Famiglia Nostra GEN-FEB 2015

 

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Rivista di Congregazione

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RIVISTA DEI RELIGIOSI, DELLE RELIGIOSE E DELLA GENTE DELLA «SACRA FAMIGLIA» Rivista periodica anno 2015, Poste Italiane s.p.a. Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n 46) art. 1, comma 2 DCB (filiale di Bergamo) anno 96 - numero 168 famiglia Osservate la nostra 01 gennaio febbraio 2015 Santa Famiglia Osservate la Santa Famiglia 1

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EDITORIALE p. Gianmarco Paris Superiore Generale Cari amici lettori, questo nuovo anno ci offre molti cammini e eventi che arricchiscono e stimolano la vita delle nostre famiglie e comunità cristiane. Papa Francesco ha voluto dedicare questo anno alla Vita religiosa, invitando tutti i cristiani a comprendere e valorizzare il dono dello Spirito Santo ha fatto alla Chiesa facendo nascere nel quarto secolo una nuova forma di vita cristiana che è cresciuta fino ai nostri giorni. La Chiesa sta dedicando molte delle sue attenzioni e energie di evangelizzazione alla famiglia, affinché il Sinodo di ottobre possa dare frutti di nuova vita e evangelizzazione. Come Congregazione ci prepariamo a ricordare i duecento anni di nascita della nostra Fondatrice, Santa Paola Elisabetta Cerioli. Noi religiosi della Sacra Famiglia viviamo questi tre cammini come altrettanti fili che intrecciati formano una corda resistente: è la corda del nostro cammino di fede e di missione, che ogni giorno condividiamo con le famiglie, i bambini e i ragazzi dei nostri centri educativi e delle nostre parrocchie, in Italia, Brasile e Mozambico. Vi invitiamo a ringraziare con noi il Signore perché non pochi giovani, nelle tre parti del mondo dove ci troviamo, stanno dando passi importanti nel loro cammino di consacrazione al Vangelo e al Carisma cerioliano, come potrete vedere anche in questo numero. Altri ci piacerebbe invitare a conoscere più da vicino la nostra vita e a interrogarsi su quello che il Signore spera da loro. Famiglia Nostra 2 tiamo camminando con tutta la Chiesa per cercare come testimoniare meglio il Vangelo di Gesù per le famiglie e con le famiglie; stiamo vivendo l’anno della Vita religiosa, che ci chiama a comprendere e valorizzare sempre più la nostra vocazione in comunione con tutte le altre al servizio dell’Evangelizzazione. Questi cammini sono incastonati, come altrettante pietre preziose, tra due anniversari che ci parlano della nostra origine e ci invitano a diventare nuovi: abbiamo da poco celebrato 150 anni di vita della Congregazione maschile (e femminile, qualche anno fa); tra un anno celebreremo i 200 anni di nascita della nostra Fondatrice. Per ricordare nel tempo il passaggio giubilare della nostra Famiglia religiosa, abbiamo inaugurato una scultura bronzea della Santa Famiglia, collocata sul lato sinistro della Chiesa dell’Incoronata, sede della Casa generalizia della Congregazione maschile. Vi invito a meditare e pregare il mistero della Santa Famiglia seguendo le linee, le forme e i riflessi di questa scultura, pensata e realizzata con grande sensibilità dall’artista martinenghese Gregorio Cividini. In primo luogo mi colpisce la compattezza del gruppo: i tre personaggi sono ben uniti, formano quasi un unico corpo, avvolti da un manto che li protegge e dà loro forza. Eppure come sono tra loro diversi! La differenza radicale è tra la coppia e il bambino: il figlio di Dio venuto sulla terra, colui a immagine del quale è stato fatto il mondo, il Messia inviato a salvare il popolo dai suoi peccati, eccolo tra le braccia nascoste di questa coppia di sposi, resi genitori dalle parole di un angelo. Maria e Giuseppe sono diversi anche tra loro: avevano già iniziato il loro progetto di vita matrimoniale, quando la chiamata di Dio ha affidato a ciascuno una missione unica e misteriosa, diversa e complementare. Maria, quella di concepire un figlio per opera dello Spirito Santo, darlo alle luce e educarlo come madre; Giuseppe, quella di assumere la paternità di un figlio non suo, educarlo alla vita e alla fede come il proprio famiglianostra | Gennaio - Febbraio 2015 S

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LA SANTA FAMIGLIA ci accoglie nella sua casa primogenito. L’obbedienza al progetto divino ha permesso loro di formare una famiglia unita, ha permesso a ciascuno di essi di accogliere e amar gli altri, essendo pienamente se stesso e profondamente unito agli altri membri della famiglia. È grazie a questa unione che hanno potuto compiere ciascuno la sua missione. A loro chiediamo di aiutare noi religiosi e religiose a vivere uniti, come fratelli e sorelle, senza perdere la nostra identità e senza lasciarci rubare la comunità. Chiediamo loro di aiutare le famiglie del mondo a crescere nella comunione che rende possibile le scelte e i cammini di ciascuno. L’unione del gruppo famigliare non annulla la figura di ciascuno di essi: tra i volti di Maria e Giuseppe scende dall’alto un raggio di luce, una ferita di spada, un soffio dello Spirito, creando lo spazio necessario per ascoltare una Parola, per lasciarsi visitare da Dio, per rispettare le sue scelte. Questa luce, questa spada, questa parola arrivano dritte sul bambino, ricordandoci che viene da Dio e che riceve dall’alto la sua missione: essere la luce del mondo, annunciare la Parola di Dio, portare la spada che separa. Questo è lo spazio che permette a Giuseppe di “prendere Maria come sua sposa” senza “conoscerla come sposa”; è lo spazio che permette a Maria di entrare nella casa di Giuseppe come madre del Figlio di Dio e rimanendo per sempre la serva del Signore. Chiediamo loro di aiutarci, nella vita delle nostre comunità e famiglie, ad accettare le differenze che ci contraddistinguono, rendendole spazio aperto per lo Spirito di Dio, per la sua parola che feconda, che illumina. Il volto del bambino Gesù si scorge appena: quanto basta per essere attratti dalla sua espressione di fiducia e sicurezza. Dio non poteva mostrarsi più vulnerabile e più bisognoso di amore di quanto lo sia stato nel bambino Gesù, totalmente affidato alle cure di quell’uomo e quella donna semplici, e totalmente abbandonato nelle loro braccia materne e paterne. Su questo volto scopriamo la fiducia che Gesù adulto ci invita ad avere verso il Padre, quando ci esorta a diventare come bambini per entrare nel Regno. Risuona nelle nostre orecchie il salmo 131: “io sono tranquillo e sereno, come bimbo svezzato in braccio a sua madre”. Il bambino sta al centro del gruppo, dove si incrociano gli abiti e il cuore, le mani e la vita di Maria e Giuseppe. Quello che accade nella vita di ogni madre e padre, nella Santa Famiglia avviene in un modo umanamente imprevedibile Osservate la Santa Famiglia eppure profondamente vero e sentito da Maria e Giuseppe: quel figlio non appartiene a loro, è di Dio, è nato perché Dio vuole donarlo al mondo. Con il suo concepimento divino, la vita di Maria e Giuseppe è cambiata, non è stata più la stessa, non appartengono più a se stessi, né l’uno all’altra, ma appartengono a Dio. Il figlio di Dio per venire nel mondo ha avuto bisogno dell’amore di una famiglia: in questo modo, prima ancora di parlare e di annunciare il Regno, ci dice che troviamo la vita quando la doniamo ad altri e li aiutiamo a nascere, giorno dopo giorno, fino a che, a loro volta, diventino capaci di fare la stessa cosa. Chiediamo a Lui la forza di donare la vita: chiediamolo per i genitori dei propri figli, per gli educatori, per gli annunciatori del Vangelo, per i genitori dei figli di chi non c’è più o non è stato capace di assumere il compito di essere padre o madre. I volti di Giuseppe e di Maria non sorridono e non sono tristi: sono i volti della quotidianità, fatta di fiducia e di trepidazione, di domande e di segrete certezze. I loro occhi non sono diretti al bambino che portano in braccio, ma guardano lontano: osservandoli ci sembra di penetrare i loro pensieri e i loro sentimenti. Forse si chiedono come si realizzerà quanto l’angelo ha loro rivelato circa la missione di quel figlio. Maria e Giuseppe, guardando lontano; ci sembra che dicano alle centinaia di famiglie che passano di qui ogni giorno per chiedere il nostro aiuto nel difficile compito di educare i loro figli: “vivete come noi, fidatevi di Dio, lasciate che stia al centro della vostra vita. Come noi abbiamo accolto Gesù, così anche voi accogliete ed educate i vostri figli e tutti i figli dell’uomo che chiedono una famiglia per sentirsi amati e imparare ad amare.” 3

