Theofilos Novembre 2014 (Anno 1 N.0)

 

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Rivista della Scuola Teologica di Base dell'Arcidiocesi di Palermo

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ANNO 1 N. 0 - NOVEMBRE 2014 Rivista della Scuola Teologica di Base “San Luca Evangelista”

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2 Editoriale Un altro convegno? di Don Salvatore Priola 17 Area Morale 18 La legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo di Guido Cappellani 43 Vita della Scuola 44 Il dono-ministero del lettorato a Paolo non vedente di Pino Grasso 5 6 Area Biblica Chiamati e inviati: il Vangelo di Marco di Antonino Caruso 21 Approfondimento 22 Maria donna di fede donna controcorrente di Ermes Ronchi 46 Pellegrinaggio a Trapani di Alessio Loddo Ezio Pampalone 9 Area Dogmatica 10 La vocazione laicale corresponsabilità nell’unica missione di Elisabetta Scianna 35 Spiritualità 36 Il Papa dal grande cuore di Maria Lo Presti RUBRICA RUBRICA 13 Area Liturgica 14 Il Benedizionale di Onofrio Catanzaro 41 Lessico Spirituale di Maria Catena 47 Theofilos risponde di Maria Lo Presti Quadrimestrale registrato presso il Tribunale di Palermo il 22.09.2014, n. 11/14 ANNO 1 NUMERO 0 - NOvEMbRE 2014 Scuola Teologica di Base Associazione socioculturale “KK ONLUS” Via Tenente Arrigo, 21 | Villabate (PA) | CF: 97211280827 Direttore responsabile Michelangelo Nasca Capo redattore Giuseppe Tuzzolino Redazione Salvatore Priola, Maria Lo Presti, Giampaolo Tulumello, Maria Catena, Alessandro Di Trapani, Andrea Sannasardo. Hanno collaborato Don Salvatore Priola, Antonino Caruso, Elisabetta Scianna, Onofrio Catanzaro, Ermes Ronchi, Maria Lo Presti, Maria Catena, Pino Grasso, Alessio Loddo, Ezio Pampalone. Progetto grafico Gianluca Meschis Stampa Wide snc C.so dei Mille, 1339 - Palermo Copie 2500 Distribuzione Gratuita Tutti i numeri sono online sul sito Per le libere contribuzioni: della Scuola Teologica di Base Cod. IBAN: www.stb.diocesipa.it Theofilos e-mail: IT 95J 30690 46211 000000 06708 Intestato a: www.widesnc.com theofilos2000@gmail.com Arcidiocesi di Palermo Scuola Teologica di Base Alcune immagini utilizzate negli articoli sono state scelte a scopo puramente divulgativo. Se riconosci la proprietà di una foto e non intendi concederne l'utilizzo o vuoi firmarla invia una segnalazione alla mail: theofilos2000@gmail.com 1

