Rivista della Sezione Ligure

 

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La Rivista della Sezione Ligure del CAI - nr. 1 del 2015

Popular Pages


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Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Spedizione in abbonamento Postale - iscrizione al R.O.C. 7478 del 29/08/1991 - Autorizzazione Tribunale Genova n.7 del 1969 Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Numero 1 del 2015 Club Alpino Italiano RIVISTA SEZIONE LIGURE della

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RIVISTA DELLA SEZIONE LIGURE del Club Alpino Italiano Sommario Marzo 2015 www.cailiguregenova.it DIRETTORE Paolo Ceccarelli DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Gardino CAPOREDATTORE Roberto Schenone REDAZIONE Marco Benzi Marina Moranduzzo Stefania Martini Caterina Mordeglia Gian Carlo Nardi Vittorio Pescia Roberto Sitzia PROGETTO GRAFICO Tomaso Boano Luigi Gallerani IMPAGINAZIONE Marta Tosco CTP e STAMPA Arti Grafiche Bi.Ci.Di. Genova Molassana Autorizzazione del Tribunale di Genova numero 7/1969 Abbonamento annuale Cinque Euro Per contattarci: redazione@cailiguregenova.it In copertina: Verso il K2, Circo Concordia, 4000 m, Baltoro Glacier, Pakistan Foto di Michele Dalla Palma In questa pagina: Lungo il Sentiero Roma, sullo sfondo il Pizzo Badile EDITORIALE 3 la grande montagna 4 Dal Kilimanjaro al Caucaso Gruppo Camosci IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 12 Sulle ali del condor Guido Papini Arrampicare (e non solo) a Sant’Anna Matteo Graziani sacco in spalla 18 scuole, corsi e avventure 22 Orientamento in Antola Gian Carlo Nardi Quelli della mia età Fulvio Daniele Scoperte, sorprese, meraviglie Chicca Micheli AMBIENTE E TERRITORIO 34 Testimonianze di vita contadina Paolo Delorenzi Ricordi di una piccola grande amicizia Alberto Marchionni La rivincita della natura Fulvia Negro Si-può-fa-re! Francesco Prossen Fotografia, montagna e passione Marco Decaroli imparare dal passato 38 punto di vista 42 UNIVERSO CAI 48 recensioni di Marina Moranduzzo e di Roberto Schenone In biblioteca 52 QUOTAZERO 54 Notiziario della Sezione Ligure 1

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Alta Engadina, Lago di Sils Foto di Stefania Martini LO SCATTO FOTOGRAFICO 2

