FuoriAsse #13

 

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Officina della cultura

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FUOR ASSE Officina della Cultura Numero 13 [Febbraio 2015]

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FUOR ASSE Contro i persuasori occulti Che cosa sono le parole? Sappiamo tutti cosa sono le parole perché esse si trovano nel contesto della vita umana. Esse ci servono per la comunicazione. Ma le parole, staccate dal loro habitat naturale (elenchi, dizionari, grammatiche), sono parole-nell’azione. Senza di esse non potremmo vivere: non potremmo avere relazioni umane, ma neanche piazze, case, strade, edifici, libri, lettere, poesie e scienze. Se facciamo un passo avanti però parliamo di linguaggio: solo attraverso il linguaggio formiamo il nostro contesto e il nostro mondo. Il modo in cui un uomo parla del mondo rivela il mondo di cui egli parla e che abita. E gli uomini con il loro linguaggio possono certamente dire la verità. Ma possono pronunciare anche menzogne. E di fatto di menzogne grandi e dannose ne sono state spesso pronunciate. Ma quando la menzogna da un fatto privato diventa un fatto sociale, allora la società intera si trova costretta a doversi difendere dai persuasori occulti. La consapevolezza critica è dimostrata dal saper tenere in continuo stato d’assedio un’affermazione che può essere sempre smentita da fatti contrari e dalla chiara cognizione della parzialità di ogni notizia. Se consideriamo il fatto che ogni evento o qualsiasi fatto si possono presentare attraverso infiniti aspetti o facce, di conseguenza riconosciamo la parzialità di ogni notizia. Ma sul piano della tecnica, quando si è chiamati ad obbedire a un ordine, la situazione si complica. Sappiamo benissimo che l’abitudine all’esecuzione di un ordine ha molta importanza e l’Olocausto fu reso possibile perché singoli esseri umani uccisero altri esseri umani e lo fecero quotidianamente e anche per un periodo di tempo abbastanza lungo. La carneficina era un’abitudine. E gli esecutori di questi eccidi svolgevano semplicemente il loro mestiere; semplicemente assolvevano a un ordine. Nessun tentativo di immedesimazione ha bloccato le operazioni. Ed è per questo che uomini come Otto Adolf Eichmann, militare e funzionario tedesco (uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio ebreo), hanno creduto nel nazismo, in esso hanno avuto fede. Ma si può avere fede nel male? Si tratta di uomini privi di immaginazione? O si tratta semplicemente di “uomini comuni”? Messi di fronte alla scelleratezza di certi atti sono tante le domande che ci poniamo. E non sono bastate le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte. Tuttora, in ogni parte del mondo, si continua a uccidere, stuprare, a usare violenza in nome di chissà quale ideologia e interesse politico. Alla Shoah si giunse alla fine di una campagna in cui l’odio per gli ebrei venne alimentato grazie a una miscela di bugie crudeli che però trovarono il terreno per attecchire nell’ignoranza e nella paura. Nel 1542 Lutero, il fondatore del protestantesimo, Editor ale FUOR ASSE

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in Degli Ebrei e delle loro menzogne, scrive: «Perciò stesso, guarda ora come essi comprendono e osservano il quinto comandamento di Dio dato che, principalmente, sono cani assetati del sangue di tutta la cristianità, e assassini di Cristiani per volontà accanita, e poiché hanno provato un immenso piacere nel farlo, spesso sono stati giustamente bruciati vivi, accusati di avere avvelenato l’acqua e i pozzi, rapito i bambini che poi sono stati smembrati e tagliati a pezzi, allo scopo di placare il loro rancore con il sangue cristiano». Ecco dunque da dove deriva la rappresentazione degli Ebrei che, secoli dopo, ci mette di fronte la propaganda nazista. Gli strumenti mentali sono i soli capaci di dominare le grammatiche e le tecniche di costruzione dei linguaggi e dei mezzi di comunicazione di massa. Raul Hilberg ne La distruzione degli ebrei d’Europa (Torino, Einaudi, 1999) scrive: «Dove esiste la volontà esistono anche i mezzi; e se l’atto di volontà è estremamente determinato, i mezzi verranno trovati». Oggi come ieri l’antisemitismo minaccia la nostra libertà quanto quella delle sue vittime: gli ebrei. Oggi, come allora, non solo è doveroso rifiutare ogni pulsione antisemita, ma anche imparare a riconoscere le radici di un’intolleranza antica e di cui va ostacolato ogni ritorno. Ignoranza, paura e cattiveria minacciano ancora la convivenza civile ed è per questo che occorre comprendere. Una comprensione che implica un tentativo di immedesimazione. Solo una comprensione dei responsabili in quanto esseri umani ci porta al riconoscimento del male, ci aiuta a formare una coscienza critica. Ma è altrettanto fondamentale riconoscere valore a coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio e che hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati al costo della propria vita. Dobbiamo riconoscere i sopravvissuti, coloro che disorientati si sono trovati di fronte a uno dei più grandi errori/orrori umani, coloro che dai campi di sterminio, nonostante gli scenari di morte e desolazione, il fisico a pezzi, la prigionia, la fame e lo scoramento fisico e morale, sono usciti con una speranza ancora nel cuore. Caterina Arcangelo FUOR ASSE FUOR ASSE

