FuoriAsse#12

 

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Officina della cultura

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FUOR ASSE Officina della Cultura Numero 12 [Ottobre 2014]

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FUOR ASSE Ripensare oggi le nostre tradizioni culturali e il valore che a esse attribuiamo non può che portarmi a ragionare sui tre mondi di Popper e alla distinzione critica tra evoluzione endosomatica ed evoluzione esosomatica. Cultura è ciò che Popper chiama il terzo mondo. Se il primo mondo è costituito dagli oggetti fisici o dagli stati fisici, gli stati di coscienza e gli stati mentali, e quindi le disposizioni del comportamento ad agire e tutte le esperienze soggettive – come i processi di pensiero – possiamo ben definirli il secondo mondo. Chiamiamo così il terzo mondo quello dei “contenuti oggettivi di pensiero”; quello dei pensieri scientifici e poetici, e delle opere d’arte. Il mondo 3 è il mondo degli stati problematici, delle tradizioni culturali umane, delle teorie e delle critiche. È il mondo creato dall’uomo, che emerge grazie allo sviluppo di un linguaggio descrittivo esosomatico essenzialmente umano. È alla funzione descrittiva e alla successiva funzione argomentativa o critica che l’uomo deve la sua unicità e la sua coscienza di sé: tali funzioni portano l’uomo a indagare sulla sua origine o sul mondo e sulla costruzione del migliore dei mondi pensabili; è dunque a queste funzioni che l’uomo deve la creazione del mondo 3. L’uomo quindi è un animale culturale, è una «memoria biologico-culturale», è frutto di un’evoluzione endosomatica ma «l’evoluzione esosomatica è la grande innovazione dell’umanità, il processo al quale essa deve la sua attuale supremazia biologica e la speranza in un progresso futuro». Vi è quindi una distinzione critica da fare tra evoluzione endosomatica, che si effettua attraverso i processi dell’eredità, e una evoluzione esosomatica, che non si effettua per eredità ma per tradizione, per meglio dire per il tramandarsi delle informazioni attraverso canali non genetici, quali l’educazione familiare o la scuola. Ed è proprio Popper che ci porta a ragionare della nostra tradizione intesa come trasmissione della cultura di generazione in generazione, che ci fa congetturare su quello che deve essere l’atteggiamento di uomini razionali nei confronti della tradizione ereditata dai loro padri. Atteggiamento che non può essere né di accettazione passiva e conservazione testarda della nostra tradizione – perché un atteggiamento simile altro non fa che portare all’arresto di ogni possibile progresso –, né quello del rivoluzionario o utopista che fa volentieri a meno di un intero patrimonio culturale. Secondo Popper l’atteggiamento giusto è di ossequio: di rispetto e di intelligenza per quanto finora è stato fatto, e di critica per quanto non funziona. Intravedo proprio in questo concetto una costruttività intelligente: è dal quadro prospettato che possono venire compresi, in qualche modo, i conflitti generazionali, i fenomeni delle contestazioni e la ricerca del nuovo da parte delle nuove generazioni. Editor ale A pensarci oggi FUOR ASSE

