N°90

 
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N°90

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Claudia Baracchi Daniela Bonelli Bassano Chandra Livia Candiani Elena Caramazza Stefano Carta Massimo Diana Susanna Fresko Christian Gaillard Pina Galeazzi Franco Livorsi Romano Màdera Moreno Montanari Grazia Marchianò Renos K. Papadopoulos Andare a fondo è il contrario di affondare Spiritualità e psicologia del profondo  Stefano Carta e Romano Màdera )#-#*+ #(*#'$'"#&$#+# &,'-*!)#!

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rivista di psicologia analitica Nuova serie n. 38 Volume 90/2014

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Rivista di Psicologia Analitica nuova serie A cura di Stefano Carta e Romano Màdera Claudia Baracchi Daniela Bonelli Bassano Chandra Livia Candiani Elena Caramazza Stefano Carta Massimo Diana Susanna Fresko Christian Gaillard Pina Galeazzi Franco Livorsi Romano Màdera Moreno Montanari Grazia Marchianò Renos K. Papadopoulos Andare a fondo è il contrario di affondare Spiritualità e psicologia del profondo

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Redazione Paolo Aite, Stefano Carrara, Stefano Carta, Maria Teresa Colonna, Pier Claudio Devescovi, Pina Galeazzi, Romano Màdera, Alessandro Macrillò, Angelo Malinconico, Barbara Massimilla, Daniela Palliccia, Clementina Pavoni, Lella Ravasi Bellocchio. Direzione Paolo Aite (Responsabile) Stefano Carta Angelo Malinconico Segretaria di redazione Roberta Canton Comitato Scientifico Internazionale Gaetano Benedetti (Basilea), Eugenio Borgna (Novara), Ricardo Carretero Gramage (Palma di Maiorca), Domenico Chianese (Roma), Christian Gaillard (Parigi), René Kaës (Lione), Donald Kalshed (New York), Renos Papadopoulos (Londra), Andrea Sabbadini (Londra). La rivista di psicologia analitica è riconosciuta come pubblicazione di elevato valore culturale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali La rivista di Psicologia Analitica si riceve per abbonamento annuale o biennale; inoltre è distribuita presso Feltrinelli e le migliori librerie da: JOO DISTRIBUZIONE – Via F. Argelati, 35 – Milano ©2014 Editore Gruppo di Psicologia Analitica Via dei Giordani 18 – 00199 Roma redazione@rivistapsicologianalitica.it www.rivistapsicologianalitica.it www.facebook.com/rivistapsicologianalitica N° iscrizione ROC: 16139 ISSN 0392– 9787 Registrazione Tribunale di Roma n. 210 in data 3 maggio 1996 Periodicità semestrale

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INDICE Introduzione di Stefano Carta >> 9 e Romana Màdera Il Libro Rosso ai Giardini di Christian Gaillard >> 13 L’anello mancante: da Jung a Hadot e viceversa di Romano Màdera >> 35 L’altro altro: quando l’altro esotico sottomette l’altro familiare di Renos K. Papadopoulos >> 55 Come in cielo così in terra. La pratica dell’anima di Pina Galeazzi >> 89 Il percorso analitico come cammino spirituale di Massimo Diana >> 109 “Componi la tua storia”: tra biografia e mitobiografia di Susanna Fresko >> 119 Mettere parole al mondo di Daniela Bonelli Bassano >> 131 e Chandra Livia Candiani

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Pensieri sull’amore tra filosofia antica e psicoanalisi di Claudia Baracchi >> 153 Spiritualità: l’esperienza del brullo di Grazia Marchianò >> 167 L’amore come esercizio spirituale di Moreno Montanari >> 179 Dialogo tra Jung e Nietzsche sul problema dell’individuazione di Franco Livorsi >> 193 Il mio incontro con Raimundo Panikkar: la religiosità come dimensione costitutiva dell’essere umano di Elena Caramazza >> 207 Il sentimento dello spirito e il regno dei fini di Stefano Carta >> 229 Commemorazioni Ricordo di Alba Marcoli di Germana Tizzani >> 265 Ricordo di Dina Vallino di Silvia Lagorio >> 269