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Un altro convegno? EDITORIALE di Don Salvatore Priola Ad un anno e mezzo dall’inizio dei lavori del comitato preparatorio per il 5° Convegno ecclesiale nazionale, che si terrà a Firenze dal 9 al 13 novembre 2015, e, dunque, ad un anno circa dall’inizio del Convegno, vorrei iniziare un percorso di riflessioni che ci aiuti a prepararci a vivere questo evento ecclesiale nel migliore dei modi. Non tutti potremo partecipare ai lavori che si svolgeranno in quei giorni a Firenze, ma senza dubbio è dovere di tutti seguire con attenzione e con interesse, già sin da ora, quanto le Chiese che sono in Italia vogliono condividere nel cammino sinodale che, ormai da alcuni decenni, stanno sforzandosi di attuare. Qualcuno potrebbe, forse, sbottare: un altro convegno? Ma non ne abbiamo fatti anche troppi! E a che serve farne un altro quando, probabilmente, i più nemmeno ricordano quello che è stato fatto a Verona, dieci anni fa? E poi, ci sarebbe da chiedersi: che ne è stato di ciò di cui si è discusso nei precedenti convegni ecclesiali nazionali? Un altro convegno vuol dire un altro documento! Ma non ne abbiamo già abbastanza? Questi e molti altri potrebbero essere gli interrogativi riguardo all’opportunità di celebrare un nuovo convegno. Ma, procediamo con ordine. Un altro convegno è, oltre che un appuntamento programmato all’interno del metà odòs cioè del metodo, ovvero il modo di stare, syn odòs cioè insieme, sulla via, a partire da dopo il Concilio Vaticano II, da parte delle nostre Chiese, altresì una rinnovata possibilità di riflessione e di dialogo in vista dei futuri passi da compiere, alla sequela di Gesù, sulla via che Egli va tracciando davanti a noi, per seguire la quale serve da parte nostra ascolto e discernimento. In questo senso, un altro convegno ha lo scopo di farci convenire, ciascuno con la propria storia, fatta di impegno e di fatiche, di successi e di fallimenti, di grazia e di peccato, per sperimentare la gioia e la pace della comunione e dell’unità tra tutte le componenti ecclesiali della nostra nazione. Insomma, un altro convegno, prim’ancora di essere il “luogo” di lunghe relazioni, conferenze, dibattiti, spesso comprensibili solo agli addetti ai lavori, rappresenta “l’opportunità di vivere un tempo santo e ricco di grazia per sé stessi e per le Chiese e le realtà ecclesiali” alle quali apparteniamo, per lodare il Signore e renderGli grazie, per ascoltarci e per comprenderci, per incoraggiarci e per sostenerci gli uni gli altri, per impetrare dal Signore una rinnovata effusione dello Spirito Santo, sì da essere illuminati sulle scelte evangeliche da compiere e che le sfide culturali del nostro tempo ci impongono, su certi temi, con grande urgenza. Quel che deve essere chiaro è che un convegno non consiste esclusivamente nella sua fase celebrativa, bensì nel per- 2 | Editoriale

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corso di preparazione e nell’impegno comune che esso riesce a motivare dopo la sua conclusione. In altri termini, tutto ciò che segue alla chiusura dei lavori convegnistici, deve vedere ogni soggetto ecclesiale intento a profondere le migliori energie per dare attuazione e compimento alle linee pastorali emerse e che i nostri vescovi ci offriranno, come nel passato, attraverso il documento pastorale programmatico per il prossimo decennio. Il tema di questo 5° Convegno credo ormai sia noto a tanti: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. Si tratta di un tema mediato e non immediato; ci troviamo, cioè, di fronte ad un tema che abbisogna di previe spiegazioni e di alcune chiarificazioni propedeutiche perché possa essere centrato e ben compreso. Si tratta di un tema più culturale, che investe molteplici ambiti di riflessione teorici e pratici; un tema che affonda le sue radici in un passato che ha visto il delinearsi, non senza problematicità e conflittualità dialettiche, di diverse correnti di pensiero ed anche modelli antropologici contrapposti. Per evitare che questo convegno prenda una piega troppo intellettualistica, fermandosi alle questioni teoriche, occorrerà articolare le domande e le questioni, giunte attraverso il cammino di preparazione, in direzione di un umanesimo concreto, guardando e ascoltando i vissuti e le esperienze della vita quotidiana di ciascuno. Quello che si potrà articolare attorno a questo tema si tiene, com’è evidente, su due pilastri: Gesù Cristo e l’umanesimo. Su questi due termini, posti in correlazione, occorrerà cominciare a riflettere a tutti i livelli: certamente intraecclesiali ed anche favorendo il dialogo e il confronto con tutti i soggetti della società civile e del mondo della cultura, che accettano di offrirci il loro punto di vista e la loro prospettiva. Abbiamo a cuore, infatti, che in questo sforzo di riflessione e di programmazione, anche coloro che non si riconoscono parte integrante della Chiesa, ci offrano i loro contributi e ci portino a conoscenza delle loro aspettative. Questo convegno si pone in continuità con quelli del passato: Roma 1976 sul tema Evangelizzazione e promozione umana; Loreto 1985: Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini; Palermo 1995: Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia; ed in fine Verona 2006: Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo. In essi la prospettiva antropologica è stata sempre presente e tenuta nello sfondo, come in verità è costantemente presa in considerazione in ogni ambito della vita ecclesiale ordinaria. A Firenze, questa volta, si cercherà di focalizzare proprio la questione antropologica negli aspetti che oggi più appaiono problematici e richiedono risposte urgenti e ben riflesse. Per questo motivo il metodo che si sta cercando di seguire in questa fase di preparazione, e che sarà adottato anche nelle altre fasi del convegno, ha previsto un reiterato movimento di andata e ritorno, dal centro verso le periferie, con l’intento di raccogliere e rilanciare ogni elemento, ogni dato, ogni esperienza, raccolti e offerti. Lo richiede la natura ecclesiale del convegno e, nello stesso tempo, l’elaborazione del tema che è stato scelto. In tal senso, circa un anno fa, la Conferenza Episcopale Italiana ha rivolto, a coloro che nelle comunità ecclesiali sono più direttamente impegnati, un vero e proprio “Invito al convegno”, cioè un invito a intraprendere insieme un cammino per condividere esperienze, intuizioni, storie, come scrisse Mons. Nosiglia, presidente del comitato preparatorio: «luci che possono rischiarare la strada Editoriale | 3

