N°77

 
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N°77

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Paolo Aite Alberto Bellocchio Mario Ciminale Maria Teresa Colonna Pier Claudio Devescovi Fabrice Olivier Dubosc Pina Galeazzi Massimo Germani Mariangela Gualtieri Donald Kalsched Barbara Massimilla Letizia Oddo Alessandra Orsi Daniela Palliccia Tamar Pitch Fiorella Rathaus Lella Ravasi Maurizio Saporito Anna Maria Sassone Laura Viola a cura di Pina Galeazzi Umano, disumano rivista di psicologia analitica nuova serie

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rivista di psicologia analitica Nuova serie n.25 Volume 77/2008

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Rivista di Psicologia Analitica nuova serie a cura di Pina Galeazzi Paolo Aite Alberto Bellocchio Mario Ciminale Maria Teresa Colonna Pier Claudio Devescovi Fabrice Olivier Dubosc Pina Galeazzi Massimo Germani Mariangela Gualtieri Donald Kalsched Barbara Massimilla Letizia Oddo Alessandra Orsi Daniela Palliccia Tamar Pitch Fiorella Rathaus Lella Ravasi Maurizio Saporito Anna Maria Sassone Laura Viola Umano,disumano

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La Rivista di Psicologia Analitica è curata dalla Associazione Culturale "Gruppo di Psicologia Analitica” Redazione Paolo Aite, Stefano Carrara, Stefano Carta, Maria Teresa Colonna, Pier Claudio Devescovi, Pina Galeazzi, Romano Màdera, Angelo Malinconico, Barbara Massimilla, Daniela Palliccia, Lella Ravasi Bellocchio, Luigi Turinese. Direzione Paolo Aite (Responsabile) Romano Màdera Barbara Massimilla Comitato Scientifico Internazionale Gaetano Benedetti (Basilea), Eugenio Borgna (Novara), Bruno Callieri (Roma), Ricardo Carretero Gramage (Palma di Maiorca), .. Domenico Chianese (Roma), Christian Gaillard (Parigi), René Kae s (Lione), Renos Papadopulos (Londra), Andrea Sabbadini (Londra), Mario Trevi (Roma). La Rivista di Psicologia Analitica si riceve per abbonamento annuale ed è distribuita nelle maggiori librerie e nelle librerie Feltrinelli da: JOO DISTRIBUZIONE - Via F. Argelati, 35 - Milano. ©2008 Editore Gruppo di Psicologia Analitica Via dei Giordani 18 - 00199 Roma redazione@rivistapsicologianalitica.it www.rivistapsicologianalitica.it Registrazione Tribunale di Roma n. 210 in data 3 maggio 1996 Periodicità semestrale N° iscrizione ROC: 16139 ISSN 0392-9787

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INDICE La memoria di René Magritte pag. >> 7 Monologo del non so di Mariangela Gualtieri >> 9 Se sapessimo mai cos’è l’umano… di Pina Galeazzi >> 13 Speranza e disperazione nella situazione psicoanalitica e nella Divina Commedia di Dante di Donald E. Kalsched >> 29 Per una presenza autentica in analisi. Note dall’esperienza clinica di Paolo Aite >> 51 Disporsi all’altro, esporsi all’altro. L’umanità dell’analista nello spazio della cura di Daniela Palliccia >> 67 Dal bene nasce il meglio di Letizia Oddo >> 87 L’insostenibile peso della libertà di Maria Teresa Colonna >> 95 L’etica della testimonianza. Riflessioni in margine alla lettura del libro di Sara Contardi luoghi della Memoria coscienza d’Europa di Pier Claudio Devescovi >> 113 La memoria in cammino. Parole possibili oltre il silenzio di Alessandra Orsi >> 125 Si muore alla vita. A questo si muore di Lella Ravasi >> 137

