Il Becco - Anno 1, numero 0

 

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Pensavo fossero elezioni… e invece era televoto

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Nr. 0 - Maggio 2013 Pensavo fossero elezioni… e invece era televoto. copertina e disegni di Irene Polverini Le classi sociali e il web Intervista a Carlo Formenti Una lettura della crisi della sinistra italiana Il “populismo”: una categoria che oggi significa cose differenti Articolo di Luigi Vinci Il mondo del lavoro che cambia: sindacato e partiti Articolo di Leonardo Croatto e Dmitrij Palagi Francesco Moranino, il comandante «Gemisto». Un processo alla Resistenza Il Disco di Alessandro Zabban

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Editoriale Siamo convinti che non ci sia possibilità di fare politica se non si comprendono i meccanismi che muovono nel profondo la società, ossia se non si riescono a leggere i processi economici che determinano alla fine la busta paga e le condizioni di vita di ogni singolo cittadino. Siamo convinti che i modi di produzione, rispetto al ‘900, siano profondamente cambiati e che nell’incapacità di adeguamento al presente stiano parte delle ragioni che hanno portato alla sconfitta della sinistra italiana, in tutte le sue declinazioni (dal Partito Democratico al Partito Comunista dei Lavoratori, passando per la Lista Ingroia e SEL). Con questo primo numero cartaceo, legato al nostro quotidiano online attivo ormai da dicembre 2012, proponiamo uno tra gli strumenti che pensiamo possano essere utili alla ricostruzione di un’identità collettiva che si sta sgretolando, un’identità fatta di solidarietà fra lavoratori, di umiltà nel confronto fra idee e di estrema chiarezza di obiettivi e proposte. Lo facciamo senza pretendere di essere soggetto politico tra soggetti politici, provando a mettere insieme singoli che hanno sentito l’esigenza di proporre un livello di dibattito diverso dal solito, senza aver paura di tirarsi indietro. Ci interessano il confronto e la discussione, purché non resti tutto confinato in una stanza chiusa. L’applicazione di alcune idee vale quanto la teoria. Per questo la sostenibilità economica de Il Becco è un elemento imprescindibile. Non vogliamo vivere di “aiuti” da parte di sigle o attività diverse da quella editoriale. Ogni giorno pubblichiamo uno o due articoli sul nostro sito. Per 10 volte all’anno proporremo un cartaceo “da collezione”, per contenuti e forma, almeno nelle intenzioni. Partiamo da quello che è cambiato nel profondo. I lavoratori, in Italia e nel vecchio continente, sono sempre più isolati. Sono venuti meno i classici luoghi di aggregazione da cui partiva la politica italiana della Prima Repubblica. I partiti hanno scelto di spostarsi sul terreno dei media e dell’opinione pubblica, anziché continuare nella costruzione della partecipazione prevista dalla nostra Costituzione. Nel frattempo si sono avviati processi di rappresentanza territoriale (come ad esempio quello attuato dalla Lega Nord), e ci si è scandalizzati di chi, prima Di Pietro poi Grillo, sapeva usare al meglio i meccanismi del populismo. Come se il populismo non fosse una categoria complessa e articolata, che ha fatto della politica mediatizzata il suo terreno di gioco prediletto. La crisi della rappresentanza sta anche nell’incapacità di comunicare nel momento stesso in cui si sceglie il terreno della comunicazione come principale teatro dell’agone politico, ma coinvolge il venire meno della centralità del lavoro e la scomparsa, tra l’opinione diffusa, di categorie come quella dei “mezzi di produzione”. Non ci si interroga più seriamente sul ruolo dello Stato e pare che si debba decidere il modo migliore di adattarsi alla realtà. Noi siamo convinti che invece ci siano un Paese e un’Europa da cambiare, per cui vale la pena spendere il nostro tempo e le nostre (pochissime) risorse,tentando di mettere insieme tutti coloro che sono alla ricerca di una strada comune,dopo il disastro che ha disperso un’intera comunità. Troverete una proposta di ragionamento organico in queste 12 pagine, e molto di più sul nostro sito. Stiamo provando a osare, non solo a sognare. Contiamo sul vostro aiuto per dimostrare, nel nostro piccolo, che esiste la possibilità di un mondo diverso, fatto di interessi comuni da difendere e riaffermare. Indice Le classi sociali e il web Una lettura della crisi della sinistra italiana pag. 3 pag. 7 pag. 10 pag. 13 pag. 14 Il “populismo”: una categoria che oggi significa cose differenti Il mondo del lavoro che cambia: sindacato e partito Francesco Moranino, il comandante «Gemisto». Un processo alla Resistenza Il Disco di Alessandro Zabban

