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colline di Pavese

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FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 39 n° 145

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AVVIS RTAN O P O IM I NO A E T ST TTO RI LE RI UN CONTRIBUTO PER MANTENERE VIVA UNA VOCE FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 142 FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 143 FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 144 Cari lettori, la rivista Le Colline di Pavese è diventata negli anni la voce di questo territorio, di cui sottolinea le peculiarità e le problematiche. Costituisce nel contempo un ponte ideale con i santostefanesi lontani e con i sempre più numerosi cultori pavesiani italiani e stranieri. Il legame indissolubile con questi ultimi è comprovato dalla rilevanza raggiunta dalle varie iniziative in memoria del grande scrittore e dall’Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo. Il mantenimento e l’ulteriore incremento delle attività, in particolare la pubblicazione della rivista, dipendono, però, dalle risorse (sempre più ridotte) a disposizione. Facciamo pertanto appello ad aderire al sodalizio, mediante il versamento di una delle quote associative a fianco indicate, o, in alternativa, di un piccolo contributo nella convinzione che tante piccole gocce fanno un grande fiume. Per continuare, pertanto, a ricevere la nostra testata, chiediamo la cortesia di esprimere il consenso, compilando la seguente scheda. Il Cepam ringrazia per l’attenzione e augura Buona lettura! Il Presidente Luigi Gatti Restituire a mezzo posta oppure e-mail: info@centropavesiano-cepam.it ❑ Sì, desidero ricevere “LE COLLINE DI PAVESE” per l’anno 2015 Prego indirizzare la rivista a: Cognome Indirizzo Cap Tel. P.IVA o Cod. Fisc. VERSO LA QUOTA DI † 100 € (socio benemerito) † 50 € (socio sostenitore) † 30 € (socio ordinario) † Altro Città Fax Mail Prov Nome A MEZZO: † vaglia postale - assegno circolare o bancario intestato a CEPAM † versamento C/C postale nr. 10614121 † bonifico bancario presso UBI Banca Regionale Europea - IBAN IT32Y0690646840000000004317 Acconsento al trattamento dei miei dati personali ai fini sopra indicati. Firma FGE S.r.l.. - Reg. Rivelle, Rivelle 7/F - 14050 Moasca oasca (AT) - Trimestrale - Anno An nno 39 n° n 145

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ANNO 39, N. 145 GENNAIO 2015 “Non disperdiamo la memoria” di Mario Tettamanti TESSERAMENTO 2 0 1 5 Iscriviti o rinnova la tua adesione, per sostenere le varie iniziative del sodalizio e per contribuire a mantenere in vita la voce de “LE COLLINE DI PAVESE” Modalità: versamento sul C/C n. 10614121 o con vaglia postale intestato a: CEPAM - Via Cesare Pavese 20 12058 S. Stefano Belbo SOCIO: ORDINARIO SOSTENITORE BENEMERITO € 30 € 50 € 100 Via Pavese 20 - 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141/844942 - Aut. Trib. Alba n. 376 del 29/4/78 - Direttore: Luigi Gatti Responsabile: Luigi Sugliano - Redazione: L. Bussetti Calzato, G. Brandone, F. Penna, F. Zampicinini Foto: Olivieri, Scaletta - Tassa pagata Taxe perçue - Abbonamento postale - Abbonement postel 14050 MOASCA - FGE S.r.l. Concessionaria esclusiva per la pubblicità su questa rivista: IMAGE ADVERTISING di Piero Carosso Tel. 0141 843908 - Fax 0141 840794 - Santo Stefano Belbo (CN) S O M M M A R I O 2 4 9 11 “Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” Ancora su Fenoglio… per andare avanti Antonio Catalfamo “Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” L’epistolario di Cesare Pavese (3a parte) Francesco De Napoli “Se vuoi sapere chi sono adesso, rileggiti La belva nei Dialoghi con Leucò” La belva Franco Lorizio Ieri e oggi Ovvero sulla creatività, la coscienza di classe, l’amore per la libertà... Pieretto Pasquale Briscolini - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 39 n° 145 14 16 “Una sillaba sussurrata”, LietoColle Editore FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F Riflessioni sul nuovo libro di Elena Bartone Giovanna Romanelli “Il sogno è una costruzione dell’intelligenza, cui il costruttore assiste senza sapere come andrà a finire” Cesare Pavese da Il mestiere di vivere Giuseppe Borsalino: il capitano d’industria piemontese che affascinò il Mondo Sergio Rapetti 22 26 29 34 L’angolo del racconto Liceo Classico “Govone” di Alba: ricordi Luciana Bussetti Calzato A Casa Pavese la cerimonia di premiazione A Mara Tonso il Premio Pavese di Scultura 2014 Clizia Orlando Sono stati discussi i vari temi del settore, cardine dell’economia di 52 comuni XXIV edizione de “Il moscato d’Asti nuovo in festa” Barbara Gatti Un insieme di eventi che vanno dall’agonia, alla sepoltura, all’elaborazione del lutto Rituali funerari nel territorio rurale piemontese Franco Zampicinini 39 40 41 42 43 46 A Mentone, presso il Museo Cocteau Daphne Corregan: fra memoria e poesia Gian Giorgio Massara L’artista ha vinto il Premio Pavese 2014 Colori e luci della pittura di Beppe Gallo Angelo Mistrangelo S. Stefano Belbo raccontato dall’ex sindaco In ricordo del Professor Mario Casale Luigi Ciriotti Memorie langarole Castiglion Falletto Maria Luisa Brovia Uno sport antico con solide radici piemontesi Appunti di viaggio nel balon (4a parte). Augusto Manzo Nino Piana Piante medicinali ed alimentari Acetosella Luciana Bussetti Calzato 47 L’angola della poesia

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” Alcune riflessioni sulla letteratura resistenziale Ancora su Fenoglio… per andare avanti Antonio Catalfamo Nel numero precedente de Le Colline di Pavese1 abbiamo una volta, nelle “sabbie mobili” del parlamentarismo. pubblicato un resoconto del dibattito, svoltosi sulle colonne Ma perché tutto questo? Incalzava Fenoglio, confortato de «La Stampa», con riferimento alla testimonianza resa da dal silenzioso assenso di Pampaloni. Perché questa involuzioFranco Ferrarotti, nell’ambito del nostro quattordicesimo ne, dopo la “rivoluzione” della Resistenza? Fenoglio, sia pure 2 volume di saggi internazionali di critica pavesiana , su un con visibile difficoltà, usciva dai suoi borbottati monosillabi: incontro, da lui avuto nella seconda metà del 1948, alla Mor“Perché la Resistenza non era compatta; era un movimento ra, alla presenza di Geno Pampaloni, con Beppe Fenoglio, su popolare genuino, una ondata emotiva, non efficacemente suggerimento di Cesare Pavese, in cui lo scrittore albese gli organizzata, un sommovimento più che un movimento, a parlò del romanzo Il partigiano Johnny, a cui stava lavorando. pelle di leopardo. C’erano le brigate Garibaldi, comuniste; Abbiamo pubblicato di seguito la risposta, uscita su «La critiquelle Matteotti, socialiste; le brigate bianche, democristiane; ca sociologica» in quanto non ospitata dal quotidiano torinese quelle azzurre, monarchiche… Una gran confusione. Un mo(sebbene inviata alla rubrica delle vimento magmatico, incapace 3 lettere), dell’illustre sociologo a di muoversi e di esprimersi in quanti definivano «fantasiosa», o maniera univoca…”. comunque non verisimile, la posE io: “Ma il Comitato di Lisibilità che l’incontro si fosse veberazione Alta Italia… ”. ramente svolto o quantomeno che E lui: “È venuto dopo. A fosse avvenuto in quel periodo. cose fatte… E poi, la politica Abbiamo osservato che la posta non è tutto. La Resistenza è in gioco era alta (da qui il caratstata multiforme, polimorfica, tere animato del dibattito), perché molecolare, a chiazze e a grumi questa testimonianza è intervepoco noti. Non c’è solo la ponuta indirettamente nella querelle litica. C’erano i sentimenti, le Antonio Catalfamo e Nuto Revelli che da anni opponeva vari studioostilità, le amicizie… I contadisi relativamente alla datazione de ni ci davano da mangiare, vino, Il partigiano Johnny, confermando l’ipotesi interpretativa di salami nel grasso… Ma a volte ci temevano come temevano i Maria Corti e smentendo le congetture di altri critici, come tedeschi e i fascisti delle “Brigare nere”. Venivamo a spogliarli, Eugenio Corsini, che spostavano in avanti di circa un decenil cibo era scarso per tutti. […] nio la fase di composizione del romanzo fenogliano. Fenoglio, all’improvviso, si apre, alza la testa arruffata e Ma le implicazioni della testimonianza di Ferrarotti sono sbotta: “Anche noi ‘resistenti’, un po’ come i tedeschi e i faancora più ampie, in quanto finiscono per investire lo stesso scisti, eravamo la ‘malora’, ne facevamo parte… i contadini significato che Fenoglio attribuiva alla Resistenza. Il resoconci riconoscevano, a noi, la buona fede. Eravamo dalla parte to che il padre rifondatore della Sociologia italiana nell’imgiusta, ma per la vita quotidiana di loro, polverosi taciturni mediato secondo dopoguerra fa dei contenuti del colloquio lavoratori della terra, le ideologie non avevano peso. Altro che avuto su questo punto con lo scrittore albese non si presta la ‘lealtà savoiarda’ di Giorgio Bocca. Savoia o no, erano tutti ad equivoci. Scrive Ferrarotti: «La grande vittoria elettorale dei boia”»4. L’analisi di Fenoglio sfocia, dunque, nel pessimismo totale: democristiana del 18 aprile 1948 era la conferma, secondo non solo gli elementi innovativi della Resistenza sono stati Fenoglio, del fallimento della Resistenza. L’impeto innovativo fagocitati dalla «malora», da questo male oscuro che tutto avnon era riuscito a vincere l’immobilismo secolare. Erano torvolge come un destino ineluttabile dell’umanità, ma anche i nati dall’estero i fuoriusciti antifascisti. I partiti del prefascipartigiani vengono percepiti, in ultima istanza, dai contadini smo riprendevano i loro giochi, secondo vecchie, consolidate come parte integrante della «malora». abitudini, e la democrazia parlamentare naufragava, ancora 2