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Pigola di Alberto Bellocchio >> 147 Sul bisogno di credere di Barbara Massimilla >> 149 Vorrei che fosse un topo… di Mario Ciminale >> 165 La costruzione dell’umanoTre sogni di donne palestinesi di Fabrice Dubosc >> 171 Sull’affetto disinnescato. La violenza sull’inerme e gli omicidi-suicidari di Annamaria Sassone >> 185 Il vaso di Pandora: specificità e conseguenze della tortura. L’esperienza dei “percorsi di riabilitazione psico-sociale” di Massimo Germani e >> 195 Fiorella Rathaus Vergogna e colpa tra psicopatologia e mito di Laura Viola >> 205 opinioni La paura genera mostri di Tamar Pitch >> 217 Umanizzazione e disumanizzazione nelle cure perinatali di Maurizio Saporito >> 225 recensioni Josè Pablo Feinmann, L’ombra di Heidegger, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2007. Maria Teresa Colonna >> 235 Giovanna Pajetta, Nati l’11 settembre, Manifestolibri, Roma, 2007. Lorenza Torricelli >> 238

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C. Bollas, Buio in fondo al tunnel, Antigone Edizioni, Torino, 2006. Ho udito le sirene cantare, Antigone Edizioni, Torino, 2007. Anna Pintus >> 241 Sabina Spielrein, Una pioniera dimenticata della psicanalisi ( a cura di Coline Covington, Barbara Wharton), Vivarium, Milano, 2007.) Nicole Janigro >> 245 Marcello Pignatelli, Psicologia analitica, percorsi italiani, Magi Edizioni Scientifiche, Roma, 2007. Antonino Lo Cascio >> 247 The Jung-White letters, Edited by Ann Conrad Lammers and Adrian Cunningham, consulting editor: Murray Stein, Routledge, New York, 2007. Giovanni Sorge >> 251 255 gli autori >>

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R. Magritte - La memoria - 1948 7

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Monologo del Non so Mariangela Gualtieri Io non so se l’amore sia una guerra o una tregua, non so se l’abbandono d’amore sia una legge che la vita cuce fino al ricamo finale. Io non so spiegarmi l’imperturbabilità di Dio, e non mi spiego di non udire il suo grave lamento, il suo urlo di collera o d’amore, e non so vederlo Dio che sono in cecità ma vorrei sentirlo almeno piangere come piango io guardando le facce indolorate, guardando le facce con grave malattia terrestre, io non so invocarlo né bestemmiarlo che è troppo nella sottrazione e troppo astratto per i miei chili umani. Io non so o forse non voglio consegnarmi negli uffici del mondo, e stare buono nelle sale d’aspetto della vita. Io non so niente altro che la vita e molte nuvole intorno che me la confondono me la confondono Io non so perché guardando l’acqua del mare mi salta al petto una gioia di figlio con la madre. Non so se questa uscita mia in un secolo 9

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a caso, se questo essere qui a casaccio, io non so spiegarmi questa malattia all’attacco del mondo, non so guarire questa malattia che indolora e vorrei sistemare ogni cosa, in un sogno puerile di tregua, in un’arcadia anche retorica, in un dormire abbracciato dei guerrieri che si innamorano. Io non ho capito e dovrei, non ho capito il mondo della vita, io non ho capito la legge sottostante e non ho da fare la consegna a questi eredi cuccioli che aspettano, che esigono da me l’aver capito. Io non so la canzone che spensiera e non so soccorrervi non so pur volendolo con quella forza di cagna che dà il latte, non so soccorrervi nel vostro sbando, io non so farvi un canto della guarigione, non so farvi da balsamo. E non mi spiego perché mi trovo qui, in questo covo rivoltato in questa fossa con gli orchi attuali in questo lato barbarico della specie. Io non so in quale mano non mano o zampa di Dio mi stanno torchiando, e sottoponendo al duro allenamento dei dolori terrestri. Io non so se la solitudine, se quello strazio chiamato solitudine, se quell’andare via dei corpi cari, se quel restare soli dei vivi, io non so se quel lamento della solitudine, se quel portarci via le facce 10

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se quel loro sparire di facce che avevamo dentro il respiro, non so se il dono sia questo portarci via le carezze, questa slacciatura. È poco il poco che so e di questo poco io chiedo perdono. Io chiedo perdono per quello che so, perdono io chiedo per tutto quello che so. 11