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Le classi sociali e il web Una lettura della crisi della sinistra italiana Intervista a Carlo Formenti, giornalista e professore di Teoria e tecnica dei nuovi media presso l’Università di Lecce; a cura di Dmitrij Palagi 1) In apertura al tuo libro “Se questa è democrazia”(1) hai scritto che il sistema dei media ha svolto un ruolo fondamentale nel passaggio dal modo di produzione fordista a quello attuale. Partiamo quindi dal capire in cosa è consistito questo passaggio? Fino a un recente passato l’economia occidentale si è fondata su un modo di produzione caratterizzato dalla standardizzazione di processi produttivi di tipo meccanico (catene di montaggio e robot), funzionale a un mercato che doveva sfornare beni di consumo durevoli, cioè prodotti di massa standardizzati. Poi c’è stato, in primo luogo, il passaggio a una tecnologia di tipo diverso, quella digitale, che sforna prodotti “personalizzati” (le virgolette sono d’obbligo perché parliamo in realtà di variazioni minime su modelli predefiniti dal codice informatico) e un mutamento delle gerarchie fra settori produttivi: a trainare la creazione di valore non sono più quelli legati ai beni materiali, bensì quelli che producono servizi innovativi. Si è inoltre prodotto un cambiamento radicale dell’organizzazione del lavoro: all’operaio massa (decine di migliaia di lavoratori concentrati in grandi fabbriche), è subentrata la fabbrica diffusa controllata dalla rete. Il sistema produttivo si decentra, articolandosi in lunghe catene di subfornitura. Per esempio Google, che è una delle imprese a maggiore capitalizzazione, ha poche migliaia di dipendenti. C’è quindi una diminuzione della forza lavoro concentrata in azienda, e un enorme aumento dei lavoratori che operano all’esterno: vedi la sproporzione tra i pochi dipendenti diretti di Facebook (o di Apple) e le moltitudini che lavorano nelle microimprese che sviluppano applicazioni per le piattaforme di queste e altre società (in compenso le grandi fabbriche risorgono nei Paesi in via di sviluppo). Questo modello non caratterizza solo l’industria high tech, ma si sta rapidamente diffondendo in tutti gli altri settori. 2) In Italia come si è sviluppato e che effetti ha prodotto questo cambio di modo di produzione? Non credo si possa dire che esista una via italiana al postfordismo. Si possono però individuare alcune specificità. I settori tecnologicamente avanzati sono relativamente poco sviluppati (non a caso Florida ha rilevato che la nostra “classe creativa” si aggira intorno al 15% della forza lavoro attiva, a fronte del 30% degli altri paesi ricchi europei). Inoltre il 90% del nostro sistema è fatto da piccole e piccolissime imprese non innovative, Il sistema dei distretti produttivi, di cui si ragionava trionfalmente negli anni ’90, ha iniziato ad adottare strutture reticolari solo da poco, e il suo modello fondato sullo sfruttamento di forza lavoro a basso costo è stato duramente penalizzato dalla concorrenza dei Paesi in via di sviluppo. Infine il terziario arretrato prevale su quello avanzato e investe poco sull’innovazione tecnologica. Passando a un altro discorso, abbiamo assistito a una drammatica riduzione della classe operaia industriale di tipo tradizionale e dei colletti bianchi che lavoravano nelle grandi imprese. Nel frattempo è cresciuta una enorme pancia costituita da piccoli imprenditori, artigiani e dipendenti di piccole e piccolissime imprese. Questi dipendenti hanno caratteristiche simili rispetto ai loro padroncini, per cui il tasso di conflittualità è relativamente basso perché ci si considera tutti nella stessa barca. Molte di queste realtà sono nate da processi di decentramento produttivo, come le tante piccole imprese fondate da ex capireparto dell’Alfa o della Fiat che arruolavano alcuni loro ex colleghi: nel nord est e nel nord ovest questa è stata la base sociale del successo della Lega: l’appartenenza territoriale ha sostituito l’appartenenza di classe, e i temi del movimento operaio hanno lasciato il posto alla “questione settentrionale”. (1)  Carlo Formenti, “Se questa è democrazia”, Manni Editore, 2009 3

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Le classi sociali e il web Disegno di Irene Polverini 3) Come si sono modificati invece i mezzi di comunicazione di massa? Il sistema dei media tradizionali in Italia è ancora forte, anche se i pubblici si stanno differenziando e stratificando per fasce generazionali e, in minor misura, per appartenenze regionali e di genere. Le fasce giovanili si informano quasi esclusivamente attraverso la rete. Non si tratta solo di trasmigrazione dalla lettura dei cartacei alle edizioni online dei quotidiani, ma anche di una modalità diversa di costruire il proprio menù informativo quotidiano. Molti non leggono neanche più le edizioni online dei media tradizionali, ma si informano seguendo i link degli “amici” di Facebook o Twitter che rinviano a singole pagine web. Per quanto riguarda le differenze regionali, va infine ricordato il fatto che l’utenza web è concentrata nei grandi certi urbani, soprattutto del centro nord. mazione e il partito votato una delle chiavi di lettura più efficaci delle elezioni del 24 e 25 febbraio 20132(2). Chi si informa prevalentemente attraverso i quotidiani vota centrosinistra, chi attraverso la televisione centrodestra, chi utilizza il web vota a schiacciante maggioranza Movimento 5 Stelle. Gli schemi troppo rigidi non mi convincono, tuttavia si tratta di una lettura a grandi linee condivisibile delle tendenze in atto. Ma credo che la cosa più importante da dire riguardi il fatto che viviamo ormai in un regime compiutamente postdemocratico, e non da quando internet ha iniziato a diffondersi come nuovo medium di massa: la crisi della democrazia rappresentativa è un processo già in atto da decenni. 4 4) Uno studio del Cise ha individuato nel legame tra il mezzo prevalente di infor- (2)  Articolo e dati consultabili: cise.luiss.it/cise/2013/03/20/unafrattura-mediale-nel-voto-del-25-febbraio/

