Le feste patronali di ieri e di oggi

 

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Feste patronali Cese di Avezzano

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L ef e s t ep a t r o n a l i d i i e r i ed i o g g i C o m i t a t oF e s t ep a t r o n a l i C e s e2 0 1 3

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Dedicato a tutti coloro che hanno fatto parte dei comitati festeggiamenti, e a chi nel tempo ha contribuito alla riuscita delle feste patronali

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La Madonna di Cese Da lungo tempo i Cesensi sono devoti ai due protettori locali, tanto che in molte abitazioni del paese sono tuttora presenti le loro Sacre Immagini. La devozione alla Vergine, in particolare, è testimoniata da tracce che documentano il fervore dei parrocchiani nei confronti di quella che viene confidenzialmente chiamata la ÉMadonna delle CeseÉ. È inoltre comprovato che, fino al 1860, lߣemblema raffigurante la ÉUniversitas delle CeseÉ era costituito dalla figura della Vergine con il Bambino. Fino alla metà del XIX secolo, infine, lߣeffigie della Madonna era impressa nel sigillo parrocchiale che accompagnava i documenti ufficiali. La tavola venerata a Cese è un frammento del dipinto a tempera di Andrea De Litio databile attorno al 1439. Lߣopera originale era presumibilmente costituita dallߣimmagine intera della Vergine con il Bambino in braccio. Sugli aspetti artistici e le caratteristiche tecniche del pregevole dipinto sono stati pubblicati numerosi lavori e monografie che trattano lߣargomento in maniera analitica. In questo opuscolo, invece, si desidera rimarcare lߣaspetto maggiormente legato alle origini, alle tradizioni ed alla dimensione popolare della ÉnostraÉ Madonna. Sulla provenienza del frammento, in particolare, esistono diverse ipotesi, la più accreditata delle quali fa riferimento ad eventi di pura casualità.

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Si dice infatti che un passante, dopo aver trafugato e caricato la tavola sul dorso di un asino, fu costretto a desistere dalle proprie pessime intenzioni per la fatica e le difficoltà del viaggio. La bestia, fra lߣaltro, giunta a Cese si rifiutò di proseguire, costringendo lߣuomo a disfarsi del frammento, che venne così consegnato ai locali. Gli abitanti, ritenendo lߣevento frutto di un disegno divino, da allora custodirono lߣimmagine con cura e devozione. Una variante dellߣaneddoto fa riferimento alla necessità di segare la parte più ingombrante della tavola allߣaltezza del busto. La scelta, ad ogni modo, non sarebbe giustificata dalla diversa importanza dei due pezzi; perché, infatti, il viandante avrebbe dovuto conservare la parte meno pregevole dellߣopera? La leggenda fa risalire la decisione ad un Éconsiglio estemporaneoÉ della Madonna stessa, che avrebbe eletto a luogo di venerazione la stessa terra in cui era stata costretta a fermarsi. Oltre alle leggende tramandate nel tempo, sul legame tra i Cesensi e la loro Madonna esistono anche alcune certezze documentate. La prima è relativa al fatto che il terremoto del 1915 ha restituito la tavola dalle macerie in maniera integra. Il dipinto, infatti, era crollato dallߣabside della chiesa su cui troneggiava dallߣinterno di una nicchia protetta da ante in vetro. Il fato, però, lߣha restituita ai ÉcesaroliÉ completamente intatta. In relazione alle credenze popolari ed alla presupposta miracolosità dellߣimmagine, si riporta qui di seguito un passo estrapolato dalla ÉReggia MarsicanaÉ del Corsignani, il quale afferma che, in seguito al contagio di peste verificatosi nella diocesi di Sora nel 1675, i devoti di Alvito venissero sistematicamente in pellegrinaggio a Cese a ringraziare la Madonna per averli preservati dal morbo. Scrive il Corsignani: «Nel terremoto del 1703 e in quello del 1706, quando restarono disfatte le città di Norcia, dellߣAquila e di Sulmona in Abruzzi si vide la faccia della lodata Vergine mutar colore, il che fu parimenti osservato in altre occasioni». Lߣautore, scrivendo della Madonna e della chiesa, afferma inoltre: «Ella è devotamente quivi delineata col nascimento di Giesucristo bambino». Il dipinto è rimasto a Cese fino alla fine del secolo scorso. Poi, per volontà del Ministero dei Beni Culturali, è stato trasferito presso il Museo Nazionale dellߣAquila e poi in quello di Arte Sacra di Celano. Da allora, la tavola viene concessa in Éprestito temporaneoÉ solo in occasione della festa dߣagosto per essere esposta durante i riti liturgici e portata in processione. Attualmente nellߣabside della chiesa è esposta la copia dellߣoriginale, dipinta nel primo dopoguerra da don Vittorio Braccioni, parroco e abate di Cese dal 1921 al 1946.

