Il Becco - Anno 1, numero 1

 

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Immigrazione, una questione sociale

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Nr. 1 - Agosto 2013 Immigrazione, una questione sociale Quel che ti arriva a tavola, tra caporalato e mafia Intervista a Roberto Iovino (Responsabile Nazionale Legalità CGIL), a cura di Alyosha Matella e Diletta Gasparo copertina di Irene Polverini La primavera della logistica in Italia Articolo di Alex Marsaglia Immigrazione e antirazzismo, tra istituzioni e associazionismo A cura di Simone Ferretti, responsabile politiche per l’immigrazione Arci Toscana. Sciopero dei migranti, l’esperienza del Primo Marzo Articolo di Daniele Frigerio, Associazione Giù Le Frontiere Caril Férey Mapuche Articolo di Alyosha Matella

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Editoriale “Bene, allora comincerò col dirvi che v’ingannate, tutti. La vostra esperienza sociale è falsa e priva di valore come il vostro modo di ragionare”. Jack London, Il tallone di Ferro consapevolezza del recente passato degli italiani come popolo emigrante, sappiamo anche che l’odio che porta alla guerra tra poveri soffia su disagio e sofferenze, da riversare su dei capri espiatori perfetti al fine di sfogare il sentire comune, che non nasce per caso né è estraneo alle responsabilità della politica. Nei prossimi numeri del mensile affronteremo il tema del lavoro e quello della mafia. Lo sfruttamento dei migranti non può essere concepito al di fuori della criminalità organizzata e di come questa opera all’interno del sistema economico, organicamente parte del tessuto italiano. Forse un modo per avviare un convincente confronto con la pancia della “società italiana” può essere quello di mettere in ridicolo l’immaginario su cui si fondano i pregiudizi. Nel mondo esisterebbero paesi di buoni a nulla, che la sfortuna o l’incapacità degli abitanti ha condannato alla povertà. In tali contesti si organizzano migliaia di sfaccendati, il cui scopo è arrivare in Italia per sottrarre lavoro e ricchezze agli italiani, fin troppo tolleranti o troppo schizzinosi per accettare certi tipi di impiego. A questo punto chi non riesce a rubarci il lavoro, si mette direttamente a rubare, riempiendo le nostre carceri o occupando le case popolari con i troppi figli e la troppa povertà… perché i politici si sa, favoriscono gli stranieri e non badano al voto degli italiani. Sarebbe bene iniziare a deridere chi vede il mondo secondo questi schemi. Esiste, altrimenti non sarebbe concepibile niente di ciò che è, un traffico di esseri umani che commercia anche in donne e bambini: da questa pratica si traggono profitti enormi, che fanno parte del sistema economico legale. Esiste la pratica degli eserciti industriali di riserva, della guerra tra poveri su cui si soffia per permettere all’odio sociale di garantire la frammentazione tra i più deboli e quindi il sistema di cose presenti. Esiste il disgraziato convinto che il problema sia il bracciante piegato a raccogliere cocomeri sotto il sole di agosto, anziché il compagno di scuola (magari) dirigente dell’azienda che aumenta i profitti sullo sfruttamento del migrante. La scelta del 5 Stelle di appoggiare la richiesta di dimissioni di Alfano e non quella di SEL contro Calderoli (a cui il ministro Kyenge ricorda un orango) è indicativa di un sentimento razzista purtroppo profondamente radicato in Italia, che quasi nessuna forza politica ha il coraggio di affrontare fino in fondo (nessuno si sbraccia sulle condizioni in cui vivono i reclusi dei CIE e su queste questioni il pontefice rimane curiosamente inascoltato, a differenza di quei temi ritenuti “etici”). Occorre comprendere con quali strumenti si può smontare il senso comune e poi scegliere una difficile battaglia quotidiana di egemonia… Speriamo di essere parzialmente utile in questa direzione, per quanto limitati siano i nostri mezzi e la nostra esperienza. Disegno di Eleonora Bellucci Quasi tutti i ragazzi che portano avanti il progetto del Becco sono nati in famiglie che li hanno educati alla tolleranza e ai minimi principi di civiltà, antirazzisti e antifascisti. Non ci sogneremmo mai di discriminare qualcuno per la propria nazionalità, né ci scapperebbe la comune frase “rimandiamolo a casa”. Eppure questo ci rende forse meno in grado di contrastare la xenofobia e l’ignoranza, perché incapaci di comprendere fino in fondo quei meccanismi che portano a un qualunquismo tanto radicato in Italia (come in altre parti del mondo). Se sul piano etico sappiamo di misurare una distanza incolmabile, consci del fatto che la fraternità cristiana non basta (per non parlare dell’uguaglianza socialista), nemmeno unita alla Indice Quel che ti arriva a tavola, tra caporalato e mafia La primavera della logistica in Italia Immigrazione e antirazzismo, tra istituzioni e associazionismo Sciopero dei migranti, l’esperienza del Primo Marzo Caril Férey - Mapuche pag. 3 pag. 8 pag. 11 pag. 12 pag. 13

