in forme di lavoro subordinato? Utopie letali Carlo Formenti, Jaca Book (2013, p. 256, € 18,00) No. Certo questa è attualmente la linea sindacale. In Cgil si stanno rendendo sempre più conto di non poter trascurare questi lavoratori, altrimenti finiranno per non rappresentare più nessuno. Visto che oggi le forme di lavoro che un tempo si definivano atipiche sono diventante maggioritarie, i sindacati, coerentemente con la loro tradizione, tentano di affrontare il problema rincorrendo nuove forme di normazione. Intendiamoci, io non sono contrario per principio al fatto di difendere certi diritti tentando a contrattualizzarli. Ci sono per esempio esperienze interessanti, come quella delle lotte dei lavoratori intermittenti dei settori dello spettacolo in Francia, descritta da Maurizio Lazzarato, i quali hanno ottenuto un salario garantito se svolgono attività per un minimo di giorni all’anno. Credo tuttavia che, se è vero che la scomposizione di classe di questi strati sociali è irreversibile, il problema fondamentale non sia quello di difendere i loro interessi attraverso forme contrattuali di tipo classico (anche perché questo tipo di trattativa, in molti casi, potrebbe avvenire solo sul piano individuale). 9

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Non sarà mai il Quinto Stato… Foto di Dmitrij Palagi E allora? In primo luogo si dovrebbe rinunciare alla suddivisione in categorie, dato che precariato e il lavoro (più o meno) autonomo sono condizioni trasversali non riconducibili a una logica corporativa di settore. Occorrerebbe inoltre superare le tradizionali distinzioni tra sindacato, movimento e partito: servono nuovi modelli aggregativi e federativi. L’unico modo per sviluppare organizzare e rappresentare una nuova coscienza di classe consiste, a mio parere, nel riscoprire un modello organizzativo che fu tipico delle origini del movimento operaio dell’800: dobbiamo rifare le Case del Popolo, ripartire dal territorio, fare massa a partire dai luoghi, dobbiamo fare un passo indietro per farne due in avanti, dopo i cento passi indietro che ci hanno costretto a fare negli ultimi decenni. Il sindacato, con la sua articolazione in categorie, è morto e sepolto: è un residuo del secolo scorso. In Italia questo si vede forse meno, ma negli USA i dati sono tragici: solo il 7% della forza lavoro è iscritta al sindacato (30-40 anni fa la percentuale era del 35%). La ricostruzione non può avvenire nelle forme classiche, deve inventarne di nuove. 6) In questo però non c’è una distanza rispetto alle proposte di chi ancora utilizza la categoria del quinto stato nelle sue analisi. Può darsi, ma ciò che non condivido di queste letture, come ho già detto, è la valutazione positiva dell’esodo dal lavoro dipendente inteso come percorso emancipativo. Sono impostazioni che rispecchiano vecchi vizi della tradizione operista (non a caso, in Utopie letali prendo congedo dai dogmi operaisti, dei quali salvo solo la categoria di composizione di classe). I disastri accumulati dal postoperaismo negli ultimi anni, il suo fallimento filosofico e teorico oltre che politico, nasce dal fatto che questa teoria è rimasta ingabbiata nel paradigma degli anni 60’ ’70, in base al quale non è mai il capitale a determinare lo sviluppo economico e sociale, ma sono le lotte operaie; detto altrimenti, il capitale si limita a reagire e rincorre le pratiche dell’autonomia operaia. Ebbene questa tesi ha avuto senso negli anni in cui è nata; il guaio è che poi si è voluto elevare una contingenza storica a principio assoluto, ricercando nuovi interpreti in grado di svolgere il ruolo dell’operaio massa. Si è così persa completamente di vista la potenza della controffensiva capitalista che, dopo avere distrutto quella forma di autonomia dei lavoratori, l’ha ricostruita come una sorta di “falsa autonomia”, funzionale alla nuova fase di accumulazione fondata sui processi paralleli di finanziarizzazione e digitalizzazione. Come annota Tronti: è vero che la classe operaia ha influenzato il capitale, ma poi il capitale è stato a sua volta capace di sfruttare l’autonomia operaia per compiere la “sua” rivoluzione (quella che Gramsci avrebbe definito una rivoluzione passiva). Dopo decenni di guerra di classe dall’alto, come l’ha definita Gallino, è venuto il momento di invertire la rotta, ma non sarà il Quinto Stato a guidare la controffensiva. 10

