Theofilos Febbraio 2015 (Anno 1 N.1)

 

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Rivista della Scuola Teologica di Base dell'Arcidiocesi di Palermo

Popular Pages


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ANNO 1 N. 1 FEBBRAIO 2015 Rivista della Scuola Teologica di Base “San Luca Evangelista”

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F E B B R A I O 2 0 1 5 NOV E MB R E MA GGI O MA R Z O 2 0 1 4 NOV E MB R E MA GGI O MA R Z O 2 0 1 3

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2 Editoriale Una “traccia” per arrivare a Firenze di Don Salvatore Priola 17 Area Morale 18 La teoria del “gender” di Barbara Morana RUBRICA 31 Il presbitero DAL PROSSIMO NUMERO 21 Approfondimento 5 6 33 Vita della Scuola 34 Festa di san Luca evangelista di Don Salvatore Priola Area Biblica Lezioni di semina di Andrea Sannasardo 22 Non aprite quella porta… I vizi capitali di Maria Lo Presti 9 Area Dogmatica 25 Spiritualità 26 Jacques Fesch Dalla morte alla Vita di Maria Catena RUBRICA 10 La responsabilità pastorale dei laici nella Chiesa e nel mondo di Maria Catena 37 Theofilos risponde di Maria Concetta Bottino e Maria Lo Presti RUBRICA 13 Area Liturgica 14 Le benedizioni della famiglia di Maria Butera 29 Lessico Spirituale di Michelangelo Nasca 39 Auguri di una santa Pasqua dal Direttore e dal direttivo ANNO 1 NUMERO 1 Scuola Teologica di Base Associazione socioculturale “KK ONLUS” Via Tenente Arrigo, 21 | Villabate (PA) | CF: 97211280827 Direttore responsabile Michelangelo Nasca Capo redattore Giuseppe Tuzzolino Febbraio 2015 Quadrimestrale registrato presso il Tribunale di Palermo il 22.09.2014, n. 11/14 Copie 10.000 Redazione Salvatore Priola, Maria Lo Presti, Giampaolo Tulumello, Maria Catena, Alessandro Di Trapani, Andrea Sannasardo. Hanno collaborato Don Salvatore Priola, Andrea Sannasardo, Maria Catena, Maria Butera, Barbara Morana, Maria Lo Presti, Michelangelo Nasca, Maria Concetta Bottino. Progetto grafico Gianluca Meschis Tutti i numeri sono online sul sito della Scuola Teologica di Base Cod. IBAN: Per le libere contribuzioni: Stampa Wide snc Corso dei Mille, 1339 - Palermo Theofilos e-mail: theofilos2000@gmail.com www.widesnc.com 95J0 30690 46211 000000 06708 www.stb.diocesipa.it IT Intestato a: Arcidiocesi di Palermo Scuola Teologica di Base 1 Alcune immagini utilizzate negli articoli sono state scelte a scopo puramente divulgativo. Se riconosci la proprietà di una foto e non intendi concederne l'utilizzo o vuoi firmarla invia una segnalazione alla mail: theofilos2000@gmail.com