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Se sapessimo mai cos’è l’umano… Pina Galeazzi Ritrovo dentro di me lo sguardo che da piccola rivolgevo al mondo degli adulti: i miei genitori, i loro amici, le maestre a scuola, le suore, il prete. I grandi mi stupivano e non li capivo. Sentivo i loro problemi, il loro dolore, la loro confusione, la loro rabbia, li vedevo però subito pronti a coprire, con la prima maschera disponibile, ciò che sentivano davvero. Io ero invisibile, come spesso i bambini, e trovavo strano il loro non poter essere se stessi. Strano e doloroso. Una finzione che mi stupiva, di cui non capivo il senso. Mi sembravano così lontani da sé, così costretti. Ritrovo anche, nata in quegli anni, una passione che mai più mi ha lasciato. A partire da Anna Frank non ho più potuto smettere di leggere tutto che riguardava dapprima la Shoah e poi più in generale il mondo ebraico: cultura, tradizioni, il mondo dello sheltl ormai scomparso, cancellato. E anche lì ritrovavo lo stesso stupore: come è possibile? Come lo è stato? In fondo c’era l’idea che se avessi capito, se avessimo capito come era stato possibile, ci sarebbe stato un rimedio, una possibilità di spezzare la ripetizione. Quella bambina è ancora lì, col suo stupore e con le sue domande. A volte ho imparato ad accoglierla tra le mie 13

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braccia, a placare col calore le sue domande impossibili, ma nel fondo, inquieta, lei continua a chiedere. Il tema di questo numero della Rivista di Psicologia Analitica nasce dalle domande di quella bambina. Non è una risposta. E’ un ritrovamento. Perché non cesseremo mai di chiederci, di soffrire e di cercare un senso. Perché questo è stare nella vita, con i suoi orrori e le sue sorprese. Mi sono accorta, scrivendo, di avere accennato e ripreso variamente alcuni temi che sono sviluppati negli articoli di questo numero: gli stimoli degli autori, la circolarità che inevitabilmente si crea nei rimandi e nel dialogo implicito tra chi scrive su un comune argomento hanno nutrito le mie parole. Solo il dio buono conosce il nome del dio cattivo Viviamo in un tempo strano, dove anche l’intuizione di un positivo (l’idea di rallentare, la possibilità che stare meglio arrivi anche da un sorriso, se non da una risata) diventa immediatamente prescrizione (“il giorno della lentezza”, “la terapia della risata”), dove anche la parola “umano” (e i suoi corollari: umanizzazione, disumano, inumano, ecc.) rischia un’applicazione generica, confusiva a volte, applicabile come una nuova etichetta. Il primo ostacolo, affacciandosi su questo tema, è l’apparire di una domanda che genera smarrimento: “che cosa è l’umano?” A questa domanda non sappiamo/non possiamo/non vogliamo rispondere: perché tutto quanto ci riguarda partecipa dell’umano e perché ogni tentativo di distinzione sembra riportare sempre lì, al grande crogiolo che tutto mescola e confonde. “Solo il dio buono conosce il nome del dio cattivo”. Ecco, 14