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Sono così tanti i lavoratori e le forme di lavoro Intervista a Quiriconi, Segreteria regionale CGIL Toscana; 1) Pensando ai grandi mutamenti del mercato del lavoro ed economico che stiamo vivendo, che ci allontanano sempre di più dal Novecento – tra crisi, globalizzazione, precarizzazione, disoccupazione – se ci domandiamo secondo quali categorie possiamo definire un lavoratore e una lavoratrice oggi, quali elementi usiamo? Nonostante tutti i mutamenti possiamo definire un lavoratore colui che non solo si sostenta economicamente, ma trova una realizzazione di sé attraverso la propria attività, che può avere forme diverse. Si è a lungo discettato dagli anni Ottanta in poi sulla fine degli operai, abbiamo visto che gli operai continuano ad essere sei milioni: non so come definire un lavoratore di McDonald’s che fa quanto di meno qualificato e di più eterodiretto ci possa essere, non so se un operatore di un call center è molto differente dal lumpenproletariat di marxiana memoria. Ho fatto due esempi di lavori che si affermano e che allo stesso tempo mutano, con i call center che si spostano verso l’Albania e la Romania, dove c’è un tasso di sfruttamento del lavoro maggiore; questo per dire che cambiano i riferimenti ma non le condizioni delle persone. Quello che è più cambiato - e questo vale anche per la funzione della rappresentanza sindacale – è che qualche decennio fa la situazione era più semplice: c’erano grandi agglomerati, non solo operai (depositi delle poste, dei cantieri comunali, ...) che oggi sono polverizzati in una logica di esternalizzazioni, appalti e subappalti, società in house. La Cgil Toscana dieci anni fa aveva 250.000 lavoratori attivi in qualche migliaio di imprese, oggi gli stessi numeri li ha in decine di migliaia di imprese: sono sparpagliati, dispersi, e questo rende più difficile sia la costruzione di un progetto politico su cui coinvolgere i lavoratori, sia la comunicazione. È vero che ci sono le mail e i social network, ma sono forme di rapporto differente. 2) In tutti i riferimenti, nonostante tu abbia parlato di un contesto profondamente mutato, comunque il riferimento è a lavoro “operaio”, abbiamo nominato i call center e i MCDonald’s, ma i lavoratori ad alto contenuto formativo dove stanno? Sono lavoro? E quando lo sono? I lavoratori ad alto contenuto formativo stanno in mille posti. Un ricercatore del Cnr o un precario del Lamma, un insegnante, i dirigenti degli enti locali. 3) Ma arriviamo al punto. Sono tutti lavoratori dipendenti. I para subordinati comunque lo sono. Quei lavoratori che stanno fuori dal lavoro dipendente. Come li definiamo? C’è un problema di definizione che non è solo giuridica, ma sostanziale.Tanto è vero che noi veniamo da una legislazione che in modo un poco abborraciato ha cercato di intervenire nel corso degli anni. Io penso che ci siano molte figure differenti e molti modi diversi di sentirsi. Tu hai fatto riferimento a para subordinati ad alto contenuto formativo, ma ci sono lavoratori di tutti i generi nel parasubordinato, alta e bassa formazione, chi è costretto ad accettare questi contratti e 11