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Preghiera alla Madonna delle Cese In dialettoߪ Madonna delle Cese che, comme ߢna vedetta, protéggi ߢsto paeso, pozzߣèsse benedetta comme ߢna bbona mamma che peߣ jjo figlio offre lo bbene sempre, puri quanno peߣ isso soffre. Tu che da tanto témpo ci faߣ da protettrice, repùnnici le grazie, Santa Benefattrice de tutta questa ggente che tanto tߣè devota; ricordate i vécchi e quiji de ߢnaߢòtaߪ Arrecchia chi te chiama - magari a bassa ߢoce pecché no tèߣpiù fiato peߣ strascinaߣ ߢna croceߪ E quanno vidi uno che piglia ߢna via schiòrta, tu ߢnzéngacinne ߣnߣatra, puri se nnߣè più corta... Ascìtite ajjo fianco de chi soffrߣa ߢno létto e coߣ ߢsse mani ÉdߣoroÉ massàggiaci jo pétto. Perdona sbagli e corpe, scancella vizi e offese e sarva tutti quanti, ÉMadonna delle CeseÉ. ߪ e in lingua O Madonna di Cese, tu sei stata proclamata nostra patrona e ancora oggi la tua stupenda immagine continua a proteggere noi e il paese che hai scelto per essere venerata. Ti preghiamo, volgi su tutti noi il Tuo sguardo amorevole e materno e donaci le tue grazie, accresci la nostra fede, guidandoci lungo il sentiero che porta verso Tuo figlio e sostenendoci nei momenti di debolezza Proteggi le nostre case e le nostre attività; tieni lontani da Cese i mali della società, affinché anche le generazioni future possano godere dei beni che oggi il nostro paese offre. Ti preghiamo per noi e per tutti i figli di Cese sparsi per il mondo. Accoglici sotto il tuo manto protettore, consideraci come unߣunica grande famiglia dove regnino sempre lߣamore e la concordia e fa che tutti possiamo ritrovarci un giorno nella casa del Padre.

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San Vincenzo Ferrer È il compatrono di Cese assieme alla Madonna. Dopo il crollo della chiesa monumentale con il sisma del 1915, in paese venne costruito un nuovo edificio di culto dedicato proprio a San Vincenzo. Il tempietto, utilizzato dal 1929 al 1946 (anno di inaugurazione dellߣattuale chiesa parrocchiale), oggi non è più consacrato ed è conosciuto come Échiesa vecchiaÉ. Come noto, San Vincenzo Ferrer (nativo di Valencia, in Spagna) è stato uno dei più grandi predicatori del suo tempo. Di recente don Ennio Grossi - suo grande studioso - ha pubblicato il quarto libro relativo alla sua vita intensa ed impegnata. Sul quindicinale ÉIl VelinoÉ è stata contestualmente pubblicata una preghiera scritta proprio da San Vincenzo; la riportiamo qui di seguito per farla in qualche modo nostra. « Dio Padre nostro, ti preghiamo in tuo santo nome. A lߣora della nostra morte dacci lߣintegrità dei nostri sensi con la parola. Dacci anche una profonda contrizione dei nostri peccati, una fede viva, una speranza ben ordinata, una carità perfetta. Così potremmo dirti con cuore puro: tra le Tue mani, Signore, rimetto il mio spirito. A te che sei benedetto e glorioso, nei secoli dei secoli. Amen ».