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e rendere vivo il presente grazie alla memoria e alla speranza, nell’attesa di un futuro a cui già da ora tendiamo insieme con l’aiuto di Dio» (p. 6). A partire da questo invito, alle singole Diocesi è stato chiesto di segnalare una o due esperienze ecclesiali significative in ordine al tema scelto per il convegno. Così anche la nostra Arcidiocesi, dopo aver ascoltato il parere dei consigli presbiterale e pastorale diocesano, ha segnalato l’esperienza della Missione di Speranza e Carità di fratel Biagio e quella della Scuola Teologica di Base. In questi giorni, siamo spronati a procedere nel cammino verso Firenze attraverso la “Traccia” di preparazione che ci viene consegnata. Essa è rivolta ad un numero più ampio di destinatari, rispetto all’Invito, perché intende imprimere una spinta alle iniziative locali nell’approssimarsi della data del convegno. L’intento è di favorire il generoso e consapevole coinvolgimento di tutti per intensificare la riflessione comune e aprirsi al confronto schietto, in un evangelico spirito di fraternità. è bene evidenziare che si tratta di una traccia e non di un documento, per questo è da considerare un testo “aperto”, che serve ad avviare il lavoro nel territorio di ciascuna Diocesi e a facilitare il dinamico e graduale inserimento, di ciascun membro delle comunità cristiane, all’interno di questo momento di grazia che il Signore concede alle nostre Chiese. A ciascuno di noi è affidato il compito di addentrarci all’interno di questo percorso e di contribuire a far sì che questo evento ecclesiale porti frutti abbondanti per le nostre Chiese. Come Scuola Teologica di Base, saremo impegnati a dare risalto e approfondimento ad ogni aspetto, teorico e pratico, attinente al tema del convegno e relativo alla vita della nostra Chiesa di Palermo. Nessuno di noi, docenti e allievi, si tenga in disparte o resti passivo di fronte alle sollecitazioni e alle indicazioni che ci vengono rivolte dai vescovi, piuttosto ciascuno s’impegni con generosità, soprattutto nella preghiera e nello studio, per la buona riuscita di quest’assise ecclesiale. 4 | Editoriale

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ARcidiOcEsi di PAlERMO scUOlA  TEOlOGicA  di  bAsE  “ s.  lUcA  EvANGElisTA “  THEOFILOS nOvEmBRE 2014 Area Biblica La fedeltà alla Parola incarnata, esige anche, in virtù della dinamica dell’Incarnazione, che il messaggio sia reso presente, nella sua interezza, non all’uomo in genere, ma all’uomo d’oggi, a quello a cui il messaggio è annunciato adesso. Paolo VI, 25 settembre 1970 AREA biblicA 5