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Sono così tanti i lavoratori e le forme di lavoro Foto di Dmitrij Palagi non di meno ha bisogno di tutela e rappresentanza. Questa è una cosa importante. 4) Ma quelli che non sono parasubordinati, quelli che sono autonomi, a volte perché non hanno trovato di meglio. Quelli lì, dove li infiliamo? È una discussione aperta perché un lavoratore autonomo ha le proprie organizzazioni di rappresentanza. Noi ci stiamo sforzando anche con un progetto di carattere nazionale a dare rappresentanza a persone o figure che fosse solo per garantirsi la risposta a bisogni essenziali, dal commercialista in giù, non ce la farebbero comunque e quindi hanno bisogno di tutela in modo nuovo.Tanto è che con la Regione Toscana abbiamo tentato di aprire un tavolo su questi temi perché è un tema inedito e per la costruzione di rivendicazioni abbiamo bisogno dell’esperienza dei lavoratori. Che io definisco lavoratori al pari degli altri, non con un livello inferiore di sfruttamento o di disagio. 5) Questi lavoratori con la crisi hanno bisogni materiali molto concreti. Un lavoratore autonomo guadagna spesso molto meno di un lavoratore dipendente, non ha alcuna tutela, sta sul mercato (incerto) tutti i giorni. Occorre qualche tentativo di provare a capire come si può costruire un rapporto tra il sindacato e questi lavoratori, due soggetti che faticano a incontrarsi. Da dove si può partire? Noi per rappresentarci? E voi per essere coloro che ci rappresentano? Io penso che si debba partire come è successo in passato per molte categorie che non avevano una rappresentanza dentro la Cgil - penso ai lavoratori dello spettacolo con il sindacato attori, che è un sottobosco di precariato, così come quelli degli ordini (ad esempio gli avvocati). Ovvero mediante la costituzione di coordinamenti e di reti che al loro interno elaborino rivendicazioni, punti comuni di iniziativa e che possono trovare nella Cgil un interlocutore in grado di dargli rappresentanza istituzionale. Supporto. Perché poi è importante il protagonismo dei lavoratori. Cioè se noi apriamo, a livello regionale, un canale di confronto con la Regione Toscana, io ci sono e vi rappresento dal punto di vista organizzativo, istituzionale, ma vorrei che partecipaste voi che siete i protagonisti e che vivete sulla vostra pelle, i bisogni e le difficoltà, provare a sostenere il confronto istituzionale nelle rivendicazioni che è possibile fare. Quindi è proprio il rovescio della rappresentazione caricaturale che si dà del sindacato, cioè la delega, è la nostra storia però questa... 12

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Sono così tanti i lavoratori e le forme di lavoro 6) La sinistra politica può continuare a impostare le sue analisi come se ci fosse il “padrone da combattere” o il “palazzo da assaltare”? Se la società e il sistemo produttivo si è destrutturato, non è necessario rivedere l’intera azione politica? Che sia necessario rivedere l’azione politica, sì. Io non so se il problema principale della sinistra sia una visione ottocentesca, un poco stereotipata. La sinistra ha smesso di fare lotta di classe, sono gli altri che non hanno smesso. Il reddito e la ricchezza oggi sono parecchio più concentrati di alcuni decenni fa. Dagli anni Ottanta ad oggi la ricchezza è cresciuta in modo profondamente diseguale, la rappresenta una piramide rovesciata a favore dei ricchi: anche durante la crisi il 10% di popolazione più ricco ha avuto più soldi. Dunque non si può smettere di portare avanti una battaglia per la redistribuzione. C’è bisogno di adeguare i linguaggi, le forme comunicative e rivendicative. Non mi pare che il punto di critica alla sinistra debba essere quella del conservatorismo nelle rivendicazioni. A me pare che si voglia seppellire l’idea di socialdemocrazia come luogo di rappresentanza di soggetti che hanno bisogno di rappresentanza (che non sono solo gli operai, sono anche i giovani soggetti che non hanno voce). Bisogna parlare ai giovani, bisogna spiegare come si pensa di fare delle politiche. Ma da una parte c’è chi dice che il mercato è regolatore e dall’altro c’è chi dice che la politica deve essere regolatore di mercato. Dunque io la domanda la trovo malposta, un poco stereotipata, da dei giovani mi aspettavo di meglio... 