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Quel che ti arriva a tavola, tra caporalato e mafia Intervista a Roberto Iovino (Responsabile Nazionale Legalità CGIL); a cura di Alyosha Matella e Diletta Gasparo 1. Cominciamo con una domanda un po’ più generica. Come nasce l’Osservatorio Placido Rizzotto e di cosa si occupa? L’Osservatorio nasce nella primavera del 2012, in un momento di forte spinta emotiva per l’intero movimento sindacale italiano. Erano proprio i giorni delle celebrazioni dei funerali di Stato per Placido Rizzotto, sindacalista e partigiano, morto ammazzato per difendere i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici delle terre siciliane. Rizzotto era uno dei tanti capi lega e sindacalisti (se ne contano circa 62) ammazzati dalla mafia tra il ’44 e il ’61. Il movimento bracciantile siciliano si mobilitò attraverso una straordinaria stagione di lotte con l’obiettivo di rivendicare il pezzo di terra che i Decreti Gullo avevano garantito per legge a tutti e che la mafia si rifiutava di consegnare ai contadini. Erano gli anni della strage di Portella della Ginestra, passati alla storia come stagione di terrorismo politico/mafioso, perché caratterizzata da connivenze, insabbiamenti e depistaggi: non è un caso che quasi tutti questi omicidi siano rimasti impuniti e che i processi non abbiamo mai portato a condanne processuali. L’Osservatorio, composto da operatori interni e esterni al mondo sindacale, ci sembrava un giusto tributo che riportasse l’impegno sindacale di oggi alle origini di allora. Mi spiego meglio: Rizzotto, e gli altri come lui, non avevano nessuna pretesa di diventare eroi antimafia, si scontrarono con la mafia in quanto quest’ultima agì come braccio armato del feudo (e non solo), diventando il principale ostacolo per l’affermazione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici della Sicilia e dell’intero Mezzogiorno. Oggi, con le dovute proporzioni, è ancora cosi. L’Osservatorio, attraverso un metodo dinamico di ricerca sul campo, tutt’altro che scolastico, vuole far emergere l’infiltrazione delle organizzazioni mafiose che ancora ci sono (eccome se ci sono!) nelle filiere agricole e agroindustriali con notevoli ripercussioni sui lavoratori e sulle lavoratrici che la Flai Cgil rappresenta. 2. Uno dei temi maggiori di cui ti occupi è il caporalato. Questo fenomeno, che può essere considerato l’emblema della schiavitù oggi nel nostro Paese ha numeri da capogiro e si basa fondamentalmente sullo sfruttamento della mano d’opera di immigrati. Il caporalato non riguarda solo le lavoratrici e i lavoratori stranieri, ma è innegabile che nei loro confronti assuma fisionomie criminogene e paramafiose. Secondo il primo rapporto Agromafie e Caporalato, curato proprio dall’Osservatorio, sono più di 400.000 i lavoratori stranieri al soldo dei caporali (parliamo solo dell’agricoltura!) con forme di sfruttamento lavorativo da considerare paraschiavistiche a tutti gli effetti, anche se in Italia questo concetto è stato interpretato dal legislatore nel peggiore dei modi possibili. Molte inchieste della Magistratura, grazie alle denunce di lavoratori e delle lavoratrici, hanno poi svelato l’intreccio che c’è tra la gestione di questo ignobile mercato delle braccia e le organizzazioni mafiose. Una cosa che si sa poco è che il caporalato è considerato un reato spia, cioè un reato che si porta dietro tutta una serie di fenomeni delittuosi, tra i quali: 3

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Quel che ti arriva a tavola, tra caporalato e mafia foto tratta da www.flaipuglia.it la gestione illecita della tratta dei migranti, frodi e truffe previdenziali e contributive, il riciclaggio e l’infiltrazione mafiosa nella produzione e nella commercializzazione dei prodotti agricoli, oltre che la gestione illecita della manodopera, le associazioni a delinquere e la riduzione in schiavitù di cui abbiamo già parlato. 3. Nel dettaglio, come funziona? Chi è il caporale e quali sono le condizioni dei lavoratori? La situazione è eterogenea, non ovunque le condizioni sono uguali, però possiamo affermare senza temuta di smentita che nel nostro Paese c’è quella che abbiamo chiamato la “transumanza” dei braccianti agricoli stranieri. I lavoratori e le lavoratrici attraverso il passaparola, spesso voluto direttamente dai caporali, seguono il flusso delle stagionalità agricole spostandosi da nord a sud (e viceversa) inseguendo le raccolte intensive stagionali. Questo significa che l’alta disponibilità di manodopera a basso costo crea una competizione al ribasso, una sorta di guerra tra poveri. E’ quello che vogliono i caporali e i datori di lavoro che se ne avvalgono, ovvero fare leva sulla ribassabilità del costo del lavoro. Ciò è favorito dalle attuali leggi sull’immigrazione e dalla deregolamentazione del mercato del lavoro, che negli ultimi vent’anni, nel nome della flessibilità, ha favorito forme di sottoinquadramento salariale e lavoro nero. In sostanza il collocamento pubblico è stato sostituito da faccendieri che si occupano di vendere permessi di soggiorno, fittare alloggi e fare intermediazione illecita di manodopera. Nel dettaglio parliamo di un’intermediazione che sottrae circa la metà del compenso giornaliero che dovrebbe essere corrisposto al bracciante. Da contratto la giornata di un lavoratore della terra dovrebbe durare circa 6 ore e 40 minuti; lavorando in nero con i caporali la giornata dura circa 10/12 ore. Invece di percepire una paga di circa 50 euro giornaliera (una media di quello che prevedono i singoli contratti provinciali agricoli) ne prendono 25, altre volte invece la paga è a cottimo, cioè ad esempio in base a quanti cassoni di pomodoro si raccolgono. Un cassone di pomodori San Marzano (3 quintali) viene pagato circa 3 euro, uno di pomodorino pachino circa 5. A questo bisogna aggiungere i costi di trasporto che sono a carico dei lavoratori (circa 5 euro), l’acqua e un panino. Il caporale magari non ti obbliga a comprare queste cose da lui, ma le campagne di raccolta sono luoghi isolati, dove reperire una bottiglia d’acqua non è per nulla semplice: si tratta di una sorta di ricatto indotto. Se non ti rifornisci da lui rischi di morire di sete: a 40 gradi, in piena estate, mentre si raccolgono pomodori, sfiderei chiunque a non cedere al ricatto. Infine i caporali sono sempre più “capi neri”, cioè persone sempre più spesso della stessa nazionalità dei lavoratori delle squadre che devono organizzare. Questo perché i produttori italiani, a differenza di qualche anno fa, non vogliono sporcarsi direttamente le mani: usando un termine moderno potremmo 4