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Ma se oggi fosse il senso di vuoto e di disorientamento a sopraffarci? In effetti la sensazione che si ha è quella di essere continuamente bombardati da una sovrapproduzione di immagini e parole, che difficilmente il nostro corpo riesce a tenere a bada, a controllare e a smaltire. Siamo letteralmente invasi da libri, dischi, cd, cibo. Tutti intenti a sentirci bene e proiettati verso un’epoca di benessere culturale, quando invece – sommersi dalle cose e in piena era tecnologica –, la disinformazione dilaga. La stessa tecnologia ci spaventa: internet con tutte le possibili finestre che possiamo aprire – e che talvolta non apriamo per evitare di provare un infinito senso di smarrimento –, finiscono per dirci ancora meno o di confonderci del tutto, creando, in qualche modo, false aspettative e vuote ideologie. Il disorientamento nasce, forse, dall’impossibilità di ri-creare, seppure all’interno di ogni piccolo microcosmo, quella dignità, talvolta data dalla certezza di un mestire, che permette all’uomo di dire la propria senza troppe paure? Ma oggi credo sia difficile rintracciare quello spirito critico caratterizzato dall’audacia di scelte ben determinate. È forse l’idea di poter accedere a tutti i mondi possibili attraverso la rete che ci incastra facendoci sentire onnipotenti, che ci dà lo stimolo a parlare di tutto (e di niente) e senza crearci l’intimo imbarazzo di dovere approfondire perché quell’artefatto umano – che serve come utensile e che rappresenta un’estensione del nostro stesso corpo –, pare contenere, o meglio, può essere considerato parte integrante della nostra stessa mente. Così come il microscopio o il telescopio dotano l’uomo di «superocchi» il computer o il cellulare dotano l’uomo di una nuova e più vivace mente? Persino lo sguardo rimane soffocato dalle cose stesse, le bocche dei poeti si muovono, ma non dicono. I critici parlano ma non si comprendono. E allo stesso modo la guerra è per una pace che non esiste. E a questo senso di smarrimento che voglio arrivare tenendo sottomano e osservando l’immagine di copertina di questo numero. Caterina Arcangelo FUOR ASSE Officina della Cultura Numero 12 [Ottobre 2014] FUOR ASSE

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Officina della Cultura FUOR ASSE NOMEN OMEN Sorprende sempre il legame che si innesta in tutte le sezioni che compongono ogni nuovo numero di FuoriAsse. Singolare è l’unione di intenti che è facile riscontrare su più livelli: a partire da quello linguistico e stilistico fino a quello dei generi letterari, e nonostante i diversi schemi che le sezioni della rivista seguono. Leggendo di Club Midnight, ne La Biblioteca Essenziale di Terranullius, scopriamo non solo il piacere di conoscere Charles Simic attraverso le parole di Pier Paolo Di Mino: «in questa arte di raccogliere atti mentali e fisici, paesaggi; paesaggi ma veduti in sogno; oggetti; nomi di oggetti; cose spaesate , ma anche rimpatriate; luoghi che non sono luoghi; o luoghi memorabili…», ma anche la tensione che c’è tra arte, poesia e vita. In effetti la poesia, che in questo numero pare ben dosata in ogni sezione, è un valido strumento di conoscenza e di percezione del reale, e non solo per il senso di esasperazione provocato da quegli “oggetti di scarto” che caratterizzano il quotidiano, quanto piuttosto per tutto ciò che la poesia rappresenta ne L’incanto dei dimenticati nella poesia di Stefano Simoncelli di Luca Alvino o per Franz Krauspenhaar,di cui ne leggiamo ne Il Diritto e il Rovescio di Sara Calderoni. Una poesia che è anche simbolo di un impegno civile e di cui se ne fa voce Benny Nonasky, che apre Riflessi Metropolitani. Rubrica che chiude con quella magia estetica che caratterizza la scrittura di Orazio Labbate. Consonanze importanti si possono rintracciare su tutta una serie di argomentazioni legate in qualche modo alla fotografia, suggerisco così di meditare sulla nuova immagine, stavolta di Justin Quinnel, selezionata in La fotografia non è un telefono di Silvio Valpreda. Una certa levatura è rappresentata dalla rubrica dedicata alle Novità Editoriali, a cura di Claudio Morandini, il quale ha introdotto una nuova sottosezione dedicata alla Letteratura straniera e che comincia con una coinvolgente anteprima su Pétronille, il nuovo romanzo di Amélie Nothomb. Un’eco mediatica e un alto profilo di internazionalità è dato da un rilevante numero di interventi di studiosi che hanno partecipato al IV Convegno Internazionale sull’Umorismo, che si è tenuto a Codogno nei due giorni del 10 e 11 ottobre. E così che Giovannino Guareschi – sia per gli interventi sull’Umorismo sia per la rubrica dedicata al fumetto d’autore, a cura di Mario Greco –, diventa altro filo conduttore di questo FuoriAsse. Buona Lettura Caterina Arcangelo FUOR ASSE Redazione FuoriAsse