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UN ‘AGGIORNAMENTO CONTINUO’ PER LA FAMIGLIA DI OGGI di p. Alessandro Bergami Nella storia del Vangelo il primato spetta all’incontro, cioè alla creatività pastorale, non alla dottrina. Il Sinodo sulla famiglia tenutosi nel mese di ottobre, trasmette l’immagine di una Chiesa impegnata in un cammino di riflessione, come se il cammino fatto finora richiedesse un ulteriore approfondimento, in quella creatività che si traduce in un accompagnamento inteso non come formula, ma come discernimento verso un’attenzione più profonda. Un atto pratico per attuare quanto detto è porsi i quesiti, le domande giuste. Nella fatti specie all’interno della Relatio Synodi (la relazione finale sul Sinodo) è presente una domanda che precede le altre domande. Il miglior modo per non “tornare indietro” è stato quello di aprire all’integrazione più radicale. La non autosufficienza della Chiesa istituzionale rispetto alla Chiesa vivente e alla società aperta non poteva essere detta meglio che con questa “domanda delle domande”. Una “metadomanda” apre il lavoro intersinodale ad una interrogazione più radicale, più pudica. Eccone il testo: “La descrizione della realtà della famiglia presente nella RelatioSynodi corrisponde a quanto si rileva nella Chiesa e nella società di oggi? Quali aspetti mancanti si possono integrare?” Una domanda previa così formulata non chiude, ma apre. E’ quasi la carta di identità di una “chiesa in uscita”, anche nella sua espressione più alta. Così la Chiesa non rinuncia ad uscire, anche quando è nell’intimità della sua casa. Per evitare di tornare indietro, essa deve lasciare aperta la domanda delle domande. Una novità fondamentale che emerge è proprio la consapevolezza della necessità per la Chiesa di mettersi in discussione, senza limitarsi a stigmatizzare i mali della società contemporanea; come già ricordava il card. Kasper: «La Chiesa, che condivide le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini (Gaudium et spes, n. 1) viene sfidata da questa situazione» (Il Vangelo della famiglia, p. 8). Si tratta chiaramente di una ripresa delle dinamiche del Concilio, in cui, affrontando l’esigenza di un “aggiornamento” pastorale, si è scoperto che la dinamica dell’“aggiornamento” è costitutiva della Chiesa stessa. Mettersi in discussione è segno di vita e vitalità e apre alla possibilità di scoprire i luoghi in cui, pur nelle difficoltà sociali, culturali e concrete che le famiglie e le coppie sperimentano, lo Spirito è anche oggi in azione e 4 rende i propri segni disponibili per il discernimento. La ‘Chiesa in uscita’, come si diceva prima, può trovare la sua traduzione nella ricerca di una nuova sintesi che riarticoli dottrina, pastorale e pratiche, in una rielaborazione di un nuovo linguaggio. Il compito principale per meglio esprimere questo percorso è la ricerca di un nuovo linguaggio, non per trovare slogan più accattivanti, ma assumendo la radicalità del fatto che il linguaggio è ciò consente di riconoscere, comprendere e raccontare ciò che si vive e quale sia il suo senso. È questo il processo di “aggiornamento continuo” necessario alla Chiesa per poter continuare a compiere la propria missione, come papa Francesco non smette di ricordare. Il labor a cui la Chiesa è chiamata è allora quello di trovare un linguaggio che riesca a esprimere la verità della coppia e della famiglia non come un dato di fatto assodato e acquisito a cui adeguarsi, ma come un percorso che consenta di incrociare i cammini e le storie variegate e talvolta faticose di ciascuna coppia e di ciascuna famiglia. Questo implica che si riconoscano fino in fondo le difficoltà a intenderci quando usiamo termini quali matrimonio, coppia, fecondità, genitorialità, natura e, ovviamente, famiglia, per entrare più in profondità e con rispetto nelle diverse esperienze a cui si fa riferimento. Un esempio a tale proposito è quello che chiede di riarticolare la tradizionale distinzione tra matrimonio quale istituzione sociale e matrimonio come sacramento della Chiesa (cfr KASPER W., Il Vangelo della famiglia, p. 58). 
Non è scontato rendersi conto che affrontare lo sforzo di cambiare linguaggio fa parte del tentativo di guardare il mondo, le famiglie, ciascuna persona con lo sguardo di carità e misericordia che Francesco implora: egli invita non soltanto a fare delle carezze, a lenire i cuori senza cambiare nulla, ma ad avere il coraggio di mettersi in discussione in maniera radicale, anche a costo di perdere presunte “certezze” che forse tali non erano fino in fondo, facendosi portare dalla bellezza dell’esperienza proposta, coscienti che «le difficoltà non determinano l’orizzonte ultimo della vita familiare» (IL, Premessa). Il frutto sperato è quello di (ri)trovare un linguaggio in cui tutti possano riconoscersi e che permetta di (ri)costruire la comunità ecclesiale e sociale in tutta la sua varietà e ricchezza. 
 famiglianostra | Gennaio - Febbraio 2015