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Chiamati e inviati: il Vangelo di Marco di Antonino Caruso L’idea che ha guidato Marco nella stesura del suo Vangelo, sviluppa il tema della progressiva rivelazione della messianicità di Gesù, che trova poi significativa espressione nell’immagine marciana della via. «Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio» (1,1): così si apre il Vangelo di Marco e tutto sembra già detto, nulla da scoprire sull’identità del suo protagonista. Eppure la rivelazione della messianicità di Gesù, all’interno dei sedici capitoli del vangelo, assume un carattere di progressività, in un’escalation di emozioni che trova il suo apice nella confessione shock del centurione romano ai piedi della croce: «Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!”» (15,39). A questo culmine si perviene, a partire dal versetto-titolo (1,1), attraverso la voce dal cielo al Giordano (1,11) e quella dalla nube sul Tabor (9,7) che indicano Gesù quale Figlio prediletto del Padre, insieme alla proclamazione di Pietro che a Cesarea di Filippo riconosce nel maestro il Cristo (8,29). Questa rivelazione progressiva dell’identità di Gesù, si struttura intorno al tema della via, che lega per mezzo di un’inclusione letteraria tutto il vangelo. L’idea-guida della via si sposta dal versetto 2 del primo capitolo, «Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada», alla predicazione del Battista (1,3); per poi passare dal cammino verso Gerusalemme (10,32) e arrivare infine alla tomba vuota del Signore risorto (16,7). Sempre seguendo questa idea-guida, il prologo (1,2-13) collega il vangelo di Gesù Cristo all’Antico Testamento, e delinea il martirio di Giovanni Battista come preparazione a quello di Gesù. Alla Parola di Gesù, «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (1,15), segue la chiamata dei primi discepoli (1,16-20). 6 Esaminando questa pericope, dobbiamo puntualizzare alcune ‘pennellate’ che l’evangelista ha voluto effettuare a completamento del suo identikit messianico. Innanzitutto, scrivendo «passando lungo il mare della Galilea» (1,16a) Marco ha inserito la storia della chiamata in un luogo ordinario, rendendo il tutto più realistico. è interessante anche la scelta del verbo ‘passare’, proprio per esprimere la sequela che si sviluppa in un susseguirsi di ‘passare’ e ‘precedere’ di Gesù in Galilea. Il Vangelo di Marco evidenzia così che il discepolo è colui che segue Gesù e si volge verso la sua via: attraverso questo gioco dialogico tra Gesù e il discepolo, si nota come Marco vuole assimilare l’identità progressiva del suo essere Messia con l’identità crescente del discepolo. Il discepolo va ‘dietro Gesù’, si mette a ‘seguirlo per la via’. Esemplare diviene il cieco guarito all’uscita di Gerico, che lo seguiva lungo la strada (10,52). Il vero discepolo è colui che coglie il dramma paradossale raccontato da Marco: il Messia, Figlio di Dio, che predica e porta il Regno di Dio, si rivela pienamente solo | Area Biblica

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con l’atroce morte in croce; il vero discepolo deve seguire Gesù fino alla sofferenza in croce (8,34-35). Allora, solo così, si comprende appieno il significato di quanto dice Gesù ad Andrea e Simone 1,17: «Venite dietro a me»; è l’invito alla comunione con Lui, «la richiesta non di un semidio glorioso e trionfante, che compie prodigi straordinari e manifesta in modo strepitoso la sua potenza» (Mario Serenthà, Gesù Cristo ieri, oggi e sempre, Torino, p. 100), piuttosto l’invito ad una sequela nella sofferenza che trova nella croce la sua prova concreta di un Cristo militante. Alla luce di ciò, si avverte che incontrare Gesù non porta alla chiusura, all’isolamento della vita, o addirittura, come spesso si può credere, solo ad osservare dei comandamenti; Gesù dice e vuole di più, desidera «far diventare pescatori di uomini» (1,17b). Probabilmente Andrea e Simone non hanno compreso il significato pieno di quelle parole; e tra l’altro, nel Vangelo di Marco la chiamata dei primi discepoli non è introdotta da eventi che facciano comprendere la loro pronta risposta: «subito, lasciate le reti, lo seguirono» (1,18). Gesù sceglie questi umili pescatori per affidare loro il compito di essere messaggeri del Regno di Dio. Allo stesso modo, Dio chiama noi che, purtroppo, spesso fragili ed incostanti, persi nelle confusioni del nostro tempo, trascuriamo la vox Dei (voce di Dio), l’unica capace di dare senso e qualità al nostro cammino. Gesù, passando lungo la strada, fissa lo sguardo su di noi, occupati nelle nostre quotidiane faccende, troppo indaffarati nella nostra vita per ascoltare il suo richiamo. La chiamata di Cristo è radicale, totale, e richiede una risposta consapevole e responsabile; nella loro semplicità di pescatori, lasciarono le loro reti, strumenti indispensabili per quel lavoro che dava loro sussistenza, per seguire quella via che prospettava davanti ai loro occhi un altro tipo di pesca, una pesca insolita: la pesca degli uomini. Rispondere alla chiamata di Dio significa, dunque, fidarsi di Lui e affidarsi a Lui senza riserve, senza perplessità alcuna, anche quando la sua proposta sembra esser troppo al di sopra delle nostre possibilità e capacità, quando Area Biblica | 7