7) In una cornice in cui attraverso il welfare, sempre più stretto, sono sempre meno i servizi garantiti, c’è chi tira fuori l’idea del mutualismo, di una auto-organizzazione. Quali esiti e quali rischi potrebbe avere una strada di questo tipo? È un ragionamento molto complesso questo. Alcune delle cose che stiamo negoziando in varie parti del paese sotto la spinta della crisi vanno in questa direzione. Abbiamo fatto un accordo con la Regione sui microprestiti alle persone in difficoltà e anche certi ragionamenti stiamo portando avanti con Banca Etica sono un poco un ritorno alle società di mutuo soccorso dell’ottocento. Da una parte questo è reso necessario dalla polverizzazione di cui si parlava prima, dalla solitudine che registri tutti i giorni con tante persone che vengono da te. Nello stesso tempo bisogna stare attenti che questa retorica un poco pelosa sulla sussidiarietà non porti all’abbandono del pubblico di tutta una serie di funzioni. Per esempio c’è tutta una discussione che fa ogni tanto breccia e in cui noi siamo conservatori (litighiamo ogni tanto anche con la Regione): secondo questo ragionamento siccome i soldi per la sanità sono sempre meno si pensa di potere concentrare il denaro pubblico sull’intensità di cura e sull’eccellenza e di lasciare la diagnostica al privato sociale (Misericordie, pubbliche assistenze). C’è una funzione insostituibile che il privato, sociale o meno, può svolgere nell’assistenza ma ce ne sono altre che devono essere patrimonio del pubblico. È una discussione anche politica importante che taglia anche la sinistra. È una questione di modello di società dove il privato ha più o meno ruolo e funzioni, e questa è una discussione molto impegnativa. 8) Se dico Quinto stato cose le viene in mente e a cosa serve questa categoria? Io sono poco affezionato a queste categorie semplificatorie, quasi che ci fossero appartenenze che uniformano le condizioni. Io diffido molto anche quando tra compagni – noi siamo ottocenteschi anche in questo – ci dicono i “lavoratori”... chi è che li interpreta i lavoratori? Sono così eterogenei i lavoratori oggi. Dunque oggi in una società liquida... trovo che anche questa sia una semplificazione. Ci sono persone, lavori nuovi e forme di economia e di lavoro che hanno bisogno di tutela, rappresentanza, di regolazione per legge, questo sì. Quindi Quinto stato non mi convince molto. 13

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Crisi e precariato Qualche domanda e qualche risposta Intervista a Giovanni Mazzetti; 1) In un contesto socio economico profondamente mutato rispetto alla cornice novecentesca, con la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, l’austerità e la crisi economica, che hanno determinato forti fenomeni di precarizzazione del lavoro, secondo quali elementi possiamo definire oggi un lavoratore/una lavoratrice? Come ben sai, storicamente è lavoratore chi partecipa al processo produttivo attraverso la vendita della propria capacità di produrre, quella che Marx ha definito come la forza-lavoro. Per questo la figura del lavoratore è stata di solito giustamente rappresentata con la categoria del lavoro salariato. Il problema che è emerso, in conseguenza dei cambiamenti ai quali accenni è ambivalente. Nei paesi arretrati l’esplosione del rapporto di lavoro salariato è corrisposta alla modernizzazione, cioè al superamento dei preesistenti rapporti, ormai in dissoluzione, del tutto analoghi a quelli che esistevano in Italia nell’Ottocento. Certo le condizioni di lavoro di quei soggetti sono penose. Ma, a parte il fatto che vengono da una situazione penosa, il cambiamento li inserisce in una realtà universale dalla quale erano prima esclusi, e che