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Officina della Cultura FUOR ASSE NOMEN OMEN La copertina di FuoriAsse è di Fabrizio Dori. Un tratto decisamente marcato dal quale risalta un’opera articolata in cui i particolari affiorano solo attraverso una lettura attenta. Emerge con chiarezza la volontà di restituire, da parte dell’artista, un momento storico e cruciale del nostro passato. I dettagli compaiono man mano, lentamente, come a voler rimarcare quanto lento e crudele sia stato il cammino dell’uomo verso i campi di sterminio. Il senso di disorientamento di fronte ai cancelli è l’inimmaginabile. E le baracche, dall’esterno involucri vuoti, sono invece contenitori di vita: di momenti, ricordi e vita lasciata altrove. Oltre all’immagine, fortemente evocativa, a colpirci è la descrizione che ne fa l’autore, il quale si sofferma sul suo modo di concepire l’arte. Alla “realtà circostante” e alla tensione tra arte, letteratura e mondo più volte si ritorna nel numero. Se pure diverse le argomentazioni frequenti sono le consonanze di tematiche e pensiero. E tutte riconducono alle stesse idee cardine di libertà e memoria. A partire dalla riflessione critica e rigorosa di Pier Paolo Di Mino che ci narra degli orrori dell’Olocausto e dell’ideologia delirante del nazismo attraverso l’opera di Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka da cui emerge la condizione di uomini che resistono con coraggio e fierezza. L’immagine che accompagna la rubrica è di Veronica Leffe. Sono le vite degli uomini che più ci riguardano. Si tratta di uomini che hanno vissuto condizioni terribili, che arrivati allo stremo delle loro forze hanno avuto il coraggio di resistere e di andare avanti. Realtà anche bene illustrata nella sezione dedicata al Fumetto d’autore a cura di Mario Greco, che ci consegna una chiara e lucida presentazione delle opere di recente pubblicazione intorno al tema della Grande Guerra. E se parliamo di sopravvissuti e di campi di prigionia è importante fare riferimento alla figura di Giovannino Guareschi. Una vetta altissima del Novecento italiano che proviamo a restituire al lettore attraverso le parole di Guido Conti. Ne Il rovescio e il diritto gli interventi di Alessandro Cinquegrani, Federica D’Amato e Fabrizio Elefante si muovono sullo sfondo della libertà. La scelta etica collocata nel rischio dell’azione ben si chiarisce nella presentazione del giornalismo liberale di Mario Borsa, da parte di Sara Calderoni. Non mancano certo i riferimenti alla città e alla metropoli o all’accatastamento degli oggetti che riscontriamo nella poesia di Guido Oldani o nel suo realismo terminale, quest’ultimo ampiamente discusso e ben trattato in un articolo di Piero Lotito. Ode al cane defunto di Orazio Labbate chiude questo scorcio metropolitano con uno sguardo metafisico e surreale, che ci presenta nuove modalità di stile e di pensiero. Redazione FuoriAsse Caterina Arcangelo FUOR ASSE