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Una “traccia” per arrivare a Firenze di Don Salvatore Priola EDITORIALE Le strade, come le motivazioni, per recarsi a Firenze sono tante. La Chiesa italiana continua il suo cammino verso questa città, culla dell’umanesimo, preparando la sua quinta assise ecclesiale, seguendo una traccia, offerta a tutti, che raccoglie ciò che è pervenuto al Comitato preparatorio a seguito dell’invito rivolto alle diocesi, ai movimenti e alle associazioni ecclesiali. Per compiere un cammino sinodale con tutte le Chiese che sono in Italia, è utile conoscere e seguire questa traccia che, è bene chiarire, non è un documento, piuttosto si tratta di un testo aperto che intende attivare le innumerevoli risorse di cui sono dotate le nostre Chiese, favorendo la collegialità, la partecipazione responsabile, il più ampio coinvolgimento di tutti i soggetti ecclesiali, il dialogo e il confronto con tutti. Come afferma mons. Nosiglia, presidente del Comitato preparatorio, «obiettivo di questa traccia è dunque continuare un dialogo e un cammino, stimolando la consapevolezza ecclesiale, e cercare insieme vie nuove per affrontare le sfide coltivando la pienezza della nostra umanità, più che formulare teorie umanistiche astratte e offrire programmi e schemi precostituiti» (p.7). Il primo rilievo significativo, che risalta dalle 200 risposte pervenute dalle Chiese locali, è relativo al “di più” 2 | Editoriale rappresentato dallo sguardo cristiano sulla realtà sociale, economica e culturale del nostro Paese, tutt’altro che “in crisi, sfilacciato e stanco”, come i media e le statistiche tendono a far apparire. Certo non mancano criticità e sfide, da affrontare con impegno e lungimiranza, ma sono propositivamente operative tante realtà, ecclesiali e non, che mettono in campo iniziative preziose nei diversi ambiti di vita. Da qui bisogna partire per la nostra riflessione sull’umano oggi. A questo punto, la traccia sollecita ad interrogarci su quali siano i tratti distintivi dell’umano emersi dalla narrazione del cammino compiuto dalle nostre Comunità. Sono state riconosciute quattro linee comuni che disegnano la figura dell’umano: un umanesimo in ascolto capace di saper «vedere la bellezza di ciò che c’è, nella speranza di ciò che ancora può avvenire, consapevoli che si può solo ricevere» (p.13); un umanesimo concreto che sappia «formulare un discorso credibile, che passa attraverso il dar corpo alla parola: “Essere testimoni di Cristo attraverso gesti di vita nuova e di umanità diversa”» (p.17); un umanesimo plurale e integrale, cioè non “un modello monolitico”, bensì un umanesimo in Cristo «sfaccettato e ricco di sfumature – “prismatico”», dove i

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ARcidiocesi di PAleRmo scUolA  TeoloGicA  di  BAse  “s.  lUcA  evAnGelisTA” THeoFilos  FeBBRAio  2015 volti degli uomini e delle donne, iscritti nel volto di Cristo, manifestino un nuovo volto del cristianesimo, un cristianesimo dal volto umano, attraverso il quale è possibile contemplare il volto di Dio; un umanesimo d’interiorità e di trascendenza, non si tratta di un ossimoro, piuttosto di riconoscere che l’uomo è “impastato” di Dio e che le domande metafisiche circa le origini e il fine dell’uomo, «entro cui l’umano si sviluppa pienamente, corrispondono a feritoie che permettono di intravvedere un Altro» (p.19). Con queste quattro coordinate, siamo invitati a comprendere i segni dei tempi entro l’orizzonte storico, europeo e italiano, nel quale stiamo vivendo il nostro discepolato di Gesù, con la missione che Egli ci affida: l’annuncio del Vangelo. In tal senso, Papa Francesco, nella Evangelii Gaudium 51, richiama le Comunità cristiane ad «una vigile capacità di studiare i segni dei tempi» per «non rimanere disorientate e quindi solo reattive o rassegnate di fronte ai fenomeni culturali di cui non comprendono a sufficienza la provenienza e l’intenzione» (p.24). La traccia esplicita alcuni interrogativi fondamentali che sorgono da talune visioni antropologiche contemporanee: un uomo senza senso? «Nel modo di vivere, prima ancora che sul piano teorico, si diffonde la convinzione che non si possa neppure dire cosa significhi essere uomo o donna. Tutto sembra liquefarsi in un “brodo” di equivalenze». Si delineano relazioni umane che «rischiano di diventare frammenti isolati di un’esistenza che sta accanto a quella altrui per caso, per necessità o per convenienza» (p.24); un uomo solo prodotto? Un’idea, questa, che «porta a concepire l’uomo come una costruzione indeterminata, affidata esclusivamente alle proprie mani, alle leggi del sistema o alla tecnica» (p.26), un uomo centrato su se stesso che fa fatica a riconoscere il volto dell’altro e a collocarlo nell’orbita della propria esistenza; solo io al mondo? È l’interrogativo che pone in evidenza il male dell’autoreferenzialità: «la pretesa di bastare a se stessi elimina l’altro dal proprio orizzonte, facendone un elemento di supporto oppure una possibile minaccia da cui guardarsi; sicuramente lo esclude come colui dalle cui mani riceversi» (p. 27). Dalle trappole rappresentate da visioni antropologiche distorte, o quanto meno insufficienti e parziali, come quelle che si costruiscono ideologicamente su interrogativi come questi, possono aiutare a liberarci alcune istanze che ci riportino a considerare il bisogno, tipico del nostro tempo, di relazioni pienamente umane. La traccia, citando Lumen Fidei 38, ribadisce che la persona vive sempre in relazione. «La relazione non si aggiunge dall’esterno a ciò Editoriale | 3