potranno contribuire a cambiare lottando prima per condizioni migliori, per poi contribuire all’emancipazione del lavoro salariato nella sua interezza dalla sua subordinazione. Nei paesi avanzati, invece, si è manifestato un problema opposto: né le imprese private, né lo stato sono riusciti, dalla fine degli anni Settanta, a fare quello che a metà Novecento avevano fatto, e cioè riprodurre il rapporto di lavoro salariato in una misura fisiologica, al di là dei cicli economici. Ne è scaturita una tendenza strutturale al ristagno, un numero crescente di individui è stato escluso dalla partecipazione all’attività produttiva, nonostante il rapporto salariato fosse ormai diventato la relazione normale, cioè socialmente prevalente. Ciò si è accompagnato a due fenomeni concomitanti. Da un lato, il capitale ha lentamente ripreso la sua egemonia, in conseguenza della totale incapacità da parte dei suoi avversari di risolvere i problemi della crisi dello Stato sociale, e quindi ha riproposto le arcaiche tesi - antifordiste e antikeynesiane - secondo le quali la flessibilità (leggi precarietà) rappresentava la condizione per riconquistare il pieno impiego. Questa formula ideologica è servita a trasformare una serie di attività produttive, proprie dei rapporti salariati, in mille forme falsamente autonome. Ma anche a giustificare condizioni di vendita miserevoli della loro forza lavoro. In concomitanza con questa battaglia ideologica, il capitale ha provveduto sempre più a trasferirsi in quelle zone nelle quali le condizioni di miseria giustificavano la riproduzione del rapporto di subordinazione. Dall’altro lato, il capitale ha stimolato tutta una serie di individui a cercare un percorso autonomo, come se questa strada fosse effettivamente una strada produttiva nuova e in grado di garantire un arricchimento. Nella realtà l’enorme crescita del lavoro autonomo rappresenta un grave regresso, appunto perché elimina ciò che c’era di produttivo nei rapporti capitalistici: la cooperazione strutturale sia nella produzione che nella determinazione del contesto sociale nel quale essa interviene. Per concludere: notoriamente molti lavoratori autonomi sono in realtà solo dei lavoratori dipendenti mascherati. Lavoratori autonomi che sono stati quasi ricondotti alla condizione di concorrenza reciproca esistente agli albori del capitalismo. Molti degli altri sono individui che partecipano passivamente del processo sociale in atto, credendo veramente che l’azione autonoma rappresenti una condizione insuperabile, e procedono su una base ideologica anacronistica, della quale non sono consapevoli. In breve: chi rappresenta in termini immediatamente positivi il lavoro autonomo, a mio avviso, sbaglia. 2) Come è possibile che dalla produzione organizzata vengano espulsi i saperi, che sono costretti ad auto-organizzarsi e ad operare ai margini del ciclo produttivo? Perché in un paese che è teoricamente una potenza industriale i portatori di innovazione sono fuori dai cicli produttivi classici, e sono messi dal legislatore in condizione di non sopravvivere? 14

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Crisi e precariato, Qualche domanda e qualche risposta La tesi di Marx, da questo punto di vista è chiarissima. Il lavoro salariato si riproduce solo se ed in quanto il capitale stesso è in grado di riprodursi. Se il capitale incappa nei suoi limiti non riesce a riprodurre neppure il rapporto di lavoro salariato. Simul stabunt, simul cadent. Sarebbe ingenuo, però, credere che sia il capitale a proclamare la sua stessa agonia. Esso afferma, e continuerà ad affermare, che è in grado di utilizzare pienamente le forze produttive della società, ma gli altri – lo stato, i lavoratori – glielo impediscono. Sta al suo avversario dimostrare che si tratta di bubbole ideologiche inaccettabili. Ma questo avversario, che pretende di essere già depositario del sapere