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sembra essere al di fuori del nostro orizzonte quotidiano. Il sì dell’uomo alla sequela deve fondarsi proprio sulla sua Parola e sulla sua grande misericordia; solo in questo modo ogni discepolo potrà impegnarsi quotidianamente affrontando con forza e coraggio le difficoltà inevitabili di un percorso tanto arduo. Inoltre i brani che seguono la pericope della chiamata dei primi quattro: la giornata di Cafarnao (1,21-34), la chiamata di Levi (2, 13-14) e l’episodio seguente in cui Gesù pranza con pubblicani e peccatori (2,15-17), ci dicono il come, ma anche il perché Gesù ‘peschi’, cioè per liberare l’uomo dalle potenze negative che lo soggiogano: «non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (2,17). Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni non hanno dubitato, lasciarono tutto e seguirono Gesù, rischiando tutta la loro esistenza sulla parola di Lui che li chiamava ad una missione che, solo in seguito, avrebbero compreso in tutta la sua portata e in tutto il suo valore: «la passione e la croce fanno parte del piano di Dio, vengono liberamente assunte da Gesù, e non contraddicono in nessun modo il suo essere Messia, anzi, precisamente per questo il suo messianismo si concretizzerà, perché si realizzerà nel soffrire e nel dare la vita» (Mario Serenthà, Gesù Cristo ieri, oggi e sempre, Torino, p.101). Ancora oggi, c’è chi lascia definitivamente famiglia ed occupazioni, c’è chi continua ad operare nel proprio ambiente ma con uno stile di vita diverso, sempre a voler testimoniare il vero volto di Cristo. In ogni luogo, in diverse maniere, ognuno di noi è chiamato ad assumere questo richiamo di salvezza diventando pescatori di uomini. Chiamati ed inviati, fino alla fine del Vangelo di Marco dove si legge: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (16,15). Non è sempre facile dire sì a Dio, e non tutti riescono ad accettare facilmente il suo progetto di vita: talvolta ci sembra di dover affrontare tale missione da soli, ma in realtà veniamo sostenuti, incoraggiati e ammaestrati dallo Spirito, che ci aiuta a portarla a compimento. Dietro l’opera umana c’è sempre l’opera di Dio, la potenza dello Spirito Santo. Cristo, del resto, non richiede un distacco che porti a negare le normali espressioni del vivere, ma richiede un nuovo orientamento della nostra vita avendo come centro la sua figura, la sua parola, la sua stessa presenza, attorno alla quale ogni esistenza deve ruotare, perché, mentre le realtà materiali sono fuggevoli e precarie, la vita in Cristo, che si ottiene con la sequela, è eterna, come eterna è la sua Parola che salva. Andrea, Simone, Giacomo, Giovanni e gli altri che formeranno il gruppo dei dodici, cominciano col seguirlo; dopo la resurrezione di Cristo, per opera dello Spirito, ricorderanno e comprenderanno le parole del Maestro, come aveva preannunziato durante la passione. Fortificati nello Spirito saranno testimoni, e resi capaci di bere il calice quale partecipazione al battesimo-martirio di Cristo (10,39). La chiamata quindi esige una radicale conversione, ed apre alla testimonianza: tale vocazione non può vivere se non nell’amore di Cristo Redentore. 8 | Area Biblica

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ARcidiOcEsi di PAlERMO scUOlA  TEOlOGicA  di  bAsE  “ s.  lUcA  EvANGElisTA “  THEOFILOS nOvEmBRE 2014 Area Dogmatica Il Signore non chiede che noi riportiamo risultati, chiede che noi siamo generosi nell’offerta totale delle nostre vite. Paolo VI, 6 settembre 1965 AREA dOGMATicA 9