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I sentieri, un patrimonio da tutelare Paolo Ceccarelli Editoriale L’ amico Giancarlo Cuni della Sottosezione di Arenzano ci ha inoltrato la e-mail che riporto integralmente: “10-12-2014 Oggi sono salito su Punta Martin dal sentiero della direttissima da Acquasanta ed ho avuto l'impressione di essere su un tracciato da favola di Pollicino, tanti erano i ’bollini rosa’ impressi sulle pietre per non perdere il percorso. So che recentemente su quel percorso è stata fatta una corsa in montagna (3Vertikal di Punta Martin | Facebook): non è mia intenzione parlare di tale manifestazione, né in positivo né in negativo, poiché ognuno è libero di interpretare la montagna come più gradisce: l'importante è che nel farlo non si ledano le libertà altrui. Ed è qui che mi sento, in un certo qual modo, ’offeso’: possibile che si sia dovuto, per chissà quale ragione, spruzzare tanta vernice rosa sul percorso, anche in alcuni punti molto caratteristici? Chiunque si indigna quando gli edifici storici vengono deturpati da scritte e graffiti. Io, quale appassionato della montagna, come mi devo sentire di fronte a questo sentiero? Forse dovrei essere tollerante: mi si potrebbe rispondere che gli autori sono giovani e amanti di una nuova disciplina. Come detto sopra non ho nulla contro tale sport, ma se questo modo di concepire la segnaletica si propaga con altre attività simili cosa ne sarà dei nostri sentieri? Pensavo di inviare questa e-mail direttamente all'organizzazione, ma prima di farlo ho preferito mettervi a conoscenza del problema se, come ritengo, siete indignati pure voi, in modo da poter decidere insieme se devo proseguire da solo questa mia crociata oppure se avete intenzione di farla vostra avvertendo chi di competenza. Allego alcune foto che descrivono lo stato del sentiero meglio di mille parole. Cordiali Saluti” La questione della segnaletica dei sentieri è ampiamente dibattuta in tutto il territorio nazionale, ma in Liguria ed in particolare nella provincia di Genova, la situazione attuale è particolarmente complicata. Il Gruppo Regionale della Liguria del CAI opera in stretta collaborazione con i soggetti preposti dalla Regione Liguria per l’attuazione della legge 24/2009 sulla Rete Escursionistica Regionale che prevede, tra l’altro, le “Linee guida per la segnalazione dei percorsi escursionistici”. Inoltre, ai problemi legati alla segnaletica ’stabile’ per la marcatura dei sentieri si aggiungono episodi, come quello segnalato, relativi ad eventi temporanei che dovrebbero trovare una immediata soluzione con l’utilizzo di sistemi di segnalazione del percorso facilmente asportabili subito dopo la conclusione della gara, come fettucce, paline, ecc. ... continua a pag. 33 EDITORIALE Per invogliare i soci alla partecipazione all’Assemblea ed alle connesse decisioni sulla vita della Sezione Ligure, il Consiglio Direttivo ha introdotto una nuova formula che prevede l’alternanza dei momenti istituzionali con altri di intrattenimento e dibattito. Incontriamoci numerosi nella ‘no stop’ che si protrarrà dalle 16:45 alle 23:00 in Galleria Mazzini. Il seggio elettorale sarà aperto continuativamente dalle 17:00 alle 21:15 per le operazioni di voto (convocazione ufficiale a pagina 64). Assemblea Generale dei Soci, 26 marzo 2015 3