necessario, in realtà non sa far altro che abbaiare, per esprimere la propria frustrazione. roppo poco per ottenere quello che tu chiedi! D’altra parte, se coloro i quali sono “costretti ad auto-organizzarsi ai margini del ciclo produttivo” si battono per ottenere una riproduzione del rapporto di lavoro salariato a condizioni che erano fisiologiche nel passato, sono a loro volta destinati a soccombere, perché puntano a riprodurre un rapporto che ha crescenti difficoltà ad essere riprodotto. Se poi puntano solo ad ottenere un reddito, a prescindere da qualsiasi lavoro, la prospettiva è ancora peggiore, perché qualsiasi approfondimento dei problemi inerenti alla crisi del modo di produzione viene esclusa a priori. D’altra parte, al di là di tutti i sapere acquisiti, manca ancora il sapere fondamentale, quello sui limiti e sulla contraddittorietà della mediazione sociale egemone. Se si cominciasse ad accettare che noi, nei paesi avanzati, stiamo attraversando una fase di agonia del capitale, le tue domande riceverebbero delle risposte del tutto sensate. 3) I nostri riferimenti culturali sono ancora ancorati al novecento: i lavoratori e le lavoratrici autonome fanno fatica a darsi una rappresentazione e una rappresentanza sindacale, allo stesso modo i sindacati fanno fatica a includerli nelle loro politiche. Va bene così o si può immaginare una strada per una rappresentanza sindacale più ampia? Come si traccia, alla luce delle modifiche del mercato del lavoro e del sistema produttivo, il confine tra capitale e lavoro? È ancora valida la divisione per categorie gìuridico-contrattuali che considera lavoratore chi ha un contratto di lavoro subordinato ed imprenditore chiunque altro? Che i lavoratori e le lavoratrici autonome facciano fatica a darsi una rappresentazione della propria condizione e a sviluppare un’adeguata rappresentanza sindacale è del tutto comprensibile. È sempre stato così nella storia, perché la transizione a nuovi rapporti, al di là delle crisi, non è mai intervenuta spontaneamente. Ma la soluzione del problema della loro debolezza non si trova sul terreno del darsi una “rappresentanza sindacale più ampia”. I sindacati, nonostante il senso del termine che li definisce (coloro che rappresentano e si battono per ciò che è giusto), in questa fase portano avanti delle istanze di giustizia in forma completamente sbagliata, appunto perché, irretiti in una valanga di mediazioni compromissorie, non comprendono l’ABC della crisi che stiamo attraversando. Non credo, cioè, che basti ridefinire i lavoratori autonomi, anche quelli che lo sono, come “veri lavoratori” per uscire fuori dal disastro sociale che ci ha travolti. La crisi che si trascina da quasi qua- rant’anni, della quale il precariato è solo una manifestazione, impone vie d’uscita ad un diverso livello. Mi sento di poter affermare che, da un lato, la cultura corrispondente a questo livello deve ancora essere prodotta, mentre, dall’altro lato, ci sono coloro che pretendono di far valere un insieme di potenzialità come se costituissero una realtà già data. Il primo orientamento sfocia spesso, nell’esigenza di essere attivi, nella regressione, cioè in un appello al sapere e alle lotte passate. Il secondo non produce nulla di nuovo perché si rappresenta il cambiamento in forma illusoria. Per rispondere al tuo quesito in modo concreto: i secondi non sono “imprenditori” - perché l’imprenditore è proprietario del capitale e impiega lavoro altrui - bensì persone escluse da un’attività produttiva corrispondente al modo di produrre che ha mediato l’ultima fase dello sviluppo, che cercano di arrangiarsi più o meno efficacemente, e che possono sperare di emanciparsi dalla situazione in cui si trovano solo contribuendo a trasformare Dare di più ai Padri per far avere di più ai Figli Asterios (2013, p. 234, € 19,00) 15

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