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Quel che ti arriva a tavola, tra caporalato e mafia dire che “subappaltano” il reclutamento di manodopera a stranieri che sono da più anni in Italia e che si sanno muovere in questi ambienti. I caporali, soprattutto nei distretti agricoli dove c’è più richiesta di manodopera, organizzano anche veri e propri ghetti abitativi. Questi sono luoghi isolati, lontani dai centri abitati, dove è più facile esercitare il ricatto. Se non alloggi lì (in condizioni igienico sanitarie simili a quelle di una bidonville nonostante la profonda dignità umana che caratterizza questi luoghi) non avrai la possibilità di entrare in contatto con i caporali, e dunque non avrai la possibilità di lavorare. È lì che spesso, come ulteriore forma di ricatto, vengono sottratti i documenti ai lavoratori. In questi ghetti, e più in generale nei luoghi dove si sovrappongono condizioni di sfruttamento lavorativo ed esistenziale, sono in particolare le condizioni di donne e bambini a essere estremamente allarmanti. Le prime spesso sono costrette dai caporali a pagare in natura o ad entrare nel giro dello sfruttamento della prostituzione. I secondi sono anche loro inseriti nei circuiti lavorativi e di raccolta e non hanno accesso a nessuna forma di scolarizzazione se non quella offerta saltuariamente da alcune associazione di volontariato che in queste realtà provano a fare accoglienza e assistenza. 4. Chi sono le persone che finiscono in questo giro di sfruttamento? Da dove vengono? Sono esuli politici, immigrati in cerca di lavoro? Alcune sono persone che scappano da contesti di guerra e sperano di costruirsi una nuova vita nel nostro continente; altri invece desiderano un futuro diverso dal contesto di provenienza e hanno contatti in Europa con alcuni conterranei che in passato hanno avuto la possibilità di lavorare e integrarsi. Ci sono poi coloro che sono in Italia di passaggio, con l’obiettivo di raggiungere quanto prima paesi più accoglienti come la Francia e la Germania. Altri ancora sono lavoratori stranieri impiegati nelle fabbriche e che a causa della crisi hanno perso il proprio lavoro e quindi cercano di produrre reddito attraverso l’agricoltura. Alcuni hanno il permesso di soggiorno, altri no, altri ancora sono cittadini europei a tutti gli effetti (come nel caso delle lavoratrici e dei lavoratori polacchi, rumeni e bulgari). In generale sono tre le macroaree di provenienza: l’Africa Subsahariana, l’Europa orientale e i paesi asiatici come l’India, il Pakistan e il Bangladesh. In tutto ciò la legge Bossi Fini e l’introduzione del reato di clandestinità sono i principali ostacoli all’emersione dei fenomeni di sfruttamento e irregolarità. Noi li abbiamo chiamati “Gli Invisibili” anche per questo. 5. Quale è il livello di consapevolezza della popolazione riguardo a questa forma di schiavitù? Negli ultimi anni abbiamo fatto dei passi da gigante ma in generale il livello di consapevolezza è ancora troppo basso. Il caporalato è molto cambiato rispetto al passato, spesso quando se ne parla in molti (soprattutto i più anziani) rispondono: “ma il caporalato c’è sempre stato!”. Questo è vero, ma abbiamo registrato un livello di imbarbarimento che rasenta la schiavitù. In sostanza che esista il caporalato è risaputo, che abbia il volto dello sfruttamento mafioso e in alcuni casi della schiavitù è meno noto. Negli ultimi anni si è acceso un faro mediatico, politico e sindacale molto importante. Questo è avvenuto principalmente grazie al coraggio dei lavoratori e delle lavoratrici che, con il pieno sostegno di una parte del sindacato, hanno deciso di denunciare questa condizione di indecenza che non fa onore ad un paese civile. È soprattutto grazie a loro, e a chi come noi li supporta, che sono emerse storie, testimonianze e denunce. È ancora troppo poco però, dobbiamo avere l’ambizione di fare in modo che in tempi rapidi la parola caporalato sia cancellata dal nostro vocabolario. 6. È possibile quantificare l’impatto dello sfruttamento della mano d’opera di immigrati nel settore agro alimentare? Quanto incide in termini di competitività e quali sono i consequenziali effetti negativi? Secondo alcune stime il lavoro straniero in Italia produce circa il 13% del PIL, in agricoltura questa cifra deve essere almeno triplicata. Secondo i dati dell’INPS gli addetti in agricoltura sono circa un milione di cui il 10% di origine straniera, parliamo di cifre ufficiali. A queste dobbiamo aggiungere il lavoro sommerso, nero o grigio che sia, che secondo l’Istat è pari a circa 300.000 lavoratori stranieri. Questi lavoratori producono un valore, sempre secondo le stime degli istituti di statistica, di circa il 43% dell’attuale economia di settore, quindi una quota assolutamente rilevante. Paradossalmente, però, se portano un beneficio ai produttori, che abbassano così il costo del 5