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FUOR ASSE Officina della Cultura Direzione Responsabile: Cooperativa Letteraria Pier Paolo Di Mino, Sara Calderoni, Caterina Arcangelo, Orazio Labbate, Mario Greco, Claudio Morandini, Erika Nicchiosini, Vito Santoro, Silvio Valpreda, Cristina De Lauretis, Marco Annicchiarico Comitato di Redazione Comitato Scienti co Daniela Marcheschi, Fabio Visintin, Guido Oldani, Luisa Marinho Antunes, Miruna Bulumete, Sara Calderoni, William Louw Peer Review. Redazione c/o Cooperativa Letteraria, via Saluzzo 64 - 10125 Torino (TO) - info@cooperativaletteraria.it Direttore Editoriale Caterina Arcangelo Direttore artistico e progetto gra co Mario Greco La copertina di questo numero Fabrizio Dori Alessandro Cinquegrani, Federica D’Amato, Fabrizio Elefante, Piero Lotito, Eliza Macadan, Alessandro Genitori, Carmelo Traina, Francesca Scotti, Elena Robles Mateo, Carlotta Bernabei, Alessandro Baito Hanno collaborato a questo numero Foto e illustrazioni Veronica Leffe, Aëla Labbé, Issaf Turki, Daria Endresen, Christian Coigny, Sophie Berdzenishvili, Sail Uselessarm, Elena Charakchieva, Sa Ad, Jose Ismael Fernandez, Andrea Costantini, Piero Lotito, Pat Perry, Leszek Paradowski, Oriol Jolonch, Showis Carlo Vichencho, Fabrizio Dori, Augusto Montaruli, Gerbie Pabilonia, Arturs Niespieszna, Montserrat Diaz, Saul Landell, CecilB, António Pascal, Pe Zeta, Francesca Scotti, Frank Gustrau, Eugenio Recuenco, Marco Bozzato, Tommy Ingberg, Gabriel Isak, Alfredo Zaino, Valentina Carrera, Marzia Lodi, Giuseppe Palmas, Arturo Coppola, Igor Voloshin, Sergio Cerchi, Matteo Mangherini, Yudhisc, Francesco Romoli Bonsignore, Paolo Pugnante e tutte le persone che hanno reso possibile Si ringrazia Diego la realizzazione di questo numero FUOR ASSE

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Il rovescio e il diritto Cooperativa Letteraria Le recensioni di Riflessi Metropolitani FUOR ASSE Officina della Cultura di Fabrizio Elefante 12 a cura di Sara Calderoni a cura di Claudio Morandini 67 31 a cura di Caterina Arcangelo In nite sono le vie della libertà di Alessandro Cinquegrani L’abbandono alla libertà Il rovescio Paura della libertà e il diritto su di una poesia di Ri essioni intorno al giornalismo indipendente di Mario Borsa La fotografia non è a cura di un telefono 121 Silvio Valpreda Il dovere della libertà di Sara Calderoni di Louise Glück di Federica D’Amato Alphaville Cinevisioni Vasco Pratolini nel cinema invisibile di Sergio Capogna 115 123 La Copertina di 7 a cura di Vito Santoro a cura di ISTANTANEE Cristina De Lauretis Destini incrociati di libri e uomini Fabrizio Dori FUOR ASSE di Eliza Macadan Viaggio nel ventre della modernità. Intervista a Guido Oldani di Caterina Arcangelo di Caterina Arcangelo Intervista ad Augusto Montaruli 55 di Alessandro Genitori e Carmelo Traina Intervista a Massimo Ottolenghi Riflessi Storia di Tram 1 Metropolitani Mostri Notturni di Orazio Labate Il Realismo Terminale di Guido Oldani Vedere l’uomo che annaspa tra gli oggetti e sorriderci sopra. Ma suonando l’allarme di Piero Lotito Fumetto di Francesca Scotti a cura di d’autore Mario Greco La «Grande Guerra» Lady Snowblood 93 Tumblr e l’arte oggi Traduzione di Carlotta Bernabei Redazione di Caterina Arcangelo Diffusa di Elena Robles Mateo La memoria è coscienza Valentina Carrera e lo Spazio E a Piacenza Giovannino Guareschi Un Umorista nel lager Conversazione con Guido Conti “Amodio” - Maurizio Fiorino di Claudio Morandini “Solo me ne vo per la città” - Enzo Gaiotto “Semplicemente Gutiérrez” - Vicente Battista Allungare di Erika Nicchiosini Le recensioni di Cooperativa Letteraria di Alessandro Baito “Piri-piri” - Luísa Marinho Antunes e il caso della sparizione della statua di Caterina Arcangelo 131 Il Garage del a cura di sergente Pepe Marco Annicchiarico 125 9 Le metamorfosi di Tawada Yoko di Francesca Scotti LA BIBLIOTECA ESSENZIALE DI lo sguardo: Giappone LABirinti di Parole a cura di Erika Nicchiosini TERRANULLIUS NARRAZIONI POPOLARI di Pier Paolo Di Mino FUOR ASSE La legge del cuore di Antigone di Alessandro Baito 129 Teatro Le Novità EDITORIALI 79 Vasilij Grossman “L’inferno di Treblinka” FUOR ASSE