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Le classi sociali e il web 5) Questo però sembra in contraddizione con il mito del web, come tempio della partecipazione. Se si resta al recente passato si dovrebbe riconoscere che consenso e fiducia verso l’offerta politica hanno sostituito la partecipazione effettiva. In un certo senso è così. Anche a causa dei processi di personalizzazione/ spettacolarizzazione della politica: ma occorre precisare che la colpa di tutto ciò non è dei media. Sono stati i partiti i primi a decidere di ritirasi dal territorio e a scegliere i media come terreno strategico del confronto politico. Richiamando la distinzione gramsciana tra propagandisti e agitatori, potremmo dire che i propagandisti (quelli che dicono molte cose a poche persone) hanno perso, mentre gli agitatori (quelli che dicono poche cose a molte persone) hanno vinto. Dal momento in cui i partiti scelgono il terreno dei media, ne devono infatti accettare le regole e sul terreno dei media vince appunto chi riesce a veicolare un messaggio estremamente semplificato a milioni di persone. Il cittadino si trasforma in consumatore-cliente. 6) Le responsabilità dei partiti sono all’ordine del giorno anche tra le polemiche quotidiane. Poco si parla invece della difficoltà che riscontrano le forze sociali e politiche nel coinvolgere attivamente i cittadini o anche i lavoratori, almeno dopo il Social Forum di Firenze del 2002. Ci sono diversi fattori che hanno contribuito a determina- re l’attuale situazione. In Italia abbiamo avuto un acme del movimento, cioè Genova 2001, un momento altissimo di scontro e, al tempo stesso, di violentissima repressione. Dopo c’è stato il riflusso: un’intera generazione politica è stata dissuasa dal riprovarci. C’è stata una perdita di coraggio nell’affrontare il confronto diretto con il potere. Alla crisi dei partiti è corrisposta una crescita quantitativa ma non qualitativa dei movimenti: viola, arancioni, girotondini e quant’altro, mentre i movimenti che hanno superato una determinata soglia di antagonismo sono stati immediatamente repressi. 7) Oltre alla repressione violenta, dopo Genova, c’è stata l’ennesima esperienza di governo di centrosinistra che ha deluso le speranze del paese, senza neanche riuscire ad arrivare a fine legislatura. I partiti di sinistra hanno subito un’ulteriore involuzione, una svolta ancora più moderata. Nel frattempo hanno cominciano a farsi sentire gli effetti di una crisi economica che morde nella carne viva dei cittadini, peggiorandone la qualità della vita e alzando il livello di conflittualità potenziale, anche se questa non trova espressione se non a livello episodico e locale (ed esempio il movimento No Tav). 8) Così si spiega il fenomeno 5 Stelle? Il Movimento 5 Stelle è il prodotto dell’incontro fra questa rabbia sociale diffusa e latente e il carisma di Grillo. L’innesco originario del fenomeno sta nelle minoranze dei “creativi” italiani che, come dicevo all’inizio, sono caratterizzati da una debolezza quantitativa e una certa ingenuità culturale. Il grande mito della rete è cosa degli anni ’90, tipicamente americana, da noi è sbarcato con grande ritardo, e proprio per questo conserva certi tratti naif (altrove c’è già stato modo di superare l’idea della rete come strumento che sarebbe di per sé in grado di “secernere” democrazia diretta e partecipativa). Uno strato minoritario e attivo di lavoratori autonomi di seconda generazione, privo di luoghi di lavoro in cui potersi riconoscere come classe, ha trovato in internet una inedita opportunità di aggregazione. Quindi, dopo che Grillo si è convertito alla religione del web, novello San Paolo sulla via di Damasco, ha trovato un guru capace di dare voce alla sua rabbia. Nel corso del tempo tuttavia, il movimento è andato al di là di questo stato nascente, ha arruolato strati sociali più ampi e si è trasformato in un fenomeno assai più complesso. 9) Il web come risposta alla richiesta di partecipazione mal si concilia però con quanto abbiamo detto fino ad ora. Potrei aggiungere che Il Movimento 5 Stelle ha forti analogie con le esperienze di Occupy Wall Street: stessa base sociale (anche se con specificità italiane) e stessa ideologia dell’orizzontalità. L’elemento differenziale è appunto il ruolo del leader carismatico: centrale in Italia, apparentemente assente negli Stati Uniti. Apparentemente, perché come tutti i sociologi sanno, l’ideologia dell’orizzontalità si accompagna sempre a meccanismi di concentrazione di fatto del potere decisionale. 5