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” La visione della Resistenza e della Liberazione dal nazi-fascismo è completamente diversa in Pavese5. Già nell’articolo pubblicato il 20 maggio 1945 sull’edizione torinese de «L’Unità», intitolato significativamente Ritorno all’uomo, egli sottolinea come esse siano servite a restituire il senso di umanità, di fratellanza, dopo la barbarie fascista, a ridare anche il significato primigenio alle parole, violentate dal nazi-fascismo. La Resistenza è intesa da Pavese in chiave ideologica, vale a dire come punto di partenza di un processo di cambiamento politico e sociale che dovrà trovare continuità negli anni a venire. E questo emerge non solo dai suoi scritti «teorici», come Ritorno all’uomo e tanti altri, ma anche nei suoi romanzi. A proposito de Il compagno, Italo Calvino ha scritto che in esso Pavese rappresenta «il comunismo e la vita e l’amore visti dopo aver conosciuto il comunismo»6. Il processo di formazione politico-ideologica di Pablo, il protagonista del romanzo, si conclude con l’acquisita consapevolezza che bisogna lottare contro il fascismo, ma anche per andare oltre il capitalismo, dando vita alla società comunista. Anche ne La luna e i falò, l’ultimo romanzo pavesiano, è chiara la dimensione ideologica. Lo scontro tra i favorevoli e i contrari alla Resistenza assume connotati di classe, specialmente in occasione del ritrovamento del cadavere di due repubblichini: tra i primi ci sono il popolo, Nuto e Anguilla; tra i secondi i notabili e i ricchi del paese. Anguilla proietta la Resistenza nel dopoguerra, invita Nuto a prendere contatto con la città per far uscire il paese dall’isolamento e poter lavorare al cambiamento politico e sociale. Ma anche un altro scrittore-partigiano che ha vissuto ed ha operato nel cuneese si discosta dal pessimismo totale di Fenoglio. Ci riferiamo a Nuto Revelli. La critica lo ha giustamente annoverato tra coloro che, nell’ambito della letteratura resistenziale, non hanno una visione oleografica. Revelli evidenzia i limiti e le difficoltà delle formazioni partigiane, anche per reperire talvolta un sacco di farina, il loro rapporto complesso con le popolazioni. Scrive Sebastiano Vassalli nell’introduzione all’edizione scolastica, a proposito de La guerra dei poveri: «La parola di Revelli […] è la parola piena di cui parla Mallarmé, la parola che svela la verità e reca in sé l’alito della morte… Tale deve essere, infatti, la parola di chi si trascina nella neve per centinaia e centinaia di chilometri, e mangia quando può, e vede gente morire in tutte le maniere, ogni giorno, e scrive con le dita rese insensibili dal freddo dell’inverno russo, dei 35 e 40 gradi sotto zero. E l’antifascismo che nasce insieme con questa parola, che si forma con essa, negli stessi luoghi, nelle medesime circostanze, che matura e cresce prima in furore e poi in lucida, fredda determinazione di dedicare il resto della propria vita a lottare perché ciò che è accaduto una volta non accada mai più, non può essere certo un antifascismo che si appaga di nastrini e di parate»7. Il discorso, come in Pavese, ritorna sulle parole, che, unite all’azione quotidiana, hanno la funzione di proiettare la Resistenza ed i suoi valori verso il futuro, affinché vengano trasmessi ai giovani. Conclude Vassalli: «Cos’ha da dire Revelli ai giovani? Una cosa molto importante, già detta il 23 aprile 1975 a Pisa: “Ho meditato non poco prima di dirvi la mia scelta di oggi, ma è nel profondo del mio animo e sento di non poter nasconderla. La Resistenza è giovane, la Resistenza è vostra”. Un atto di fiducia, una “consegna”: non, assolutamente, una rinuncia a portare avanti in prima persona la Resistenza come pratica di vita e come ideale. La Resistenza Revelli l’ha vissuta e la vive, giorno per giorno, oggi: ed è nella Resistenza che tutta la sua attività acquista una direzionalità precisa, un senso, un’efficacia. Dalla milizia politica nella “provincia bianca” cuneese alla raccolta di documentazioni e testimonianze sulla guerra di Russia; dal comando della brigata partigiana “Carlo Rosselli” all’indagine paziente di questi ultimi anni [….] sulla cultura contadina nel cuneese e sui suoi rapporti col movimento partigiano e resistenziale, in pianura e nelle valli alpine»8. A differenza di quel che pensava e scriveva Fenoglio, gli effetti benefici della Resistenza non sono stati cancellati dalla «malora». Si proiettano sul presente e sul futuro. Scrittori come Pavese e come Revelli, assieme a tanti altri che hanno dato vita in Italia alla letteratura resistenziale, ce lo hanno insegnato. E noi vogliamo fare tesoro di questo insegnamento prezioso. NOTE 1. Antonio Catalfamo, Una testimonianza di Ferrarotti su Fenoglio, in «Le Colline di Pavese», n. 144, ottobre 2014, pp. 2-3. 2. Franco Ferrarotti, A cena con Beppe Fenoglio, alla Morra, parlando della Resistenza e della «malora», all’ombra di Cesare Pavese, in AA. VV., Pavese, Fenoglio e la «dialettica dei tre presenti». Quattordicesima rassegna di saggi internazionali di critica pavesiana, a cura di Antonio Catalfamo, I Quaderni del CE.PA.M. – Cooperativa Universitaria Editrice Catanese di Magistero, Catania, 2014, pp. 85-88. 3. Franco Ferrarotti, Documenti e testimonianze, in «La critica sociologica», n. 191, autunno 2014, pp. 93-94. 4. Id., A cena con Beppe Fenoglio, alla Morra, parlando della Resistenza e della «malora», all’ombra di Cesare Pavese, cit., pp. 87-88. 5. Per un approfondimento si veda: Antonio Catalfamo, Pavese e Fenoglio: due voci sulla Resistenza e sul mondo contadino, in AA. VV., Pavese, Fenoglio e la «dialettica dei tre presenti», cit. , pp. 38-56. 6. Italo Calvino, Il compagno, in «L’Unità», 20 luglio 1947; ma si cita da Saggi 19451985, a cura di Mario Barenghi, Arnoldo Mondadori Editore, I Meridiani, Milano, 2001 (3ª edizione), tomo primo, p. 1209. 7. Sebastiano Vassalli, Introduzione a La guerra dei poveri, Einaudi, Torino, 1977, p. VI. 8. Ivi, pp. VI-VII. 3