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In passato, i festeggiamenti patronali in onore di San Vincenzo cadevano sempre dߣaprile, poiché il giorno a lui dedicato dalla Chiesa è il 5 di quel mese. A causa delle continue intemperie e delle difficoltà connesse, si è in seguito deciso di spostare la festa alla prima decade di maggio. Lߣattuale statua di San Vincenzo è più pesante delle altre poiché provvista di un baldacchino in legno e metallo. Quella antica (ora custodita nella chiesuola della Madonna delle Grazie) era policroma, di più modeste dimensioni, ma impreziosita da due pregevoli candelabri e diversi campanelli di vetro finemente lavorati. Tale statua risale al 1923, quando, in seguito alla guarigione da una malattia misteriosa, ÉCrocettaÉ Marchionni la donò alla parrocchia Éper grazia ricevutaÉ. Foto dߣepoca con le confraternite e San Vincenzo in primo piano A San Vincenzo sono stati dedicati nel tempo due canti liturgici originali, che riportiamo qui di seguito. Il testo e la musica del primo sono opera di padre Lorenzo Cipollone. In relazione al secondo, invece, non siamo purtroppo in possesso di documenti e testimonianze.

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1° CANTO: SALVE O SANTO PROTETTORE! Sgorghi dal cuore gioioso e fervente per San Vincenzo questߣinno dߣamore: inclito araldo di Cristo Signore, egli nel cielo risplende dߣonor. Rit. Salve, o santo protettore! La tua fede col tuo amore scuota in noi tutte le fibre ed avvampi i nostri cuor. Salve a Te, santߣe possente Patrono! Tu ci difendi nel dubbio frangente. Tu pure serbaci il cuore e la mente, salda la fede, più santo lߣamor. Rit. Salve o santo protettore! ߪ Rit. 2° CANTO: SAN VINCENZO, ONOR DECORO San Vincenzo, onor decoro della chiesa sei di Cese; a te salga ardente il coro della lode e dellߣamor. Tu, splendente fra le schiere dei beati sei nel ciel: odi i canti e le preghiere del tuo popolo fedel. Il tuo nome eccelso e santo sulle labbra suoni ognߣora, ed ogni anima smarrita in te trovi pace e amor. O Vincenzo, caro Santo, la tua Cese tu proteggi: tu sua gloria, tu suo vanto sei per sempre in terra e in ciel.

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Le celebrazioni sacre Attualmente i festeggiamenti sacri locali sono riconducibili a tre. Lߣistituzione della festa in onore di San Rocco (ufficializzata nel 1988), ha infatti integrato quelle riservate ai due protettori: San Vincenzo Ferrer e il Nome di Maria. Come già accennato, un tempo i festeggiamenti non cadevano come ora a maggio ed agosto, ma coincidevano con gli effettivi giorni sacri del calendario: il 5 aprile per S. Vincenzo ed il 12 settembre per il Nome di Maria. Lo spostamento è stata dettato da fattori contingenti, primo fra tutti quello meteorologico, a cui è legata anche una maggiore presenza di persone in paese. Le liturgie Un tempo i festeggiamenti patronali erano certamente più sentiti di quelli odierni, sia in termini di tenore che di solennità. Tale differenza deriva, molto probabilmente, da un diverso modo di vivere la ricorrenza. In passato, infatti, allߣevento si dedicavano maggiori disponibilità economiche e di tempo e la partecipazione era molto più sentita, anche perché non esistevano altre iniziative popolari. Le messe erano categoricamente ÉcantateÉ, preparate dallߣorganista e dal maestro del coro, e sempre in latino. Di solito erano presiedute dal vescovo, officiate dai titolati della parrocchia e dai sacerdoti originari di Cese che per lߣoccasione tornavano in paese. Lߣomelia era solitamente affidata a provetti oratori, che la pronunciavano con austera pomposità, coinvolgendo intensamente i fedeli nellߣascolto. Le processioni Le processioni erano affollatissime e si caratterizzavano per la presenza di tutte le associazioni parrocchiali. Lߣazione cattolica aveva diversi gruppi: i fanciulli, gli ÉaspirantiÉ, i giovani e gli adulti. Cߣerano poi Éle figlie di MariaÉ con il loro completo bianco, e le due ÉcongregazioniÉ del Sacro Cuore e della Madonna, con i propri costumi tipici. Le file della processione era ÉguidateÉ da due coordinatori chiamati ÉmazzieriÉ. Anchߣessi in costume, si muovevano agitando maestose ÉmazzeÉ che, al pari di scettri dorati, facevano serrare le fila ed assicuravano (quasi sempre) lߣordine ed il silenzio.