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BICENTENARIO DELLA NASCITA 1816 S. PAOLA ELISABETTA CERIOLI 2016 di p. Gianmario Monza, Responsabile della Casa di Spiritualità La maternità di Paola Elisabetta Cerioli prende forma soprattutto nella relazione con il figlio – Carlo - che visse fino a 16 anni, mentre gli altri tre morirono tutti entro il primo anno di vita (l’ultimo addirittura morì appena nato). Così scriveva il vescovo di Bergamo Bernareggi, in occasione della beatificazione di madre Cerioli, avvenuta il 19 marzo 1950: «Io non dubiterei infatti di dire dapprima, essere stata la vocazione propria della Cerioli, una vocazione alla maternità … la profondità del suo amore per i figli che il Signore le ebbe a dare, specialmente per il Carlino, la stessa nuova vocazione di fondatrice di una congregazione religiosa, da lei considerata come una “nuova famiglia” da surrogare alla prima, e gli orfani come “altri figli” da allevare al posto del suo, tutto sta ad indicare quanto aderente fosse alla sua natura la funzione materna». Lasciamo ora la parola a madre Cerioli, che descrive la sua stupenda relazione con il figlio Carlo: «Se sapessi quanti progetti io facevo su quel caro oggetto dell’amor mio! Quali pensieri passavano nella mia immaginazione! Quante sognate felicità io vagheggiava sul suo avvenire! .. Nelle belle sere d’autunno, io invitavo il mio Carlino ad ammirare la grandezza e la onnipotenza di Dio nelle bellezze della natura: poi lo conducevo a riflettere alle gioie di cui godrebbe un giorno in cielo, esclamando: Oh! quando saremo lassù a passeggiare sulle stelle!… Se tanto è bello questo cielo veduto qui, che cosa sarà del Paradiso?... Oh! mio Carlo verrà il tempo che ci troveremo colà, e vedremo e godremo il nostro Dio e Padre amorosissimo... Così commossa gli stringeva la mano, perché penetrasse il mio pensiero. Il mio Carlo mi comprendeva assai bene, e si inteneriva fino alle lagrime» E poi dopo avere descritto «quelle mille cure ed attenzioni che solo una madre conosce», così prosegue: «Quante volte non piansi di gioia!... Mio Dio, perché togliermelo?... Perché darmi tante consolazioni per rendermi ancor più amara questa perdita?... Era la più felice delle madri, ed ora?... Carlo, come generalmente tutte le anime da Dio dotate di sentimento, amava e gustava le bellezze della natura: e dove trovarne una più bella e più sorprendente e che più risvegli la nostra immaginazione d’un bel cielo sereno in una sera d’autunno? Appunto in queste dilette sere, Carlo, m’invitava ad andar passeggiando pel nostro giardino: la vista spaziava pel firmamento, e contemplando quel numero sì grande e sì variato di stelle, quel quadro immenso della natura, esclamava: Non è vero, Carlo, che i cieli narrano la gloria di Dio? Oh! io non invidiavo nessuna Madre: avrei voluto che tutte, tutte fossero state presenti alla mia felicità». 5 200 200 NATA PER DIVENTARE MAMMA BICENTENARIO DELLA NASCITA 1816 S. PAOLA ELISABETTA CERIOLI 2016 Il nostro padre generale, con un messaggio in occasione della solennità liturgica della nostra madre fondatrice, ci invita a volgere l’attenzione del nostro cuore ad un anniversario prezioso: il 28 gennaio 2016 celebreremo 200 anni esatti dalla nascita di Santa Paola Elisabetta, fondatrice delle Congregazioni maschile e femminile della Sacra Famiglia di Bergamo. Per prepararci a questa data, attraverso le pagine della Rivista di Congregazione, desideriamo presentarvi ancora una volta la santità di questa donna, evidenziando alcuni suoi tratti peculiari: la sua esperienza di madre; il suo diventare “nuovamente madre”; l’esperienza della sua “nuova famiglia” e infine alcuni tratti della sua pedagogia. Osservate la Santa Famiglia

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Carlo si ammalò e intuendo che non sarebbe guarito così disse a madre Cerioli: «“Non attristiamoci troppo, cara mamma: tu pure fa un sacrificio a Dio dell’unico tuo figlio”. “Ma che farò io qui sola senza di te?”. Carlo rispose: “Oh! il Signore ti darà altri figli”. Da quel punto fino alla di lui morte restai come impietrita. E’ impossibile descrivere quale mi trovassi in allora solo Iddio lo sa … Ma pure il momento fatale era giunto in cui la morte strappò dalle braccia di Costanza quel tesoro, Carlo spirava tranquillo e quieto nella fresca età di soli anni 16 il giorno 16 gennaio dell’anno 1854. Sentiamo Ella stessa: “Nell’istante in cui mio figlio spirava mi balenarono alla mente le parole pronunciate da lui poco prima della sua morte: e in questo punto la triste impressione avuta dalle parole di Carlo, cioè che il Signore mi avrebbe dato altri figli, si mutò apportandomi nel momento della sua morte grande conforto e sollievo». Inizia a questo punto un lungo e travagliato cammino per madre Cerioli, che a fine 1854 resterà pure vedova: l’illuminata e sapiente guida del vescovo di Bergamo mons. Speranza, e di mons. Valsecchi, le faranno scoprire e concretizzare quella che risultò una vera e propria profezia da parte del figlio Carlo, una concretizzazione che passerà dall’idea originaria di donare tutti i suoi beni per un orfanatrofio in memoria di Carlo, a cui altri avrebbero provveduto nella cura educativa, ad essere lei stessa coinvolta, come nuova madre, dedicata ad offrire amore ai bambini poveri che bussavano al suo palazzo. Così racconta una delle sue prime compagne: «tutti i fanciulli mendici che venivano a chiedere elemosina alla sua porta, voleva le fossero presentati, e vistili luridi e macilenti, li introduceva nel palazzo ove tutta giuliva si metteva loro attorno, richiedendoli del loro stato e di quello delle loro famiglie, indi aiutata dalle domestiche li svestiva, li puliva dalle immondezze, e rivestitili di nuovi indumenti, che teneva preparati a quest’uopo, li pasceva e li rimandava lieti e soddisfatti, mentr’Ella piena di gioia esclamava: “Oh! vedi, abbiamo dato la vita a queste povere creature. Non sembrano più quelli. Oh! potessimo tenerli qui noi ora che sono sì bene puliti! Poverini, eglino non hanno alcuno che li curi: sono orfani: eppure sono figli di uno stesso Padre: sono nostri fratelli!”. DATE E TAPPE DELLA SUA VITA Costanza Onorata nasce a Soncino (Cr), il 28 gennaio 1816, ultima dei sedici figli della nobile famiglia Cerioli. Dal 1826 riceve per cinque anni educazione e istruzione nel monastero delle Visitandine di Alzano Lombardo. Nel 1835 sposa, su indicazione dei genitori, il nobile vedovo Gaetano Busecchi Tassis, di cinquattotto anni, e vive per diciannove anni nel palazzo di Comonte di Seriate. Nel 1854 perde l’ultimo dei quattro figli che ha generato, e poco dopo rimane vedova. Inizia un difficile cammino di ricerca della volontà di Dio che la porterà ad accogliere in casa alcune povere figlie abbandonate della campagna, maturando l’idea di fondare una nuova famiglia religiosa che porti avanti questa missione. Nel 1858 diventa religiosa assumendo il nome di suor Paola Elisabetta. Il 24 dicembre 1865 muore a Comonte, all’età di 49 anni, dopo sette anni dall’inizio dell’Istituto femminile e quando da solo due anni aveva dato inizio ad una famiglia di fratelli per l’accoglienza e l’educazione dei bambini orfani della campagna. Il 19 marzo 1950 papa Pio XII la proclama beata e il 16 maggio 2004 San Giovanni Paolo II la proclama Santa. La Chiesa Cattolica celebra la festa di Santa Paola Elisabetta Cerioli il 23 gennaio 6 famiglianostra | Gennaio - Febbraio 2015