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Le classi sociali e il web In America ciò è avvenuto in forme diverse, senza eleggere un “re” del movimento, in Italia Grillo ha potuto assumere questo ruolo anche grazie allo sprofondare del linguaggio della sinistra italiana nel moderatismo e nel piattume: il suo linguaggio politically incorrect gli ha permesso di dire alla gente quello che voleva finalmente sentirsi dire. Ci voleva un grande attore satirico per tornare a scaldare il cuore di un popolo deluso e disincantato dalla politica tradizionale. 10) Piuttosto che un superamento del ‘900 in avanti, sembra di assistere a un ritorno al passato, a ideologie dove ogni forma organizzativa è percepita come ostacolo. La retorica dell’uguaglianza sul web è un ritorno al passato? Parlare di ‘900 vuol dire parlare di tutto e del contrario di tutto: in quel secolo ci stanno i soviet russi, i consigli operai tedeschi del ’19, il ’68, la Resistenza. Però ci stanno anche le degenerazioni dei partiti, la loro riduzione ad agenzie elettorali, la svolta liberista della sinistra tradizionale, la conversione dopo l’89 al pensiero unico liberal-liberista. È quest’ultimo che mi interessa superare, mentre bisogna stare attenti a non buttare il bambino con l’acqua sporca quando si ragiona dell’utopia della prima metà del ‘900, con tutte le contraddizioni e gli orrori che l’hanno segnata. Ovviamente non c’è più da rifare il partito di Gramsci, ma non possiamo neanche pensare di costruire un’aggregazione dove tutti i soggetti conflittuali si equivalgono, dove conflitti di classe, diritti sociali e diritti civili, lotte per l’emancipazione femminile e lotte per la difesa dell’ambiente finiscono tutti sullo stesso piano, in un calderone dove ogni gerarchia e priorità viene neutralizzata. Faccio qualche esempio per spiegarmi meglio: In Ecuador la lotta delle lavoratrici domestiche indie per ottenere un salario minimo garantito e il riconoscimento di essere forza lavoro e non “serve”, è stata contrastata dalle deputate femministe di estrema sinistra; in Cina le donne della borghesia emergente urbana, impegnate nelle battaglie per l’ampliamento dei diritti civili, non esprimono alcuna solidarietà nei confronti dello spaventoso sfruttamento (associato a pesanti forme di oppressione di genere) cui sono sottoposte milioni di operaie cinesi immigrate dalle campagne per lavorare in fabbriche-carcere come la Foxconn. Ecco perché credo che vada riscoperta la priorità del conflitto di classe e della lotta per i diritti sociali. Un certo progressismo “politically correct”, così come la rivendicazione prioritaria di bisogni e desideri “immateriali”, che molti dei nuovi movimenti occidentali hanno messo in cima ai loro programmi, si sono rivelati armi formidabili nelle mani del neocapitalismo finanziario e digitale, il quale ha bisogno come ossigeno del fatto che la gente insegua derive desiderabili che si traducono in merci e servizi e quindi in profitti. Dobbiamo tornare a tracciare un chiaro confine amico-nemico, in assenza del quale non si ha lotta di classe: una lezione che va riscoperta e trasmessa con linguaggi innovativi alle nuove generazioni. 11) L’innovazione dei linguaggi appare un’impresa ardua quando si fa persino fatica a trovare, tra le nuove generazioni, chi comprenda la distinzione tra “classe in sé” e “classe per sé”. La prima cosa da recuperare è il grado zero, la consapevolezza dell’esistenza delle classi in sé come fenomeno sociale oggettivo, reale. La cultura postmoderna ha alimentato l’idea che la classe non esista come realtà in sé, ma solo come prodotto di una narrazione. Si tratta di una lettura perversa del concetto gramsciano di egemonia, in base alla quale si stabilisce l’assunto che solo una narrazione discorsiva possa generare un progetto di trasformazione politica. Si è così smarrita l’esistenza dura e pura della realtà sociale fondata sulla relazione di sfruttamento e dominio. 12) Nel 2009 hai scritto dell’ipotesi del Quinto Stato, oggi sono in molti suggestionati dal possibile ruolo dei lavoratori autonomi di seconda generazione. Sono stato il primo a evocare il concetto di Quinto Stato (una decina di anni fa avevo addirittura fondato un blog con questo nome) in un momento (siamo alla fine degli anni ‘90) in cui pensavo ancora che la classe creativa avrebbe potuto dare vita a una nuova avanguardia politica capace di allearsi con le altre classi subordinate. Ho già fatto autocritica in merito a tale illusione, perché l’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che non può essere questa una nuova “aristocrazia operaia”. 6

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Il “populismo”: una categoria che oggi significa cose differenti Articolo di Luigi Vinci Milano, 25 aprile 2013 In Europa è consolidato questo contenuto della categoria di populismo: si tratta della cultura politica e della pratica di formazioni di destra radicale, più o meno fascista. Si tratta quindi di pratiche altamente illiberali e di concezioni organiciste (corporative, razziste, ecc.) della società, della tendenza a individuare in questo o quel tipo di figura sociale un nemico da espellere o da distruggere, in quanto estraneo alla componente socio-culturale dominante e al retaggio storico vero o presunto dei suoi valori, del controllo delle risorse dello stato e dell’economia, allo scopo del consolidamento dell’integrazione organicista del corpo sociale, ecc. In America latina, nel corso soprattutto degli anni trenta, ma anche dopo la seconda guerra mondiale, entrò in campo un’altra variante del populismo, solo in parte contigua a quella europea. Fu portata da formazioni politiche guidate da leader a forte capacità carismatica, dette luogo a sistemi politici semi-autoritari, quanto meno di fatto; tuttavia la base popolare di questo corso (in Argentina, Brasile, Perù, ecc.) era data da classi popolari non prevalentemente passive ma fortemente mobilitate; il nemico era individuato nell’oligarchia tradizionale e negli Stati Uniti; la mobilitazione popolare aveva contenuti concreti di tipo materiale, la borghesia era diffidente, anche se ovviamente operava azioni di condizionamento e di recupero indiretto di potere anche politico. Questa differenza forse concorre a spiegare perché una nuova categoria di populismo sia sorta in America latina: in fondo questa parte del mondo è abituata, per così dire, a modificare il contenuto di categorie europee, in relazione ai propri accadimenti storici. Tra i teorici di questa nuova categoria campeggia l’argentino Ernesto Laclau (oggi però risiede in Gran Bretagna). Assieme alla sua compagna belga Chantal Mouffe egli ha scritto libri a parer mio importanti, tra i quali segnalo La ragion populista, tradotto in italiano. La posizione di Laclau, all’ingrosso, da un lato guarda al retaggio della riflessione gramsciana dei Quaderni del carcere: cioè al tentativo di Gramsci, decisamente innovativo nel quadro della III Internazionale del suo tempo, di considerare le classi popolari (operai, contadini, anche piccola borghesia) come suscettibili di essere raccolte politicamente, attraverso l’azione di un partito comunista e il ruolo culturale chiarificatore della parte progressiva degli intellettuali, non solo in una generica alleanza di interessi materiali, bensì in un “blocco” orientato a una prospettiva storica comune, quella dell’emancipazione dallo sfruttamento, diretto o indiretto, borghese e del socialismo. Già in Gramsci questo comportava, in via quanto meno logica, il superamento di limiti concettuali e strategici propri del marxismo sin dalle origini, tra i quali la grande diffidenza verso la massa contadina. In parte Lenin questo lo aveva corretto, ma non andando oltre la tesi della mera alleanza tra operai e contadini. E a ciò certamente Gramsci si era appoggiato, ma anche sviluppandolo: anche in quanto sollecitato dalla sconfitta dei tentativi rivoluzionari socialisti in Europa occidentale, sul finire della prima guerra mondiale, determinati anche dall’isolamento del proletariato nella società, parimenti sollecitato dal fatto che in Italia il proletariato industriale era una minoranza ridotta e nel sud la massa contadina povera era la larga maggioranza della popolazione. Così come Gramsci “forza” teoricamente Lenin, Laclau “forza” Gramsci, in particolare portando a critica teorica esplicita le posizioni del marxismo classico e i limiti teorico-strategici dell’esperienza della III Interna- 7