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Dal Kilimanjaro al Caucaso Gruppo Camosci Elbrus e Kilimanjaro E state prodiga di due belle vette per alcuni soci della Ligure che frequentano il Gruppo Camosci: il 22 agosto Maria Carla Parrotta e Andrea Castagno hanno raggiunto la vetta dell’Elbrus (5642 m) e, a distanza di tre giorni, Maurizio Giacobbe e Stelvio Lanzone sono arrivati su quella del Kilimanjaro (5895 m). Sono stati due viaggi da ricordare, quattro ‘Camosci’ che sono arrivati lontano e in alto! Si tratta di due cime decisamente, ma due cime decisamente consigliabili a chi vuole muovere i primi passi oltre i 4000 e iniziare a fare esperienza extra-europea senza essere impegnati in difficoltà tecniche e particolari problemi logistici. Due bellissime esperienze in ambienti molto diversi tra loro, accomunate dalla stessa passione per la montagna, passione che resta grande in ogni parte del mondo. Kilimanjaro, tetto d’Africa LA GRANDE MONTAGNA La salita al Kilimanjaro, 5895 m, si è svolta in un ambiente paesaggistico di grande bellezza e varietà: dalla foresta pluviale a zone desertiche, ai ghiacciai vicini alla vetta. Il ‘tetto d’Africa’ è stato salito per la Machame Route, itinerario più vario, piacevole ed interessante rispetto al tradizionale e affollato itinerario del Marangu Route. L’idea era presente da tempo e quest’anno si è concretizzata; dopo i contatti con l’agenzia italiana e quella locale siamo partiti da Genova il 19 agosto per arrivare nel pomeriggio del giorno dopo in Tanzania. Un trasferimento in auto lungo chilometrici rettilinei ci ha portato ad incontrare Faustin, direttore dell’agenzia locale; quindi l'arrivo al lodge dove facciamo conoscenza con una delle guide che ci ha svelato il filo conduttore del 4 In marcia nella foresta verso il Machame Camp trekking: ’pole’, che in lingua Swahili significa ‘lento, adagio’. Con noi un gruppo di Brescia, tre ragazzi ed un adulto, con i quali abbiamo condiviso bene le giornate. Il giorno seguente iniziamo la salita e, dopo altra ora abbondante di auto, entriamo nel Parco Nazionale del Kilimanjaro attraverso il Machame Gate a quota 1800. Ci registriamo e notiamo alcune scimmie che si avvicinano alle sacche dei portatori, dalle quali fanno buon bottino prendendo un po’ di cibo. Prima della partenza ogni sacco dei portatori è pesato: conosciamo anche questo aspetto del trekking. Dopo alcuni minuti superiamo il cancello per accedere al primo sentiero che percorreremo: il momento atteso è arrivato, iniziamo il nostro avvicinamento alla cima del Kilimanjaro! Saliamo attraverso la fitta foresta pluviale, circondati dal verde delle piante e da alti alberi, fino a raggiungere sotto una leggera pioggia (non ci saremo portati dietro il meteo instabile dall’Italia?!), il Machame Camp a 3000 metri, dove troviamo le tende pronte ed a seguire la cena. L'organizzazione si presenta ottima e puntuale: come prima giornata siamo già molto soddisfatti ma era facile pensarlo. Il giorno dopo lasciamo la foresta e percorriamo un ambiente tipo brughiera, che permette di vedere meglio la grande e vasta zona pluviale appena superata. Sotto di noi un suggestivo mare di