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forse l’umano potrebbe somigliare alla frase sibillina pronunciata da un bambino di sei anni: l’umano comprende profondamente e totalmente il disumano. Questa è la nostra speranza, forse la nostra illusione. Due rischi, opposti e simmetrici, sono connessi al parlare dell’umano. Il primo è connesso alla ridondanza, e l’effetto, nominando l’ “umano”, è quello di un troppo. L’appello ad umanizzare sta dilagando, suona come richiamo generico a ritrovare radici mentre lo sradicamento è generalizzato. Lo stesso termine appare come un contenitore generico capace di annullare la prima differenza che ci costituisce: quella tra uomo e donna. L’ “umano” ci comprende ma non dice, non esaurisce, né può farlo, la differenza prima tra i sessi. Un falso richiamo quindi? Il rischio in questo caso è connesso al passaggio dal generico al disincarnato quando l’ “umano” proprio di limite e di corpo si nutre. Andrebbero “umanizzate” le scuole, le carceri, gli ospedali. Bisognerebbe ritrovare una dimensione umana del nascere e del morire. Viviamo in tempi inumani e in spazi disumanizzanti. Ci siamo persi. L’umano può forse indicarci una strada? L’altro rischio è connesso allo smarrimento, alla perdita di senso, di orizzonte e di progetto, e l’effetto, nominando l’ “umano”, è quello di un troppo poco. Siamo immersi in un riduzionismo che diluisce qualsiasi spazio di riflessione e di consapevolezza della complessità. Ridotti ad una scorata impotenza su cui le parole, gli appelli rimbalzano. Non c’è tempo per una indignazione che porti ad una costruzione. Ogni giorno ha con sé la sua piccola dose di sconcerto, di dolore per l’ingiustizia, di scoperta di sopraffazioni sull’inerme. Queste piccole dosi quotidiane sembrano condurre all’afasia, a una percezione sgomenta di impotenza, di inutilità dei nostri stessi saperi. Sappiamo troppo (catastrofi annunciate, stragi ripetute, torture legittimate) e pensiamo di potere troppo poco. Sarà vero? E’ vero? 15

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Sull’orlo dell’abisso “Vivo nella mia morte, e null’altro mi è permesso”, scrive Giovanni Cenacchi (1) nel suo diario del morire, del vivere il proprio stare morendo. Giovanni inizia il suo diario dopo la diagnosi di tumore e continua fino all’ultimo. Il suo dialogo con sé, con Dio, con la figlia bambina ci riguarda, tutti. La sua rabbia disperata, il suo cercare di capire, la sua resa ci tocca, ci coinvolge, ci appartiene. E’ il dialogo di un morente: “cammino tra le ombre, vedo il mondo da una finestra invisibile”. “… la vita non è uno scherzo perché in pieno giorno si muore. La più pressante necessità di un essere umano era di diventare un essere umano”. (2) A queste parole di Clarice Lispector ho pensato leggendo ciò che Giovanni scrive sulla fragilità, sulla labilità, sulla debolezza del nostro essere. Parole che riconosciamo non solo nel dolore, ma anche nell’intensità di ciò che è, breve, assoluto, impermanente. Prezioso e delicato: il nostro vivere. “E’ questa, la tragedia dolente della condizione umana: non essere mai stati la risposta a nulla. Ma non è forse questa la ragione della nostra eccellenza?” “Si può ridere della religione ma mai della preghiera: è l’unico linguaggio mai escogitato per parlare oltre l’umano, che esista o no. La preghiera non ha alternative”. “Dio non è il dio che preghiamo. Dio siamo noi che preghiamo Dio”. (3) Giovanni ha cercato parole, fino all’ultimo, per dire la sua condizione, unica e personalissima e solitaria. Universale e comune. Siamo costituiti di vulnerabilità, saperlo è una delle poche risorse profonde a nostra disposizione. Eppure Giovanni sente di appartenere a una comunità “altra”: “Per quanto percepisco la mia mortalità. Suppongo che dovrei sentirmi più vicino al resto degli uomini. Dovrei sentire l’umanità intera, senza distinzioni di civiltà o cultura o classe sociale, come una comunità di morenti. Non è così. Ciò che “tiene insieme” l’umanità non è il senso di una comunità di viventi né di morenti. “Loro” riescono a vivere ignorando di dover morire. Questo sapere ogni mattina, per prima cosa a ogni risveglio, di dover morire mi fa appartenere a una specie del tutto diversa”. (4) 16 (1) G. Cenacchi, Cammino tra le ombre, Mondadori, Milano, 2008, p. 13. (2) C. Lispector, L ’ apprendistato o Il libro dei piaceri, Editori La rosa, Torino, 1981, p. 21. (3) G. Cenacchi, op. cit., pp. 20, 62, 63. (4) Ibidem, p. 44.

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