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FUOR ASSE Officina della Cultura Direttore Responsabile Cooperativa Letteraria Claudio Morandini, Erika Nicchiosini, Sara Calderoni, Caterina Arcangelo, Orazio Labbate, Mario Greco, Vito Santoro, Pier Paolo Di Mino, Maria Cristina Strati, Silvio Valpreda, Cristina De Lauretis, Marco Annicchiarico. Redazione Direzione artistica e progetto gra co Mario Greco Direttore Editoriale Caterina Arcangelo Luca Alvino, Domenico Calcaterra, Paolo Del Colle, Alessandro Baito, Francesca Scotti, Luca Ippoliti. Hanno collaborato a questo numero La copertina di questo numero Fabio Visintin Foto e illustrazioni Qin YongJun, Slava Fokk, Paul Bilik, Victor Habchy, Montserrat Diaz, Alex Howitt, Benouit Courti, Issaf Turki, Tommy Ingberg, Esmè Fransen, Hengki Koentjoro, Josè Luis Garcia Montalto, Stephan Degremont, Profeta Luigi, Romoli Francesco, Fontanella, Di Cocco Siberiana, Anna Epis, Valentina Anna Carrera, Indiesigh, Fabio Visintin, Veronica Leffe, Gaetano Tiberi, Zen Murakami, Saul Landell, Dariusz Klimczak, Yehuda Edri, David Uzochukwu, Thomas Dodd, Josh Adamski, Miguel Angel Olivera Bonsignore, Carlotta Bernabei, Giuseppe Greco, Concetta Ferraina e Si ringrazia Diego tutte le persone che hanno reso possibile la realizzazione di questo numero FUOR ASSE

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Alphaville Cinevisioni Redazione Diffusa Il Garage del sergente Pepe a cura di Vito Santoro 21 a cura di Marco Annicchiarico 116 FUOR ASSE Il rovescio 26 Sara Calderoni a cura di Officina della Cultura di Luca Alvino L’incanto dei dimenticati nella poesia di Stefano Simoncelli e il diritto SULLA POESIA di Franz Krauspenhaar CONVERSAZIONE con Franz Krauspenhaar Benny Nonasky 42 di Paolo Del Colle L’occhio e la morte. Per una lettura di Tersa morte di di Mario Benedetti di Domenico Calcaterra 114 Silvio Valpreda La fotografia non è a cura di un telefono La Copertina di FUOR ASSE Gruppo E: artisti fotogra e scrittori Mostri Notturni allo Spazio E di Milano di Alessandro Baito di Orazio Labate cura di Riflessi Metropolitani a Caterina Arcangelo Fabio Visintin a cura di Alessandro Baito 8 TERRANULLIUS 56 NARRAZIONI POPOLARI di Pier Paolo Di Mino LA BIBLIOTECA ESSENZIALE DI Francesca Lolli e Mahmoud Saleh Mohammadi L’Umorismo in prospettiva interculturale a cura di Caterina Arcangelo FUOR ASSE Charles Simic “Club Midnight” Redazione Diffusa 83 112 a cura di Fumetto Mario Greco 58 Nazareno Giusti Fernandez/Miller/Fraipont-Bailly Arabeschi di Nuvole Francesca Scotti d’autore INTERVISTA Lucia Biagi a cura di Maria Cristina Strati Teatro Punk is undead 2 - Live in London di Luca Ippoliti 10 46 Le Novità EDITORIALI di Parole Le recensioni di Cooperativa Letteraria a cura di Claudio Morandini “Il cibo dei venti” - Elio Grasso a cura di LABirinti 122 Erika Nicchiosini a cura di ISTANTANEE Cristina De Lauretis FUOR ASSE “Caccia allo stambecco “Pétronille” con Wittgenstein”- Leo Tuor - Amélie Nothomb INTERVISTA a Giorgio Olmoti di Erika Nicchiosini 120