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Quel che ti arriva a tavola, tra caporalato e mafia lavoro, arrecano un danno alla nostra economia (oltre che a loro stessi), in termini di contributi previdenziali non pagati; un affare da circa mezzo miliardo di gettito fiscale in meno non versati nelle casse dello Stato. Detto questo, i produttori si giustificano dicendo che devono competere con il basso costo del lavoro dei paesi nord africani e della Spagna. Ciò però stride molto con il fatto che i nostri prodotti agricoli sono i più ricercati d’Europa. È un settore dove l’export continua a crescere nonostante la crisi. 7. Sono anni oramai che le inchieste giornalistiche rivelano come il fenomeno dello sfruttamento del lavoro immigrato e dell’infiltrazione mafiosa non riguardi solo il sud Italia. Purtroppo no. È innegabile che al sud si concentrano i grandi numeri dello sfruttamento lavorativo e dell’infiltrazione mafiosa, che in alcuni contesti assume il suo volto più crudele. Abbiamo tutti ben presente le immagini di quello che è successo a Castelvolturno, a Rosarno, piuttosto che nel foggiano. Ma soprattutto negli ultimi anni, con l’alibi della crisi, nell’Italia settentrionale si stanno concentrando fenomeni di sfruttamento e illegalità senza precedenti. Proprio in queste settimane è esploso il caso di Saluzzo (Cuneo), ma prima ancora di Pavia, Mantova, Brescia, Alessandria, perfino in Emilia. Tutti casi dove si praticano il caporalato e lo sfruttamento con le caratteristiche che abbiamo precedentemente descritto. Questo succede perché, come abbiamo spiegato in precedenza, c’è il fenomeno della transumanza. Per fare un esempio: in estate i lavoratori vanno nei distretti agricoli dove si raccolgono pomodori e angurie (Puglia e Campania), in autunno nei distretti della vendemmia, in inverno vanno a raccogliere le arance (Sibari e Rosarno) e in primavera nelle diverse raccolte di stagione. Ogni anno si ricomincia daccapo. I lavoratori stagionali, soprattutto migranti, seguono la scia delle raccolte agricole. È un flusso senza soluzione di continuità che tocca tutti gli angoli del Paese, da Bolzano (quando si raccolgono le mele) a Cassibile in provincia di Siracusa (quando si raccolgono le pa- tate). Secondo le mappe che abbiamo elaborato nel nostro rapporto sono circa 80 gli epicentri dello sfruttamento lavorativo e del caporalato in agricoltura, la metà dei quali proprio nel centro nord. 8. Grazie alla campagna “Stop caporalato” della CGIL il caporalato è diventato un reato penale. Il passaggio è stato senza alcun dubbio importante ma basta per sconfiggere il fenomeno? No, non basta. Negli ultimi anni abbiamo ottenuto importanti conquiste sul piano legislativo. Non solo l’introduzione dell’articolo 603bis nel codice penale (il reato di caporalato appunto) ma anche la ratifica della direttiva europea n.52, che permette una premialità per i lavoratori che denunciano sfruttamento lavorativo e maggiori sanzioni per i datori di lavoro che se ne avvalgono. Ma a volte sono normative che non si parlano e questi rende complesso l’azione degli organismi inquirenti. Un altro limite è rappresentato dal fatto che il caporalato è difficile da individuare se non ci sono delle denunce da parte dei lavoratori che però al contempo una volta fatta denuncia avranno grandissime difficoltà a trovare un altro lavoro. Bisognerebbe assicurare un percorso di emersione alla legalità ove chiunque abbia il coraggio di denunciare venga inserito in percorsi di reinserimento lavorativo. In generale fenomeni di questo tipo non si possono combattere solo con l’azione giudiziaria. Il problema vero non sono solo i caporali, ma il sistema d’impresa che li utilizza traendone vantaggio. Per fare ciò bisognerebbe invertire alcune tendenze, come ad esempio quelle relative all’accesso ai finanziamenti e agli incentivi pubblici. Le nostre proposte in questo momento sono due: la prima è rappresentata dalla campagna “Sgombriamo il campo” che prevede di reintrodurre il collocamento pubblico in agricoltura sul modello delle liste di prenotazione che abbiamo sperimentato in questi anni, che si sono dimostrate un deterrente nei confronti dell’illegalità. Avere liste e trasparenti di selezione della manodopera e incentivare gli imprenditori ad attingere da queste liste è necessario per certificare trasparenza e legalità. La 6

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Quel che ti arriva a tavola, tra caporalato e mafia Disegno delle Brigate di Solidarietà Attiva seconda proposta è condizionare l’accesso ai finanziamenti pubblici (in particolare quelli europei) al rispetto delle norme contrattuale e delle previsioni normative: in questo modo si premierebbe davvero chi rispetta la legalità a discapito di chi falsa la concorrenza utilizzando manodopera in nero e mediata dai caporali. 9. Un ulteriore aiuto nello sconfiggere il fenomeno può arrivare dalla creazione di consapevolezza tra lavoratori del settore, immigrati e non. Quali associazioni potrebbero affiancarsi al sindacato in questo? La FLAI-CGIL come opera in questo senso? Immaginiamo che oltre alla questione strettamente relativa alla condizioni di lavoro e alla regolarizzazione dei braccianti, ci siano tutte quelle sociali, ad esempio come trovare posti in cui far vivere in condizioni decenti questi lavoratori. Assolutamente sì. Nel pieno rispetto delle differenze ognuno deve dare il proprio contributo: il sindacato per quanto riguarda le condizioni di lavoro e le associazioni in merito all’accoglienza e l’assistenza. Quando giriamo per le campagne del nostro paese troviamo tante realtà di questo tipo: incontriamo i camper di Emergency che offrono assistenza sanitaria, collaboriamo con Libera sull’ipotesi di riutilizzare socialmente i beni agricoli confiscati, interagiamo (con alterne fortune) con diversi soggetti che operano nei territori, in particolare dove le condizioni abitative sono precarie e fatiscenti. In questi contesti anche un litro d’acqua può fare la differenza. In generale sono convinto che contro la prepotenza dei caporali e dei datori di lavoro che se ne avvalgono serva unire le forze, mettere in campo una forte rete (istituzionale, associativa, sindacale) capace di fare fronte comune nel rispetto delle diversità e delle singole specificità. Abbiamo, inoltre, avviato anche una stagione di collaborazione con i sindacati che operano nei paesi di provenienza dei lavoratori stagionali stranieri. L’obiettivo è l’apertura di sportelli di orientamento all’emigrazione in quei paesi, per rendere consapevoli i lavoratori e le lavoratrici delle insidie e delle false promesse che potranno trovare sulla propria strada e per informarli su quelli che sono i meccanismi di ingresso legali e quali sono i loro diritti qui in Italia. Purtroppo molti pensano di trovare condizioni molto diverse, sicuramente migliori. Attualmente abbiamo collaborazioni di questo tipo con la Tunisia, con il Burkina Faso e con il Senegal, stiamo poi avviando operazioni simili anche con i sindacati dell’Europa orientale. Devo dire che quando i lavoratori stranieri prendono coscienza dei loro diritti poi fanno di tutto affinché questi vengano rispettati, il che ci fa ben sperare che una presa di coscienza diffusa e collettiva possa essere il primo passo per sconfiggere caporali e malfattori e affermare in pieno i diritti dei lavoratori e la dignità del lavoro troppo spesso calpestata. 7