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Stelvio e Maurizio in vetta all'Uhuru Peak, 5895 m LA GRANDE MONTAGNA 5 Panorama dalla vetta

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Il cratere del Kilimanjaro insolitamente innevato LA GRANDE MONTAGNA 6 Il ghiacciaio sommitale dell'Uhuru Peak, vetta principale del Kilimanjaro

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nuvole e lontano si vede il monte Meru, 4566 m. Verso metà pomeriggio siamo ai 3840 m dello Shira Camp, dove la sera ci saluta con la magia di uno splendido tramonto che illumina la parete del Kilimanjaro finalmente ammirato, per la prima volta, in tutta la sua imponenza. Il mattino seguente partiamo per quella che è la giornata di acclimatamento, importante, e verso la metà ci accompagna un’altra leggera pioggia (ma ora vorremmo anche un po’ di cielo sereno e sole, o è chiedere troppo?). Il paesaggio è ancora diverso e camminiamo in una vasta zona semi-desertica. Arrivati ai 4640 m della grande distesa di pietrame del Lava Tower facciamo una breve sosta prima di scendere al Barranco Camp a 3980 m, sempre con ritmo ’pole’ che consente di ammirare il bellissimo paesaggio. Ogni momento è una scoperta di panorami, piante e paesaggi ed abbiamo avuto la possibilità di farlo senza fretta. Anche perché correre e velocizzare i tempi di percorrenza non avrebbe senso, sono giornate da assaporare dal primo all’ultimo minuto, fino a quando non ci si sdraia in tenda. Quarto giorno con salita al Barafu Camp a 4680 m, in ambiente più desertico e che in questa occasione si presenta con una nevicata; nella prima parte della giornata abbiamo due importanti saliscendi prima di arrivare ai 4000 circa del Karanga Camp, ancora con leggera pioggia. Effettuiamo una sosta nella tenda cucina aspettando, e sperando, che la pioggia possa diminuire, invece riprendiamo il cammino con la pioggia che salendo diventa neve. Questo rende più suggestivo il paesaggio ma ci lascia qualche preoccupazione per il giorno seguente; risalita una vasta pietraia coperta da una spolverata di neve fresca raggiungiamo il Barafu Camp, posto su spallone pietroso, dove sono ricavate le piazzole per montare molte tende. Anche qui, come nei campi precedenti sono presenti almeno 150 persone. Aspettiamo la cena che arriva in anticipo rispetto ai giorni precedenti, come il momento di andare in tenda per riposare un po’ considerato che la sveglia sarà alle 23:30. Una notte che trascorriamo tranquillamente, con il pensiero rivolto a quello che sarà nel giro delle prossime ore: c’è la solita grande attesa che precede il ‘summit day’! Finalmente il giorno della salita alla cima, il giorno più atteso, che da solo vale il prezzo del viaggio. Usciamo dalla tenda e con gradita sorpresa vediamo un cielo stellato senza quasi traccia di vento. Condizioni ideali che invogliano decisamente ad incamminarsi. L’inizio promette bene e mentre completiamo i preparativi vediamo le luci delle frontali di altri gruppi appena partiti; le guide ci ripetono ‘pole’ e risuona l’ormai familiare ‘hakuna matata’, che in Swahili significa ‘nessun problema’. Risaliamo i primi tornanti raggiungendo un paio di gruppi; la temperatura è decisamente al di sotto dello zero, ma siamo bene equipaggiati e camminando ci teniamo caldi. Ogni tanto si controlla la quota e l'arrivo del primo chiarore dell'alba è un bel segnale di conforto; vedere il sole che si alza, sopra ad un mare di nuvole sotto di noi, con il terreno tutto innevato, è uno spettacolo incredibile, una magia di luci e colori indescrivibile! Intanto si avvicina la prima meta: raggiunta la vetta della Stella Point, 5756 m, facciamo una breve sosta e scattiamo alcune foto, prima di riprendere a salire: da questo punto osserviamo la zona dei crateri ed il grande ghiacciaio. Si prosegue sull’ampio crestone, inizialmente ripido, poi nel tratto finale diventa un’ampia dorsale e con moderata salita ci avviciniamo sempre più al cartello che indica la vetta: ultimi passi, con grande entusiasmo, assaporando ogni passo fatto, anche se la fatica si fa sentire. La gioia di essere quassù è incontenibile e dà nuova energia. Arriviamo dunque al famoso e sospirato cartello di vetta! Ce l’abbiamo fatta, siamo in cima all’Uhuru Peak a 5895 metri. È un grande e fantastico momento, un sogno che si materializza! La felicità è grande ed è condivisa con le guide e con i nostri compagni bresciani, tutti arrivati in vetta, e questo ci rende ancora più felici. Sono istanti intensi ed emozionanti che vanno vissuti pienamente. Iniziamo a scattare quante più foto riusciamo restando in vetta per circa 40 minuti; si vorrebbe restare ancora ma bisogna iniziare a scendere. La giornata non è finita e prevede ancora una lunga discesa di oltre 2800 metri secchi. Raggiungiamo nuovamente il Barafu Camp, questa volta lungo la Mweka Route, abituale via di di- LA GRANDE MONTAGNA 7