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” L’epistolario di Cesare Pavese (3a parte) Francesco De Napoli II secondo volume “Lettere 1945-1950”, curato da Italo Calvino, prende l’avvio dalla riapertura, dopo la Liberazione, della sede di Torino dell’Einaudi ed inizia con la lettera del 4 maggio ‘45 a Lucia Ajmone Marsan, già membro della redazione scientifica della Casa Editrice, per i primi contatti. Al successivo giorno 11 risale la missiva a Piero Jahier, storico traduttore Einaudi. Pavese sottolinea la “perdita irreparabile che ha subito la Casa per la morte di Leone Ginzburg e Giaime Pintor”. Invita, pertanto, Jahier ad un impegno maggiore per sopperire, in qualche modo, a quei pesantissimi lutti. L’ultimo contatto tra Pavese e Jahier, di cui abbiamo notizia, risaliva all’aprile del ‘42, quando quest’ultimo aveva spedito una cartolina a Pavese per complimentarsi della bella traduzione del “Benito Cereno” di Melville (Einaudi, Torino 1940). Va detto che, in quegli anni di guerra, Pavese non aveva mai interrotto la sua attività di traduttore. Ecco un elenco parziale delle numerose, straordinarie traduzioni portate a termine: Gertrude Stein,”Autobiografìa di Alice Toklas” (Einaudi, Torino 1938); Daniel Defoe, “Fortune e speranze della famosa Moll Flanders” (Einaudi, Torino 1938); Charles Dickens, “David Copperfìeld” (Einaudi,Torino 1939); Christopher Dawson, “ La formazione dell’unità europea dal secolo V al secolo XI”(Einaudi, Torino 1939); George Macaulay Trevelyan, “La rivoluzione inglese del 1688-89”(Einaudi, Torino 1940); Gertrude Stein, “Tre esistenze” (Einaudi, Torino 1940). Il 25 maggio Pavese scrive ad Emesto De Martino: “Siamo vivi e al lavoro. Vorrei avere sue notizie e notizie della Collezione etnografica che faremo.” Nonostante la tragedia della guerra e i suoi strascichi, lo stile, sintetico e professionale - oggi si direbbe manageriale - non sembrerebbe lo stato d’animo d’un allarmato poeta in apprensione. Non avendo avuto risposta, Pavese riscrive a De Martino cinque giorni dopo. Ora è più circostanziato: accenna al precedente commissariamento nazista dell’Einaudi e al ritomo alla normalità. Gli ricorda gli impegni presi a suo tempo, riguardo alla versione dal tedesco d’un’opera di Ernst Cassirer e alla pubblicazione del “suo Magismo” (si tratta del celeberrimo “Il mondo magico “). In qualità di direttore editoriale. Pavese si dimostra energico, asciutto, franco e concreto, molto preso dal suo ruolo. Non si perde in inutili preamboli, va subito al sodo. Le lettere di questo quinquennio sono soprattutto documenti e testimonianze fittissime del massacrante, inesauribile lavoro da lui svolto all’intemo della Casa Editrice. Un ruolo un po’ equivoco, che spesso obbligava Pavese a sostituirsi allo stesso Editore, suscitando l’invidia e l’antipatia dei colleghi. La corrispondenza con De Martino è inframmezzata da molteplici contatti, tra cui la lettera del 27 giugno in risposta ad Elio Vittorini, che aveva lanciato l’ambizioso progetto della rivista il “Politecnico “. Pavese giudica “ciclopico” il programma di Vittorini; poi, riguardo ai pettegolezzi di cui sopra, fa notare: “Non mi sento affatto di fare il redattore responsabile a Torino. Ne ho già anche troppo della parte di redattore editoriale Einaudi. (...) E’ evidente che ci vorrebbe un Einaudi,e chi c’è allora?” A De Martino Pavese riscrive il 30 giugno, in risposta al sospirato riscontro finalmente pervenuto. De Martino aveva, con ogni probabilità, chiesto l’ammontare del compenso per il lavoro programmato. Pavese chiarisce che “la sistemazione finanziaria riguarda Einaudi”. Aggiunge di ritenere De Martino, in materia di etnologia, “uno dei pochi in Italia capaci di occuparsene senza partito preso né pedanteria”. Conclude, infine, che la scelta dei testi da pubblicare è “soggetta a decisione o almeno approvazione collegiale”. Il mese seguente, a luglio, troviamo Pavese a Roma, dove ha ripreso la direzione della sede distaccata Einaudi. Il giorno 30 si rivolge a De Martino per scendere nei dettagli del contratto, chiaramente su disposizioni di Einaudi. Innanzitutto, almeno per il momento, nessuna “collezione specifica”, poiché era intenzione dell’Editore inserire i singoli volumi nelle collane già esistenti. Era prevista la pubblicazione di sei volumi all’anno. Il compenso per l’opera di curatore svolta da De Martino sarebbe stato di 6.000 lire a volume, per un totale di 36.000 lire annue. Nel caso in cui De Martino si fosse occupato anche della traduzione, sarebbe stato retribuito a parte. Da Roma, Pavese scrive diverse volte a Giulio Einaudi e a Massimo Mila, per discutere dell’organizzazione delle tre sedi dell’Editrice (Torino, Milano e Roma), delle cariche direttive e gestionali, della suddivisione dei volumi nelle varie collane, ecc. Pavese sfoggia il proverbiale carattere incisivo e provocatorio, a volte “offensivo”, quelle doti che, assai maldestramente, adoperò anche nei rapporti con le donne. Il secondo volume a cura di Italo Calvino presenta, a questo punto, una missiva di Pavese a Bianca Garufì, datata 21 4

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” febbraio ‘46. Come è noto, la Garufi - che sostituirà nel cuore di Pavese l’ormai consumata infatuazione per la Pivano - svolgeva il lavoro di segretaria presso la redazione di Roma dell’Editore, di cui Pavese era direttore. In realtà, come chiarisce dettagliatamente Mariarosa Masoero nell’esaustivo volume da lei curato di recente “Una bellissima coppia discorde.Il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi (1945-1950)”(6) , i contatti epistolari tra i due erano iniziati già nell’agosto dell’anno precedente quando Bianca si era recata com’ era solita fare, in vacanza a Letojanni, in Sicilia, nel settecentesco palazzo materno. È da lì che aveva inviato la sua prima lettera a Pavese rimasto, per l’appunto, a Roma. Datato 30 agosto 1945, il documento apre l’ampio carteggio a cura di Mariarosa Masoero, frutto di lunghi anni di faticose ricerche, che da questo momento in avanti terremo maggiormente in conto per seguire l’evolversi del rapporto tra Pavese e la Garufì. In questa prima lettera. Bianca mostra subito di possedere quelle doti misteriche e mitiche di cui andava da sempre alla ricerca Pavese: una donna capace di padroneggiare, senza civettuole leziosità, quel fascino di tipo rituale e ancestrale che ritroveremo in quasi tutte le opere della maturità dello scrittore delle Langhe. Scrive Bianca: “Caro Pavese ho pensato di scriverti un’infinità di volte, anzi credo, persino di aver cominciato una volta o due. (...) La notte sogno di avere la febbre, talmente mi scotta la pelle per il gran sole del giorno. Decisamente non mi sbagliavo; qui è davvero terribile ogni cosa, e irriducibile C’è una bellezza speciale e, per me, l’unica penetrante. Vivo in un modo strano che avevo quasi dimenticato, qui si dice ‘vivere di piatto’ e sarebbe a dire evitando gli urti o meglio lasciandosi urtare senza conseguenze. (...) S’incontrano spesso uomini con la giacca scura buttata sulle spalle e ho spesso associato a questi la tua immagine.” Pavese le risponde prontamente, il 3 settembre: “(...) hai un modo di dire le cose che fa venire in mente i graffiti preistorici: qualcosa di tranquillamente familiare e insieme mitologico Sogni la febbre, vivi di piatto, sai il vino formidabile ma non lo bevi, vedi giacche nere a spalla - tutto questo ha qualcosa di rituale, di rusticamente rituale e molto esotico.” Anche dopo il ritorno di Bianca a Roma, terminate le ferie, lo scambio epistolare con Pavese – nella Capitale anch’egli – prosegue: ma lavorando insieme, in effetti, i due non avrebbero alcun motivo di scriversi. Il 21 ottobre, Bianca racconta a Cesare, per iscritto, la sua tormentata storia d’amore con Fabrizio Onofri, figlio del poeta Arturo. Notare che la lunga confessione viene stesa di notte come risulta dai riferimenti ai colloqui mattutini svoltisi in ufficio: è come se i due, scrivendosi avessero trovato una comune valvola di sfogo ai rispettivi tormenti privati (Pavese è ancora scosso per l’esito della relazione con la Pivano). Ciò, inconsapevolmente, fa nascere un curioso feeling. Bianca così conclude: ‘(...) non ho che un desiderio, infossarmi e sprofondare. Ogni altra cosa è fatica. “L’animo del Poeta è squarciato in profondità da una persistente sofferenza inferiore, da un -cupio dissolvi- che lo spinge a deprezzare l’immediato reale e concreto, onde vagheggiare invece in una donna, virtù celestiali e, insieme, demoniache: una miscela esplosiva concepita come espressione anzi, rivelazione, di quella “natura matrigna” di sicura ascendenza leopardiana. Natalia Ginzburg in “Le piccole virtù”, ha saputo far rivivere con nitido lirismo e, insieme, con straordinaria abilità chirurgica, tutto la strazio e il calvario di Pavese: “Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e di principi così aggrovigliato e inesorabile da vietargli l’attuazione della realtà più semplice: quanto più proibita e impossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo in lui diventava il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi e ramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. (...) Gli restava dunque, da conquistare la realtà quotidiana; ma questa era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e ribrezzo; e così non poteva che guardarla come da sconfinate lontananze.” 7 Riguardo al “sistema di pensieri” ed alla contrapposizione “sete/ribrezzo” di cui sopra, pare opportuno ribadire che le ripetute “disfatte” subite da Pavese erano dovute non ad esaltazione o balordaggine, al contrario alla crudele consapevolezza che certe qualità, certe doti in natura sono pressoché inarrivabili se non inesistenti. In ogni caso, il Poeta era sprezzantemente conscio - ed insieme, diffidente e scettico - che i suoi tentativi di “identificazione”, ossia di far coincidere una particolare idealizzazione della donna con il suo primordiale e intricatissimo “mondo interiore”, erano destinati al sicuro fallimento. Ciò non solo e non tanto sul piano pratico e realizzativo (il che gli interessava relativamente), quanto ai fini di quell’appagamento esclusivo e totale, ideale ed emotivo, a cui egli teneva davvero, a costo di rinunciare a tutto il resto. Di qui il suo costante, sistematico trasferire sulla pagina scritta e nel lavoro editoriale e di uomo di cultura in genere - ogni sussulto dell’anima. Il 25 novembre ‘45, si apre a Bianca in una straziante confessione. Nell’edizione curata da Calvino, la lettera era indirizzata ad una imprecisata “amica”: invero, per via dell’impostazione autoreferenziale del dettato, essa avrebbe potuto avere, come destinataria, benissimo Fernanda Pivano o altre figure femminili. In effetti, la causa della manifesta sofferenza è la stessa delle delusioni precedenti. Pavese, privo di savoir faire, s’era catapultato anima e corpo - come già azzardato con la Pizzardo e la Pivano -, facendo una corte assillante ma brusca a Bianca Garufi. Le aveva chiesto a bruciapelo di sposarlo, ottenendo l’ennesimo rifiuto, del tutto prevedibile vista la mancanza d’intimità. Distrutto, le scrisse:”(...) io ho capito che nome ha il mio male. Orgoglio si chiama, e si può vincerlo. Mi hai detto che sono storto, mi hai detto di tenderti pure trabocchetti, mi hai detto che nulla tra noi valeva la pena d’esser salvato. (...) Ho cercato di capire se questa frase è per me così terribile perché offende il mio orgoglio (...). Io sono profondamente convinto che ci siamo cercati perché diversi.” Poi, la confessione più penosa, una chiarificazione capace di ferire a morte l’orgoglio del Poeta: “Può darsi che tu abbia ragione a dire che non troverò mai la carne e il sangue, ma 5