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LABirinti di parole LABirinti di parole prevede la selezione di brevi racconti e poesie con l'intento specifico di realizzare un “Laboratorio creativo” che possa, al proprio interno, offrire la possibilità di entrare in diretto contatto con autori di indiscussa autorevolezza e, se meritevoli, di essere messi in contatto con le case editrici coinvolte nel progetto di Cooperativa Letteraria. Le opere finaliste (6 per la prosa e 6 per la poesia), scelte dalla giuria, avranno una menzione speciale, a cui farà seguito la pubblicazione, da parte delle riviste FuoriAsse, Achab, Atti impuri, Partitura - Almost blue e dal Blog letterario Svolgimento. Alcune delle opere saranno accolte sul blog degli scrittori del Gruppo E. Tra queste ne verrà scelta una ogni trimestre che sarà letta pubblicamente in occasione delle iniziative promosse dallo Spazio E di Milano. La giuria è composta da: - Giuseppe Giglio (Presidente di giuria - Saggista e scrittore); - Mario Capello (Editor e scrittore); - Vanni Santoni (Giornalista e scrittore); - Sparajurij (Autore-Performer collettivo, organizzazione di eventi letterari, rivista Atti Stefania Facciano (Impiegata, lettrice raffinata e socia di Cooperativa letteraria); Maria Rosa Quaglia (Insegnante e sostenitrice di importanti iniziative culturali); Marco Annicchiarico (Poeta e redattore su riviste e blog letterari); Fabio Michieli (Critico letterario e poeta). impuri); Segretario: Erika Nicchiosini (Editor e giornalista) Scarica il bando su www.cooperativaletteraria.it Scadenza 31 dicembre 2014. FUOR ASSE LABirinti di parole

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La Copertina di FUOR ASSE “I cattivi” Risiede a Venezia dov’è nato nel 1957. Autore, Illustratore e cartoonist. Esordisce nel mondo del fumetto pubblicando su “Linus”, prosegue collaborando con il “Corriere dei Piccoli” e con le più prestigiose riviste del settore. Come illustratore lavora con numerosi importanti editori in Italia e all’estero. Da molti anni è il principale copertinista della collana “Le farfalle” edita da Marsilio. Crea immagini per le copertine anche per gli editori Dalai, Feltrinelli, Giunti, Mondadori. Insegna illustrazione alla “Scuola internazionale di Comics – Accademia delle arti Figurative e Digitali “ di Padova. Due righe per spiegare un disegno di copertina... già ma come cominciare? Forse così: Sono in cucina e sono ragazzino (quindi un bel po’ di tempo fa), sto guardando alla televisione un telefilm di una serie fantascientifica che mi piaceva molto: “Star Treck”, nello schermo si vedono delle astronavi aliene, sono loro: i nemici, i terribili Klingon, un popolo dalle usanze selvagge, dei veri e propri barbari…e allora io, il ragazzino penso: “Qui Star Treck ha sbagliato!” Non può essere che un popolo così avanzato da aver costruito complicate astronavi interstellari sia poi così barbaro negli usi e nei costumi. Beata ingenuità! Oggi posso dirlo, lo vedo tutti i giorni …aveva ragione Star Treck ed io torto! Terroristi che nel Web postano filmati girati col cellulare di barbare “decapitazioni”. Ecco il nostro mondo oscuro nei contenuti ma tecnologicamente avanzato, un orribile ossimoro pieno di Dei che forse troppo a “immagine e somiglianza” di noi uomini predicano odio e fondamentalismi superstiziosi e folli. Un luogo nel quale sentinelle impettite e bigotte difendono il “nulla” dal “nulla” e i ricchi banchieri spiegano ai poveri come far sacrifici. Dove scacciati da ogni terra i profughi si seppelliscono in mare che però anche quello non diventa mai loro ma resta “nostrum”. Qui le guerre vengono iniziate per portar la pace, che poi stranamente non arriva. Qui non sapendo più cosa rubare, i disonesti sottraggono la storia sostituendola con qualcosa che gli dà ragione e poi pretendono delle scuse. FUOR ASSE Fabio Visintin 8