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LA GRANDE MONTAGNA scesa dalla cima, e nel pomeriggio siamo infine al Mweka Camp, 3090 m, con i piedi fumanti! La gioia e la soddisfazione sono davvero grandi e ci hanno accompagnato fino alla tenda: è stata una giornata lunga ed impegnativa fisicamente, ma che ha regalato sensazioni speciali e che siamo stati contenti di condividere. Il giorno conclusivo porta al Mweka Gate, 1640 m, ancora nella foresta pluviale come nel primo giorno; scendiamo lentamente per ammirare ancora la bellezza del posto. Al gate la consueta firma di arrivo e la sorpresa di una merenda seguita da danza e canti dello staff che ci ha seguito in questi giorni; quindi il ritorno al lodge e, alla sera, la cena e la consegna del diploma per avere raggiunto la vetta. Prima del volo di ritorno facciamo una visita ad alcuni mercati della città di Moshi e partiamo dall’aeroporto di Kilimanjaro con la felicità di avere trascorso belle giornate in ambiente forse unico, e avendo avuto la possibilità di conoscere ottime persone e parte delle tradizioni e della cultura della Tanzania. Siamo tornati a casa pienamente soddisfatti del nostro primo viaggio in Africa, non solo per la cima salita, ma per la splendida esperienza vissuta anche sul piano umano. Sono ricordi speciali che rimangono per sempre nella nostra mente e nei nostri cuori.  Maurizio Giacobbe e Stelvio Lanzone Elbrus, ai confini dell’Europa Era da tempo che avevamo nella testa il desiderio di raggiungere il tetto d’Europa! L’Elbrus: punto culminante del Caucaso! La decisione è stata un po’ combattuta a causa della zona politicamente calda e soggetta a frequenti disordini politici ma le rassicurazioni delle agenzie locali ci hanno fatto prendere la decisione di fare questa fantastica esperienza! Siamo partiti dall’Italia il giorno di Ferragosto con volo per Mosca; da qui cambio e volo interno con destinazione Mineralnye Vody; all’arrivo c’era la nostra guida russa che ci attendeva e dopo aver aspettato le 8 prime due persone russe che avrebbero fatto parte del nostro gruppo, abbiamo iniziato il trasferimento in pulmino lungo l'affascinante vallata di Terskol e il fiume Bakzan (il tragitto è lungo circa 4 h). Dopo la sistemazione in un bell'alberghetto in legno di recente costruzione, abbiamo conosciuto gli altri tre compagni del gruppo, anche loro provenienti dalla Russia. Dopo le varie presentazioni ci siamo recati in un locale tipico per la cena; qui sono iniziati i primi problemi con la lingua perché quasi nessuno parlava inglese (soltanto la nostra seconda guida). Il giorno seguente giornata tersa e calda! Dopo colazione ci siamo preparati per la prima salita di acclimatamento che si è svolta partendo direttamente da Terskol e salendo una cima molto frequentata, il Cheget, fino ad una quota di circa 3200 m; la vera cima è posta più avanti, a 3475 m, ma la nostra guida ci ha impedito di proseguire a causa della vicinanza con il confine georgiano (in effetti nessuno ha proseguito oltre). Il panorama da qui è incredibile, non solo sulla mole del vicino Elbrus, ma su montagne incredibili ed ardite, con ghiacciai e seracchi incombenti e in continua evoluzione. Il terzo giorno ha visto il trasferimento in pulmino fino ad Azau; da qui con due tronconi di cabinovia, un’ultima seggiovia monoposto piuttosto fatiscente e il trasferimento con il gatto delle nevi di persone e materiale abbiamo raggiunto i nostri barrels (rifugi-container) a quota 3800. Il forte maltempo ha poi impedito una prima salita di acclimatamento, prevista nel pomeriggio; è andata meglio il giorno dopo, nonostante una notte con un forte temporale (tuoni e lampi paurosi!). Partenza mattutina alle 10:00, con tempo discreto, salita di acclimatamento fino alle Rocce Pastuchov, roccette affioranti sotto la verticale della cima est originate da un’antica colata lavica dal cratere sommitale; il dislivello effettuato è stato poco più di 1000 m con tratto finale nella nebbia sferzati dal forte vento misto a neve, molto freddo. Quindi rapida ritirata fino al rifugio in quanto il tempo stava peggiorando. Ancora un forte temporale notturno, questa volta con deposito di 30 cm di neve al