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” hai torto a dire che non saprò diventare come vuoi. Devo diventarlo, perché non voglio che la nostra storia somigli alle altre che ho bruciato.” Lorenzo Mondo, nella struggente biografìa “Quell’antico ragazzo”, delinea un ritratto efficace dello scrittore, così pesantemente messo a dura prova: “Come in analoghe situazioni di sconforto, Cesare si abbandona al gusto dell’autoflagellazione, condita di buoni propositi, quasi fioretti laici. Un atteggiamento rafforzato dalla qualità della corrispondente che pratica la psicoanalisi.” Mancano appena cinque anni alla tragica fine del Poeta. Il raffronto con le pagine de “Il mestiere di vivere”, stilate in quei giorni, ci offre il quadro reale della condizione di profonda prostrazione di Pavese. Leggiamo da “Il mestiere di vivere”, in data 2 dicembre ‘45: “La donna che frega un altro per venire con te, fregherà te per andare con un altro. (...) Ma tu sai che queste cose sono come il mito - hanno valore soltanto nell’unicità. E allora?” 8. Il 7 dicembre II Poeta si abbandona ad un soliloquio sconsolato in veste poetica: “T. ti aveva detto soltanto che le poesie ti bastavano / e le aveva amate molto, // F., senza discuterne il riflesso pratico, le aveva / lette con curiosità paziente, // B. ti dice che non avrai altro, e criticamente le ama molto.” Chiaramente, le iniziali stanno per Tina, Fernanda e Bianca. Il 1 gennaio ‘46, sempre nel diario, traccia un primo bilancio della sua vita: “Anche questa è finita. Le colline, Torino, Roma. Bruciato quattro donne, stampato un libro, scritte poesie belle, scoperta una nuova forma che sintetizza molti filoni (il dialogo di Circe). Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest’anno. Tutti ti ammirano, ti complimentano, ti ballano intorno. Ebbene? Non hai mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per qualcuno?” Ciò malgrado, per Pavese è questo un periodo molto intenso e proficuo a livello creativo. Scrive il dialogo “Le streghe” - quello iniziale dei “Dialoghi con Leucò” -, che farà esclamare a Bianca: “Ho letto un paio di volte quel maledetto dialogo e ho dovuto piangere, non so ancora bene di che cosa, se di rabbia o di sconsolazione o di inevitabile.” (18 dicembre 1945). Il libro, che sarà ultimato nel marzo 1947, è ispirato per l’appunto a Bianca, sua musa dichiarata, con la dedica: “A Bianca-CirceLeucò. Pavese nov. ‘47”. Sempre per Bianca scrive, tra l’ottobre e il dicembre ‘47, le nove poesie di “La terra e la morte “. Il 1 gennaio ‘46 la Garufì si dimette, improvvisamente, da segretaria dell’Einaudi per motivi di “concorrenza femminile”, ricorda la curatrice Masoero. In effetti, nella lettera citata del 18 dicembre, aveva confidato a Pavese una “insoffribilità psichica della concorrenza, dell’agone, in qualunque forma si manifesti”. A sua volta Pavese, nella lettera a Giulio Einaudi del 20 dicembre ‘45 - resa nota nel volume “Officina Einaudi” -, preannuncia le dimissioni di Bianca per “motivi personali” che “non hanno nulla a che fare con l’andamento della sede romana” 9. La Garufi si trasferisce ad Uscio (Genova), ospite d’una “colonia della salute”, dove resterà fino a marzo. Nel frattempo, sollecitata da Pavese, inizia a collaborare, in una sorta di gioco serioso, alla stesura del romanzo a quattro mani “Fuoco grande”, pubblicato postumo e così ribattezzato dall’Editore. Inutile dire che era questo il modo istintivo, e più efficace, che Pavese aveva per “comunicare” con le donne: la scrittura letteraria. È ormai assodato, d’altro canto, che il Poeta non aveva saputo in precedenza, nè tentato veramente, d’appagare le attese niente affatto stratosferiche di Fernanda Pivano. Italo Calvino, nel secondo volume delle “Lettere”, ci informa che il 2 febbraio 1946, nel comunicare a Femanda il parere favorevole riguardo alla Prefazione a “Storia di me e dei miei racconti” di S. Anderson, aveva perentoriamente sentenziato: “II cordone ombelicale è veramente tagliato. La prefazione è bella e ha stile - il giudizio non è soltanto mio. Il maestro non ha più niente da fare. Come semplice revisore attende il manoscritto col testo per dare l’ultima occhiata. Poi, buona fortuna nei mari della vita.” Nel 1949, Femanda Pivano sposerà l’architetto Ettore Sottsass. Ad Uscio, nell’elegante struttura della Colonia Arnaldi, Bianca si sottopone a sedute psicanalitiche (lei stessa diverrà, in seguito, psicoterapeuta), intervallate da lunghe passeggiate. Nel tempo libero, scambia con Pavese riflessioni e piani di lavoro per portare avanti “Fuoco grande”, scritto a capitoli alternati. Il 16 febbraio, Bianca invita calorosamente Cesare ad andarla a trovare. Lui risponde, due giorni dopo, d’aver scritto un “altro dialoghetto” e le dà consigli su come portare avanti il romanzo “bisessuato”, al fine di “cavarne un’emulsione omogenea”. Poi gli viene il sospetto che la ragazza possa aver “ritrovato un vecchio amore o uno nuovo” e che la letteratura già la “disgusti”. In questo caso, le dice, brucia tutto e “vivi lieta”. Masoero sottolinea come Bianca, ancora sconvolta dopo la scomparsa di Pavese, confessò nel suo diario e a se stessa, in data 11 aprile ‘54: “io ho fatto tutto ciò che potevo fare. È stato inutile.”L’imponente corrispondenza si trascina così - mi sia consentito - all’insegna d’un sado-masochistico volersi far male, chiaramente da parte di Pavese, il quale gode nei suoi sconfinamenti mitico-letterari che annullano pericolosamente la portata dei sentimenti, specie per quanto concerne la relazione uomo-donna. Il 21 febbraio Pavese non sa far altro che ravvisare, nelle lettere di Bianca, la sensazione che provengano dai luoghi incantati dei “Campi Elisi”, mentre, ai lamenti della Garufi di “sentirsi fiacca”, dà una risposta irritante ed inopportuna: “Qui sono solo e felice. Non c’è niente che renda più felici che avere lontano una persona che si ricorda di noi con dolcezza.” In una nota, Masoero ribadisce che “nel diario affermazioni simili si ripetono quasi ossessivamente.” Il giorno seguente, 22 febbraio (una conferma: che celerità le poste d’allora, altro che l’odierna prioritaria!). Bianca così lo esorta: “Scrivimi una lettera decente”, aggiungendo: “impara a mettere almeno i saluti in fondo alla lettera”. Lui, di rimando, il 23 febbraio: “(...) possibile che sei così scema? (...) Io sono un lavoratore. (...) Seducimi.” Lo stile, che vorrebbe essere eccitante ed erotico, in realtà riesce ad essere, involontariamente, appena un po’ autoironico e patetico. Pavese, appresa la notizia che Bianca, conclusa la permanenza ad Uscio, intende trasferirsi a Milano - forse per sempre -, non sa far 6