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che siamo: noi siamo di fatto relazione. Lo siamo prima ancora di sceglierlo o di rigettarlo consapevolmente, perché non veniamo dai noi stessi, ma ci riceviamo da altri, non solo all’origine della nostra vita, ma in tutto ciò che siamo e abbiamo. Il nostro esistere è un “esistere con” e un “esistere da”: impensabile e impossibile senza l’altro» (p.30). È la relazione la cifra antropologica che rivela, più e meglio di altre, la struttura ontologica della persona umana; da essa emerge il senso dell’umano nella famiglia e tra le famiglie, in «un’economia a valore contestuale», nell’impegno educativo a difesa e promozione della dignità dell’uomo, nel volontariato: «autentico dono di tempo e di talenti», nell’accoglienza degli immigrati. Occorre fare ogni sforzo per superare tutti gli ostacoli che ci impediscono di vivere le relazioni “come donati a noi stessi”, cioè come figli, generati dalla relazione con l’altro; alla maniera di Gesù, il Figlio unigenito generato dal Padre, prima di tutti i secoli, nell’Incarnazione del quale «è svelata la verità del nostro essere». Siamo figli nel Figlio! 4 | Editoriale

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ARcidiocesi di PAleRmo scUolA  TeoloGicA  di  BAse  “s.  lUcA  evAnGelisTA” THeoFilos  FeBBRAio  2015 AREA bibliCA Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Luca 10,21 AReA BiBlicA 5

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Lezioni di semina di Andrea Sannasardo di Maria Catena “Cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito sulla barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose con parabole […]. Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa” (Mc 4,1-2.33-34). Con queste parole Marco costruisce la cornice narrativa all’interno della quale situare la più lunga serie di discorsi di Gesù durante la sua attività pubblica. Seduto, così come si addice ad un maestro, Gesù racconta ad una folla enorme la parabola del seminatore (cf 4,3-8) che sorprende con l’abbondanza finale di frutto di una seminagione che sembrava inizialmente conoscere solo fallimenti. E il Maestro ammonisce i destinatari del suo insegnamento: “Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti” (4,9); poi fornisce una spiegazione dettagliata della stessa parabola, secondo la quale il seme è la Parola e il frutto l’ascolto di essa (cf 4,13-20), ma solo ad un gruppo ristretto, a quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici, ai quali precisa che proprio a loro è dato il mistero del regno di Dio, mentre per quelli che sono di fuori tutto avviene in parabole (cf 4,10-12). Da questo momento in poi il discorso di Gesù si rivolge a destinatari generici: “…e diceva loro” (4,21-24), o addirittura rimane assoluto, senza al- cuna indicazione di coloro che lo ascoltano: “…diceva” (4,26.30). Due massime ripresentano l’invito all’ascolto, accompagnato da quello a valutare l’importanza di quanto si ascolta da cui, a quanto pare, dipende la possibilità di realizzare l’accoglienza del dono di Dio (cf 4,21-25). Seguono due parabole che si servono ancora di immagini tratte dal mondo agreste con le quali descrivere il regno di Dio. La prima, presente esclusivamente nel Vangelo di Marco, paragona il regno di Dio a un uomo che getta il seme sul terreno e che, secondo modalità che lui stesso neanche sa, lo vede germogliare, crescere e portare frutto (cf 4,26-29): intreccio tra fatica del gettare, fiducia dell’attendere, meraviglia del raccogliere! La seconda parabola, invece, paragona il regno di Dio ad un minuscolo granello di senape che quando cresce diventa una pianta enorme capace di essere spazio di vita, di riparo e di difesa per gli uccelli del cielo (cf 4,30-32): intreccio mirabile tra fragilità del più piccolo e potenza del più grande! È evidente come questi insegnamenti di Gesù si strutturano tutti intorno al tema dell’ascolto quale capacità di accogliere una parola, anzi, la Parola (cf 4,13-20.33). E le immagini, certamente familiari agli interlocutori di Gesù, della semina, della crescita e del fruttificare del seme, che è appunto la Parola (cf 4,14), hanno il compito di mostrare la fatica, la perseveranza, la fiducia, l’attesa, la disponibilità e la meraviglia che ogni ascolto comporta. Per ben due volte Gesù invita i destinatari del suo insegnamento a prendere consapevolezza di possedere gli “strumenti” adatti ad ascoltare, che necessitano però di un esercizio attivo e paziente perché il messaggio germogli, cresca e porti frutto: “se uno 6 | Area Biblica