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Il “populismo”: una categoria che oggi significa cose differenti Foto di Davide Barbera 8 zionale. Infatti, detto sommariamente, Laclau evita di considerare fenomenologia secondaria, se non marginale o accidentale, quanto unisce i processi di partecipazione popolare di massa alla politica e la loro critica all’esistente politico tradizionale verificatisi nell’esperienza novecentesca delle classi popolari, quanto meno in Occidente e in America latina, cioè in un’area planetaria caratterizzata da forti determinazioni politiche e culturali comuni; e questo, inoltre, Laclau lo fa prescindendo dagli orientamenti politici e culturali di tali processi. In questo senso appaiono dunque populisti i fenomeni fascisti europei come quelli populisti anni trenta latino-americani come quelli socialisti nuovi in campo in America latina e, potremmo aggiungere, i fenomeni italiani Berlusconi, Lega Nord e Grillo, ammesso che quest’ultimo non sia essenzialmente effimero ma riesca a consolidarsi, cosa che ovviamente non sappiamo. Naturalmente, se ci si limita a dire così, si fa evidente il rischio di un discorso tutt’altro che teorico ma teso, alla moda giornalistica o accademica, di mettere assieme per esigenze tattico-politiche o di carriera cose solo superficialmente simili o contigue. Ma non è questo il caso di Laclau: egli invece individua nei processi socio-politici accennati dati costanti e, per così dire, “leggi” comuni del loro svolgimento che sono reali, che sono importanti, e la cui individuazione può quindi aiutare l’analisi politica contemporanea operata dalla stessa sinistra, soprattutto in frangenti caotici come quello in cui è precipitata l’Italia. Laclau colloca come “situazione populista” di base quel tipo di frangente politico-sociale nel quale la massa popolare sia sostanzialmente esclusa dalla determinazione del processo generale della società, soffra di condizioni massime di sfruttamento e di ogni prepotenza dai portatori di questo o quel tipo di potere, sia carica di una grande quantità di motivi di sofferenza e di malcontento e, per quanto possa sussistere un sistema politico articolato, constati come nessuna forza politica ne rappresenti le richieste, oppure constati che chi ciò faccia sia debole e non conti nulla. In una tale situazione, di conseguenza, la massa popolare è quasi completamente disorganizzata, ne è altamente disorganizzato e primitivo il ragionamento sulle cause del malessere e sugli obiettivi da perseguire, in quanto è disorganizzato e primitivo anche il ragionamento riguardo a chi siano i “nemici” e a quali siano gli ostacoli e le cose da fare. Il problema che obiettivamente in una tale situazione si pone è quello del superamento della disorganizzazione, intanto del ragionamento. Ciò avviene usualmente, constata Laclau, grazie all’iniziativa di un qualche tipo di figura politica, individuale o collettiva, partitica o non partitica, soggettivamente capace, al tempo stesso, di unificare l’idea che la massa popolare ha dei nemici e di unire in un programma di obiettivi coerenti, precisi e semplici le sue richieste eterogenee e i suoi motivi di malessere. Ciò porta a una “situazione populista” effettiva, in quanto capace di mobilitazioni su scala ampia e continuative, a