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” altro che impartire spropositi dottrinali: “(...) lo sai benissimo che quand’io scrivo lettere, maltratto. È un risultato della fusione tra il realismo americano e la mitopeia preomerica.” (26 febbraio). Poi, il 7 marzo, nel riaffermare la predilezione per il catulliano “odi et amo”, la conclusione (provvisoria): “Sei una grossa canaglia e farò con te grandi sciocchezze. Oltre ai romanzi.” Come si vede, questo interminabile, reciproco pizzicarsi e ferirsi sembra davvero una telenovela d’altri tempi, romantica ma devastatrice. Ne “Il mestiere di vivere”, il 17 aprile ‘46, Pavese annota un pensiero in tema di psicanalisi, di cui Bianca era grande appassionata: “Ecco: quel che non ti va nella psicanalisi è la evidente tendenza a trasformare in malattie le colpe. (...) Siamo chiari: non ho niente contro il formulario psicanalitico - ha arricchito la vita inferiore - ce l’ho contro le facce di bronzo che se ne servono per scusare la loro pigra svogliatezza e credono che sentirsi dire che inculare i ragazzini è un risultato di una loro esperienza del cavatappi, sia una giustificazione. Nossignore. Non bisogna inculare i ragazzini.” I rapporti con Bianca Garufi tendono a farsi col tempo, tra alti e bassi, sempre più fraternamente e confusamente “conflittuali”. Quello stesso giorno, il 17 aprile. Pavese le chiede, a bruciapelo: “(...) cosa pretendi? che ci coccoliamo come due conigli? Io trovo molto bello questo maltrattarci insaziabile; è sincero dopotutto e producente. Ciascuno ha i suoi sistemi - noi siamo una bellissima coppia discorde, e il sesso - che dopotutto esiste - si sfoga come può.” L’unico punto d’incontro, dove continuare a confrontarsi costruttivamente, rimane la letteratura. Il 14 aprile Bianca gli comunica la disponibilità a tradurre la “Nausee” di J.P. Sartre, anche se ritiene di non aver scoperto nel romanzo “quel famoso quid essenziale ed universale che, solo, giustifica l’opera scritta”. Riguardo ai poeti e scrittori francesi. Pavese replica duro il 29 aprile: “A Roma c’è stato il ciclone di Eluard e io mi sono preso il gusto di evitarlo accuratamente. Però questi scrittori francesi - sono come le ballerine: Vercors, Camus, Eluard, Aragon, girano il mondo come Buffalo Bill invece di scrivere un po’ meglio. Sta’ attenta tu che hai la stessa vocazione. È il peggior lato della letteratura intesa come vita. Meglio il letterato provinciale e turris eburneo. Meglio me.” Qualche giorno prima, il 20 aprile, elencando le - a lui più congeniali - “idee mitiche”. Pavese aveva stilato, a propria difesa, un allusivo e celebrativo autoritratto: “(...) la capacità di essere eroici, di aver fatto vita clandestina e sfidato la morte, è una prova di mancanza d’energia non di forza,quando nella vita normale ci si senta disorientati.” Arriviamo, così al 23 agosto. Scrive Bianca: “Caro Cesarino, ti voglio talmente bene e ti sono così grata per quanto bene ti fai volere che ti bacerei ambo le mani malgrado le tue unghie sporche e rosicchiate. Decisamente l’amore non c’entra per niente altrimenti non potrebbe esserci questo senso di straordinaria gioia, spontaneità e freschezza nei nostri rapporti.” Proseguono i rapporti editoriali con i più grandi intellettuali dell’epoca: Franco Fortini, Sibilla Aleramo, Alessandro Bonsanti, Paolo Milano, Nelo Risi, Elio Vittorini, Francesco Jovine, Francesco Gabrieli, Enrico Falqui, Franco Ferrarotti, Delio Cantimori, Augusto Monti, Alberto Moravia, Glauco Natoli, Renato Poggioli, Enzo Giachino, Cesare Musatti, Giuseppe Cocchiara, Giansiro Ferrata, Luciano Foà, Edoardo Sanguineti, Rosa Calzecchi Onesti, Mario Praz, Lalla Romano, Leone Piccioni, Davide Lajolo, Piero Calamandrei e tanti altri. Soprattutto, Ernesto De Martino. Agli inizi del 1950, Pavese conobbe a Roma la giovane americana Constance Dowling, sorella della più affermata Doris, entrambe attrici. Le due giovani dive erano giunte in Italia per la presentazione del film “Riso amaro” (1949) di Giuseppe De Santis, in cui Doris aveva recitato al fianco di Silvana Mangano, Vittorio Gassman e Raf Vallone. Qualche tempo dopo, Pavese e Constance s’erano rincontrati a Torino: l’attrice ne approfittò per chiedere a Pavese di accompagnarla in montagna, a Cervinia, dove, in realtà, aveva un appuntamento con l’attore Andrea Checchi. Enorme fu la disillusione del Poeta, che s’era perdutamente innamorato di lei. La prima lettera a Constance è del 17 marzo. Pavese si dichiarò subito, com’era suo solito: “Ti amo Cara Connie, di questa parola so tutto il peso - l’orrore e la meraviglia - eppure te la dico, quasi con tranquillità. L’ho usata così poco nella mia vita, e così male, che è come nuova per me.” Febbrilmente prepara, appositamente per lei, il soggetto cinematografico “Le due sorelle”, che le invia due giorni dopo, vantandosi d’essere tra i “maestri riconosciuti” per i dialoghi. Va detto, infatti, che nella primavera di quell’anno, tra marzo e giugno. Pavese si dedica freneticamente alla scrittura cinematografica - come ricorda Mariarosa Masoero nel bellissimo volume “ Il serpente e la colomba. Scritti e soggetti cinematografici” 10-, approntando ben otto sceneggiature nella speranza che qualcuna di esse andasse a genio alle sorelle Dowling. Il cinema, del resto, era stato fin da ragazzo la grande passione di Pavese. Le scrive ripetutamente, sia in inglese che in italiano, per dirle: “Meglio esser presente nello spirito che nella carne.” Poi, nella dedica al capolavoro “La luna e i falò”: “Ho conosciuto giorni in cui aver scritto un libro come questo avrebbe significato qualcosa.” Sempre a Constance dedicherà le poesie di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Il 17 aprile, esattamente un mese dopo, quando lei è ormai in viaggio per gli Stati Uniti, le indirizza una lunga lettera in inglese, allegando la poesia “T’ was only a flirt”. La lettera suona come una rancorosa rinuncia: “Viso di primavera, io di te amavo tutto, non solo la tua bellezza, il che è abbastanza facile, ma anche la tua bruttezza, i tuoi momenti brutti, la tua tache noire, il tuo viso chiuso. E pure ti compiango. Non dimenticarlo.” A maggio si rifà vivo, quasi intimandole: “Parliamo d’odio. Io odio l’Atlantico. (...) Non dire merde troppo spesso, non serve ad andare avanti.” Mentre si dirada la corrispondenza con Constance, s’infittisce quella con la sorella Doris grazie ai soggetti cinematografici che le va proponendo, nella speranza di riagganciare la recalcitrante Connie. Accompagnato da Doris Dowling, il 24 giugno. Pavese, ormai psicologicamente distrutto e tisicamente debilitato, ritira a Roma il Premio 7