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La primavera della logistica in Italia Articolo di Alex Marsaglia Nella notte tra giovedì 21 e venerdì 22 marzo inizia la lunga mobilitazione dei lavoratori della logistica. Milano, Piacenza, Bologna, Torino, Genova, Padova, Brescia,Verona, Treviso, tutti i più grandi centri logistici del Nord Italia vengono bloccati da uno sciopero dei facchini dal forte carattere etnico (più del 50% sono immigrati) oltre che di classe. I siti interessati dalla mobilitazione sono i nuclei della grande distribuzione legati a multinazionali come l’Ikea, la Coca-Cola, la TNT, la DHL, la GLS e ad altre sigle di portata nazionale quali l’SDA, la Bartolini, l’Esselunga, Coop e Bennet. Le rivendicazioni degli scioperanti organizzati dai sindacati Si Cobas e Adl Cobas abbracciano un ampio spettro di richieste che vanno dalla rivendicazione di maggior democrazia sindacale con il riconoscimento dei sindacati di base nel CCNL, alla tutela dei lavoratori nei cambi d’appalto, passando per la limitazione del subappalto e le otto ore lavorative con pagamento dell’eventuale straordinario, per arrivare al pagamento totale di malattia, infortunio, Tfr, festività e permessi, fino all’aumento salariale uguale per tutti al fine di recuperare l’inflazione. Tuttavia, la piattaforma di lotta non si limita alle rivendicazioni sindacali, ma si spinge a denunciare il sistema di sfruttamento della manodopera salariata istituzionalizzato dalla politica. La questione travalica il semplice rinnovo contrattuale e diventa una denuncia politica al sistema padronale delle cooperative messo in piedi per dividere la manodopera e avviare l’offensiva padronale su diritti e salari. Gli interlocutori a cui i lavoratori si rivolgono allora diventano direttamente i committenti, mentre i consorzi e le cooperative vengono messi in secondo piano. Identificato il perno del problema nell’impiego massiccio delle cooperative al fine di “ridurre il costo del lavoro”, si cerca di rendere il “lavoratore di serie C” un lavoratore a tutti gli effetti, uguale agli altri, e lo si fa raccordando i percorsi degli altri lavoratori colpiti dallo stesso diabolico sistema: settore delle pulizie (magistralmente descritto dal regista Ken Loach), cantieristica, edilizia, outsourcing industriale, sanità e servizi. A queste tematiche politiche si aggiunge la scottante questione legata al nodo della cittadinanza, più simile a un giogo per chi, come il lavoratore migrante, è costretto nel limbo di chi deve sottostare ad un contratto di lavoro senza poter usufruire dei diritti della comunità politica del paese in cui lavora. Il quadro attuale della normativa italiana, disciplinato attraverso riforme di carattere restrittivo che prevedono l’innalzamento dei requisiti di residenza, l’introduzione di test d’integrazione e la chiusura alla partecipazione politica, certo non aiuta a rafforzare i diritti del lavoratore e del cittadino, poiché alimenta, invece di frenare, il fenomeno della ghettizzazione che si ripercuote nella società dopo essersi manifestato nei luoghi di produzione. È proprio a causa dell’attuale normativa che regola il diritto di cittadinanza (legge Bossi-Fini) se continua ad essere applicato dal padronato l’odioso ricatto sul rinnovo del permesso di soggiorno, il quale è a sua volta legato al permesso di lavoro che dovrebbe essere sicuro, sennonché la legislazione sul lavoro - come ben sappiamo - ha marciato in direzione completamente opposta, ossia verso il precariato più feroce. Così assistiamo al paradosso: da una parte (quella padronale) si 8

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La primavera della logistica in Italia Disegno di Eleonora Bellucci richiede più flessibilità, mentre dall’altra (quella statale) si vincola l’attribuzione dei diritti di cittadinanza ad un’occupazione stabile e documentabile. Da questo paradosso nascono i ricatti e il facile ribasso sul costo della manodopera, agevolato dal sistema dei subappalti. Inoltre, come ha ben spiegato Gallino nel suo Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità (Laterza, Roma, 2007), il lavoro viene ridotto a merce ed esce dal campo del diritto, per cui il “contratto di soggiorno” previsto dalla Bossi-Fini riduce il ruolo del lavoratore immigrato a semplice fornitore della prestazione fisica lavorativa regolata dal contratto stipulato, al termine del quale è costretto al rimpatrio. Anzi, si postula esplicitamente la temporaneità della presenza straniera laddove si prevede che “la durata del relativo permesso di soggiorno comunque non può superare: in relazione ad uno o più contratti di lavoro stagionali, la durata complessiva di nove mesi; in relazione ad un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato, la durata di un anno; in relazione ad un contrat- to di lavoro subordinato a tempo indeterminato, la durata di due anni”. È evidente che il raggiungimento dei dieci anni di continuità di residenza e lavoro richiesti dalla legge per accedere ai diritti di cittadinanza restano pura utopia. Questa situazione viene poi ulteriormente peggiorata dalla “retorica dei sacrifici” che sistematicamente si ripercuote sui lavoratori nelle forme evidenti del caso Granarolo, dove le trattenute del 35% applicate alle buste paga vengono motivate da un inesistente “stato di crisi”. Infatti, il committente Granarolo S.p.A. nel solo 2012 ha aumentato i ricavi dell’8,7%, con un utile netto del 5,5%, ma ha ritenuto di decurtare le buste paga ai propri dipendenti per innescare una lotta al ribasso sui costi della manodopera gestita dalle varie cooperative che hanno in carico lo smistamento logistico dei prodotti Granarolo nella lunga catena degli appalti e subappalti. L’anarchia contrattuale creata appositamente negli ultimi anni fa emergere le similitudini tra caporalato in agricoltura e sistema dei subappalti nell’industria, a tal punto che lo stesso diritto di sciopero è apertamente messo in discussione, come accaduto nei giorni della festa dei lavoratori proprio agli scioperanti della Granarolo. Giorni vissuti intensamente da questi lavoratori impegnati in una dura lotta: prima investiti ai blocchi, poi beffati dal crumiraggio illegale e infine sospesi per “diffamazione”. Ulteriore esempio della dispari- 9