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ha orecchi per ascoltare, ascolti” (4,9.23). Ma nello stesso tempo viene precisato che la capacità dell’uomo di mettersi in ascolto, anche se esercitata, non sempre produce una comprensione piena della Parola (cf 4,12) o, laddove invece tale comprensione si realizza, rimane comunque legata alla diversa possibilità di ciascuno di intendere la Parola stessa (cf 4,33). Ciò probabilmente giustifica l’indicazione dei differenti destinatari del discorso di Gesù per cui ad alcuni parla in parabole e ad altri spiega ogni cosa (cf 4,34), ad alcuni presenta immagini che rimangono delimitate all’interno dei confini di un racconto e ad altri fornisce indicazioni specifiche per non rimanere sulla superficie della narrazione ma scendervi in profondità e scoprirne un senso altro e ulteriore, ad alcuni tutto si presenta sempre più nascosto e buio mentre ad altri tutto è manifesto, tutto è reso visibile come quando si mette una lampada sul candelabro (cf 4,21). Ma chi sono i destinatari della Parola di Gesù, della Parola che è Gesù? Chi sono coloro che si muovono verso Gesù per ascoltarlo? E qual è la loro intenzione nella relazione con il Maestro? Marco delinea un identikit degli “ascoltatori” di Gesù attraverso pennellate narrative dal tratto breve ma deciso. Anzitutto la folla, spesso enorme, così numerosa da costringere Gesù a trovare espedienti utili a garantire l’incolumità generale e una comunicazione efficace (cf 4,1); la folla viene da Gesù (cf 2,13; 3,8) da ogni luogo (cf 1,45), lo segue (cf 3,7), si raduna, si raccoglie e si riunisce con lui (cf 2,2; 3,20; 4,1; 5,21). Il mo- vimento di questa folla verso Gesù è indicato da Marco attraverso la preposizione pròs che porta con sé l’idea del mettersi dalla parte di qualcuno, creare un interesse nei confronti di qualcuno al punto da potere diventarne dipendenti, avvertire una vicinanza verso qualcuno che si fa sempre più prossimità per cui diventa una direzione, quindi una relazione. La folla, dunque, è descritta da Marco come soggetto di un movimento di cui gli esiti possono davvero essere i più disparati; ad essa Gesù racconta la parabola del seminatore (cf 4,3-8) e quella sulle cose che rendono impuro l’uomo (cf 7,14-15), ma l’esito avuto dall’ascolto di queste parabole nella vita dei suoi destinatari, non è contenuto nello spazio del racconto di Marco, si dissolve nell’anonimato di una folla all’interno della quale ogni singolo volto, ogni singola storia, ogni singola vita racconta la sua relazione con Gesù e la affida a spazi che si dilatano oltre i confini della narrazione evangelica. E poi Marco mette il suo lettore di fronte a due gruppi, entrambi destinatari del discorso di Gesù: quelli che sono di fuori e quelli che stanno intorno a lui insieme ai suoi discepoli. I primi sono coloro ai quali il Maestro si rivolge parlando in parabole, quelli che pur guardando, non vedono, pur ascoltando, non intendono (cf 4,11-12), che entrano nel mondo del racconto parabolico come spettatori, e non sentono la propria vita coinvolta all’interno delle dinamiche di quanto i loro orecchi accolgono, sì, ma come messaggio muto e improduttivo. E non c’è dubbio che essi vengono identificati facilmente Area Biblica | 7