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” “Strega”, assegnatogli per il romanzo “La bella estate”. In agosto il Poeta si reca in Liguria, a Bocca di Magra, dove conosce la diciottenne Romilda, sorella dell’editore Giulio Bollati: l’ennesimo incontro sbagliato con la donna sbagliata nel momento sbagliato. Il confronto/scontro con la dirompente freschezza della ragazza sortisce l’effetto di scuotere, sfiancandolo fin nelle viscere come una orgastica tragica provocazione, l’animo straziato e depresso dello scrittore. Nonostante ciò, egli si mostra disponibilissimo, aperto a qualsiasi tipo di confessione e di “autofustigazione”. In una delle lettere alla ragazza, a cui diede il nomignolo di “Pierina”, scrive: “Ogni tuo ballo è un giorno di meno nella mia vita. Me ne restano pochi.” Ed ancora: “Io sono, come si dice, alla fine della candela. (...) Non si può bruciare la candela dalle due parti - nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto. (...) Quanto a me, ti voglio bene, Pierina, ti voglio un falò di bene. Chiamiamolo l’ultimo guizzo della candela.” Sappiamo come finì. Il 16 agosto annotò nel diario: “Perché morire? Non sono mai stato vivo come ora, mai così adolescente. Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre. La mia parte pubblica l’ho fatta - ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.” E il giorno seguente: “I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo. È la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancor finito. Nel mio mestiere dunque sono re.” Tanti anni prima, il 21 ottobre 1927, aveva scritto: “Ebbene io vi dico che il suicida è un martire, martire tanto degno quanto i martiri di tutte le religioni. E per religione intendo ogni ardore dell’anima umana. Dio o Idee che sono poi tutte altrettanti iddii.”11 Infine, il 18 agosto: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.” Nella notte del 26 agosto 1950, Cesare Pavese decise di chiudere la propria esistenza in una camera dell’Albergo “Roma”, a Torino. NOTE 6. M. Masoero (a cura di), Una belissima copia discorde. Il corteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garuffi. (1945-1950). Olschki Ed., Firenze 2011. 7. N. Ginzburg, Le piccole virtù. Einaudi, Torino, 2012. 8. C. Pavese, II mestiere di vivere, 1935-1950. Nuova edizione condotta sull’autografo. A cura di M Guglielminetti e L. Nay. Einaudi, Torino, 1996. 9. C. Pavese, Officina Einaudi. Lettere editoriali 1940-1950. Einaudi, Torino 2008 10. C. Pavese, Il serpente e la colomba - scritti e soggetti cinematografici. A cura di M. Masoero, Einaudi, Torino 2009. 11. C. Pavese, Prima di “Lavorare stanca” 1923-1930. In Le Poesie. Einaudi, Torino, 1998. CENTRO PAVESIANO MUSEO CASA NATALE Il CE.PA.M. è una associazione senza fini di lucro con sede nella casa natale dello scrittore Cesare Pavese. Costituito nel 1976, ha tra i suoi compiti statutari prioritari la promozione e lo sviluppo culturale e socioeconomico del territorio. LE ATTIVITÀ • pubblica la rivista “Le colline di Pavese” • organizza il premio Pavese: letterario, di pittura e di scultura • promuove l’Osservatorio Permanente sugli studi pavesiani nel mondo • cura l’allestimento di mostre personali e collettive di pittura, scultura e fotografia • pubblica i quaderni del CE.PA.M. ad integrazione delle tematiche trattate su “Le Colline di Pavese” • organizza il Premio Letterario “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema” e la collettiva d’arte “Dioniso a zonzo tra vigne e cantine” • organizza il “Moscato d’Asti nuovo in festa” (8 dicembre), una manifestazione legata strettamente all’economia del territorio. AGRITURISMO “IL CRUTIN” di Barbero Marinella Il nome dell’agriturismo deriva dal “crutin” (grotta) che raccoglie acqua di sorgente potabile che i nostri avi usavano quotidianamente. Questa grotta è parte integrante dell’edificio. La zona permette di fare lunghe escursioni a piedi o in bici. CE.PA.M. · Via C. Pavese, 20 · 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141 844942 - www.centropavesiano-cepam.it info@centropavesiano-cepam.it L’azienda dispone di 6 camere con bagno privato, riscaldamento autonomo e tv, tutte con vista sulle vigne o sulle colline Loc. Vogliere 3 - 12058 Santo Stefano Belbo (CN) Tel. e Fax 0141 840559 - Cell. 349-4749463 8

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“Se vuoi sapere chi sono adesso, rileggiti La belva nei Dialoghi con Leucò” La belva Franco Lorizio Cesare Pavese, con straordinaria consapevolezza, indicò ai suoi amici, poco prima di darsi la morte, la chiave di lettura del proprio tragico destino. Scrisse in una lettera a Lalla Romano del 20 aprile 1950: “Rileggi nei Dialoghi con Leucò La belva e avrai il mio stato”. Ancor più significative e sconcertanti le scarne parole indirizzate a Davide Lajolo il 25 agosto sera: “Se vuoi sapere chi sono rileggiti ‘La belva’ nei Dialoghi con Leucò: come sempre, avevo previsto tutto cinque anni fa.”1 La belva è il secondo dialogo composto da Pavese (18-20 dicembre 1945). Il colloquio fra Endimione e lo straniero (Ermete, il “dio viandante”)2 è incentrato sulla dea vergine Artemide, “la selvaggia”, la “signora delle belve”. Il mito di Endimione declina il tema del sonno: il giovane e bellissimo pastore, sgomento all’idea d’invecchiare, ottenne da Zeus un sopore perenne, a occhi aperti e senza sogni, che lo preservò dal decadimento fisico. Pavese presenta l’eroe con “gli occhi di folle” (“Ho questi occhi, questi occhi, come di chi fissa nel buio”) mentre si trascina in un dormiveglia che non è sonno né realtà: non può abbandonarsi al torpore, né destarsi alla vita (“Credo di aver dormito sempre, eppure so che non è vero”). La dea gli comanda: “Tu non dovrai svegliarti mai”, senza concedergli il beneficio dell’incoscienza. “Io fingevo di dormire, sempre, tutte le notti”, rivela allo straniero; e con disperazione aggiunge: ”Non avrò più pace nel sonno”. Endimione, come “l’uomo solo” della poesia Lo steddazzu, “vorrebbe soltanto dormire”, obliando la coscienza del proprio isolamento (“Gli immortali sanno stare soli. E tu non vuoi la solitudine”). Accanto al motivo del sonno compare quello della donna: Artemide ne costituisce l’immagine archetipica. Ella è “la belva, la cosa selvaggia, la natura intoccabile”; ha “voce rauca, fredda, materna”; nei suoi occhi, “grandi, trasparenti”, “c’è la bacca e la belva, c’è l’urlo, la morte, l’impetramento crudele”. Eppure è solo “una magra ragazza”, capace di morbida delicatezza: “Mi toccò quasi esitando, e le venne un sorriso, un sorriso incredibile, mortale. Io fui per cadere prosternato – pensai tutti i suoi nomi – ma lei mi trattenne come si trattiene un bimbo, la mano sotto il mento”3. In Artemide s’intravede Tina Pizzardo, “la donna dalla voce rauca”, dal carattere imperioso; si scorge anche Bianca Garufi, amata da Pavese nel periodo della stesura del dialogo. A quest’ultima sono dedicate le nove poesie di La terra e la morte, composte fra l’ottobre e il dicembre 1945, che pre- annunciano il sottofondo mitologico del Leucò. Molti versi anticipano i tratti distintivi di Artemide: “tu dura e dolcissima”; “hai il viso di pietra scolpita”; “sei la voce roca della campagna”; “come la roccia e l’erba, / come terra, sei chiusa”; “tu non dici parole / e nessuno ti parla”; “hai la voce roca”; “ogni volta rivivi / come cosa antica / e selvaggia”; “cerchiamo il sonno / della morte affiancati, / e abbiamo voce roca / fronte bassa e selvaggia”; “cosa ignota e selvaggia”; “la tua stagione è il buio / e il silenzio”. La mythopoiesis, ossia l’enunciazione del mito nell’atto del suo nascere, è il terzo aspetto che caratterizza La belva. Pavese espose limpidamente il processo mitopoietico nel saggio Del mito, del simbolo e d’altro (1943-44 - incluso in Feria d’agosto, 1946): “Una piana in mezzo a colline, fatta di prati e alberi a quinte successive e attraversate da larghe radure, nella mattina di settembre, quando un po’ di foschia le spicca da terra, t’interessa per l’evidente carattere di luogo sacro che dovette assumere in passato. Nelle radure, feste fiori sacrifici sull’orlo del mistero che accenna e minaccia di tra le ombre silvestri. Là, sul confine tra cielo e tronco, poteva sbucare il dio.”4 Pavese individua come luogo mitico “il prato, la selva, la grotta, la spiaggia, la casa, che nella sua indeterminatezza evoca tutti i prati, le selve ecc., e tutti li anima del suo brivido simbolico”5. L’unicità del luogo è lo scenario sul quale campeggia “l’unicità del gesto e dell’evento, assoluti e quindi simbolici, che costituisce l’agire mitico. Una definizione non retorica di questo sarebbe: fare una cosa una volta per tutte. […] Il mito è insomma una norma, lo schema di un fatto avvenuto una volta per tutte, e trae il suo valore da questa unicità assoluta che lo solleva fuori del tempo e lo consacra rivelazione. Per questo esso avviene sempre alle origini, come nell’infanzia: è fuori del tempo.”6 La belva è la traduzione poetica dell’enunciato teorico. L’unicità del luogo: “Tu sai cos’è l’orrore del bosco quando vi si apre una radura notturna? O no. Quando ripensi nottetempo alla radura che hai veduto e traversato di giorno, e là c’è un fiore, una bacca che sai, che oscilla al vento, e a questa bacca, questo fiore, è una cosa selvaggia, intoccabile, mortale fra tutte le cose selvagge? Capisci questo? Un fiore che è come una belva?”7 L’unicità del gesto: “Lei mi disse il mio nome e mi venne vicino – la tunica non le dava al ginocchio – e stendendo la mano mi toccò sui capelli. […] ‘Tu non dovrai svegliarti mai’ mi disse.”8 9