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La vocazione laicale: corresponsabilità nell’unica missione di Elisabetta Scianna Per dare avvio alla nostra breve trattazione, è importante precisare il significato del termine corresponsabilità. Questa ci rimanda ad una responsabilità condivisa, in comune a due o più persone. Essa implica, dunque, necessariamente la pluralità dei soggetti e la loro comune partecipazione ad un'azione ed un fine condivisi da coloro che sono coinvolti. Parlare di corresponsabilità dei fedeli nella Chiesa, Popolo di Dio, comunità dei fedeli convocati dal Redentore, non è semplice, poiché questo principio, pur avendo le basi nella sacra Scrittura e nella Tradizione della Chiesa, è stato lungo la storia dimenticato o non approfondito. Nonostante ciò, una grande svolta è offerta dalle definizioni del Concilio Vaticano II in diversi documenti e, a maggior ragione, nella costituzione dogmatica Lumen Gentium, in cui viene affermato che nonostante la diversità dei membri all'interno del Popolo di Dio "vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificazione del corpo di Cristo", e che "la distinzione [...] posta dal Signore tra i sacri ministri e il resto del popolo di Dio comporta in sé unione, essendo i pastori e gli altri fedeli legati tra di loro da una comunità di rapporto: che i pastori della Chiesa sull'esempio di Cristo sono a servizio degli altri fedeli, e questi a loro volta prestano volenterosi la loro collaborazione ai pastori e ai maestri" (LG 32). Ciò che risalta è l'idea che la distinzione tra ministri e laici non è un ostacolo, piuttosto essa è strumento di comunione, e fondamento di un tipo di legame improntato a servizio tra coloro che fanno parte dell'unico corpo di cui Cristo è il capo, e in cui, come si evince nella lettera di San Paolo ai Romani, non si può parlare di superiorità di un membro rispetto all'altro, ma tutti siamo chiamati a 10 | Area Dogmatica

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collaborare corresponsabilmente affinché il corpo funzioni bene, ciascuno con la propria funzione, perché la missione della Chiesa venga realizzata. Da cosa nasce dunque la corresponsabilità ecclesiale? Qual è poi il suo fine e quali i suoi ambiti? Alla prima domanda possiamo rispondere facendo riferimento al Sacramento del Battesimo. Con esso entriamo a far parte a pieno titolo della comunità ecclesiale e, resi partecipi dei tria munera di Cristo, diventiamo sacerdoti, re e profeti, responsabili e corresponsabili, insieme agli altri membri, dell'edificazione del corpo di Cristo. Il fine poi della corresponsabilità è la partecipazione fruttuosa all'unica missione della Chiesa, la riunificazione di tutti i popoli sotto la guida dell'unico Signore, partecipazione che ciascuno realizzerà in tutti gli ambiti della sua vita quotidiana. Non esiste, infatti, una singola azione del cristiano che, improntata a carità, non diventi risposta alla vocazione ricevuta da Cristo. A partire da questo possiamo dire che la corresponsabilità ecclesiale è indelebile e necessaria. Indelebile poiché scaturisce dal Battesimo che imprime un carattere nel credente, il quale viene rivestito dell’uomo nuovo e reso partecipe, in modo radicale, della vita e della missione dell’unico Popolo di Dio. Necessaria in quanto la responsabilità di cui il cristiano è rivestito, in ordine alla missione, è un elemento che fa parte ontologicamente della sua nuova condizione di membro del Corpo di Cristo, e diventa quindi espressione di questa vita nuova, non singolarmente, ma co-responsabilmente. Risalta subito come la corresponsabilità, nuovo principio conciliare, inneschi un cambiamento soprattutto nella concezione del laicato che, da suddito, assume di nuovo il ruolo, già presente nei primi secoli della vita della Chiesa, di vero protagonista in ordine alla missione ecclesiale. Questo è affermato chiaramente e più volte soprattutto nel Decreto Conciliare Apostolicam Actuostitatem, documento di grande apertura riguardo al ruolo dei laici all’interno del Popolo di Dio e della loro azione nel mondo per la realizzazione del disegno di Dio sull’intera umanità. Ciascuno, infatti, secondo la propria condizione, sarà co-responsabile dell’attuazione della vocazione ecclesiale a cui è stato chiamato nel Battesimo, e attraverso il suo servizio accrescerà la sua santità e quella dell’intero Popolo di Dio. Anche il nuovo Codice di Diritto canonico, soprattutto nel De Populo Dei, ha effettivamente tradotto in linguaggio giuridico le acquisizioni conciliari, soprattutto quando si riferisce alla condizione fondamentale del fedele cristiano e alla sua partecipazione all’unica missione della Chiesa. Soprattutto per i laici questo rappresenta una vera novità, in quanto l’attuazione della missione, qualificata come apostolato, nella loro vita riceve un risvolto del tutto particolare, un compito peculiare, un officium (can. 225 § 2) che gli è proprio, e che qualifica la loro azione come necessaria alla vita stessa della Chiesa e alla sua missione. Ciascuno quindi come padre, madre, lavoratore, partecipa al mandato di Cristo e la sua azione è ugualmente importante di quella degli altri fedeli, siano essi laici o chierici, questo perché non esiste un membro più importante dell’altro poiché tutti siamo necessari, ciascuno a suo modo. Per comprendere ulteriormente e con maggior profondità il significato della corresponsabilità, ancora una volta diventa essenziale la Parola di Dio. Nell’epistolario paolino, infatti, così ricco di ecclesiologia, troviamo diversi apporti fondamentali per la riflessione sul tema in oggetto. "Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. […] Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio Area Dogmatica | 11