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Dove i figli apprendono la facile arte di “rincoglionirsi velocemente davanti alla luce azzurrina dei cellulari ottenendo straordinari risultati”. Insomma tutto ribolle , nello scatenarsi di una lotta “insensata” sotto un cielo plumbeo… Fino a che, senza un apparente motivo, da uno squarcio tra le nubi, comincia a filtrare della luce, una farfalla vola e la grandezza dell’universo che traspare riporta il “Male” a essere quella piccola cosa che è. Questo disegno di copertina fa parte di una serie di illustrazioni intitolata: “I cattivi”, della serie fanno parte anche il bimbo Cow Boy e la bimba con l’orsacchiotto nel rogo. Fabio Visintin sarà presente a Lucca Comics con i racconti a fumetti realizzati per la rivista mensile (ora defunta) “Animals” raccolti e riproposti assieme a un racconto inedito nel volume in uscita a novembre 2014 per l’editore Comic out intitolato : “Natali Neri ed altre storie di guerra”. Altro importante graphic novel realizzato da Fabio è “L’isola”, pubblicato da ‘Round Midnight Edizioni. La Copertina di FUOR ASSE

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Le recensioni a cura di Claudio Morandini di ©Qin YongJun “Il cibo dei venti”Elio Grasso E gie 2014 Italo Calvino, a proposito dell’opera del ligure Francesco Biamonti, e in particolare de “L’angelo di Avrigue”, parlava di “romanzi-paesaggio”, distinguendoli dai “romanzi-ritratto”. La definizione calza alla perfezione anche per questo libro di Elio Grasso, che alla narrazione di Biamonti, inquieta e sospesa, carica di silenzi eppure concretissima di cose, si collega idealmente. Elio Grasso si accosta al romanzo con delicatezza e prudenza: il suo è un vedere da poeta, un soffermarsi sui lati nascosti delle cose, un lavorare sulla forza evocativa delle parole. Bussa al romanzo, dunque, prima di entrarvi: e una volta dentro, ci si muove con attenzione, preoccupato, si direbbe, di strafare, o di rompere qualcosa. Il suo romanzo è una casa FUOR ASSE isolata: e in una casa isolata, non grande, ma a modo suo accogliente, un po’ nascosta, immersa nella vegetazione ligure dei cui forti aromi si è impregnata, come la prosa di Grasso si è impregnata delle asprezze e delle schiettezze della tradizione letteraria ligure (oltre al citato Biamonti, ecco l’inevitabile Montale, di cui Grasso sembra riprendere la determinazione a repertoriare la realtà sensibile e il gusto per le dissonanze, fino a Nico Orengo), è ambientata gran parte delle vicende narrate. È una casa silenziosa, in cui si vive lentamente ogni giorno e si parla poco, ma quel che si dice è importante, come lo sono (sempre) i suoni che vengono dall’esterno, che rimandano al brulicare della natura di fuori, viva e affaccendata. Una casa inerpicata in 10