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La primavera della logistica in Italia tà tra utili in aumento per le imprese e riduzione del costo della manodopera è il caso Ikea che dimostra tutti i limiti di una politica integrazionista che spesso si limita alle questioni formali. Ikea nell’anno 2012 presenta un fatturato in crescita al +9,8%, per un totale di oltre 27 miliardi di euro, viceversa la manodopera migrante che lavora per Ikea percepisce paghe che non consentono ai lavoratori il necessario per vivere costringendo spesso chi lavora 12 ore al giorno nei magazzini a rimandare le proprie famiglie indietro. È il caso di Samir che da 19 anni vive e lavora saltuariamente nei magazzini Ikea costretto a rimandare indietro i propri cari per l’impossibilità materiale all’integrazione. La crescente esternalizzazione e la proliferazione di catene di appalti e subappalti gravitanti attorno all’impresa madre sono caratteristiche del sistema produttivo. L’allungamento della filiera distributiva della merce è la conseguenza di questo processo, rivolto anche all’abbattimento dei tempi di consegna e alla flessibilità della produzione col just in time. La lotta di classe sembra dunque potersi ridestare proprio dall’ultimo anello della filiera: quello del trasporto merci – a ben vedere il medesimo che ha dato il via all’insensatezza del Tav – ossia da quel settore impossibile da delocalizzare. Le legislazioni democratiche incoerenti nell’attribuzione di diritti basilari di cittadinanza, dunque sindacali e sociali, hanno dato indubbiamente il loro contributo ad accendere la lotta. Infine, l’ossessione liberista per la flessibilità della produzione e dell’occupazione ha poi fatto il resto: ingigantendo la macchina logistica e umiliando il lavoro. La primavera di lotta del settore logistico ha unito lavoratori di varie religioni ed etnie, ottenendo l’appoggio e la solidarietà dei lavoratori italiani, dimostrando che è possibile riprendere la dialettica tra sfruttatori e sfruttati, tra proletari e padroni. Gli spazi aperti dalla precarizzazione del lavoro anche in settori tipicamente spettanti a italiani e la crisi economica che ha avviato un ciclo lungo di discesa sociale per gli italiani stessi, rendono possibile e auspicabile la ripresa delle lotte unitarie dei lavoratori. Tanto più che la coscienza di classe dei facchini in lotta si è dimostrata decisamente matura oltre le più rosee aspettative. Infatti le pratiche di lotta e solidarietà, anche internazionale, non sono mancate: dal latte Laban boicottato in patria perché prodotto in Italia in condizioni di sfruttamento, all’integrazione nella lotta di operai italiani coinvolti in tutti i modi possibili con campagne di sostegno e solidarietà ai lavoratori dei magazzini Ikea e altre di boicottaggio dei prodotti Granarolo. Insomma le lotte dei facchini di questa primavera hanno indicato una strada preziosa nell’Italia del razzismo dilagante e dell’anticomunismo viscerale: superare le divisioni e le frammentazioni etniche e culturali per concentrarsi sulla vera divisione che spacca sempre più la società, quella tra sfruttati e sfruttatori. I diritti sono il risultato di rapporti di forza e l’unico modo per rafforzare la miserevole condizione dei diritti in questo paese e avviare un ciclo di riscatto sociale è solidarizzare con chi lotta, contribuendo così a dar voce a nuove esperienze di lotta dal basso da legare in un nuovo ciclo rivendicazioni di più ampia portata. 10 Disegno di Eleonora Bellucci

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Immigrazione e antirazzismo, tra istituzioni e associazionismo A cura di Simone Ferretti, responsabile politiche per l’immigrazione Arci Toscana. Il quadro nazionale non tende a variare rispetto all’incisività relativa alle politiche collegate al tema dei migranti. Nonostante le elezioni dello scorso febbraio, è sotto gli occhi di tutti che le incertezze della situazione politica restano. La scelta di creare un dicastero dedicato ai temi dell’Integrazione, così come il momento inedito e dirompente generato dalla nomina di una donna ‘di colore’, hanno sicuramente dato un segnale forte sul piano culturale, in grado di indicare una strada diversa da quella percorsa dal nostro Paese negli ultimi anni. Ma al tempo stesso, le politiche del settore dell’immigrazione non compaiono come priorità nelle dichiarazioni programmatiche del governo. Sicuramente, vanno giudicati in maniera positiva alcuni indirizzi sul piano delle procedure per il riconoscimento della cittadinanza. Restano però al di fuori della discussione, le questioni centrali della disciplina sull’immigrazione che, per l’Arci e tante altre organizzazioni, andrebbero stravolte. Molte delle norme sulla condizione dello straniero, in particolare quelle che derivano dalla cosiddetta Legge Bossi-Fini (189/2002) sono oramai da aggiornare rispetto alla situazione reale del nostro paese, anche a seguito di numerosi interventi della magistratura nazionale e europea. I temi principali che dovrebbero essere al centro del dibattito sono quelli collegati alla cittadinanza, alle norme per l’ingresso e il soggiorno per inserimento nel mercato del lavoro (con l’eliminazione del contratto di soggiorno e l’introduzione di un permesso per ricerca di lavoro); l’introduzione dell’elettorato attivo e passivo nelle elezioni amministrative per gli stranieri lungo-soggiornanti, un progressivo trasferimento delle competenze agli enti locali. Sullo ius soli, per esempio, sappiamo che in questo Parlamento sono state depositate circa 20 proposte di legge. Oltre, almeno per ora, non si va. Si nota, poi, il nervosismo del centrodestra italiano e della Lega di fronte a semplici e leggeri cenni a un cambio di indirizzo delle politiche seguite sino a ora. Si nota, ancora, l’ambiguità di alcune forze, presenti alla Camera e al Senato, anche tra quelle che si autodefiniscono come autentici rappresentanti del cambiamento. Discorso a parte merita il diritto d’asilo, per il quale oggi in Italia non c’è un quadro legislativo definito. La normativa in vigore è frutto del recepimento delle direttive europee in materia e di una serie di provvedimenti parziali che mostrano periodicamente i loro limiti e le contraddizioni di un modello tutto rivolto a arginare gli abusi e non a riconoscere il diritto d’asilo. Una legge quadro, chiesta da tutti coloro che hanno competenze e esperienza in questa materia, consentirebbe maggior chiarezza e certezza del diritto, evitando situazioni come quella che vede oggi la gestione dei flussi di richiedenti asilo e la loro accoglienza, in continua evoluzione e subordinata all’evolversi degli eventi. Questo, crediamo, sarà il quadro entro il quale riprenderà l’attività dopo l’estate. E per questo sarà ancora fondamentale far sentire la voce dei territori, attraverso l’azione dei Comuni e dell’associazionismo che assieme a loro è impegnato sui temi dell’accoglienza e dell’integrazione. Immagine tratta da www.arci.it 11