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Associazione Culturale Cooperativa Letteraria è un’associazione culturale nata a Torino, ma con aderenti in diverse regioni d’Italia, e con il progetto di accogliere tutti coloro che condividono la passione per la lettura, offrendo, per questo, uno spazio comune. Uno spazio che si concretizza nella creazione di occasioni di incontro, di condivisione di valori e idee, nella promozione e difesa di un modello di convivenza sociale allo scopo di portare senso di aggregazione e appartenenza. Questi i principali obiettivi. Aggregazione e Comunità diventano le parole attraverso le quali tentiamo di identificarci, un punto di riferimento importante per alcune istituzioni torinesi, che si avvalgono dei suoi servizi per diffondere e portare cultura all’interno del territorio, anche e soprattutto nelle zone periferiche della città, di solito snobbate e forse più facilmente sottoposte alle varie forme di alienazione metropolitana. I punti cui l’Associazione si sofferma vengono di volta in volta “rianimati” da un’attenta analisi di ciò che accade all’interno del mondo editoriale e culturale insieme. Il tentativo è quello di mettere il libro alla portata di tutti, e la peculiarità è quella di prestare attenzione e dare valore non al “prodotto” editoriale messo a punto per generare profitto, ma al testo stesso, andando alla ricerca, attraverso la verifica continua della parola e del linguaggio, di una letteratura autentica. I quattro punti cardine del nostro progetto sono i seguenti: Il Punto Lettura (Punto Zero); Letture di Traverso (Gruppo di Lettura); Progetto Scuole; LABIRINTI (LABirinti di parole, LABirinti di nuvole, LABirinti di FOTOgrafia, LABirinti Festival). A noi interessa trovare nuovi spunti di riflessione sociale attraverso la lettura e il testo, dando la possibilità al lettore di incontrare titoli raffinati, lontani dalle logiche della grande distribuzione di massa. Il nostro intento è quello di far crescere lettori consapevoli e curiosi, e lo facciamo proponendo titoli che sono al di fuori di meccanismi pubblicitari e commerciali. Forse portiamo avanti un progetto ardito, ma cerchiamo di proporre nuove forme di promozione e distribuzione di testi recenti, pur senza demonizzare o colpevolizzare a priori i mass-media o la pubblicità, ma spronando il lettore a riflettere sulla parola e sulla letteratura. Con un’offerta minima si può aderire a Cooperativa Letteraria per sostenerne le varie attività e la pubblicazione di FuoriAsse. Quota minima Socio Ordinario 10,00 Euro Quota minima Socio Sostenitore 30,00 Euro Aderire è semplice, basta scaricare il modulo d'iscrizione disponibile sul sito www.cooperativaletteraria.it/associarsi, compilarlo e inviarlo all'indirizzo info@cooperativaletteraria.it allegando alla mail la ricevuta del bonifico effettuato. La tessera soci sarà inviata al vostro indirizzo. FUOR ASSE