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Panorami sul Monte Elbrus, 5642 m LA GRANDE MONTAGNA 9

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Maria Carla e Andrea in vetta LA GRANDE MONTAGNA 10 La discesa, su terreno facile

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suolo! In mattinata invece un miglioramento del meteo ci permette di uscire per compiere un'esercitazione su neve con utilizzo di piccozza, ramponi e corda. Nel pomeriggio riposo, con tempo in miglioramento, ma con vento forte e freddo. In serata briefing e decisione di tentare la salita in cima nella notte successiva, considerate le previsioni meteo in miglioramento e con diminuzione dei venti. La guida decide di utilizzare il gatto delle nevi per la salita fino a sopra le Rocce Pastuchov. Noi italiani abbiamo provato a opporci, ma la guida decide e quindi: NIET! La sveglia è arrivata alle 2:30, dopo un temporale notturno con un leggero accumulo nevoso. Il cielo è bello stellato, con nebbia in alto, assenza di vento e temperatura non fredda. Colazione alle 3:00 e alle 4:00 il gatto delle nevi ci conduce alla quota stabilita; da qui proseguiamo a piedi su un manto di neve caduta nelle notti precedenti. Non fa freddo e non c'è vento, la salita è ripida fino all'inizio del lungo traverso. Arriviamo alla sella tra le due cime ormai con la luce del giorno, le frontali non servono più, la salute è ottima per tutto il gruppo. Le nebbie si alternano a schiarite e si intravede in alto l'azzurro. Dopo una sosta riprendiamo la salita, ora più ripida, con passo molto blando, fino alle corde fisse che creano qualche problema ad un paio dei nostri compagni. Qualche intoppo tra gente che sale e gente che scende, ma nel frattempo siamo al di sopra delle nuvole e con un cielo sereno stupendo! Il vento purtroppo qui diventa più forte e fastidioso. Ricompattato il gruppo si riparte, ora con percorso più semplice fino in vetta dove arriviamo intorno alle 9:00! All’arrivo una grandissima emozione ci ha spaccato il cuore! La felicità è unanime! Dopo un abbraccio con le nostre due guide e dopo qualche scatto di vetta ci siamo preparati per la discesa. A queste quote la pausa deve essere breve, occorre scendere di quota, anche perché l'altitudine, il freddo e il possibile repentino cambiamento del meteo (tipico della zona) potrebbero ostacolare il rientro. In discesa abbiamo evitato le corde fisse passando per il pendio più a sinistra, che ci ha permesso di scendere piuttosto tranquillamente fino al punto in cui ci aveva lasciato il gatto nella notte; qui tre persone del nostro gruppo hanno deciso di effettuare la discesa con il gatto. Noi, gli altri due russi e la seconda guida siamo invece tornati a piedi fino al nostro campo e, anche se gli ultimi 200 metri di neve davvero marcia ci hanno fatto faticare parecchio, abbiamo almeno avuto la soddisfazione di essere scesi con le nostre forze! Siamo stati fortunati con il meteo, perché nei giorni precedenti alla nostra salita il maltempo ha imperversato e anche il giorno successivo, nonostante la bellissima giornata, molti hanno rinunciato a causa del freddo e del vento fortissimo. Il giorno successivo preparazione dei bagagli e discesa mattutina ad Azau, con pernottamento in hotel; alla sera cena con il gruppo e le guide, consegna dei diplomi e festeggiamenti per il raggiungimento della vetta. Ed eccoci arrivati al nostro ultimo giorno: ripartenza verso Mineralnye Vody in auto, con brivido finale a causa dell’auto in panne (ormai mancavano pochi km all'aeroporto e ci hanno chiamato un taxi), quindi doppio volo per Mosca e Milano. È stata un’esperienza meravigliosa che porteremo per sempre nel cuore e ci rimarrà impresso anche il ricordo delle persone che hanno condiviso tutto questo insieme a noi.  Maria Carla Parrotta e Andrea Castagno LA GRANDE MONTAGNA 11

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Sulle ali del condor Guido Papini Cordillera Real E IL VIAGGIO, LA SCOPERTA ravamo alla Berio, io, mia moglie Paola ed altri amici, per assistere ad una proiezione; sullo schermo appare un’ardita cresta nevosa, affilata ed esposta, la didascalia mostra un nome curioso: “Caca Aka”, Cordillera Real, Bolivia. Seguono meticolose ricerche su internet ma, incredibile, del “Caca Aka” nessuna traccia, un monte fantasma! Da questo episodio è scoccata la scintilla che ci ha portati la scorsa estate a fare alpinismo sulle Ande boliviane. La voglia di tornare sulle Ande, dopo una fortunata spedizione alpinistica nella peruviana Cordillera Blanca nel 2011, era latente! Avevamo lasciato il cuore fra la semplice gente di laggiù, negli incomparabili scenari naturali di quelle montagne, nella conoscenza dei volontari dell’Operazione Mato Grosso (OMG) e delle loro belle iniziative. Giro di mail e telefonate, con precedenza assoluta per gli ‘ex Perù’, e la squadra è fatta: sei componenti su sette sono gli stessi di tre anni prima, quindi il gruppo è collaudato, il che facilita molto la preparazione. Lo stile della spedizione, già sperimentato in altre occasioni, persegue una totale autonomia tecnica nella gestione delle salite e un appoggio logistico in loco, che questa volta troviamo più facilmente, grazie ai contatti con gli amici dell’OMG e a quelli della valdostana Elisa che a La Paz ha due amici trasferitisi dalla Valle d’Aosta per seguire progetti umanitari a favore delle popolazioni locali. Inizialmente faremo base nella Missione di Peñas, gestita dal sacerdote alpinista Padre Topio e legata all’OMG, da dove partiremo per salite di acclimatamento nel gruppo del Condoriri e daremo l’assalto ad un ‘facile’ 6000, l’Huayna Potosì (6088 m). Successivamente ci sposteremo a La Paz, con l’assistenza logistica degli amici di Elisa, da dove proveremo a conquistare la montagna più famosa e spettacolare della Bolivia, l’Illimani (6439 m), e la più alta, l’imponente Volcan Sajama (6542 m). Il CAI 12 Puente Roto, campo base dell'Illimani a 4400 m