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nei panni di scribi, capi dei sacerdoti e anziani del popolo, ai quali Gesù si rivolge parlando in parabole, secondo quanto l’evangelista espressamente riferisce (cf 3,23ss; 11,27-12,12); ma è anche vero che l’episodio di 3,20-35 mette in scena l’esperienza della madre e dei fratelli di Gesù i quali si muovono verso di lui perché, per quanto dice e compie, sembra fuori di sé, ma poi rimangono fuori dalla casa in cui il Maestro si trova e lo mandano a chiamare: paradossalmente loro che stanno fuori dicono di lui, che è dentro, che è fuori di sé. La madre e i fratelli, dunque, si ritrovano tra quelli che sono fuori pur essendo i suoi (3,21) e Marco tratteggia la loro identità attraverso l’uso della preposizione parà che indica provenienza da qualcuno ma con una forte idea di possesso, per cui la relazione viene soffocata da un’appartenenza indiscussa che non conosce la fatica di un’ulteriorità conquistata né la bellezza di una profondità inesplorata. L’altro gruppo, infine, dei destinatari del discorso di Gesù è composto da quelli che stanno intorno a lui (cf 3,32.34; 4,1.10), quelli che fanno la volontà di Dio, ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto abbondante; e questa volta Marco usa la preposizione perì che disegna nel racconto una traiettoria circolare intorno ad un punto di riferimento, per cui l’ascolto fecondo genera un movimento di legami intensi e significativi con Gesù che dicono la meraviglia dell’accoglienza della Parola: “Ecco mia madre e i miei fratelli!” (4,34). E questi stanno intorno a Gesù, ma anche insieme ai suoi discepoli, a coloro che hanno lasciato tutto per seguirlo: l’ascolto e la sequela cercano sempre reciproca compagnia, perché il vero discepolo è colui che ha imparato ad ascoltare il suo Maestro. 8 | Area Biblica

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ARcidiocesi di PAleRmo scUolA  TeoloGicA  di  BAse  “s.  lUcA  evAnGelisTA” THeoFilos  FeBBRAio  2015 AREA dogmATiCA il Concilio esorta i cristiani, cittadini dell’una e dell’altra città, di sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo. Gaudium et Spes 43 AReA doGmATicA 9

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La responsabilità pastorale dei laici nella Chiesa e nel mondo di Maria Catena La Chiesa attraverso un cammino di autocomprensione, chiamata a ripartire da Cristo continuamente, sperimenta nell’ascolto del Vangelo, la necessità di “rimboccarsi le maniche” o meglio, indossare il grembiule, per rispondere con rinnovato slancio a seguire Cristo e camminare accanto ai fratelli di ogni generazione per la costruzione del Regno di Dio. Questa passione per il Vangelo – ricordava Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte 40 –, «non mancherà di suscitare nella Chiesa una nuova missionarietà che dovrà coinvolgere tutto il Popolo santo di Dio», cercatori della Verità e adoratori di Dio. Come popolo di Dio, «non possiamo esimerci d'essere, in ogni istante, gl'inviati di Dio nel mondo. Gesù in noi, non cessa di essere inviato, durante questo giorno che inizia, a tutta l'umanità, del nostro tempo, di ogni tempo. Attraverso i fratelli più vicini ch'egli ci farà servire amare, salvare, le onde della sua carità giungeranno sino in capo al mondo, andranno sino alla fine dei tempi» (Madeleine Delbrêl). Nella Chiesa, la riflessione sull’identità del fedele laico giunge a maturazione lentamente e conosce diversi sviluppi perché sempre ulteriori saranno le riflessioni che il Magistero elaborerà nell’affrontare l’argomento arricchendolo ogni qualvolta di un pensiero più ampio, consapevole e maturo. Sarà comunque decisivo l’apporto che darà il Sinodo dei Vescovi, celebrato a Roma dal 1° al 30 ottobre 1987, ove è stato affrontato dai Padri «in modo specifico e ampio l’argomento riguardante la vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo» (Christifideles laici 2). Questo Sinodo ha poi prodotto l’Esortazione apostolica Christifideles laici elaborata da Giovanni Paolo II sulla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, testo da leggere e attuare. I laici, soprannominati dal Codice di Diritto Canonico del 1983 “Christifideles laici”, sono tutti i membri del popolo di Dio accomunati dal sacramento del Battesimo; da quest’ultimo codice prende avvio una nuova ri- 10 | Area Dogmatica