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RELIGIOSI ‘SVEGLIATE IL MONDO!’ L’ANNO DELLA VITA CONSACRATA di p. Antonio Consonni Papa Francesco ha indetto per il 2015 un anno dedicato ai religiosi e religiose, ricordando il 50° anniversario della Costituzione dogmatica Lumen gentium e del Decreto Perfectae caritatis. La vita consacrata è un aspetto della Chiesa, come ha scritto lo stesso papa nella lettera rivolta ai consacrati: . Nella Chiesa, dunque, insieme ai preti e ai laici, ci sono i religiosi e le religiose: uomini e donne che, affascinati dallo ‘sguardo’ di Gesù su di loro, hanno scelto di mettersi sui suoi passi, dentro le storie del mondo. Lo fanno con uno stile particolare di vita: vivono insieme come ‘fratelli’ e ‘sorelle’ (nella vita comunitaria), nello stile del celibato e della verginità (il loro amore è Gesù e l’altro), in povertà (dipendendo in tutto dal Padre dei cieli mettendo in comune i soldi e vivono in sobrietà) e obbedienti (al Padre dei cieli e al fluire della vita). Nei secoli questa vocazione ha assunto forme e stili diversi, affermandosi come avanguardia della Chiesa e dando alla società il prezioso tesoro della fede in Gesù, e anche oggi continua a proporsi come una utopia possibile, nel segno della fede, in particolare per i giovani. Anche la nostra Congregazione esprime uno stile particolare di essere religiosi e religiose, indicato da Santa Paola Elisabetta. Il superiore generale, p. Gianmarco, ci ha fatto una proposta interessante: vivere questo anno nel segno di un incontro sempre più forte tra consacrati e famiglie. Così scrive: . Perché questo anno diventi un’occasione di rinnovamento per la vita religiosa Sacra Famiglia e per la Chiesa in cui essa vive e opera, si potrebbero considerare queste semplici esperienze. La prima è quella di leggere la Lettera ai Consacrati di papa Francesco che offre spunti profondi per comprendere il senso della Vita Religiosa nella Chiesa. La seconda esperienza è di incontrarsi tra religiosi e cristiani delle Chiese locali per raccontare la varie esperienze di vita religiosa che fecondano le nostre Diocesi, per riscoprire insieme il valore evangelico della nostra vita fraterna, celibe, in obbedienza e povertà. E ciò coinvolgendo anche i giovani. Una terza esperienza ce la suggerisce ancora p. Gianmarco: . 7

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La Regione brasiliana e l’Area Italia-Svizzera dalla Congregazione hanno realizzato nel dicembre scorso le loro Assemblee annuali Come per ogni famiglia, anche per la nostra Congregazione è importante ogni tanto fermarsi e verificare il cammino. questo si cerca di vivere come fratelli. Non sempre riusciamo, lo sapete bene. Molte volte sbagliamo, perché siamo peccatori, ma si riconosce di sbagliare, si chiede e si offre il perdono. Negli incontri di dicembre abbiamo toccato con mano ancora una volta che vivere da fratelli in comunità è per noi una grazia, anche quando ci sembra di sentire più le difficoltà che la bellezza. Non sempre è facile, non sempre è possibile: ma sempre è un cammino che ci chiama a uscire da noi stessi per andare verso l’altro. È questo il cammino tracciato nel Vangelo, è questo il cammino che ci permette di essere missionari, cioè inviati. La nostra Fondatrice ci ha lasciato come modello su cui costruire la nostra vita comunitaria la Santa Famiglia di Nazaret. Questo ci fa sentire in profonda comunione con tutte le famiglie che incontriamo ogni giorno nella nostra missione. La nostra vita di fratelli in una comunità e la vostra vita di famiglia sono due cammini che, anche se diversi per molti aspetti, possono e devono illuminarsi e sostenersi a vicenda. Noi vediamo in molti genitori l’esempio di uomini e donne dedicati per amore alla grande missione di educare i figli, di far bello il mondo facendo crescere persone amate e per questo capaci di amare. Noi vorremmo dare a voi l’esempio di persone che, sentendosi amate da Gesù, formano una famiglia che va oltre i legami del sangue, per diventare casa accogliente per chi ha bisogno di essere ascoltato e rafforzato, per chi non è stato amato abbastanza, per chi cerca la fonte della vita. Durante quest’anno si farà più forte in tutti noi la convinzione che non possiamo crescere, religiosi e famiglie, se non convidivendo le nostre fatiche e le nostre gioie? COMUNITA’ IN CAMMINO Per questo motivo annualmente i religiosi delle nostre comunità si riuniscono per alcuni giorni di convivenza fraterna, di preghiera e di riflessione, in ognuna delle parti del mondo dove siamo presenti. All’inizio di dicembre si sono riuniti i religiosi del Brasile, mentre alla fine dello stesso mese si sono riuniti i religiosi dell’Italia-Svizzera. L’aspetto che abbiamo scelto per la riflessione e la condivisione è stata la chiamata a vivere come fratelli nella comunità religiosa. Infatti come religiosi collaboriamo alla missione della Chiesa svolgendo varie attività nel campo pastorale e educativo non ognuno per sé, ma dentro una comunità e grazie alla comunione e alla collaborazione che cerchiamo di vivere nella comunità. Siamo consapevoli che la vita comunitaria è una parte fondamentale della vita che abbiamo scelto: viviamo nella stessa casa, condividiamo i beni spirituali e materiali, ci impegniamo a dipendere gli uni dagli altri e tutti insieme dalla volontà di Dio, accogliamo il servizio di guida dei superiori e collaboriamo a un progetto apostolico comune che si ispira a quello che Santa Paola Elisabetta ha vissuto e ha accolto dallo Spirito Santo. Quest’anno le parole del papa Francesco ai religiosi sono state per noi conforto e stimolo a rinnovarci. Egli dice a tutti i cristiani nella sua esortazione Evangelii Gaudium: Ai cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa. Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Mentre a noi religiosi dice: Oggi la cultura dominante è individualista, centrata sui diritti soggettivi. È una cultura che corrode la società, a partire dalla cellula primaria che è la famiglia. La vita consacrata può aiutare la Chiesa e la società intera testimoniando che è possibile vivere insieme con persone diverse per carattere, età, formazione, sensibilità… e nonostante 8 famiglianostra | Gennaio - Febbraio 2015