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La ÉMadonna dejjߣÓmmeniÉ In occasione della Éfesta di settembreÉ lo stendardo della Madonna veniva esposto nellߣabitazione di un uomo estratto a sorte. Da qui il nome popolare di ÉMadonna dejjߣÓmmeniÉ. Chi aveva legami di parentela, amicizia e vicinato con il festaiolo, lo omaggiava allora con regalie in natura. Per tutti quelli che si recavano presso la famiglia per porgere auguri e venerare la Vergine, inoltre, veniva imbandito Éjo rifrescoÉ e offerti Éi cumprimentiÉ (dolci e bevande). Lo stendardo della ÉMadonna dejjߣÓmmeniÉ Una processione con tutte le statue dei Santi

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I festeggiamenti popolari I comitati e la banda In passato ogni comitato aveva la prerogativa di una singola festa. Vi facevano parte solo uomini (sposati o meno), estratti a sorte fra quelli che risiedevano in paese. Lߣestrazione avveniva in chiesa, dopo che il parroco ed il consiglio economico (Éla procuraÉ) avevano tenuto conto degli ultimi sorteggi. Solitamente, i gruppi bandistici reclutati per la festa erano quelli con un repertorio fortemente incentrato su partiture di opere classiche. La scelta della ÉbandaÉ non era sempre condivisa dal gruppo, e le singole preferenze davano spesso luogo a defezioni in seno al comitato. Questa ed altre criticità hanno fatto sì che nel tempo si abbandonasse il sistema del sorteggio e si passasse a comitati spontanei o formati da coetanei (cinquantenni, in particolare). Il bandista in casa Oltre ai componenti del comitato feste, un tempo venivano sorteggiate anche le famiglie chiamate ad ospitare i bandisti in casa, quando non era disponibile la banda locale. Come noto, Cese ha avuto complessivamente quattro gruppi bandistici, tre dei quali in attività quando vigeva la consuetudine del Ébandista in casaÉ. Succedeva anche che, pur di alleviare il peso della contribuzione, qualche compaesano si offrisse di dare ospitalità ad uno o più componenti della banda, facilitando così il compito al comitato. Per la notte si approntavano spesso ambienti di fortuna, come magazzini e pagliai, quando non si disponeva di un posto letto aggiuntivo. Lߣimpegno di ospitare il bandista in casa capitava mediamente ogni tre anni; per qualcuno però questa evenienza, spesso considerata motivo di vanto, era più frequente. Con il ÉprofessionistaÉ si intavolavano discorsi interessanti, si arricchivano le conoscenze, si scoprivano nuovi valori, costumi e tradizioni, e spesso qualcuno della famiglia aveva lߣonore di passeggiare con il bandista Éin bella mostraÉ. I maestri ed i solisti venivano per lo più ÉpilotatiÉ in famiglie di maggior pregio sociale, culturale o economico. In merito agli altri componenti, che nella vita facevano spesso i contadini o gli artigiani (numerosi erano soprattutto i ciabattini), non si ponevano di certo queste esigenze.