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La Copertina di FUOR ASSE Fabrizio Dori Ha lavorato nel campo dell’arte contemporanea dopo aver frequentato l’Accademia di Belle arti di Brera. Ha esposto a Milano, Modena, Verona, Ravenna, Udine presso gallerie quali " Luciano Inga-Pin" , lo "Studio d’Arte Cannaviello", "Ninapì", "ArteRicambi", "Galleria San Salvatore". Fra i curatori delle mostre a cui hanno partecipato Andrea Zanchetta, Angelo Capasso, Luca Beatrice (curatore del Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2009). Ha pubblicato con Tunuè il graphic novel “Uno in diviso” tratto dal romanzo di Alcide Pierantozzi. Lavora come illustratore e autore di fumetti. Ho poca fiducia nella memoria. L’esperienza prima e la psicologia poi ci dimostrano quanto possa essere ingannevole la nostra capacità di ricordare. Mi chiedo allora quanto affidamento possiamo fare su una memoria che non ci appartiene direttamente. È già così difficile imparare dai propri errori, mi domando se sia possibile imparare dagli errori degli altri, di persone che non abbiamo conosciuto, che sono vissute in un altro tempo, in un altro luogo, in condizioni così diverse da quelle in cui viviamo adesso. Le società tribali hanno cura della propria memoria collettiva, la trasmettono attraverso riti e miti che sono in grado di renderla sempre viva, attuale, significante. Mi chiedo se la nostra società post-moderna così complessa, multiforme, disgregata sia in grado di portare a compimento una simile operazione. Soprattutto dobbiamo temere la facile retorica, la ricorrenza cui si partecipa per abitudine, la celebrazione esclusivamente formale, svuotata di sostanza. Quale può essere allora una reale via d’accesso alla memoria? Sicuramente il coinvolgimento emotivo. Ma come si può essere coinvolti da qualcosa che sembra essere così lontano, da un evento che ci appare come una tragica eccezione, un mostruoso “unicum” della storia? Forse, banalmente, prendendo atto del fatto che questo non corrisponde al vero. Ciò che ha portato all’olocausto è ancora nell’aria, forse non è mai scomparso del tutto. FUOR ASSE 7

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Oggi lo si ritrova insistentemente nei “discorsi da bar”, in tv, nei feroci commenti che si leggono su internet. L’asticella della civiltà, da diversi anni ormai, sembra essersi abbassata. Qualcosa è cambiato, ma il “peccato originale” è sempre lo stesso, quello di ridurre l’altro a una categoria astratta, a un “oggetto della mente”, non riconoscere più nell’altro la specificità di un essere umano, ma percepirlo come “significante” di una razza, di una religione, di un’orientamento sessuale, di un credo politico. Quando ho realizzato l’illustrazione per la copertina di «FuoriAsse», ho pensato a questo, a esseri umani ridotti a segni. Uno in diviso La Copertina di FUOR ASSE

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LA BIBLIOTECA ESSENZIALE DI TERRANULLIUS NARRAZIONI POPOLARI ©Veronica Le e di Pier Paolo Di Mino “La Biblioteca Essenziale” è un catalogo permanente e inesauribile dell’essenziale; ossia di quelle forme “letterarie” che danno espressione rigorosa all’essenza delle cose e della vita così come è stata immaginata e raccontata dall’uomo. A firma di diversi autori e con cadenza bimestrale su TerraNullius. FuoriAsse ne offre una riedizione scelta e rivista, la curatela è di Pier Paolo Di Mino. L’inferno di Treblinka Adelphi, Biblioteca minima 41 Vasilij Grossman L’inferno di Treblinka è la cronaca degli orrori perpetrati nella più orribile fabbrica della morte nazista. Vasilij Grossman, corrispondente di guerra per il quotidiano dell’esercito russo Stella Rossa, attivo sul fronte per più di mille giorni, la pubblicò sulla rivista Znamja nell’autunno del 1944. Per volontà del procuratore militare sovietico, il reportage fu dato in lettura al collegio d’accusa del processo di Norimberga. L’inferno di Treblinka è la testimonianza a caldo, folgorante e spietata nella sua oggettività, di un incubo: Grossman racconta questo incubo con l’urgenza, dettata dallo sgomento, di capire come sia stata possibile FUOR ASSE la sua realizzazione. Racconta delle deportazioni forzate di milioni di ebrei; racconta la procedura di disumanizzazione (la requisizione dei documenti; la denudazione; l’ammassamento nei cortili); racconta il rituale di morte nelle camere a gas; racconta di quelle torture praticate “per umorismo” dai nazisti in cui ogni funzionario aveva agio di esibire le proprie competenze (oggi diremmo gli skills): come, per fare un solo esempio, la SS Sepp, “specializzato in bambini. Dotato di una forza erculea, quel mostro pescava un bambino dal gruppo, lo brandiva come una clava e gli sbatteva la testa per terra, oppure gli spezzava la schiena.” Sepp, continua TERRANULLIUS 9