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DALLA PASQUA ALLA MISSIONE Di p. Vittorio Carminati, direttore La parola “quaresima” nasconde il numero quaranta, i giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri fino al giovedì santo, quando comincia il triduo pasquale. Il “tempo di Quaresima” si è formato lungo i primi cinque secoli della vita cristiana, a partire dal ricordo dalla passione, morte e risurrezione del Signore: durante la quaresima, con discipline penitenziali, si preparavano i peccatori alla riconciliazione, che avveniva la mattina del Giovedì Santo. A questo cammino di conversione dei peccatori fatta nella penitenza si è poi aggiunta l’ultima fase della preparazione di chi avrebbe ricevuto il battesimo nella notte di Pasqua, chiamati catecumeni. Queste esperienze millenarie sono state accolte e valorizzate dal Concilio Vaticano secondo, nel documento che dedica alla liturgia (Sacrosanctum Concilium). Al numero 109 ricorda “il duplice carattere del tempo quaresimale, che soprattutto mediante il ricordo o la preparazione del battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l’ascolto più frequente della parola di Dio e con più intensa preghiera”. L’esperienza battesimale non può dunque essere sradicata dalla sua origine pasquale e dal suo frutto maturo, che è la partecipazione alla missione della Chiesa, quella di “andare nel mondo intero, predicare il Vangelo ad ogni creatura, battezzandola nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Dunque essere battezzati vuol dire essere missionari! Ma davvero tutti noi battezzati-cristiani ci sentiamo missionari del Vangelo di Cristo? Papa Francesco, nella sua lettera Evangelii Gaudium (di cui cito alcune frasi tra virgolette), osserva “il rischio sempre incombente della tristezza individualistica che pervade il nostro quotidiano”, e tocca anche noi cristiani, al punto che “con le nostre facce da funerale sembriamo avere uno stile vita di Quaresima senza Pasqua”. Tutti dobbiamo metterci alla ricerca di “nuove strade, metodi creativi” che ci facciano vedere come tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita missionaria” , in uno stato di permanente conversione pastorale calibrata sulla missionarietà dentro le parrocchie, le comunità religiose e le organizzazioni di solidarietà. Dobbiamo concentrarci sull’essenziale, evitando una pastorale “ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere” per puntare dritti al cuore della missione Osservate la Santa Famiglia Valentin de Boulogne o Nicolas Tournier San Paolo scrive le sue lettere, 1620 circa che è “la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto”. Noi, se vogliamo essere veri missionari, dobbiamo riuscire a capire i meccanismi dell’economia attuale per poterli criticare, per denunciare l’ingiustizia di fondo che la regola e uccide e che fa prevalere “la legge del più forte e dove il più potente mangia il più debole”. Siamo arrivati a creare, senza accorgerci, una nuova cultura: quella dello scarto! Una volta gli “esclusi erano sfruttati” oggi invece gli esclusi son diventati “scarti, avanzi”che non servono a nessuno. Una nuova tirannia è riuscita a coniugare e divinizzare speculazione finanziaria, corruzione ramificata e evasione fiscale egoista! Come siamo arrivati fino a questo punto, quasi di non ritorno? “L’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita… che snatura i vincoli familiari”; abbiamo svuotato dal di dentro il valore del nostro essere con gli altri e per gli altri, producendo, in tal modo, un attacco senza pari alla famiglia e al valore dell’amore che la sostiene. Come potremo avere religiosi, suore, preti migliori che possano rispondere alla chiamata missionaria verso i popoli che hanno bisogno dell’annuncio del Vangelo, se prima tutti noi cristiani “non recuperiamo la coscienza della nostra identità e missione nella Chiesa? Ricordiamo che la nostra Chiesa è “cattolica”, cioè universale e quindi “ non dispone di un unico modello culturale, e proprio questo suo volto pluriforme” costruisce la bellezza del suo stesso esistere. Dobbiamo riprendere il cammino quaresimale della vita, dunque penitenziale e battesimale, se vogliamo rafforzare e vivere la nostra vocazione missionaria, a livello personale e comunitario, quella vocazione che punta dritto al cuore di Dio che è Cristo, che puntualmente ci riporta ai fratelli in un virtuoso circolo di amore. 9

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TRASFORMATO PER SERVIRE di p. Alexandre Surdi “Rallegratevi sempre nel Signore, Ve lo ripeto, rallegratevi” Fil. 4,4 La citazione che ho scelto, presa dalla lettera di San Paolo ai Filippensi, esprime bene la gioia che sento nel giorno della mia ordinazione sacerdotale. Questa gioia nasce dal fatto di potermi collocare interamente nelle mani di Dio e lasciarmi modellare dal progetto del Signore. Dall’uno al cinque dicembre mi sono raccolto nel ritiro spirituale, e ho potuto collocarmi nelle mani di Dio e lasciare che Egli parlasse al mio cuore. Con l’aiuto di padre Francesco, che mi ha accompagnato nella preghiera, ho potuto meditare sul valore del consacrato nella vita della Chiesa. Così, meditando, ho potuto percepire che i sacerdoti sono nel mondo come un immenso corpo di uomini chiamati e consacrati che, in un certo senso, caricano sulle loro spalle quotidianamente la vita della Chiesa. E questo mi ha portato a riflettere molto e ha creato in me anche una certa sana inquietudine. Ho percepito che il dono che stavo ricevendo avrebbe cambiato profondamente il senso della mia vita. Continuando nella preghiera ho percepito con maggior chiarezza che il Sacrificio eucaristico è per il sacerdote il centro e la radice di tutta la sua vita. L’eucarestia, cosi come la Parola di Dio, è il luogo privilegiato per fare un incontro personale e comunitario con Gesù Cristo, fonte per il discepolo e per la sua missione. Essa contiene, in sintesi, il nucleo del mistero della Chiesa. Con queste parole posso esprimere il significato di quel 6 dicembre, quando sono stato segnato con il sigillo del sacramento dell’ordine. Se tentassi di spiegare per scritto l’esperienza meravigliosa che ho vissuto, mi mancherebbero le parole. Tutto ciò che ho fatto per prepararmi, tutta la meditazione e la preghiera che ho svolto, ho potuto comprenderlo pienamente solo nel momento della mia ordinazione. La presenza di numerosi confratelli e amici, in questo momento, ha confermato, senza ombra di dubbio, che non sarò solo in questo ministero. Sono grato a Dio per le meraviglie che realizza nella mia vita; chiedo alla Vergine Maria che insieme al Padre interceda per me e chiedo alla nostra Fondatrice, Santa Paola Elisabetta, di accompagnarmi sempre. P. Alexandre Surdi è nato a Massaranduba (S. Caterina – Brasile) il 22 dicembre 1986. Dopo aver percorso il cammino della formazione iniziale, ha emesso la prima professione nel 2010 e nel 2014 quella perpetua. Il sei dicembre 2014 è stato ordinato sacerdote per l’imposizione delle mani di Dom Ottorino Assolari nella Chiesa della sua comunità parrocchiale. È stato inviato nella comunità di Peabiru (Paranà) come accompagnatore vocazionale e coadiutore parrocchiale. 10 famiglianostra | Gennaio - Febbraio 2015