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recensioni Hannah Arendt, regia di Margarethe von Trotta, con Barbara Sukowa Clementina Pavoni >> 271 Donatella Di Cesare: Israele. Terra, ritorno, anarchia Bollati Boringhieri, Torino, 2014 Daniela Palliccia >> 276 Camilla Albini Bravo, Pier Claudio Devescovi: Figli e genitori. Note a margine di un mito amputato, Moretti & Vitali, Bergamo, 2014 Nicola Malorni >> 278 gli autori >> 285

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Luigi Camatilla, Altare Mediterraneo Andare a fondo è il contrario di affondare

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Presentazione Stefano Carta, Romano Madera Pochissime parole, per presentare questo volume che, forse a causa del suo stesso tema – lo Spirito – è cresciuto a dismisura nel numero di pagine, gonfiandosi e ramificandosi nei contenuti; moltiplicando se stesso attraverso molteplici angoli e prospettive. Al principio c’è un’idea, un desiderio in cui si condensano fantasie e pensieri che all’inizio non sono spesso nemmeno sospettabili (d’altra parte, proprio questa è la natura intrinseca di ogni inizio). Quasi due anni fa, la Redazione della Rivista propose il tema di questo volume e decise di dedicare un numero allo Spirito; alla spiritualità. Da quel momento iniziale, man mano che il tempo passava e che noi curatori immaginavano come realizzare quel progetto, quella fantasia, insieme ai nostri amici della Redazione ci rendevamo anche conto che la Rivista di Psicologia Analitica aveva già riflettuto sullo Spirito in moltissimi suoi numeri, come, per esempio, quello intitolato Umwelt, il divenire della rappresentazione, o: L’anima dei luoghi, oppure: Umano, disumano, fino all’ultimo: Vite che non sono la mia. Ci è parso, dunque, ironicamente chiaro che ci stavamo dedicando ad un compito necessario – una riflessione 9

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Il Libro Rosso ai Giardini Christian Gaillard* Se la forma scompare, la sua radice è eterna. Mario Merz a Punta della Dogana. 1) A questo proposito Cahiers Jungiens de Psychanalyse, n. 134, settembre 2011. Ho esitato a scrivere “Libro” con la “L” maiuscola, dato lo spessore e il peso e quanto è rosso! In italiano diremmo librone, come diceva Federico Fellini del suo, non meno imponente, Libro dei miei sogni. *Articolo tradotto da Marco Zulian, già pubblicato in francese in Cahiers Jungiens de Psychanalyse, n. 139, maggio 2014. Un avvenimento inatteso e impressionante... sicuramente duplice! ... il Libro Rosso di Jung esposto, aperto, ai Giardini della Biennale d’arte contemporanea di Venezia. Intendiamoci, non una riproduzione facsimile che tutti noi possediamo in uno o due esemplari nella nostra biblioteca, o sul comodino, ma proprio, per così dire, “lui stesso” in persona: l’esemplare unico, l’originale tenuto, contenuto, custodito segretamente dai guardiani del tempio junghiano, in una cassetta di sicurezza d’una banca svizzera (1). L’avevamo già visto, ritualmente e religiosamente esposto qui e lì nei luoghi classici, nelle istituzioni della cultura più sapiente e costituita, dal museo d’arte orientale Rietberg di Zurigo, alla Biblioteca del Congresso di Washington, passando per il museo Rubin di New York o per il museo Guimet di Parigi. Ed eccolo, al centro, nell’epicentro, di uno degli avvenimenti più di successo dei nostri tempi moderni o postmoderni, ossia la Biennale d’arte 2013 di Venezia. 13