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Grossman, era “uno dei tanti, normalissimi casi dell’inferno di Treblinka. […] Le sue azioni erano necessarie, erano quello che ci voleva per annientare la psiche delle vittime, espressione di una crudeltà priva di logica che annichiliva la coscienza e la volontà. Era un ingranaggio utile e necessario all’enorme macchina dello Stato nazista. È giusto inorridire, ma non perché la natura generi simili orchi: il mondo animale ci offre comunque mostruosità d’ogni tipo, […] A farci orrore è qualcos’altro, ossia che in un determinato Stato tali esseri – casi clinici che andrebbero isolati e studiati dalla psichiatria – vengano ritenuti cittadini attivi e con pieno diritto. La loro ideologia delirante, le patologie della loro psiche, i loro crimini inauditi sono un elemento imprescindibile del nazismo.” E il mistero non è certo Hitler, ma chi lo ha sostenuto al potere; chi ha creduto in coscienza a certe idee. Perché non è il caso di ritenere che nei campi di concentramento si ubbidisse e basta a degli ordini: Hitler operava per la sua patria, e per un ideale superiore e migliore di umanità. I suoi gerarchi “avevano tutti qualcosa in comune, e i testimoni lo hanno rivelato: l’amore per le disquisizioni teoriche e filosofiche. Amavano pronunciare discorsi altisonanti di fronte alle loro vittime, vantandosi, illustrando loro l’alto senso e il significato futuro di quanto accadeva a Treblinka.” Agivano, insomma, in nome del bene. Ed è questo a renderli, per usare il linguaggio di Grossman, “bestie”. Bestie non nel senso naturale della parole, ma bestie da contrapporre all’umano, come negli “uomini e no” di Vittorini. La cronaca di Treblinka ha un lieto fine: la sconfitta del nazismo. E ha FUOR ASSE un lieto fine perché la bestia, osserva Grossman, non può sopraffare l’uomo: quegli uomini che il cronista descrive, ancora vivi negli affetti, entrare nelle camere abbracciandosi e proteggendo i bambini; che resistono fino all’ultimo con coraggio e fierezza (Grossman, fra i tanti casi, riporta la testimonianza di un’insurrezione tanto disperata quanto riuscita). E almeno questa capacità di resistenza, durante lo svolgimento dello scandalo che dura da diecimila anni, la Storia, è quella realtà salda che ha impedito all’uomo di estinguersi. Certo, la resistenza umana pareva a Grossman avere trionfato del tutto in quei giorni, quando la Russia vinceva la Germania e la dittatura del proletariato era in procinto di cedere il passo al comunismo (il grande morto, lo avrebbe chiamato poi Dovlatov). Grossman componeva la sua grande opera sulla guerra, incentrata sulla battaglia di Stalingrado; dava alle stampe Il popolo è immortale, esaltazione dei sacrifici subiti dall’Unione Sovietica e dello spirito combattivo che il suo popolo dimostrò contro l’invasione tedesca del 1941. Appena nel 1949, però, dovette assistere alla campagna antisemita del regime sovietico. Entrato in dissidio con questo, cadde in disgrazia e le sue opere vennero sequestrate. Forse anche lo stesso destino individuale di Grossman è esempio dell’invincibilità umana di fronte a quelle astrazione patologiche, e alla loro efficiente realizzazione, in grado di trasformare moltitudini d’uomini in collettività che con l’uomo non hanno nulla a che spartire. Narrazioni Popolari