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CONSACRATO E INVIATO, SULL’ESEMPIO DI GESÙ di Diego Gabriel Urbano de Almeida “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5) è stata la frase che ho scelto per ricordare la mia ordinazione sacerdotale. È l’inizio di un antico inno di lode a Gesù Cristo, che troviamo nella lettera di San Paolo ai Filippesi. Dopo averci invitati a conformare la nostra vita a quella di Cristo, Paolo ci ricorda che questo Cristo che seguiamo, pur essendo Dio, non si è aggrappato al suo essere uguale a Dio, ma si è spogliato, assumendo la nostra condizione umana e facendosi obbediente fino alla morte in croce. Questo inno a Cristo esprime bene quello che desidero e spero nell’assumere il ministero sacerdotale. Desidero esercitare questo servizio configurandomi giorno per giorno a Gesù, per essere la sua presenza in mezzo alla comunità, presenza semplice e umile e allo stesso tempo vicina, segnata da una consegna totale a Dio, servendo le persone alla quali sono inviato, affinché la persona di Gesù sia conosciuta e onorata mediante l’annuncio del Vangelo che potrò fare con la mia vita e le mie parole. Ricordo ancora bene la frase di S. Paola Elisabetta che ci accompagnava nella preghiera del Noviziato: “studiate Gesù e cercate di uniformarvi a Lui, ai suoi desideri, inclinazioni, alla sua vita”. Seguendo questo cammino voglio praticare l’invito di S. Paolo ad assumere gli stessi sentimenti di Cristo. La Parola di Dio della domenica della mia ordinazione ci hanno aiutato a comprendere il ministero del prete. Giobbe ci ricordava che la vita è un soffio, fatta di lotta e fatica: volersi aggrappare per non perderla è già perderla. Allo stesso modo, vivere il ministero del prete cercando onori è un grande equivoco. S. Paolo ci ricordava: “predicare il Vangelo non è per me motivo di gloria, è invece una necessità, un dovere; guai a me se non predicassi il Vangelo”. Paolo ci ricorda ancora che ha dovuto inculturarsi affinché il Vangelo potesse essere compreso da tutti. La pagina di Vangelo di quella domenica ci presentava Gesù che predicava a Cafarnao. La sua fama presto si diffonde, ma Gesù si sente chiamato ad andare altrove, perché sa che il Vangelo deve arrivare anche in altri luoghi. Sull’esempio di Cristo, per configurare la mia vita a Lui, in breve partirò per “altri luoghi”, perché è là che sono chiamato a predicare il Vangelo P. Diego Gabriel Urbano de Almeida è nato a Itapevi (San Paolo – Brasile) il 22 dicembre 1987. Dopo aver percorso il cammino della formazione iniziale, ha emesso la prima professione nel 2010 e nel 2014 quella perpetua. Il sette febbraio 2015 è stato ordinato sacerdote per l’imposizione delle mani di Dom Ettore Dotti nella chiesa della sua comunità parrocchiale. È stato inviato come missionario in Mozambico, nella comunità di Maxixe, come animatore della pastorale giovanile e vocazionale. Osservate la Santa Famiglia 11

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PELLEGRINI VENUTI DA LONTANO di Zulma Barossi, della Parrocchia di S. Ignazio Martire in Curitiba (Brasile) Dal 12 al 26 novembre scorso un grande gruppo di brasiliani, confratelli, consorelle e famiglie delle nostre parrocchie, ha visitato la Terra Santa e l’Italia, concludendo il pellegrinaggio organizzato dalla Congregazione per celebrare i suoi 150 anni di storia. Visita la Terra Santa è stato per me una delle più belle esperienze della mia vita. Ora, in casa mia, ci sono momenti in cui mi sento trasportata ai luoghi che abbiamo visitato; e tutto sembra reale, emozionante, vivo. Nella Grotta dell’Annunciazione sento la grandezza di Maria nel dire con fermezza il suo sì. Che sensibilità, che fede in Dio, che coraggio, che grandezza d’animo, quanto amore! Perché così ha permesso che Dio si facesse uomo per salvarci. Con la sua disponibilità e cooperazione è diventata la Corredentrice, la madre del genere umano, nostra madre. Un Dio si fa bambino, povero, e dorme tra gli animali, perché non c’era posto per lui a Betlemme ... E oggi, c’è spazio nel nostro cuore, perché rinasca e possa abitare in noi? La casa della Sacra Famiglia di Nazareth, una grotta semplice ma accogliente, mi ha fatto sentire il bambino Gesù che giocava, aiutava suo padre Giuseppe, era docile, obbediente e gentile con sua madre Maria ... Lí è cresciuto forte, e in grazia e sapienza ... Ha vissuto tutte le fasi che un essere umano vive ... Come non emozionarsi e non sentir battere forte il cuore in gola davanti alla grandezza di questo mistero? Diventato adulto, Gesù umilmente si è lasciato battezzare nel Giordano da Giovanni il Battista, mentre il Padre rivela: “Tu sei il Figlio mio prediletto! In te mi sono compiaciuto”. Riflettere sul battesimo e rinnovare il nostro in un luogo così speciale, è stato qualcosa di emozionante e memorabile. Gesù aveva circa 30 anni quando ha iniziato la sua vita pubblica, e in quegli anni il luogo più intenso sembra essere stato il mare di Galilea, dove Egli scelse i suoi primi discepoli e spesso insegnò alle folle che lo cercavano. Lì, abbiamo fatto una straordinaria esperienza: tutti sparsi sulla riva del mare, seduti sugli scogli o sistemati come era possibile, abbiamo accompagnato la meditazione di p. Gianmarco; per me, la sensazione era che lo stesso Gesù ci stesse parlando. E questo è successo molte volte in quei giorni, ascoltando la lettura e meditazione sui testi biblici. In Cana di Galilea, dove si è verificato il primo segno di Gesù, io e mio marito Arnaldo abbiamo vissuto un momento speciale perché abbiamo rinnovato simbolicamente, guidati da p. João Carlos, la nostra alleanza matrimoniale. 12 Abbiamo potuto rivivere il giorno delle nostre nozze che il prossimo gennaio completerà 48 anni. Ho sentito il mio corpo tremare di emozione in quel momento. È stato meraviglioso ... Anche la visita al Cenacolo è stata emozionante: lì Gesù ha fatto la sua ultima cena con gli apostoli, ha istituito la Santa Eucaristia per rimanere con noi e il ministero sacerdotale, affinché i suoi discepoli potessero continuare a prendersi cura del suo gregge, imitando Lui, il buon pastore. Percorrere la Via Dolorosa, il cammino che Gesù ha percorso con la croce sulle spalle verso il promontorio roccioso del calvario, meditando gli ultimi tragici momenti della sua vita come essere umano è stato molto intenso per me. Pregare sulla pietra del Golgotha dove è stata piantata la croce di Gesù; visitare il Santo Sepolcro, toccando la pietra su cui è stato posto il suo corpo morto e da dove ha vinto la morte con la sua ressurrezione, dandoci la prova finale che era oltreché uomo, anche Dio, mi ha fatto vivere una rivoluzione interiore inspiegabile che mi ha fatto provare la magnifica sensazione dell’amore di Dio per noi. Poter visitare fisicamente la terra di Gesù e camminare dove Egli camminò sarebbe già stata una esperienza molto bella; ma ciò che l’ha resa ancor più significativa è l’aver percorso un cammino di fede, come comunità di cristiani che seguono oggi Gesù, aiutati dalla guida spirituale di p. Gianmarco: tutto ciò è stato un dono d’amore ineguagliabile di Dio per noi. Il linguaggio umano è povero di parole per esprimere tutte le emozioni e le esperienze interiori vissute in quei giorni, e che si prolunga anche oggi e spero fino alla fine dei miei giorni. Di ciò desidero ringraziare il Signore, i religiosi della Sacra Famiglia che ci hanno accompagnato e tutti coloro che hanno fatto di questo viaggio una esperienza indimenticabile. famiglianostra | Gennaio - Febbraio 2015