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Luminarie, palco e ÉbottiÉ Le Écasse armonicheÉ, i tipici palchi di un tempo, non avevano sponde di protezione ed erano spesso delimitate da arbusti sempreverdi di bosso (Éji usciÉ) o di edera. Le luci del palco, così come quelle degli archi, erano alimentate ad acetilene, il cosiddetto ÉcarburioÉ. Dentro appositi contenitori si mettevano calce, carbone ed acqua, ed un filo collegava i pochi elementi che alimentavano i lampioncini. Capitava anche che, dopo la festa, una parte incombusta delle sostanze venisse recuperata dai ragazzi, che la utilizzavano per far saltare in aria barattoli di latta pieni di sassi e terra. Il ÉbottoÉ causato dalla reazione chimica proiettava tutto in aria, spesso arrecando seri danni agli incauti adolescenti che non di rado riportavano ferite, tagli o abrasioni. Foto di gruppo davanti alla fontana della piazza. Sullo sfondo, la tipica Écassa armonicaÉ di un tempo. Lo sparo A memoria dߣuomo, lo ÉsparoÉ ha avuto sempre un ruolo importantissimo allߣinterno dei festeggiamenti. Negli anni di difficoltà economiche si sono magari eliminate altre iniziative, ma le cerimonie liturgiche e lo sparo sono stati sempre conservati. Durante la seconda metà del secolo scorso, i fuochi pirotecnici venivano commissionati a ÉBaccanoÉ, un professionista dal nome mai più opportuno.

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I ÉbottiÉ erano contenuti in cartocci da collocare in appositi bussolotti metallici. Collegati ad una miccia, venivano ÉinfossatiÉ lungo la ÉviarellaÉ che porta al Santuario della Madonna di Pietraquaria (in prossimità della chiesetta di San Rocco). Una scelta efficace, che garantiva unߣacustica amplificata dallߣeco. Successivamente, per ragioni di sicurezza e per facilitare eventuali interventi dߣemergenza, per lo sparo sono state scelte zone pianeggianti, come quella in prossimità del campo sportivo. ÉJo palioÉ Il ÉpalioÉ può essere definito come lߣantesignano delle odierne lotterie ad estrazione. Per parteciparvi, bisognava versare una quota di grano o due di granturco (Éߣno quartoÉ o Éߣno mezzittoÉ, sottomultipli della ÉcoppéttaÉ), a seconda del numero dei nomi da iscrivere. In palio solitamente cߣerano reti, materassi, coperte, sedie e altri beni di necessità, ed alla lotteria potevano partecipare proprio tutti, anche i nascituri con nome già definito. I foglietti di quaderno con i singoli nominativi scritti a mano venivano inseriti allߣinterno di un contenitore tipico (la ÉconcaÉ, di solito). A questi erano aggiunti anche diversi foglietti con il nome del santo patrono festeggiato. Ad uno ad uno, i biglietti estratti venivano fatti cadere da un balcone: roteando leggerissimi in aria come farfalle di carta, diventavano anche motivo di gioco (e gioia) dei più piccoli, che facevano a gara per acchiapparli (aggiungendo così un ulteriore tocco di costume al momento di festa). Il fantasioso rincorrersi e spintonarsi terminava solo quando veniva estratto il nome del santo. Era questo il momento della suspense: nomi estratti successivamente al Santo erano infatti i vincitori dei premi. E così si procedeva fino al termine della lotteria. I giochi popolari Durante i due giorni della Éfesta de settembreÉ venivano organizzati caratteristici giochi popolari che occupavano solitamente il pomeriggio. Tra questi resistono al tempo il gioco delle ÉpignatteÉ e (fino a qualche anno fa) il palo della cuccagna. Per mancanza di ÉconcorrentiÉ, sono scomparse purtroppo le corse degli asini, che un tempo si svolgevano sul percorso tra la croce delle ÉFunticélleÉ e la ÉFonte di GiudittaÉ, punto dߣarrivo. Lo scoppio di un fucile dava allora lo start, sebbene qualche somaro si rifiutasse sistematicamente di muoversi, impuntandosi testardamente. Se poi si decideva a partire, era solo per seguire qualche Éleggiadra puledraÉ, spesso destinata alla vittoria.