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FUOR ASSE Segnala Racconti dalle tombe di Parigi Père-Lachaise. Una raccolta che coinvolge 23 autori italiani, ognuno dei quali ha scritto un racconto con protagonisti gli ospiti del celebre cimitero parigino. Una promenade, un vero e proprio percorso di lettura in cui questi illustri trapassati, insieme a Marcel Marceau, ai coniugi Goll, a Georges Perec, a Jeanne Hébuterne e a qualcuno che illustre non fu ma sicuramente amato, ci accompagnano lungo i viali del cimitero parigino in una variopinta celebrazione della vita e della memoria. Gli autori: Francesco Abate, Chiara Baldini, Francesca Bonafini, Claudia Boscolo, Simona Castiglione, Laura m. De Matteis, Caterina Falconi, Loretta Franceschin, Sara Gamberini, Mauro Graiani, Stefano Guglielmin, Riccardo Irrera, Janis Joyce, Paolo Logli, Gianluca Minotti, Gianluca Morozzi, Antonio Paolacci, Andrea Ponso, Paola Ronco, Paolo Zardi, Heman Zed, Giovanna Zulian. A cura di Laura Liberale. di AA.VV. Ratio et Revelatio A cura di Laura Liberale pagine 176 ISBN 978-606-93664-0-0 «Continuo a bisbigliare le consonanti del tuo cognome. La prima, in protosinaitico, è Pe: il rettangolo, la bocca. La seconda è Resh: la testa, il principio. La terza è Ghimel: il cammello, la gobba o il collo. Poi per ben due volte, si ripete quella che, più in là nel tempo, è diventata una vocale, la He: l’uomo che prega, il respiro. Mi stai ricordando come si legge: con gli occhi della mente e quelli della vita.» - Colombarium Giovanna Zulian FUOR ASSE 11

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Il rovescio e il diritto a cura di Sara Calderoni ©Aëla Labbé è il titolo di un’opera di Albert Camus: la sorgente di ogni suo scritto. Si tratta di una raccolta di saggi giovanili in cui l’autore ci racconta quel mondo di «povertà e luce» che ha illuminato il suo pensiero e la sua rivolta, un mondo che lo ha salvato «dai due opposti pericoli che minacciano ogni artista, il risentimento e la soddisfazione». Perché la scelta di un nome che è anche un titolo? Perché la letteratura, in quel suo assediare con continui interrogativi la vita, in quell’incessante percorrere la distanza fra i contrari, ci mostra il rovescio e il diritto del nostro essere. La letteratura è l’esperienza che come lettori, autori, critici, possiamo vivere soltanto rovesciando ogni certezza per incontrare quel doppio che con il suo lato riflessivo ci attira e ci rivela ciò che siamo. Il rovescio e il diritto diventa il nome di una rubrica in cui fare critica letteraria non significa arrogarsi il diritto di giudicare un libro, ma accettare nel confronto con ogni autore, come afferma Gombrovicz, quello «scontro di due personalità con diritti identici», per raccontare infine di se stessi «in rapporto all’opera o all’autore». Un’avventura in cui lo scambio con l’altro da sé consente a ciò che siamo di «acquistare peso e vita». Sara Calderoni Il Rovescio e il Diritto FUOR ASSE 12 Il rovescio e il diritto

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In nite sono le vie della libertà di Alessandro Cinquegrani ©Issaf Turki Scrivo questo articolo nei giorni dell’attacco terroristico alla sede della rivista francese «Charlie Hedbo». In questi giorni la libertà – libertà d’espressione, libertà di stampa – è brandita dall’Occidente come una clava contro la censura, l’obbrobrio della violenza. Eppure non si tratta di uno scontro di civiltà, ma dell’aggressione di estremisti, terroristi, a un paese, a delle persone, persino a dei valori. Ragionare sulla libertà è, oggi, motivo comunque di una ricerca di identità sociale. Perciò si propongono qui degli spunti critici, volti a rappresentare la libertà come valore certamente, ma anche in alcune sue declinazioni forse impreviste, su cui riflettere. Forse la libertà è solitudine. Nella crescita di un bambino che diventa uomo, la libertà è raccontata spesso come una liberazione dall’abbraccio materno e perciò come raggiungimento della maturità, della vita orFUOR ASSE mai solitaria, dell’uomo gettato nel mondo. Lo afferma chiaramente per esempio August Strindberg, nel Figlio della serva, che disegna, al negativo, la sua impossibilità o incapacità, di raggiungere la maturità ovvero la libertà e la solitudine dalla figura materna: il protagonista Johan dice che «questa nostalgia della madre, questa solitudine, lo avrebbero seguito per il resto della vita» e per questo non diventerà «mai veramente libero, mai un individuo compiuto». Più fruttuoso appare il percorso di Ario e Berto, protagonisti dell’Onda dell’incrociatore di Pier Antonio Quarantotti Gambini, che, almeno per un momento «erano poveri, e soli al mondo. […] Pure si sentivano stranamente felici, quasi con commozione; felici e liberi». Soli, e perciò liberi, dunque. Forse la libertà è disamore. Nel film Amour dell’apprezzato e pluripremiato Michael Haneke, una coppia di anziani affronta la malattia degenerati13 Il rovescio e il diritto