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flessione ecclesiologica, assistiamo ad una «inversione di tendenza che, mira per certi aspetti ad attenuare la distinzione fra chierici e laici, partendo dal principio di uguaglianza radicale o fondamentale esistente nel popolo di Dio» (G. Dalla Torre, Il laicato). Il laicato è visto pienamente inserito nella vita ecclesiale con l’indole secolare che gli è propria, e al suo interno, troviamo pure quei fedeli di Cristo che, «con la professione dei consigli evangelici mediante voti o altri vincoli sacri, riconosciuti e sanciti dalla Chiesa, si consacrano a Dio secondo la loro peculiare condizione contribuendo alla missione salvifica della Chiesa stessa; il loro stato, sebbene non riguardi la struttura gerarchica della Chiesa, appartiene tuttavia alla sua vita e alla sua santità» (C.I.C., can 207 §2). L’evento centrale della vita cristiana è il Battesimo, radice della santità, richiamo costante ad una testimonianza di vita, attraverso la personale adesione a Cristo nel servizio, e l’assunzione di comportamenti evangelici che sviluppano e promuovono la vera fraternità e di conseguenza una vera e leale diffusione del messaggio della salvezza. Tale cammino è reso sicuramente più efficace se animato e sostenuto da una vera vita spirituale alimentata dai Sacramenti, dall’ascolto della Parola di Dio e conforme agli insegnamenti della Chiesa, Madre di ogni vocazione alla santità. È proprio dei laici cercare il Regno di Dio, per vocazione divina, è loro compito santificarsi e santi- ficare ogni relazione, evento o ambiente; i fedeli laici sono persone che vivono la loro vita quotidiana nelle strade di questo mondo, lavorano, si sposano, tessono relazioni sociali, si impegnano a livello professionale, culturale, politico, sono «gente della strada», usando un’espressione di Madeleine Delbrêl, e il mondo, cioè il secolo, diviene “luogo teologico” nel quale «tantissimi fedeli laici, uomini e donne, che proprio nella vita e nelle attività d'ogni giorno, spesso inosservati o addirittura incompresi, sconosciuti ai grandi della terra ma guardati con amore dal Padre, sono gli operai instancabili che lavorano nella vigna del Signore, sono gli artefici umili e grandi della crescita del Regno di Dio nella storia» (Christifideles laici 17). Il dovere dell’apostolato assume tono di obbligatorietà e i fedeli cristiani sono richiamati ad un senso di responsabilità pastorale, quindi la Chiesa gli richiede una debita formazione non semplicemente in termini catechetici, perché l’attività apostolica sia incisiva. Uno degli ambiti privilegiati che richiama i fedeli ad una testimonianza è la famiglia, ed è qui che bisogna far confluire l’azione pastorale di formazione umana e spirituale alla luce del Vangelo, di tutta la Chiesa in ogni sua componente, a cominciare dai coniugi cristiani, chiamati per primi a dare testimonianza per edificare il Regno di Dio presente nella società civile. Area Dogmatica | 11

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Alla luce degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, gli sposi cristiani, infatti, «sono cooperatori della grazia e testimoni della fede l'uno per l'altro, nei confronti dei figli e di tutti gli altri familiari. Sono essi i primi araldi della fede ed educatori dei loro figli; li formano alla vita cristiana e apostolica con la parola e con l'esempio» (Apostolicam actuositatem 11), «hanno l’obbligo gravissimo e il diritto di educarli; secondo la dottrina insegnata dalla Chiesa» (C.I.C., can.226 §2). Gli sposi cristiani «sono tenuti prima di tutti gli altri, all'obbligo di formare nella pratica della vita cristiana» (Ib., can.774 §2) e di collaborare con le altre istituzioni per il raggiungimento di questo obiettivo. Nella Chiesa fondata sul principio della comunione, l’azione pastorale punta il proprio timone verso la ricerca del vero bene, per questo, i fedeli cristiani, possono ricevere diverse responsabilità e vari incarichi, quando, riconosciuti idonei dai Pastori, e quando la necessità o l'utilità della Chiesa lo esige, «in mancanza di ministri… pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni degli uffici, cioè esercitare il ministero della parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il Battesimo e distribuire la sacra Comunione, secondo le disposizioni del diritto» (Ib., can.230 §3) e anche raccogliere il consenso degli sposi; tali ministeri sono detti straordinari. Infine, quando le necessità lo richiedano, i laici – come ricorda il Codice di Diritto Canonico – possono aver cura a livello pastorale di una parrocchia, per mancanza di presbiteri, curare la predicazione e la catechesi, l’azione missionaria, ma tali funzioni non fanno dei laici dei pastori e sono diretti dall’autorità ecclesiastica che ha il dovere di sorvegliare e farsi garante di una sana diffusione del Vangelo. Lo Spirito Santo che abita e guida la Chiesa nella sua missione evangelizzatrice, l’accompagna e la sostiene nel difficile compito dell’annuncio. 12 | Area Dogmatica

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ARcidiocesi di PAleRmo scUolA  TeoloGicA  di  BAse  “s.  lUcA  evAnGelisTA” THeoFilos  FeBBRAio  2015 AREA liTURgiCA Questa casa diventi un focolare di carità, perché da essa di diffonda il buon odore di Cristo. Benedizionale n. 730 AReA liTURGicA 13

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