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Singolare era la partita di calcio, che faceva accorrere allߣAra anche adulti e massaie. Così come particolarissima era la gara della ÉfressóraÉ, sul cui fondo annerito veniva incollata (con pece fusa) una moneta da staccare con il solo ausilio della bocca. Il gioco a tempo non era di semplice soluzione; per rimuovere il soldo qualcuno vi alitava sopra a lungo, cercando di liquefare il collante. Solitamente ci riusciva solo chi era dotato di perseveranza eߪ una dentatura pronunciata. Alla fine il vincitore mostrava la moneta agli spettatori tenendola tra i denti, e tutti i concorrenti regalavano grande allegria al pubblico grazie ai volti completamente anneriti, come maschere dalle buffe sembianze. Anche la gara Édejji maccaruniÉ era singolarissima ed originale. Il gioco, fra lߣaltro, permetteva a più di un concorrente di rifocillarsi adeguatamente, magari dopo lunghi e forzati digiuni. I partecipanti dovevano divorare abbondanti porzioni di spaghetti prendendoli direttamente con la bocca e tenendo le mani dietro la schiena. Lߣabbuffata non risultava affatto indigesta agli stomaci Ésenza fondoÉ, ed il volto rosso dei partecipanti chiudeva perfettamente la gara. Altri giochi, seppur meno caratteristici, allietavano i pomeriggi della festa, coinvolgendo soprattutto giovani e bambini desiderosi di vincere qualcosa. La corsa con le conche durante una festa degli anni ߢ80

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Consuetudini antiche e moderne Usanze passate Durante tutto lߣarco della giornata, ma soprattutto nel pomeriggio della festa, singoli, gruppi e famiglie si facevano ritrarre da fotografi ambulanti provvisti di fotocamere a soffietto e flash alimentati a magnesio (che bruciava nellߣaria con la tipica fiammata biancastra). I fotografi erano forniti anche di camera oscura e soluzioni per sviluppare i negativi dentro appositi catini; così, dopo qualche ora erano in grado di consegnare le stampe direttamente agli interessati. Questi, prima di farsi ritrarre, spesso Éandavano in prestitoÉ del vestito buono; poi, approfittando delle suppellettili portate dal professionista, si mettevano in posa regalandosi foto che testimoniano ancora oggi unߣepoca fatta di consuetudini del tutto singolari. In quel periodo non cߣerano le odierne bancarelle di giocattoli e leccornie, e solo in seguito hanno fatto la loro comparsa i venditori di noccioline, lecca-lecca, palloncini, pupazzetti e ÉcartoccettiÉ per la ÉpescaÉ. Zߣa ߢNdunélla è stata una delle prime a calcare la piazza di Cese, insieme ad altri ambulanti forestieri. Generalmente provenivano da Avezzano, dai paesi della Marsica o da altre località della Valle Roveto, e già dalla sera precedente pernottavano in magazzini di fortuna o nelle stalle del paese. I Éragazzi di ieriÉ li ricordano con entusiasmo, assieme alle altre tipicità delle feste dellߣepoca. Una particolarissima era la ruota che girava sui quattro semi delle carte napoletane e veniva frenata da chiodini infissi nel legno. Era questa una delle attrattive più frequentate, sebbene le puntate (da 5 o 10 lire) regalassero nella maggior parte dei casi solo una mera illusione di successo. Le poste in palio erano infatti riservate per lo più al gestore del gioco che, con sorrisi e modi cordiali, riusciva spesso a svuotare le tasche dei ragazzi, piene solo di speranze. Nel pomeriggio della festa arrivavano anche i gelati artigianali al gusto di cioccolato e crema, che venivano serviti in minuscole coppette o in coni biscotto. Li preparava ÉZioÉ Domenico con il pittoresco triciclo sul quale era assemblato un cubo metallico colorato, al cui interno trovavano posto anche grossi blocchi di ghiaccio. Il gelataio, per stimolare la golosità degli adolescenti e delle giovani, era solito strillare: «Piangete bimbi ché zio Domenico se ne va». I gelidi blocchi duravano a lungo e venivano forniti anche alle bettole per refrigerare birre, gassose e spume, che venivano per lo più consumate solo in quei giorni di festa.

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