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Il “populismo”: una categoria che oggi significa cose differenti elementi ampi di organizzazione popolare, alla costituzione o al rafforzamento di organizzazioni sociali, sindacali, anche partitiche, ecc. Detto anche in altri termini, è quindi grazie all’irruzione nel quadro politico-sociale di una “figura”, spesso di un leader forte e identificato dalla massa popolare come “interno” a sé, dunque affidabile in toto e in via radicale, che dentro a una massa popolare incoerente e disorganizzata si innesca un processo di unificazione e di comune soggettivazione politica. E’ ciò che in tempi recenti hanno fatto Berlusconi e Lega e in tempi ancor più recenti ha fatto Grillo. Sempre nella storia italiana, è ciò che, a partire dal grande ruolo nella Resistenza, fece in Italia il soggetto collettivo PCI. Giova sottolineare come tutto questo sia accaduto nelle condizioni di un collasso della credibilità delle principali forze politiche precedentemente di governo e, anche, di opposizione, se c’erano, quindi di forze a vasto insediamento sociale, ovvero sia avvenuto a seguito della percezione montante e infine dirompente della separazione delle loro traiettorie, dei loro discorsi e dei loro comportamenti rispetto alle necessità e alle richieste popolari. A conseguenza logica immediata della sua analisi Laclau perciò pone come decisivo nella determinazione dell’orientamento del processo di soggettivazione politica popolare l’orientamento politico-culturale della leadership, e questo anche in quanto leadership carismatica, il cui rapporto con la massa popolare è attraversato (nei due sensi) da pulsioni che hanno base sia razionale che altamente emotiva. Se da un lato l’elemento irrazionale delle pulsioni appare “necessario”, dall’altro, cioè, è quanto determina la traiettoria socio-politica di fondo dell’intero processo. Il grande laboratorio politico latino-americano effettivamente ha mostrato, nella sua esperienza novecentesca e in questo primo scorcio di Duemila, l’ampiezza politico-culturale delle possibilità dei processi di soggettivazione politica in questione. L’Europa, a sua volta, ha mostrato quest’altra cosa: come nei frangenti di crisi sistemica e di conseguente collasso o semicollasso dei sistemi politici precedenti, la massa popolare tenda contemporaneamente a soggettivazioni divaricate, nel senso, esattamente, che un pezzo di questa massa, quella costituita dal lavoro salariato con tradizione organizzativa forte e con capacità di azione collettiva, radicalizza la sua posizione iniziale di sinistra in senso anticapitalistico, mentre la massa popolare dispersa, fatta di lavoro individuale, di piccolissima borghesia, anche di proletariato disperso o disoccupato, radicalizza la sua posizione (o si politicizza ex novo) andando verso la destra estrema. Attualmente il fenomeno Grillo appare un pasticcio di tutt’e due le cose: ma giova ricordare pure come anche il fascismo e il nazismo delle origini furono tali. Naturalmente questo non dice niente di preciso riguardo alla futura traiettoria del movimento di Grillo: tuttavia come tendono ad andare in Europa le cose in circostanze come quella italiana attuale è bene saperlo. Più in generale, è bene sapere quale sia la legalità, per quanto approssimativa e problematica, dei processi che avvengono in sede di classi popolari in presenza di grandi difficoltà materiali e della percezione della separazione radicale della “politica” e delle istituzioni dello stato dalle loro necessità e dalle loro Laclau colloca come “situazione populista” di base quel tipo di frangente politico-sociale nel quale la massa popolare sia sostanzialmente esclusa dalla determinazione del processo generale della società richieste. È bene saperlo, perché ci dice che per molti aspetti si tratta oggi a sinistra di ricominciare da capo, in quanto i tentativi di riforma interna di forze politiche viste come responsabili negative della situazione sono altamente improbabili di effetti di adeguata portata; e perché ci dice che tutto va fatto salvo che ripercorrere le strade culturali, pratiche e organizzative di queste forze. 9

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Il mondo del lavoro che cambia: sindacato e partito Articolo di Leonardo Croatto e Dmitrij Palagi Partiti e sindacati svolgono la loro funzione di rappresentanza su piani separati, questa distinzione di ruoli non fa però venire meno la possibilità di una visione politica comune, che in Italia ha permesso una storia unica in Europa: quella del PCI e della CGIL nel corso del ‘900. Ci sono alcuni temi in particolare che dovrebbero vedere un dialogo più forte tra i partiti di sinistra e la CGIL. Il modello di sviluppo, la politica industriale e il ruolo del lavoro come strumento di cittadinanza sono tra questi. Esiste, a nostro avviso, un limite a sinistra che caratterizza la fase attuale: la crisi di rappresentanza si accompagna ad una crisi elaborativa (decidere quale genera l’altra è un po’ la storia dell’uovo e della gallina) che porta a difendere modelli consolidati in passato anziché produrre riflessioni contestualizzate sul presente. In particolare sul lavoro, sembra che il “fortino” in cui ci siamo trincerati sia quello della fabbrica a tutti i costi, un modello, nelle proposte della CGIL ma anche dei partiti di sinistra, che immagina per il nostro Paese una ricostruzione dei comparti produttivi, e quindi una rigenerazione dei posti di lavoro, fatta top-down: un soggetto con ingenti quantità di capitale disponibile (pubblico o privato) deve essere stimolato a piantare nel nostro paese una attività che, di conseguenza, dovrebbe portare con se un numero consistente di posti di lavoro. Sembra, insomma, che la sinistra, politica e sindacale, non riesca a immaginare strategie diverse dal capitalismo ottocentesco e novecentesco: il padrone ricco e gli operai. C’è però una parte di società, la più giovane, che non vive più il passaggio dalla scuola al lavoro come una ricerca di un posto offerto da altri (non di rado per la convinzione, oramai diffusa, che il “posto di lavoro” come quello dei propri genitori non esiste più) ma come quel momento in cui con le proprie forze, in autonomia, si prova a dare forma all’idea di lavoro che ci si è fatti durante il percorso di studi, l’inizio di un’attività propria che, per quanto possibile, consenta di realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni. Tra alcuni quadri e delegati più giovani della CGIL, specialmente quelli che si relazionano con i settori della società di età media più bassa e di più alta formazione, è in atto un processo di riflessione su queste nuove dinamiche del mercato del lavoro, che investe anche il ruolo, la strutturazione e le modalità di azione del sindacato: posto che l’Italia sia un paese industriale, e questo nessuno lo mette in discussione, possiamo continuare ad escludere dalla rappresentanza sindacale quei lavoratori che hanno scelto una via autonoma rispetto alle classiche forme di lavoro dipendente? C’è ancora un divisione netta tra il professionista, il lavoratore autonomo e il lavoratore dipendente? Come si intercetta quell’area grigia di lavoratori tecnicamente autonomi che però non hanno le capacità di autotutela che avevano i lavoratori autonomi di venti anni fa? A queste domande ne fa seguito una molto più importante per quanto riguarda il futuro industriale di questo paese: nei documenti della CGIL si enfatizza, in maniera abbastanza rituale, il ruolo degli investimenti nella ricerca e nello sviluppo per il rilancio delle imprese (pur sapendo che le imprese lavoro come strumento di cittadinanza 10