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MISSIONARI DEL VANGELO DELLA FAMIGLIA di p. Roberto Maver, Superiore regionale in Brasile La straordinaria opportunità di trovarci tra due ‘sinodi” sulla famiglia (in realtà la celebrazione dell’ottobre scorso era una assemblea straordinaria dei vescovi per preparare il prossimo sinodo che si svolgerà il prossimo ottobre) ha spinto la Regione brasiliana a continuare con impegno gli incontri di formazione e preghiera per le “famiglie cerioliane”. Infatti dopo l’incontro dell’agosto scorso a Peabiru, all’inizio di febbraio esso si ne è svolto un altro a Itapevi: si è trattato di un momento significativo e forte per improntare l’anno pastorale che in Brasile inizia nella seconda metà di febbraio. Più di trenta famiglie, provenienti dalle nostre sei parrocchie, si sono riunite per tre giorni in Jandira per conoscersi, scambiarsi esperienze, riflettere e pregare sul Vangelo della Famiglia. Ci si è resi sempre più conto di come sia impegnativo, anche all’interno delle nostre comunità parrocchiali, avere un linguaggio condiviso e chiaro sulla questione familiare. Del Sinodo, la stampa brasiliana ha parlato pochissimo, e ancora meno se ne è parlato nelle chiese locali. E quello che è arrivato riguardava semplicemente le questioni sulla comunione ai divorziati e sulle unioni omosessuali. sono state invitate a rileggere il Vangelo vivo nelle loro storie concrete, a comunicare agli altri la ‘buona notizia’ dell’alleanza vissuta in Cristo. Ne sono scaturite testimonianze toccanti di come valga la pena, ancora oggi, assumersi davanti a Dio il compito di costituire famiglie autenticamente cristiane, malgrado tutte le difficoltà che si incontrano. L’incontro è terminato con una proposta di spiritualità familiare cerioliana che aiutasse le famiglie a trovare nella Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe la guida per affrontare le sfide quotidiane del mondo. Il successo dell’iniziativa è stato palpabile, al punto da chiedere due incontri annuali per le famiglie cerioliane, ma il vero buon esito della iniziativa consisterà nella capacità di queste famiglie di coinvolgere, nelle loro parrocchie, altre famiglie nell’annuncio lieto che è il Vangelo della famiglia. LA TESTIMONIANZA DI UNA COPPIA Dobbiamo imitare e vivere la santità di Dio nelle nostre famiglie, guardando nostro Padre che è meraviglioso e santo. Dio ci offre la sua santità, che diventa per noi un’opportunità. La famiglia oggi è sfidata nella sua vita quotidiana a preservare il valore della fede: la società, attraverso la comunicazione, offre ai membri della famiglia molte nuove opportunità, che rubano momenti di fraternità familiare, favorendo l’egoismo e l’individualismo. Dobbiamo capire che la famiglia è un cammino dove è possibile vivere una vera spiritualità: essa si esprime nella gioia. Consiste nell’ascoltare la Parola di Dio, eliminare la distanza da Lui, parlare quotidianamente con il Padre, rispondendo al suo amore come Egli ci ama. Conseguenze pratiche di questi atteggiamenti sono la pace e l’amore di Dio che si vive quando la spiritualità fa parte della vita della famiglia. Ecco dunque alcune azioni utili una spiritualità concreta e non fatta di parole: amare praticando la pazienza nei momenti difficili, sorretti dalla preghiera perseverante. La pazienza è una virtù che si fa carico del dolore di un altro, soffre con l’altro, si fa carico delle sue difficoltà. Amare con atteggiamenti fatti di umiltà. Amare praticando la generosità: essere sempre ospitali e accoglienti verso il prossimo; rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e piangere con quelli che piangono. Amare praticando la giustizia e vivendo in pace con tutti. Amare prestando attenzione a chi ci è vicino. Vivere la familiarità grazie a un amore incondizionato per Gesù. Se coltiviamo una spiritualità vera, il mondo vedrà i segni dell’azione di Dio nelle nostre famiglie. Cláudio e Magali Godoy 13 Lo sforzo fatto in questi tre giorni di incontro è stato quello di conoscere il testo finale del Sinodo, frutto dell’ampio e libero dibattito dell’assise episcopale convocata dal papa. Più che sulla prima e sulla terza parte, comunque presentate ampiamente e con dinamiche molto interessanti, ci si è soffermati sulla seconda parte della relazione: il Vangelo della famiglia. Padre Wagner ha illustrato con cura il messaggio di speranza che il testo presenta, attingendo dalla Sacra Scrittura, dalla tradizione della chiesa e dal magistero. Le famiglie, quindi, Osservate la Santa Famiglia