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alto, nella Liguria che diventa montagna subito dopo essere stata costa: e la presenza del mare, laggiù, costante, negli odori, nei colori, nelle abitudini e nelle economie di ogni giorno, anche se non sempre è visibile. “Nelle crepe dei mattoni calcinati c’è il mondo di qua, in miniatura. Potrebbe sembrare l’impronta di quello grande, ma non è così. Appartato, gentile, contiene tutto quel che serve, nomi compresi, a preservare se stesso, a continuarne la storia oltre il caos.” Poche cose dentro le stanze dipinte di bianco: libri, fotografie, attrezzi da lavoro. La casa risuona invece di ricordi confusi, da ricostruire: i genitori, il passato familiare connesso con la storia collettiva, la figura sfuggente del padre, silenzioso, solido in un’epoca di paure e pericoli. Riavvicinarsi alla figura del padre significa non solo recuperarne i ricordi, ma anche riviverne i gesti, riscoprirne la nascosta vitalità, il saldo rapporto con le cose, con l’orto – ma anche rispettarne i silenzi e i segreti, riassaporandoli di lato, con la stessa curiosità inappagata del bambino. Questa meditazione in prosa sul tempo che scorre, sui ricordi che sfuggono, i sogni che si fanno insistenti, il bisogno di sapori semplici e di affetti puri – questa meditazione diventa romanzo quando dall’esterno si affaccia la storia con i suoi lampi di violenza, e quando preme la necessità di ricostruire parti sconnesse della memoria familiare. Allora all’io narrante non bastano più gli amici che andando avanti e indietro lo connettono con il mondo esterno (Bechir, lo spacciatore affabulatore che verrà ucciso, Alex, Mita, con cui il narratore vive frammenti di una passione, il FUOR ASSE figlio di lei, e poi don Daniele, e ancora un amico lontano che vive in pianura e gli invia lettere): il protagonista deve partire in treno, andare a cercare una cugina di cui non sa più nulla, figlia di uno zio dai trascorsi violenti. E qui, in queste pieghe del racconto, si intravedono le ragioni del suo esilio in questa parte nascosta di mondo, il suo ostinato contentarsi di cose semplici e forti, in una solitudine quasi piena, in cui l’orto è una terapia per dolori che restano inespressi, ma che sentiamo covare. C’è un’altra terapia, a dire il vero, enunciata qua e là con parsimonia: ed è quella della scrittura. “La vita migliora con molti modi, oltre alla poesia ci sono i gesti che preparano il cibo. / Già, la poesia. Da quanto vi ho rinunciato?” “Intanto mi concentro su poche parole, quelle che scriverò.” In questi richiami alla scrittura, Elio Grasso resta poeta: e la lezione della poesia, adattata con naturalezza alla forma del romanzo, la si avverte nella cura delle parole, certo, ma soprattutto nell’attenzione al ritmo, alle pause, negli a capo intensi come respiri, nel dosaggio dei silenzi, nel senso di racconto come confidenza, a bassa voce, nel pudore anche, se volete nella ritrosia un po’ ruvida di chi vuole condividere una ricerca ma non vorrebbe imporla, non vorrebbe declamarla.

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“Pétronille” Albin Michel, 2014 Amélie Nothomb ©Slava Fokk “Pétronille”, il nuovo romanzo di Amélie Nothomb, è il racconto di un’amicizia, comico e affettuoso e pieno di ammirazione. Come sempre, in nome della pratica dell’autofiction, vi si mescolano elementi presi dalla realtà e pura invenzione letteraria; vi prevale soprattutto quella sottile trasformazione del dato reale in qualcosa di lievemente simile, ma più vivido, più colorato, più carico e talvolta, in un certo modo, caricaturale. “Pétronille” è tante cose: prima di tutto è, dicevo, la “storia di un’amicizia” (le mie virgolette vorrebbero rimandare a un’improbabile ascendenza palazzeschiana). L’amicizia, appunto, tra Amélie e la giovane Pétronille, due figure che come nel romanzo senile di Palazzeschi, o come vuole la formula di tanti fumetti e tante commedie brillanti e comiche, appaiono tanto diverse da sembrare incompatibili, ma aggirano questa incompatibilità grazie ad alcuni forti FUOR ASSE punti in comune: nel romanzo gli incontri tra le due sono celebrati attraverso il comune amore per lo champagne, ma vi sono anche, a unire i due personaggi, la solidarietà tra due anticonformismi sinceri e naturali contro le cattive abitudini e le convenzioni della bella società, e soprattutto il reciproco e profondo rispetto in nome della letteratura. Entrambe sono scrittrici – la Nothomb già affermata, Pétronille Fanto autrice emergente, di singolare talento, per certi versi scomoda e, almeno all’inizio, riconosciuta più dagli amici scrittori che dal grande pubblico. Mentre la Nothomb sembra abbandonarsi con sorridente condiscendenza al successo, e accompagna l’uscita di ogni suo libro come a una festa, la Fanto sembra concepire il rapporto con l’editoria e i lettori come un match che non esclude la violenza, almeno verbale. Insomma, come Lemmon e Matthau, come Jerry 12