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va della donna. Il loro amore è assoluto, esclusivo. E perciò soffocante, chiuso a chiunque, persino alla figlia. Perciò la libertà è irraggiungibile, l’intruso, la malattia, la fa esplodere. Due volte nella loro casa dove tutto il film si svolge, restituendo il senso claustrofobico del loro amore, entra un piccione. La prima volta l’uomo lo riporta alla finestra e lo libera, la seconda lo trattiene fino a soffocarlo in una coperta. E così è per la moglie, quando, seguendo il desiderio di lei prima recisamente rifiutato, decide di soffocarla e ucciderla sotto un cuscino. Non c’è libertà nel loro bellissimo amore, solo chiusura che soffoca, uccide. Forse della libertà può parlare a buon diritto chi ha vissuto la prigionia. Ne è convinto Primo Levi che afferma che «il Lager è stata una Università» (I sommersi e i salvati) e che Aushwitz è stata «una gigantesca esperienza biologica e sociale» (Se questo è un uomo). Non è d’accordo però Jean Améry, il filosofo austriaco, anche lui sopravvissuto ad Auschwitz e poi morto suicida: «Ad Auschwitz non siamo divenuti più saggi, se per saggezza s’intende una conoscenza positiva del mondo: nulla di quanto comprendemmo nel Lager non avremmo potuto comprenderlo anche fuori; nulla si trasformò in un’utile guida». La distanza tra Levi e Améry intorno a questi temi è spaventosa, spiazzante. Forse Améry resta impigliato in quel tempo: non ci si può liberare davvero di quella tragica e assoluta prigionia. Améry, dopo essere stato torturato e rinchiuso, probabilmente non tornerà più libero: «La tortura è un marchio indelebile anche quando clinicamente non sono riscontrabili FUOR ASSE tracce oggettive». Al più, quando va bene – e forse ad Améry non andò mai bene fino alla tragica morte – ci vuole molto tempo per uscire da quella condizione: «Dal Lager uscimmo denudati, derubati, svuotati, disorientati e ci volle molto tempo prima che riapprendessimo il linguaggio quotidiano della libertà. Ancora oggi del resto nel parlarlo siamo a disagio e senza un’autentica fiducia nella sua validità». Ma se non si può più parlare il linguaggio della libertà, non si può più vivere. Scrive di lui Primo Levi nei Sommersi e i salvati: «questa scelta, protrattasi per tutto il suo dopo-Auschwitz, lo ha condotto su posizioni di una tale severità ed intransigenza da renderlo incapace di trovar gioia nella vita, anzi di vivere». La vita, la libertà, sono dunque precluse per sempre a chi fa del risentimento una bandiera, della vendetta un sentimento comprensibile ma soffocante. Davvero dunque la prigionia può essere utile a comprendere la libertà? Primo Levi ne è convinto, e ne è convinto soprattutto in virtù del suo atteggiamento da «naturalista», come definisce egli stesso il suo ostinato osservare il comportamento dell’uomo. Uno dei più noti naturalisti, del resto, l’etologo Konrad Lorenz, gli dà ragione: «Chi non abbia conosciuto la prigionia in tempo di guerra», scrive, non può comprendere fino in fondo la portata deleteria della sovrappopolazione, primo e principale degli Otto peccati capitali della nostra civiltà. Ma cosa ha imparato, dunque, Levi in Lager? Molte cose, ma forse una su tutte: «Se i sommersi non hanno storia, e una sola e ampia è la via della perdizione, le vie della salvazione sono invece molte, aspre ed imIl rovescio e il diritto

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