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Il mondo del lavoro che cambia: sindacato e partito italiane hanno scelto da tempo la via della bassa manifattura e non quella dell’alta tecnologia); non è più realistico, vista la situazione oggettiva del nostro paese, un investimento per consentire ai singoli soggetti ad alta formazione l’attivazione, in senso professionale, del loro bagaglio di conoscenze? Nel deserto causato dalla crisi, qual è, insomma, il sistema produttivo che vogliamo ricostruire? Un paese “alla cambogiana”, fatto di fabbriconi (magari a capitale e proprietà straniera), in competizione con gli altri paesi manifatturieri del mondo, o un paese “alla californiana” che punta ad affiancare alla manifattura che esiste nuove attività ad alta tecnologia nel terziario avanzato, nelle professioni della creatività e nell’artigianato dell’immateriale? Nel paese europeo con il più alto mismatch tra titoli di studio e professione svolta, che, cioè, produce laureati che poi buttano alle ortiche i loro studi, non sarebbe più utile avviare una grande riflessione su come si riattivano quelle conoscenze che vengono oggi disperse? E, dal punto di vista del “posizionamento politico”, non è un grande salto a sinistra iniziare a pensare che ognuno possa diventare il proprio datore di lavoro, proprietario di quei mezzi di produzione che sono le sue conoscenze? Non è possibile immaginare una ricostruzione bottom-up fatta da tante piccole social enterprise messe in condizione di nascere e crescere? Che fine ha fatto il modello cooperativo che piaceva alla sinistra di una volta? È evidente che uno scenario del Questo modello non è ideale, nessuno propone un’utopia socialista versione 2.0 genere può far immaginare una grande competizione ed una disgregazione ancora maggiore di un mercato del lavoro che poi si ricondensa nel predominio del più ricco e del più forte, nelle dinamiche ormai note dei sistemi capitalistici. Questo modello non è ideale, nessuno propone un’utopia socialista versione 2.0, c’è invece una valutazione oggettiva dello stato del nostro Paese: i singoli, anche con capacità elevate, o sono schiacciati in un siste- Foto di Davide Barbera 11

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Il mondo del lavoro che cambia: sindacato e partito c’è la necessità di ripensare il tessuto produttivo come sistema più complesso e vario ma produttivo asfittico (e quindi costretti ad accettare condizioni di lavoro dettati dalla grande offerta di lavoratori e la disponibilità di posti di lavoro) o restano fuori. In questa valutazione è necessaria una riflessione, più politica e meno sindacale, sul ruolo della soggettività nel mercato del lavoro, se, cioè, un singolo può essere messo nella condizione di dare un contributo in piena autonomia allo sviluppo del paese o se l’unico modo per dare questo contributo è il diventare parte di una macchina controllata da altri, che annulla le individualità. C’è quindi una riflessione sul ruolo del pubblico e dell’intervento statale nella regolazione del mercato e della rete produttiva. Il ruolo della proprietà privata dei mezzi di produzione perde di senso in un modello dove non esiste più la necessità di un soggetto terzo tra la pianificazione e la realizzazione del prodotto (soprattutto di quelli immateriali). Questo modello non è in alternativa a quello dell’industria pesante. Anzi, è quello che ci permette di non dipendere da strutture transnazionali che disgregano progettazione (la parte del lavoro di qualità e a resa migliore) e manifattura. Capire cosa produrre e per chi produrre implica un ripensamento degli equilibri tra lavoro materiale e quello immateriale, ma fuori dalle illusioni di chi pensa che non ci sia più necessità degli operai, come di chi ritiene ininfluenti (e magari anche poco romantici!) i produttori della parte immateriale di un prodotto, o di beni immateriali tout court. Concretamente, sono due i livelli su cui sarebbe necessario attivarsi. Per quanto riguarda quello sindacale c’è la necessità di ricomporre questi lavoratori all’interno di un’organizzazione collettiva, che permetta la rappresentazione degli interessi di lavoratori non ascrivibili a categorie esistenti e con esigenze non riconducibili a quelle del subordinato. Sul piano politico c’è la necessità di ripensare il tessuto produttivo come sistema più complesso e vario, capace di riaffermare il ruolo del pubblico e dello Stato nella costruzione di nuove articolazioni più moderne che possano dare agibilità a quei laureati o diplomati che oggi se ne vanno a realizzare le proprie idee altrove o che, per restare, disperdono il loro capitale di conoscenze accumulato in anni di studio. Spostare il sistema di produzione su merci diverse, convincersi che non ci si può limitare (almeno non a lungo) a “costruire trattori” oppure a sperare che Gucci acquisti la Ginori. Creare un legame indissolubile tra formazione e lavoro, secondo una concezione stabilita dalla Costituzione, per cui studiare e lavorare sono attività legate alla realizzazione dell’individuo come parte di un sistema di relazioni sociali. Foto di Davide Barbera 12