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Si noti inoltre che questa Biennale non è la riproduzione, la ripetizione o la continuazione delle precedenti, poiché sappiamo quanto e come queste dipendessero dal mercato dell’arte e dalla connivenza, tanto interessata che compiacente, non solo dei mercanti d’arte, ma anche dei galleristi in voga, dei critici d’arte e da un pubblico preformato da una coscienza collettiva tanto elitista quanto stabilita. Questa edizione, invece, è di per se stessa radicalmente originale rispetto al proprio settore: quello dell’arte contemporanea appunto. “La corsa” all’arte A differenza delle precedenti Biennali, il Padiglione Centrale di questa (2) non è stato concepito da uno specialista d’arte conosciuto e rinomato per essere stato in precedenza curatore di altri avvenimenti internazionali maggiori, dove si trovano normalmente concentrate e celebrate le arti contemporanee, vuoi a Kassel, o a Basilea, a Shangai, o a Tokyo. Il Padiglione Centrale è stato, invece, affidato ad un giovane ricercatore e critico d’arte forse anche un po’ filosofo, Massimiliano Gioni (3), che ha avuto l’audacia e l’autorità necessarie per riunire opere e oggetti che verosimilmente, per la maggior parte tra loro, non sono mai stati esposti da Christie’s o da Sotheby’s, o nei cataloghi delle mostre abituali e, probabilmente, non lo saranno mai. In tal modo questo improbabile curatore-filosofo rovescia i valori e i canoni tradizionali più indiscussi (4) e dati per assodati, quelli che il recente film di Marianne Lamour mette in luce, mostrando e dimostrando come sono orchestrati, diffusi e sfruttati da un capitalismo tanto impudentemente speculativo, che internazionale (5). Questo film, che certi lettori della Rivista hanno probabilmente visto e discusso, non comincia dalla presentazione di un curatore-filosofo, ma dall’asta e dal colpo di martello d’un banditore per la vendita di “un’opera” contemporanea acquistata da qualcuno a un prezzo esorbitante, e continua con un’inchiesta svolta tra New York e Hong Kong per svelarci i principali attori del mercato dell’arte. 14 2) La Biennale d’arte di Venezia è composta dal 1998 da un Padiglione Centrale, dotato quest’anno 2013 di 37 sale, e da padiglioni nazionali, ciascuno di quest’ultimi, concepiti e realizzati da un comitato e un curatore propri, incaricati d’invitare gli artisti selezionati. 3) D’altra parte Massimiliano Gioni non è esattamente un debuttante allo sbaraglio, poiché gli si devono altri avvenimenti importanti. In questo caso è l’Artistic Director of the Visual Arts Section and Curator of the 55th International Art Exhibition. Per capire quali fossero le sue attese, si veda la prefazione scritta di suo pugno e intitolata: È tutto nella mia testa? per il doppio catalogo della Biennale: Il Palazzo Enciclopedico, Venezia, 2013. 4) Sull’approccio junghiano ai valori e al valore ho trattato nel mio recente saggio «Penser la psychanalyse hier et aujourd’hui. Quelques thèmes de recherche et débats actuels», 2014 presso Presses de l’Université di Strasbourg nelle pubblicazioni fuori serie n. 9 della rivista Recherches Germaniques. 5) La ruée vers l’art, film di Marianne Lamour, con Danièle Granet e Catherine Lamour, Rezo Films, 2013.

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L’anello mancante: da Jung a Hadot e viceversa (1) Romano Màdera 1) Una versione differente di questo articolo verrà pubblicata in Spring, «Eranos – its Magical Past and Alluring Future: the Spirit of a Wondrous Place», Vol. 92, Autumn 2014. 2) Una importante distinzione, quella tra psicologia analitica e psicologia complessa, intesa come una sfera culturale più ampia e profonda, che, per essere adeguatamente colta deve rimandare al libro di R. Bernardini, Jung a Eranos. Il progetto della psicologia complessa, Franco Angeli, Milano, 2011. 3) P. Hadot, «L’Apport du Neoplatonisme à la Philosophie de la Nature en Occident», in Tradition und Gegenwart. Eranos Jahrbuch, Band 37, 1968, pp. 91-132 e «La Figure de Socrate», in Normen im Wandel der Zeit. Eranos Jahrbuch, Band 43, 1974, pp. 51-90. Eranos, un crogiuolo di incontri decisivi e significativi tra grandi uomini di cultura, differenti campi del sapere, appartenenze religiose e concezioni del mondo diverse: ma ci sono stati anche incontri mancati. Un incontro mancato di cui ancora oggi si possono vedere le conseguenze è stato quello tra Hadot e il mondo junghiano, e anche, più in generale, tra Hadot e lo straordinario esperimento di Eranos. L’anello mancante è quello tra psicologia analitica, o ancor meglio, tra psicologia complessa (2) e filosofia come modo di vivere. Una occasione perduta che si può ricostruire, credo, partendo dalle due conferenze che Hadot tenne a Eranos nel 1968 e nel 1974 (3). Va premesso che la partecipazione a Eranos di filosofi in senso disciplinare e accademico è stata limitata. Tra i grandi del Novecento, oltre a Hadot si possono elencare solo tre nomi: Martin Buber, Karl Löwith e Helmut Plessner. Jung ebbe una controversia con Buber proprio su questioni filosofico-religiose decisive, come lo statuto ontologico del fenomeno religioso e il rapporto con lo gnosticismo (4). Il mondo junghiano non ha tenuto in gran considerazione né le obiezioni di Buber e neppure, a parte Ernst Bernhard (5), il suo pensiero e la sua proposta spirituale (6). In Buber, a 35