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“Se vuoi sapere chi sono adesso, rileggiti La belva nei Dialoghi con Leucò” C’è infine un ultimo aspetto che il dialogo rivela: la pulsione distruttiva (“Il selvaggio e il divino cancellano l’uomo”). Il sorriso della dea è potenza annichilente: “lei la selvaggia ha un riso breve, un comando che annienta”. L’ Endimione pavesiano è inchiodato al desiderio che Artemide “sorridesse un’altra volta”. Ma l’epifania del divino uccide il mortale. Nell’impossibilità di sostenere il sorriso di Artemide, Endimione accetta il destino di sonno e solitudine prospettatogli da Ermete: “Ciascuno ha il sonno che gli tocca, Endimione. E il tuo sonno è infinito di voci e di grida, e di terra, di cielo, di giorni. Dormilo con coraggio, non avere altro bene. La solitudine selvaggia è tua. Amala come lei l’ama.” Il commiato dello straniero preannuncia il suicidio dello scrittore: “Addio. Ma non dovrai svegliarti più, ricorda”. Si comprende allora perché Pavese abbia considerato La belva la rivelazione di se stesso: uno svelamento pur criptico, ma dalle cifre non impenetrabili. Nel dialogo cogliamo la condanna alla solitudine, il desiderio inappagato di affetto, l’impossibilità di un amore che non denunci impietosamente i limiti degli amanti (“Non ci si uccide per l’amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualsiasi amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità nulla”9; “L’amore ha la virtù di denudare non i due amanti l’uno di fronte all’altro, ma ciascuno dei due davanti a sé”10). Il sonno di Endimione, è un ritrarsi dalla realtà, è la rinuncia al “mestiere di vivere”. Colpisce in Pavese lo sguardo chiarissimo su di sé, il riconoscimento impietoso delle proprie antinomie. La durezza con se stesso, il rifiuto stoico di autogiustificarsi, la sobria sfida alla morte (“ci vuole umiltà, non orgoglio”), costituiscono il centro della personalità pavesiana e il presupposto della catastrofe finale. NOTE 1. Il contenuto dell’espresso - ricevuto dal destinatario il mattino del 28 agosto – compare nel Vizio Assurdo di Davide Lajolo (Milano, Mondadori, 1972, p. 340). La missiva è altresì inserita nel corpus delle lettere pavesiane edite nel 1966 da Einaudi. Tibor Wlassics, in Pavese falso e vero. Vita, poetica, narrativa (Torino, Centro Studi Piemontesi, 1985) nega l’autenticità della lettera, il cui originale è andato smarrito. A tal proposito c’è da chiedersi perché mai Lajolo avrebbe ordito una simile falsificazione a danno di uno dei suoi amici più cari: non trovando alcuna risposta convincente continuiamo a dare credito allo scrittore di Vinchio. 2. V. nota p. 180 in Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Torino, Einaudi, 1947 (II edizione). 3. Ivi, p. 41. 4. Cesare Pavese, Del mito, del simbolo e d’altro, in Feria d’agosto, Torino, Einaudi 2002, p. 149. 5. Ivi, p. 150. 6. Ibidem. 7. Id., Dialoghi con Leucò, Torino, Einaudi, 1947, II ed., p. 40 (parla Endimione). 8. Ivi, p. 41. 9. Id., Il mestiere di vivere (25 marzo 1950), Torino, Einaudi, 1952, II edizione, p. 357. 10. Ivi (12 ottobre 1940), p. 187. GRANDI VINI E SPUMANTI Via Cossano, 2/A • 12058 Santo Stefano Belbo (CN) Tel. 0141.844190 • Fax 0141.840900 • info@vallebelbo.it • www.vallebelbo.it 10

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Ieri e oggi Ovvero sulla creatività, la coscienza di classe, l’amore per la libertà... Pieretto Pasquale Briscolini A ciascuno di noi è sicuramente capitato di farsi qualche domanda sulla creatività e sul suo significato. Domande del tipo: ma le persone si dividono davvero in due grandi categorie, quelle che hanno fantasia, sono creative e si dedicano prevalentemente all’arte; e poi tutte le altre, che si dedicano alle normali attività di tutti i giorni? O piuttosto ognuno di noi ha la sua parte di creatività, chi più chi meno, ovviamente, e la esercita nei modi più svariati anche nelle attività generiche, senza che per questo debba dipingere un quadro di colline o modellare una forma con l’argilla? Forse anche Guccini è un po’ di questa (seconda) idea quando dice, nella canzone “Artisti” dell’ultimo CD: “Gli artisti non nascono artisti, non sembrano strani animali ma nascono un po’ come tutti, come individui normali.”. Pavese è ancora più esplicito sulla questione: per lui Pieretto è come chi scrive un romanzo o, meglio ancora, è chi scrive un romanzo che in realtà fa la stessa cosa di Pieretto. Sentiamo1: “Eravamo all’osteria in parecchi, e c’era anche Masino. Si parlò di Pieretto che la ragazza era venuta a prendere, e mancava da un’ora. - Domani ci racconta quel che ha fatto e che ha detto, - borbottò Masino, e ridevamo. – Lui si diverte a raccontarle più che a farle. - Come quelli che scrivono, - dissi. – Tu, Masino, volevi sapere come si scrivono i romanzi. Così. Ci si ritira e si va a spasso. Si fa finta di niente. Poi si torna e si racconta qualcosa. Non quello che è stato. Qualcosa di meno e qualcosa di più. Così si scrivono i romanzi. - Sta a vedere che Pieretto è un grand’uomo, - disse un altro di noi, di punto in bianco. – Se ti sentisse, non lo tieni più. Lasciai che Masino gli facesse gli occhiacci. Poi dissi che non tutti volendo sanno scrivere un libro, ma che il primo requisito è di saperlo inventare, come Pieretto quando inventa i fatti suoi. Spiegai che un libro è tutto fatto di quel che l’autore vorrebbe e non è, di quel che lo diverte, che lui pensa di notte. Pieretto – dissi – si diverte anche quando racconta che Marì gli ha dato un cane. Poi t’inventa che è stato con lei chissà dove, che hanno fatto baldoria, che ha rotto le costole a un tale che voleva portargliela via. Cosa c’è di diverso da questo a un romanzo? Il punto, anzi il primo requisito – dice Pavese – è di sapere inventare. Per farlo, è necessario muoversi su un filo di rasoio tra quello che uno vorrebbe essere e non è, su quello che lo diverte o che ha nei suoi pensieri più profondi, di notte…. Ma Pavese lascia intravvedere in profondità uno dei problemi che gli stanno a cuore – e con lui stanno a cuore a tutta una classe di scrittori e di intellettuali di quel periodo – e cioè il loro “ruolo politico”. È a Masino che fa porre la questione: “Masino disse: - Ma un romanzo deve solo divertirti o essere ben scritto? Raccontarti le fandonie di Pieretto o la vita che fa il popolo? - Chi è il popolo, Masino? Popolo sei tu, sono io, è Pieretto. Se le racconta troppo grosse gli puoi dire di piantarla, e parli d’altro. Non ti diverti più. Neanche lui si diverte se si mette a parlare di quel che non sa. Ma quando racconta dei trucchi che Marì gli combina e si vanta di averla portata nei prati, sta’ tranquillo che sa quel che dice. Se la gode così. Scrivere bene vuol dire questo. Raccontare qualcosa che vorresti e non hai. Quello che hai già non lo racconti. Te lo tieni. Ecco definirsi quello che, secondo lui, è il ruolo autentico della scrittore: deve in sostanza essere credibile, raccontare di quello che sa, che sente, che ama, che non ha ma vorrebbe. Se bara e parla di quel che non sa, “tu te ne accorgi subito e non ti diverti più, ma anche lui non si diverte più”. Ma se non bara, se è autentico, quello che racconta va tutto bene, perché ognuno di cui parla è popolo: il popolo è ognuno di noi, ogni persona. Ma questo non è proprio facile da capire 11