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LA GIOIA DI CONSACRARSI AL SIGNORE di Luca Bergamaschi Il giorno 1 febbraio, nella Parrocchia di S. Ignazio martire in Curitiba (Brasile), Ailton, Edivan e Luca hanno fatto la loro prima professione religiosa. “Con ferma e libera volontá di consacrarmi totalmente al Padre, desiderando seguire più da vicino Cristo, con la grazia dello Spirito Santo faccio voto di castitá, povertá, obbedienza per un anno secondo le Costituzioni della Congregazione della Sacra Famiglia”. Queste parole, recitate ponendo la mano in quella del Superiore Regionale P. Roberto, sono state un momento forte della celebrazione eucaristica di domenica 1˚ febbraio, nella quale, io, Ailton e Edivan, siamo diventati religiosi entrando a far parte di una nuova famiglia, quella della Congregazione della Sacra Famiglia. Si é cosí realizzato ció che durante l’intero anno di noviziato abbiamo conosciuto, approfondito e infine interiorizzato facendolo nostro. In quel momento abbiamo scelto di amare Gesú con tutto noi stessi e di essere in mezzo agli altri segni e rivelatori del Suo amore (voto di castitá); abbiamo scelto di testimoniare al mondo che Gesú é la ricchezza piú grande e che affidarsi alla Provvidenza significa essere in buone mani (voto di povertá); abbiamo scelto di mostrare che la volontá di Dio é la nostra gioia (voto di obbedienza). Ricordo molto bene quando mi sono inginocchiato per recitare la formula di consacrazione e ho guardato P. Roberto che mi ha sorriso; in quel momento mi sono ritornate alla mente le parole che molte volte Gesú ha detto a S. Faustina: “Il sacerdote é il mio rappresentante, io mi nascondo dietro di lui, ma sono io che agisco attraverso di lui”. In quel momento era Gesú che attraverso P. Roberto mi ha tenuto la mano, mi ha guardato, mi ha sorriso e mi ha detto: “E io accetto i tuoi voti”. Quando mi sono alzato una gioia grandissima ha riempito il mio cuore e mentre l’emozione era a mille continuavo a ripetere nella mia mente: 14 “Siamo uniti Gesú, siamo uniti”. In particolare sentivo di aver fatto mia una frase incontrata in un articolo di una rivista di teologia: “La vocazione non é un lavoro, né uno stato di vita, ma una storia d’amore tra il Creatore e la creatura”. Avevo in quel momento coronato questa storia d’amore. Il giorno dopo ripensando a quello che avevo vissuto la sera precedente, mi accorsi che non ero stato io a fare qualcosa per Dio, ma, ancora una volta era stato Lui a fare qualcosa per me. La vocazione, l’esperienza del noviziato internazionale in terra brasiliana, la Congregazione come nuova famiglia: erano tutti doni suoi, io avevo solamente detto il mio sí. “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19,29): queste parole si sono realizzate perfettamente, perché quello che ho ricevuto dall’inizio della formazione è infinitamente maggiore di quello che ho dovuto lasciare. Ma la bontá del Signore non si é esaurita qui: tutto ció che ho lasciato non é andato perduto, ma mi é stato restituito in maniera nuova, compresi i legami con la mia famiglia di origine. L’esperienza del noviziato internazionale prima e della professione religiosa poi mi hanno cambiato profondamente; oggi sono una persona piú matura, piú serena e soprattutto piú libera. Posso dire di essere davvero felice, realizzato e piú mi dedico agli altri piú cresce questa mia soddisfazione. Questa gioia, entusiasmo e soddisfazione non sono peró esclusivi dei religiosi o dei sacerdoti perché come scrisse la nostra Fondatrice S. Paola: “Dio non vuole tutto il bene da tutti, ma ciascuno deve vivere secondo la sua vocazione e compiere quel bene al quale Egli lo destina”. La “ricetta” é aprire il cuore e lasciare che questo amore trasformi la nostra vita in qualcosa di meraviglioso. Io ogni giorno lo vivo sulla mia pelle e posso garantire che non cé gioia piú grande che quella di una vita fianco a fianco con il nostro Dio. famiglianostra | Gennaio - Febbraio 2015

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L’ESPERIENZA IN MOZAMBICO MI HA CAMBIATA di Angela Colleoni Quando mi è stato chiesto di scrivere due righe relative alla mia esperienza in Africa, sono stata subito entusiasta.. Non vedevo l’ ora di comunicare e raccontare la mia breve storia e ciò che avevo vissuto in quel mese. Poi mi sono soffermata e mi sono accorta che quello che avrei dovuto raccontare non era solo ciò che avevo visto, ma ciò che avevo “vissuto”, le mie emozioni e le mie sensazioni. Per natura non è facile descrivere a parole, quello che si sente nel cuore.. A maggior ragione, dopo una esperienza fuori dal comune, trasmettere questi pensieri mi risultava totalmente impossibile. Come potrei raccontare del colore del cielo…? Come potrei mostrare sotto i piedi, la rossa terra dell’Africa che sembrava ricordarmi ogni volta che la calpestavo, da dove veniamo… e a chi apparteniamo? Come cogliere la tenerezza e la semplicità di tutti quei bimbi che racchiudono paure e speranze in quegli occhioni così grandi da farmi innamorare? Durante il lungo viaggio in aereo immaginavo cosa avrei trovato. Non sono partita con la presunzione di cambiare la storia, di dare chissà quale apporto. Sono partita con l’umiltà di toccare con mano una realtà che nel benessere quotidiano in cui vivo, non riuscivo a comprendere nel suo senso più profondo. Ora sono consapevole che è più ciò che il Mozambico ha dato a me, rispetto a ciò che io ho dato a loro. Ha cambiato il mio modo di vedere le cose. E’ cambiato il senso del fare.. Ha mosso i miei sentimenti toccando il profondo del mio cuore. Ha dato luce ai sorrisi che ho incontrato, e ogni lacrima ha racchiuso dentro di se i tanti perché della vita. Nel cuore dell’ Africa, i vissuti delle persone sono totalmente diversi. Dalla prima domenica, trascorsa oltre il fiume Incomati con Padre Luca, per la benedizione delle capanne, mi sono resa conto che tutto scorre con altri ritmi. La vita è un dono, dal primo all’ ultimo giorno. I bambini giocano con tutto ciò che di divertente trovano intorno a loro, sfidandosi lanciando sassolini in piccoli buchi, o intrecciando scudi e spade con rami di piante. Alcuni più fortunati tirano calci a un pallone sgonfio, toccano il cielo sulle loro altalene o immaginano sogni di gloria intorno al calciobalilla. Ma spesso, fin da piccoli, li aspetta la campagna: spesso devono sacrificare i giochi o la scuola per difendere dagli uccelli i campi di riso o per accompagnare le donne ai banchi di vendita, disposti senza ordine sul ciglio di ogni strada! Lì non c’è molto tempo per lamentarsi o per scherzare. Un giorno abbiamo accompagnato una giovane donna in ospedale. Sofferente da mesi, mi chiedo ancora oggi se sia sopravvissuta o se sia stata anche lei una delle mille vittime della malaria o dell’ aids. Sono ancora sconvolta dalla difficoltà nell’ottenere delle cure. Mi spaventava il fatto che la prima speranza la si affida al “curandero”, una specie di stregone. La mia sensibilità è messa a dura prova Osservate la Santa Famiglia 15

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