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differenza della stragrande maggioranza dei filosofi accademici, si trova, come Putnam ha fatto rilevare, un equivalente filosofico ebraico della attitudine a praticare una via spirituale che è possibile accostare alle ricerche di Hadot sulla filosofia greco-romana come modo di vivere. Probabilmente per Buber ha funzionato il più o meno consapevole ostracismo che automaticamente colpisce chi ha contraddetto il maestro. Quanto a Löwith e a Plessner si trattò, credo, del più tradizionale, ancor oggi di fatto l’unico, tipo di rapporto tra discipline accademiche: si tratta di grandissimi studiosi, l’uno nel campo della storia della filosofia e della filosofia della storia, l’altro nel campo dell’antropologia filosofica. Questo tipo di confronti è particolarmente innocuo quando si ha a che fare con la filosofia accademica: il suo occuparsi delle condizioni di conoscibilità o delle forme logiche e linguistiche – oppure ancora delle premesse o conclusioni metafisiche, o delle forme storiche e antropologiche dell’umano – la rende ospite gradita per tutti i saperi scientifici particolari. Forse il suo alto tasso di gradimento è dovuto al fatto che le si è ritagliata una funzione esornativa o, al meglio, di contorno. I filosofi difficilmente metteranno i piedi nel piatto delle pratiche, scientifiche o terapeutiche, o, se lo facessero, la risposta automatica sarà quella che altro sono le teorie generali, altro l’esperienza concreta sul campo. Hadot poneva e pone un’altra questione perché reinterpreta la filosofia – pretendendo persino che ciò di cui parla sia originariamente l’esperienza filosofica greca – come un modo di vivere che, come tale, interroga sul piano della vita quotidiana qualsiasi sapere, persino quelli delle scienze naturali. Infatti, la stessa scienza della natura era e può tornare ad essere – in certi casi lo è di fatto, forse senza saperlo – esercizio spirituale. Così la presenza di questo garbato professore, filologo e storico di suprema erudizione e raffinatezza, diventa inquietante, come il suo prototipo di maestro filosofo, Socrate, atopos, uno che non trova posto nelle categorie mentali usuali. Veniamo allora alla prima delle conferenze a Eranos. Come arrivò a Eranos? Hadot racconta (7) che lo invitò Corbin. In effetti il suo tema era molto vicino agli interessi di Corbin, riguardava il contributo del neoplatonismo alla filosofia della natura in 36 4) Sulla discussione dei testi della controversia fra Buber e Jung cfr. A. Petterlini, «Il contrasto tra Buber e Jung», in Rivista di Psicologia Analitica, n. 2/54, 1996; B. D. Stephens, «The Martin Buber-Carl Jung disputations: protecting the sacred in the battle for the boundaries of analytical psychology», Journal of Analytical Psychology, 46, 3, 2001, pp. 455-91. 5) Cfr. Il mio saggio «La spiritualità di Ernst Bernhard nel contesto della psicologia analitica», pubblicato originariamente in Rivista di Psicologia Analitica, n.2 /54, 1996, ora in R. Màdera, Una filosofia per l’anima. All’incrocio di psicologia analitica e pratiche filosofiche, IPOC, Milano, 2013. 6) H. W. Putnam (2008), Filosofia ebraica, una guida di vita, Carocci, Roma, 2011. 7) Cfr. P. Hadot (2001), La filosofia come modo di vivere. Conversazioni con Janine Carlier e Arnold I. Davidson, Einaudi, Torino, 2008.