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di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo. […] Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro, cresce in modo da edificare se stesso nella carità" (Ef 4, 4-16). In questo brano della Lettera agli Efesini ritorna ancora l’immagine del corpo e delle membra. La pericope scelta comincia riportando ciò che è comune all’interno di questo organismo che è la Chiesa: un solo corpo, un solo spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo, un solo Dio e Padre, che opera per mezzo di tutti. Questa è una prima chiara affermazione di corresponsabilità, poiché, come dopo si dirà, la funzione di ciascuno è diversa ma questa distinzione non indica superiorità, poiché il Padre opera attraverso tutti. Con forza il brano, definendo inizialmente ciò che è comune, e solo in un secondo momento ciò che distingue, sottolinea che gli elementi che uniscono le membra di questo corpo sono decisamente più importanti di ciò che invece ne diversifica i ruoli, e rappresentano il punto di maggior forza del corpo: la sua unità ne permette il corretto funzionamento. Questa uguaglianza fondamentale e radicale, allora, deve essere l’orizzonte di ogni rapporto all’interno del Popolo di Dio, nel quale si agisce secondo verità nella carità. Tutto poi è finalizzato all’edificazione del Corpo di cui Cristo è il capo. Questo organismo si accrescerà nella carità soltanto se sarà ben compaginato e connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ciascuno, il proprio ruolo nella storia, la condizione in cui vive. Nessuno spazio, quindi, sembra avere la divisione all’interno della Chiesa. Il riferimento alla connessione, infatti, fa pensare all’importanza della comunicazione, dello scambio, della conoscenza, della piena collaborazione che porta al raggiungimento degli obiettivi comuni. è questo il volto della Chiesa che Cristo ha voluto. A partire da ciò, ogni fedele, secondo la propria specifica condizione, sarà essenziale al corretto funzionamento del corpo, e al raggiungimento dell’unica missione del Popolo di Dio, sempre con, e mai senza, l’apporto degli altri membri. La corresponsabilità, allora, potrebbe essere considerata come lo stile dell’azione di ogni fedele all’interno della Chiesa. Essa non può essere un optional, una scelta tra le altre, piuttosto è la base di ogni relazione nel Popolo di Dio, poiché l’oggetto del mandato Cristo alla sua Chiesa non è soltanto una meta da realizzare, ma Egli ha disposto anche il modo in cui raggiungerla: insieme. 12 | Area Dogmatica

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ARcidiOcEsi di PAlERMO scUOlA  TEOlOGicA  di  bAsE  “ s.  lUcA  EvANGElisTA “  THEOFILOS nOvEmBRE 2014 Area Liturgica La preghiera ci palesa un mondo spirituale, vasto, splendido, misterioso, come il cielo che sovrasta il nostro capo e descrive lo sconfinato cielo della Realtà in cui, troppo spesso ciechi, miopi, insensibili, noi viviamo. Paolo VI, 14 giugno 1978 AREA liTURGicA 13

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