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Ligure ci concede il suo patrocinio. A fine luglio partiamo! Arriviamo in aereo a La Paz nel cuore della notte e troviamo ad attenderci Padre Topio, che ci scorta a Peñas con la sua jeep e ci fa sentire subito ‘a casa’. Peñas è un piccolo paese dove la gente è semplice e povera e vive in gran parte di agricoltura. Molti non ce la fanno e fuggono in città, dove il loro futuro è ricco di incognite. Padre Topio e la sua Missione hanno l’ambizione di contrastare la massiva emigrazione verso La Paz sviluppando formule di turismo alternativo in grado di fornire opportunità di lavoro ai giovani. L’obiettivo è creare un centro d’attrazione per turisti che vogliano praticare sport di montagna e, in prospettiva, creare una scuola di formazione per giovani locali e avviarli alla professione di guida di montagna. Il suo conterraneo Padre Leo opera in maniera analoga presso la Missione di Santiago de Huata, sul Lago Titicaca, rivolta però, in questo caso, a sviluppare attività legate all’acqua, come la navigazione in catamarano sul lago. I giovani locali, dopo aver costruito con l’aiuto di maestranze italiane magnifici catamarani, li utilizzano ora a scopo turistico. Nei primi giorni abbiamo visitato le Missioni OMG che si trovano nella zona a nord del lago Titicaca (Escoma, con attività di falegnameria e di agricoltura, e Carabuco, anch’essa con una bella falegnameria e tante attività per i bambini), sempre accolti calorosamente dai volontari che vi lavorano. Grazie ad Elisa e ai suoi amici siamo anche entrati in contatto con un’altra bella realtà, ProgettoMondo MLAL, organizzazione non governativa di cooperazione internazionale che sviluppa iniziative a favore dei giovani, affinché siano artefici della propria crescita e dello sviluppo delle loro comunità. Venendo all’attività alpinistica, dopo un paio di escursioni di acclimatamento, partiamo per il gruppo del Condoriri (purtroppo senza Francesca, infortunata e costretta al rientro anticipato, ed Elisa, che si è offerta di accompagnarla in un breve giro turistico), dove abbiamo in programma tre salite ad alcune belle e rinomate vette di 5000 metri: il Pequeño Alpamayo (5370 m), il Pico Austria (5350 m) e la Cabeza del Condor (5648 m). Catamarano sul Lago Titicaca (Missione di Santiago de Huata) IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 13 Tutti insieme durante le prime gite di acclimatamento Il Pequeño Alpamayo, montagna dalle linee davvero eleganti, ci impegna più del previsto in quanto la cresta sommitale, esposta ad ovest, è tutta in ghiaccio, il che ci obbliga ad una lenta progressione protetta con viti da ghiaccio. Luca si ferma poco sotto l’anticima del Pico Tarija, godendosi lo scenario e facendo le foto della nostra salita; io, Paola, Nico e Lorenzo proseguiamo verso la vetta, la giornata è magnifica; dalla sommità ci godiamo la successione di picchi innevati della Cordillera e alle spalle le nebbie degli umidi Yungas, che digradano verso l’Amazzonia. Il giorno dopo, il Pico Austria è una semplice e panoramica sgambata su roccette. La posizione di questa montagna, di fronte alle vette della Cordillera ma subito a ridosso degli aridi altopiani occidentali, ne fa un punto panoramico di grande suggestione: in particolare, di fronte a noi si erge il maestoso gruppo del Condoriri, meta della giornata seguente. Ma nella notte arriva il maltempo e ci costringe ad annullare la salita alla Cabeza del Condor. La visione in-

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