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L’altro altro: quando l’altro esotico sottomette l’altro familiare Renos K. Papadopoulos* Václav Havel, nella sua ultima lettera dalla prigione alla moglie di allora, Olga, scrisse: Tra i mille eventi meravigliosi che formano il miracolo dell’essere e la sua storia, ha indubbiamente un significato totalmente rivoluzionario l’evento a cui ho dato il nome di nascita o costituzione dell’‘io’ umano. È infatti un evento che riguarda – a differenza di tutti gli altri – in un certo particolare modo l’essenza stessa dell’essere, dell’“essere dell’essere”: l’uomo non è solo un ente fra gli altri, diverso perciò da tutti gli altri, ma è un ente che direttamente “è diversamente”: non si distingue dagli altri enti solo per quello che è (ad esempio per essere strutturalmente più strutturato), ma prima di tutto per il modo in cui è, perché la sua essenza è in quanto tale diversa da ogni cosa fuori di sé. Ho tentato di descrivere questa profonda “diversità” ontologica […] come “separatezza”. Essendo consapevoli che noi soli, da un lato, “sappiamo noi stessi” e “sappiamo il mondo” e d’altro lato, non sappiamo in realtà nulla di noi stessi e del mondo, sperimentiamo necessariamente noi stessi come esseri che in un certo senso “sono usciti” o “si sono separati” dall’ordinamento dell’universo e dalla forma generale dell’essere (1). 1) V. Havel (1983), Lettere a Olga, CSEO, Bologna, 1984, p. 121. * Traduzione di Andrea Madera 55

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Poi Havel aggiunge con enfasi, «Sì, l’uomo è veramente inchiodato […] nell’incrocio dei suoi paradossi: teso fra l’orizzontalità del mondo e la verticalità dell’essere, […] tra il nulla e la pienezza di senso» (2). Havel non sapeva che questa sarebbe stata la sua ultima lettera scritta dalla prigione a Olga: poco dopo averla scritta, il 4 settembre 1982, si ammalò e, per la crescente pressione internazionale, le autorità della sua nazione, al tempo comuniste, lo fecero infine uscire di prigione nel febbraio 1983, dopo che aveva scontato circa tre anni e mezzo della sua pena di quattro anni e mezzo. Le sue lettere che, naturalmente, furono censurate, erano un misto di appunti personali sulla sua vita e i suoi stati d’animo in prigione, così come meditazioni filosofiche; tuttavia, le seconde non erano astratti esercizi accademici – nelle restrizioni della carcerazione e sottoposto a rigide condizioni di duro lavoro, sotto la costante minaccia della fondamentale incertezza riguardo la sua sorte, Havel non si abbandonò a vuote teorizzazioni. Piuttosto, utilizzò queste lettere per misurarsi con problemi di vitale importanza, con argomenti che per lui erano questione di vita o di morte. Perciò, il fatto che scrivesse sulla natura dell’“alterità” non era casuale; era un tema che lo aveva preoccupato per lungo tempo e intorno al quale si era arrovellato in molte delle sue lettere a Olga. La problematica espressa da Havel in queste righe è collegata all’eterno dilemma filosofico ed esistenziale che copre l’ampia gamma di dibattiti riguardo alla molteplicità di relazioni e posizioni tra il Sé e l’Altro (de Certeau 1986; Derrida 1985), la dissociabilità e la composizione della psiche, la natura dell’identità e della consapevolezza di sé, per nominarne solo alcuni. Più specificamente, Havel era preoccupato dell’abisso tra l’Essere e il suo contesto più ampio – la fonte da cui l’Essere emerge. È questo abisso che, secondo lui, crea lo “stato ontologico di “alterità”; lo “stato di separazione” che ci gioca degli scherzi creando illusioni o perfino inganni nel conoscere noi stessi e l’altro. Accettare l’inevitabilità di questa separazione tra noi e l’altro fornisce, secondo Havel, l’opportunità dell’esplorazione; altrimenti noi conduciamo una vita senza significato, ignari di questo paradosso centrale. Inoltre, la preoccupazione di Havel riguarda la connessione e la 56 2) Ibidem, pp. 124-125.

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