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Sciopero dei migranti, l’esperienza del Primo Marzo Articolo di Daniele Frigerio, Associazione Giù Le Frontiere Finché ci saranno in giro per l’Italia persone convinte che il trattamento riservato dal nostro Paese ai migranti sia meschino e poco intelligente, oltre che ingiusto e disumano, Primo Marzo c’è ancora. Perché Primo Marzo è prima di tutto un idea di come dovrebbe crescere ed essere la società di domani: La contrapposizione tra «noi» e «loro» , «autoctoni» e «stranieri» è destinata a cadere, lasciando il posto alla consapevolezza che oggi siamo «insieme», vecchi e nuovi cittadini impegnati a mandare avanti il Paese e a costruirne il futuro. Così recitava il manifesto del 2010 che, in nome del riconoscimento dei diritti dei migranti, aveva chiamato allo sciopero, con l’obiettivo di far toccare con mano anche il peso economico della loro presenza. Uno sciopero vero, su scala testimone dei fatti come si sono svolti fino ad oggi. In ogni caso, l’idea di ricorrere ancora a questo strumento di lotta, declinandolo anche in maniera differente e creativa (sciopero dei consumi, sciopero della parola...) non è mai stata abbandonata. Primo Marzo resta una rete molto informale, legata principalmente a gruppi e territori che, dopo la prima edizione, sono rimasti collegati in un coordinamento nazionale, e ad altri gruppi e associazioni che, anno dopo anno, si sono unite, sottoscrivendo l’appello per il Primo Marzo, un documento, che viene modificato ogni anno, e che si focalizza sulle questioni cruciali che riguardano il tema immigrazione: abrogazione della Bossi-Fini; cancellazione del reato di clandestinità; chiusura dei CIE; revisione della legge sulla cittadinanza; dissociazione del permesso di soggiorno dal contratto di lavoro, etc… Sono tutti temi che, purtroppo sono ancora sul tavolo. Dopo l’approvazione della Carta mondiale dei migranti, avvenuta a Gorée in febbraio del 2011, in margine al Social Forum di Dakar, la visione di Primo Marzo si è arricchita del tema della libera circolazione delle persone e di quello dell’abolizione delle frontiere e della parificazione dei diritti tra migranti e autoctoni. Per questo, e per garantire la continuità, a novembre del 2011 è stata creata l’associazione Giù Le Frontiere – per un mondo senza muri. Tra le sue finalità prioritarie: portare avanti gli obiettivi culturali di Primo Marzo e convocare la mobilitazione annuale. Ma Primo Marzo non è solo questo. È impegnato in campagne molto importanti dal punto di vista culturale e operativo (come l’Italia sono anch’io, promossa dall’Arci, e LasciateCientrare per il diritto a essere informati su cosa accade realmente nei CIE), ha sostenuto e sostiene Corriere Immigrazione, testata on line che da un anno rappresenta un luogo trasversale di informazione e confronto sull’immigrazione. Ha promosso la Carovana dello Ius Migranti e il Festival della libera circolazione che si è conclusa a Matera il 20 luglio 2013 dopo aver fatto tappa a Foto di Davide Barbera nazionale, non è stato mai fatto, ma a livello locale sì. Da questo punto di vista vari sindacati di base e la FIOM hanno saputo dimostrare maggiore coerenza rispetto alle grandi centrali sindacali. La questione non era tanto se i lavoratori migranti avrebbero incrociato le braccia o meno, ma se gliene sarebbe stata data la possibilità, offrendo la copertura necessaria all’astensione dal lavoro. Non ho nulla contro i sindacati, sono semplicemente 12