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Ieri e oggi e poi, naturalmente, Pavese nel racconto mantiene un livello di leggerezza e di sottile ironia con i vari personaggi. Ecco allora che: “Masino si mise a gridare. - Tu sei matto, - diceva. – Mi hai sempre spiegato che si parla soltanto di quello che esiste. Esiste il popolo, esiste una coscienza di classe. Di che cos’altro vuoi parlare? - Masino, Masino, tu dove la tieni la coscienza di classe? - Pochi ce l’hanno, - disse uno. - Tocca a quelli che l’hanno svegliarla negli altri. - E allora, - dissi, - vedi bene che quello che esiste non c’è. E se si deve, com’è giusto, parlarne, capisci che il bello anche qui è di supporlo. Quando tutti l’avranno, si parlerà d’altro. La coscienza di classe è l’esigenza, la mancanza di qualcosa che si cerca di avere lavorando e parlandone. Anche tu, non l’hai mica dal mattino alla sera. Il difficile è questo: bisogna averla e non averla, per saperne parlare. Masino è concreto e gli dice – anzi gli ricorda di essere stato lui a dirlo – che bisogna parlare solo di ciò che esiste. Allora, siccome esiste il popolo ed esiste la coscienza di classe, è di questo che occorre parlare e raccontare! Però il discorso si complica perché di coscienza di classe – che pure esiste – in giro ce n’è poca o non c’è affatto. Succede allora che se ne debba parlare proprio per fare in modo che ci sia, e che quando tutti l’avranno non ci sarà più questo bisogno. Masino è perplesso: - “Eh?” Si tocca qui, con qualche rapido cenno evocativo di cui Pavese è maestro, un aspetto molto importante dell’animo umano che condiziona tutti i nostri comportamenti: ognuno di noi è particolarmente attratto da quello che non ha e che vorrebbe avere; soprattutto se è qualcosa che altri hanno. Ma ognuno di noi ha certamente sperimentato, in qualche occasione, la caduta dell’interesse una volta raggiunto quell’obiettivo. Si potrebbe parlare di “abitudine”, come se ci succedesse, “abituandoci” a qualcosa che pure avevamo molto desiderato o bramato di avere, quasi di non sentirne più il valore o di sentirlo in un modo molto attenuato. Il consumismo ha poi certamente esasperato questo nostro atteggiamento innato, rendendo più labile e di più breve durata il legame affettivo che abbiamo con le cose e anche con le persone. Il consumismo si basa infatti sul “potere ipnotico-seduttivo dell’oggetto di godimento offerto illimitatamente dal mercato2”. La sensazione dell’abitudine, che provoca la caduta dell’interesse e del legame affettivo, può riguardare cose poco importanti – un oggetto, un’automobile ad esempio – ma anche altre di importanza ben superiore e anche non confrontabile: - “Prendi la libertà. Chi vive libero, non sa più cosa sia. Vive libero e basta. Ma per averci la passione, per saperne parlare, bisogna che te l’abbiano tolta, e che tu la desideri. Così ce l’hai, ti esiste dentro, ma intanto ti manca e lavori per lei.” Quasi settant’anni dopo, nel 2014, Massimo Recalcati nel libro appena ricordato sviluppa in modo approfondito il legame inscindibile fra il limite (la legge, l’ostacolo) e il desiderio, che “sono necessariamente presi in un’articolazione simbolica: senza il desiderio la legge si insterilisce e diviene una mummia in difesa di un sapere morto, ma senza la Legge il desiderio si frammenta e diventa puro caos ”. In quel caso il discorso riguarda la Scuola e l’educazione, ma è evidente il suo significato generale, così come è evidente la profondità dell’accenno di Pavese e il suo guardare molto, ma molto, avanti con i tempi. - Sta’ a vedere che dobbiamo dir grazie a quei porci. - Ringrazia il digiuno che ti mette appetito. Ma, parlando di scrivere, non è mica che tu deva star apposta digiuno per avere uno stile più intonato. Pensa un poco a Pieretto: che cosa non darebbe per andarci davvero nei prati, e fare tutte quelle cose che racconta. Così è degli argomenti dei libri: lo scrittore, se è un uomo genuino, deve volere a tutti i costi che la vita sia più bella, più felice, più giusta. Deve fare quanto può da parte sua per non fermarsi all’esigenza, ma lavorare con gli altri e prender parte alla lotta. Che apprezzi la libertà soltanto chi ne è senza, non vuol dire che non si deva far di tutto per conquistarla. E si va di conquista in conquista. Ma, ti dico, un bel libro è sempre pieno di voglie rientrate, di sforzi, di delusioni, di cose che ti mancano. Uno gode soltanto a immaginarsi quel che non ha. E scrive bene, ti dà gusto, solamente chi ha scritto godendo. Questa frase, relativa a “chi ha scritto godendo”, fa correre il pensiero a quello che Pavese scriverà tre anni e mezzo dopo, alla fine del 1949, e cioè “La luna e i falò”. In quel “racconto poetico” – di cui un critico dirà: “Pavese ha lavorato con spaventosa felicità sui personaggi e lo stile” – ci sono parti nelle 12

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Ieri e oggi quali “si sente forte” il godimento dell’autore nello scrivere. In quelle parti è anche più forte il legame fra l’autore e il lettore, a conferma dell’idea che in una comunicazione tra due persone quello che “passa” veramente, il vero collante della comunicazione/comunione è proprio il legame affettivo tra chi parla (o scrive) e la cosa di cui parla. Infatti Pavese dirà tra un momento che, se di una cosa non t’importa, “farai meglio a parlare di quel che t’importa”: “Qui ci calmammo, e ci bevemmo sopra. - Lo sapesse Pieretto, - disse Milio, - che gli dai tanto credito e che un compagno come te lo prende ad esempio. - Lui non parla davvero di coscienza di classe, - disse un altroMasino taceva. Io sapevo che cosa pensava. Dissi: - È per questo che per scrivere bisogna conoscersi bene e cavarsi le idee dal midollo. Bisogna raccogliersi e lasciare che quello che sei venga a galla, i tuoi gusti, le tue voglie, i tuoi bisogni. Non puoi mica parlare del primo capriccio. Se non hai la coscienza di classe, se non t’importa d’averla, farai meglio a parlare di quel che t’importa. Tutti abbiamo qualcosa nel sangue, che salta su solo a pensarci. E tutto quello che è sincero, che è la voce di un uomo, val la pena di starlo a sentire... Masino alzò la testa- - Hai anche ragione, - disse. – Ma se scrive bene solamente chi scrive godendo, l’hai detto tu, come va che son famosi certi scrittori che non fanno che lamentarsi? Per esempio il Leopardi, Giacomo, o i tisici, i disgraziati. Ce n’è un mucchio. Anche Pieretto si lamenta alle volte. Qualcuno rideva. Ridemmo tutti. - Prendi la musica, - dissi. – Perché è la stessa cosa fare un bel libro o fare un’opera. Prendi la Traviata o la Bohème. O anche soltanto una canzone malinconica. Ebbene, è qui l’abilità. Credi che il musicista fosse disperato quando lavorava? Neanche per idea. Aveva e non aveva anche lui. Siamo al punto di prima. Si metteva nei panni di chi è disperato – gli mancava la donna, l’appetito, la pace – desiderava le cose, le voleva, e quel che trovava era la soddisfazione di dir questo, di dirlo bene, di farne venir voglia a tutti quanti. Se gli avessi chiesto mentre componeva: - Vuoi la donna, vuoi la pace, vuoi la salute? – ti avrebbe risposto: - Prima lascia finire. Mi piace troppo così.”. “Avere e non avere”: Pavese insiste spesso su questa “sospensione”. In una pagina del Diario4 dice “Tutta l’arte è un problema di equilibrio fra due opposti”, esprimendo così il concetto in una forma più generale, astratta, che poi esplicita spesso con esempi concreti. Un altro aspetto comune a tutti gli interventi pubblici di Pavese in questo inizio del 1946 è il suo atteggiamento in- solitamente positivo, un clima comunicativo e di fiducia. È un momento nel quale tenta, in tutti i modi, di “inserirsi concretamente nella società” e sembra aver fiducia di poterci riuscire. Così, in questi articoli per l’Unità, crea sempre un clima positivo nel quale dialogano persone che hanno fiducia una dell’altra, e che si vogliono bene. Nel fluire di questi dialoghi inserisce poi gli aspetti della società, e delle relazioni tra gli uomini, che più gli stanno a cuore e che vuol dire in qualche modo, di solito attraverso la voce di qualcuno dei personaggi che dialogano. Perché - dice Calvino (a proposito dei romanzi di Pavese, ma lo si può intendere in generale) - “Ogni romanzo di Pavese ruota intorno a un tema nascosto, a una cosa non detta che è la vera cosa che egli vuol dire e che si può dire solo tacendola”5. Negli interventi pubblici di questo periodo possiamo dire che Pavese è un po’ meno ellittico e più esplicito. Non rinuncia a dire quello che sente di dover dire in questo momento di rinascita del paese dopo la tragedia, rinascita in cui cerca di giocare anche le proprie possibilità, ma prevale la leggerezza e il clima goliardico, tra compagni: - A me, - disse Milio, - sentirvi discorrere leva la voglia di leggere. Però la Traviata mi piace. Mi piace anche la Bohème. E sono d’accordo che scriverla dev’essere stato un piacere. Ma leggere è diverso. Si legge per capire le cose. Cos’ha scritto quel Giacomo che dicevi? In quel momento entrò Pieretto, aggiustandosi la cravatta. Tutti gridarono. Io dissi a Milio: - Chiediamolo a lui. Vedrai che qualcosa ci dice. Masino alzò le spalle. Pieretto rideva già. Riferimento e-mail: p.briscolini@libero.it NOTE 1. C. PAVESE, Pieretto, pubblicato su “L’Unità” di Torino, 19 maggio 1946 2. M. RECALCATI, L’ora di lezione, Einaudi, Torino, 2014, pg. 12 3. pg. 23 4. Il mestiere di vivere, 14 dicembre 1939 5. Perché leggere i classici, Mondadori, MI, 1995, pg. 288 13

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