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Francesco Moranino, il comandante «Gemisto». Un processo alla Resistenza Massimo Recchioni Deriveapprodi, 2013 - € 17.00 Articolo di Alyosha Matella A partire dalla caduta del muro di Berlino e dallo scioglimento del Partito comunista italiano, il Paese è stato investito da una pletora di opere di storici (spesso autonominati) aventi l’obiettivo di “fare luce” sulle cosiddette “pagine oscure” della lotta di liberazione nazionale. Nella maggioranza dei casi, tali lavori si sono contraddistinti soprattutto per la spiccata volontà di mettere in discussione la Resistenza al nazifascismo quale atto costitutivo della nostra democrazia e di ridurre (se non cancellare) l’abisso politico, etico e persino antropologico esistente tra chi combatté per l’affermazione di un ordine ferocemente liberticida e razzista e coloro invece che a quel progetto si opposero, anche a rischio della vita. Le vicende del confine orientale o della Volante Rossa e singoli episodi verificatosi nell’immediato e convulso secondo dopoguerra sono stati utilizzati, spesso con grande superficialità nel trattamento di dati e testimonianze, come clave per criminalizzare lo schieramento resistenziale (e in particolare i comunisti). Un’operazione di natura prettamente politica, in cui la riscrittura del passato si coniuga idealmente con il tentativo di cancellare, nel presente, le conquiste democratiche e sociali del movimento operaio e popolare. Massimo Recchioni si muove in aperta controtendenza rispetto a questa vague, analizzando con rigore e attenzione la vicenda di Francesco Moranino, il leggendario comandante “Gemisto” dei garibaldini biellesi e valsesiani, processato e condannato negli anni successivi al conflitto per atti di guerra e costretto per lungo tempo all’esilio in Cecoslovacchia. Ricostruendo il contesto in cui maturarono i fatti e ripercorrendo il dibattito parlamentare che accompagnò il processo, Recchioni fa chiarezza su un’operazione politica e giudiziaria organica al tentativo di contenere e reprimere le istanze di trasformazione sociale e di rinnovamento democratico scaturite dalla Resistenza e contrastanti con le volontà di restaurazione delle classi dominanti. L’opera di Recchioni ha inoltre il grande Nella foto la copertina del libro merito di restituire ai lettori un’immagine a tutto tondo di Moranino: attraverso una pluralità di fonti documentarie e orali, il comandante Gemisto, combattente antifascista e dirigente del PCI, appare ai nostri occhi, abituati ormai alle miserie del presente, come esempio nobile di una generazione di comunisti e “rivoluzionari di professione” del XX secolo che si spesero senza riserve nell’impresa- non conclusa- di costruire una società di liberi e di uguali. 13

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Il Disco di Alessandro Zabban Silence Yourself SAVAGES - Matador 2013 Continua in Inghilterra il revival della new wave. Continua con l’esordio al fulmicotone dei Savage, capaci di distinguersi grazie a un post punk rabbioso e genuino che vive degli umori funerei di gruppi storici della scena quali Joy division, Siouxsie and the Banshees e dei Bauhaus più abrasivi. L’elemento più peculiare di questo quartetto londinese sta nel fatto che, al contrario di molti artisti contemporanei in area new wave, quali Zola Jesus o Esben And the Witch, rinuncia a ogni richiamo all’etereo : il loro è un suono altrettanto ossessivo e cupo ma ben più muscoloso, pieno di riff rumoristici che richiamano in mente le deviazioni metalliche dei Wire e dei Killing Joke e – più recentemente - dei Pop 1280. Apprezzabilissimo per rimanere fedele allo spirito grezzo ed essenziale del post punk e per non scendere a compromessi con la wave da classifica di White lies e Killers, Silence Yourself è un raro esempio di integrità e furore. 14 14 Nella foto la copertina del disco

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Chi siamo Un gruppo di ragazzi impegnato nell’aggiornamento quotidiano di uno spazio di informazione e discussione (il sito www.ilbecco.it). Non siamo legati a nessun partito e a nessuna organizzazione. Molti di noi sono impegnati all’interno dell’Arci o dei partiti della sinistra italiana, ma da dicembre abbiamo deciso di dare una risposta alla necessità di creare uno spazio in cui muoverei fuori dalle macerie della politica italiana. Cosa facciamo Pubblichiamo ogni giorno nuovi contenuti su www.ilbecco.it. seguendo alcune vertenze lavorative, aprendo spazi di riflessione su temi diversi, fuori dalla contingenza o da scadenze elettorali. Ci siamo attivati per l’apertura di un locale Arci a Firenze, per creare uno spazio fisico che dia “corpo” al sito, attraverso concerti, presentazioni e le altre attività che riusciremo a organizzare. La buona volontà non basta Crediamo che non si possa delegare tutto alla buona volontà di studenti e giovani lavoratori.Tra i primi obiettivi che ci siamo dati c’è la sostenibilità economica di tutto quello che facciamo. Tutti i contenuti che offriamo sono disponibili gratuitamente sul nostro sito. Per sostenere le spese che affrontiamo, anche nell’aiutare i nostri collaboratori ad iscriversi agli albi di pubblicisti e giornalisti, offriamo un mensile cartaceo, dove proponiamo una serie di riflessioni tra loro organiche su singole tematiche: uno strumento graficamente “da collezione” e utile alle discussioni nei luoghi di studio e aggregazione. € 30 per 10 numeri: abbonamento annuale € 10 per 3 numeri: abbonamento trimestrale € 50 abbonamento sostenitore: 10 numeri e attestato di sottoscrizione Come sostenerci Fisicamente puoi contattarci per mail (info@ilbecco.it) o telefonicamente al 333 6185340. Per PayPal o con versamento su conto corrente: sul sito tutte le informazioni.

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