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Sciopero dei migranti, l’esperienza del Primo Marzo Bolzano, Bergamo, Modena, Nonantola, Bologna, Firenze, Sorrivoli in provincia di Cesena, Pescara, Roma, Caserta, Bari e Altamura. Le conclusioni degli Workshop di Matera sulle frontiere, la cittadinanza e il lavoro a cui hanno partecipato diverse associazioni, costituisce una piattaforma di sintesi in grado di offrire una base di rilancio per l’auspicabile convergenza delle associazioni e dei movimenti antirazzisti italiani, soprattutto in questo particolare momento in cui, per la prima volta nel nostro paese, una cittadina italiana di origine africana è diventata ministro della Repubblica: Cecile Kyenge Kasetu, già portavoce della rete Primo marzo e presidente dell’associazione Giù le frontiere. L’urgenza che sentiamo in questo momento è soprattutto di far crescere la convergenza dialogando con tutti i soggetti associativi e istituzionali che ritengono venuto il momento di passare dalle parole ai fatti anche se siamo consapevoli che l’attuale governo non è certamente il più idoneo.Tuttavia crediamo che la presenza di Cécile possa dare un forte impulso politico e culturale. Ma è necessario che, oltre alle manifestazioni di solidarietà di fronte agli insulti beceri ed avvilenti di cui è fatta oggetto, ci sia una mobilitazione dal basso, per riprendere con maggior determinazione gli obiettivi portati avanti in questi anni, creando unità e senza aspettare il primo marzo del calendario. Questa data dovrà restare come uno degli appuntamenti che marcano l’agenda italiana contro il razzismo, per una società inclusiva che sa valorizzare tutte le diversità e non si adegua alla “cultura dello scarto” e dello sfruttamento. Caril Férey Edizioni e/o, 2013 - € 18.00 Articolo di Alyosha Matella Autore di numerosi noir ambientati nei luoghi più disparati (dalla Francia profonda al Sudafrica post-apartheid, passando per le comunità maori neozelandesi e- come in questo casol’Argentina contemporanea), Caryl Férey è uno scrittore autentico e capace di volgere uno sguardo affilato e obliquo tanto alle zone d’ombra dell’animo umano, quanto ai mondi sociali che fanno da sfondo alle vicende narrate nei suoi romanzi. Mondi sociali che Férey descrive con una prosa ruvida, sconvolgente e mai neutra, ma sempre visceralmente e disperatamente schierata dalla parte dei deboli e dei subalterni: indios, ribelli irlandesi, aborigeni e dannati delle township sudafricane, sopravvissuti alle dittature militari… Seguendo il per- Mapuche corso delle loro cicatrici, lo scrittore dipana le sue storie, dotate di una rara capacità di indignare e commuovere senza scadere in retoriche manichee. In “Mapuche”, la sua ultima opera pubblicata in Italia, i protagonisti sono due reduci: Rubén Calderon, sopravvissuto alle camere di tortura della giunta militare e detective impegnato in indagini per conto delle madri e delle nonne di Plaza De Mayo, e Jana, artista precaria e giovane mapuche sbarcata nella grande Buenos Aires per motivi di studio e costretta a fare i conti con il crack del 2001. A partire dal ritrovamento del cadavere di un travestito amico di Jana, i destini di Jana e Rubén si intrecciano in un’indagine che li porta Nella foto la copertina del libro ad attraversare il Paese e a scontrarsi con una banda di ex militari, gorilla e vecchi arnesi del regime. Intorno alla corsa frenetica dei due protagonisti verso la verità si estende un Paese sfigurato dalla dittatura e precipitato nell’abisso della crisi economica. “Mapuche” è un’opera che conferma lo spessore ed il talento di Férey, erede di una tradizione noir francese sovversiva e irregolare, che da Léo Malet arriva fino a Jean Claude Izzo e Didier Daeninckx. 13

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Elio e le Storie Tese L’Album Biango Articolo di Alessandro Zabban Così come il celebre doppio disco dei Beatles del 1968, il nuovo lavoro di Elio e le storie tese è un disco dispersivo, pieno di alcune intuizioni brillanti ma anche di diversi riempitivi. Senza spingersi oltre nei paragoni, questa parodia del capolavoro beatlesiano si estende per 15 tracce senza modificare più di tanto le coordinate stilistiche del gruppo: un prog pop scanzonato e suonato a livello tecnicamente invidiabile a servizio di un’ironia multiforme che unisce l’elemento più propriamente demenziale col un sarcasmo da denuncia socio-politica semiseria. Così, Elio e le storie tese ci restituiscono anche stavolta una caleidoscopica - ma forse non così pungente come in passato - descrizione dell’Italia di oggi fatta di social networks (lampo), chat per conoscere ragazze ucraine (enlarge your penis), religione ed erotismo (dannati forever), tradimenti (amore, amorissimo). Dispersivo si diceva, sì e anche piuttosto disomogeneo perché, nella mediocrità generale, si elevano un paio di pezzi veramente geniali, fra i migliori del loro repertorio: uno pseudo- tributo agli anni settanta più Freak (come gli Area) e una esilarante, politically incorrect filastrocca sul concertone del Primo Maggio (il complesso del Primo Maggio). In ogni caso, forse un po’ troppo poco. Nella foto la copertina del disco Fotografia Sociale Workshop a Firenze, con Giulio Di Meo Programma Il corso sarà diviso tra una lezione teorica, due uscite fotografiche e due lezioni di editing, oltre allo sviluppo e realizzazione di un lavoro collettivo con le migliori foto dei partecipanti. Per tutto il programma vai su www.ilbecco.it. Presentazione Se dovessimo pensare ad una zona del centro di Firenze che possa essere definita come l’emblema della fiorentinità, non avremmo esitazioni a nominare San Frediano. Assieme a Santo Spirito, è il rione più importante d’Oltrarno. Percorrendo tutto Borgo San Frediano e le traverse di via de’ Serragli, tra Piazza del Carmine e Santo Spirito, possiamo cogliere quella tradizione che da sempre ha animato i quartieri popolari del centro cittadino in cui Vasco Pratolini ha ambientato gran parte dei suoi romanzi. Una tradizione che però rischia di essere travolta dall’onda che sta trasformando questa città ad uso e consumo di turisti mordi e fuggi. Negozi di grandi catene che rimpiazzano locali e centri culturali frequentati da chi a Firenze ci vive (come non citare la libreria La Cité, proprio in Borgo San Frediano, chiusa per “disturbo della quiete pubblica”) e norme e restrizioni che rendono sempre più difficile vivere e godersi questa meraviglia. Nell’agosto del 1944 l’Oltrarno fu protagonista di gloriose battaglie per la liberazione della città: chissà cosa direbbe Potente, comandante di brigata partigiana, se sapesse che i fiorentini, che avevano liberato la loro città da soli, oggi non riescono più a viverla nella sua meraviglia? Durante questo workshop proveremo a raccontare, attraverso i volti, le storie, le attività, l’affascinante 14 mondo che anima questo particolare angolo di Firenze. Sabato 28 e Domenica 29 Settembre 2013 Ore 10:00-13:00 e ore 14:00-18:00 (per i dettagli www.ilbecco.it) Sede delle lezioni Circolo Arci “Il Progresso” Via Vittorio Emanuele II, 135 - Firenze. Costo del workshop: € 150,00 Per informazioni ed iscrizioni: info@giuliodimeo.it

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