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Lewis e Dean Martin, Spirou et Fantasio, le due sono complementari, e si cercano e si attraggono proprio perché così diverse. Si capisce adesso che una delle caratteristiche più forti e un altro punto in comune tra i due personaggi sta nel sense of humour, nella capacità di incrinare con un mot d’esprit ciò che sembra frapporsi tra loro e la loro personale ricerca della felicità. Più spiazzante e tranchante e icastica Pétronille, più insinuante Amélie, entrambe praticano l’umorismo come difesa e come attacco, in dialoghi di schietta comicità che ricordano certi fumetti belgi o le sit-com migliori. Pétronille è anche, in un certo senso, un concentrato di francesità: lo è agli occhi della Nothomb, che poco dopo essere sbarcata a Parigi incontra questo personaggio irriverente e irrequieto (in un’intervista lo paragona a “Zazie dans le métro”), e ne fa una sorta di Virgilio nella Parigi esoticamente estranea in cui lei, belga cosmopolita, si muove dapprima un po’ incerta. Ma chi è in realtà Pétronille Fanto? La domanda, che in Francia circola da prima dell’uscita del romanzo, è in realtà mal posta, perché Pétronille Fanto è Petronille Fanto, il personaggio di una giovane scrittrice di grande talento che resta prodigiosamente giovanissima, che gira in jeans e giubbotto di cuoio e all’inizio potrebbe essere scambiata per un ragazzo tra i quindici e i diciassette anni. Sicura di sé e dei propri mezzi, sincera fino alla brutalità, appassionata di letteratura elisabettiana (la Nothomb la paragona più di una volta a quegli autori dell’età di Shakespeare morti, come Christopher Marlowe, giovanissimi, in risse da taverna), divoratrice solitaria FUOR ASSE ©Slava Fokk di tutta la letteratura, amante di musei e rovine antiche, proviene da un ambiente popolare e da una famiglia di salda fede comunista con cui ha rapporti contrastati: e in quell’ambiente, sola contro tutti verrebbe da dire, ha saputo coltivare i suoi interessi culturali e difendere la sua vocazione letteraria. Forte, spavalda, aggressiva se occorre, misteriosa (per ciò che non rivela di sé, per un’interiorità che si sente ricchissima ma che resta ben nascosta, per le antipatie, le scelte improvvise, per le improvvise sparizioni, per i segreti che anche la Nothomb rispetta), è pure capace di sintonie fortissime e impreviste, di indagini psicologiche acutissime: e rivela fragilità e fobie che la Nothomb racconta con divertimento (e affetto, sempre) in pagine irresistibili. Nel romanzo, la stessa Nothomb ne chiarisce il ruolo non solo di disturbatrice delle quiete convenzioni sociali e letterarie e di scardinatrice del senso

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comune, ma anche di suggeritrice di un nuovo gusto, di un nuovo modo di affrontare la realtà, e lo fa risalendo all’origine del nome, al corrispettivo maschile Petronio, e quindi al Petronio per antonomasia “arbiter elegantiarum” dei tempi di Nerone. Questa, insomma, è Pétronille, la Pétronille del romanzo. Altro è chiedersi chi c’è dietro a Pétronille, ovvero quale persona reale ha ispirato questo personaggio che si muove nel bel mondo delle lettere francesi sconvolgendo le abitudini di chi ha a che fare con lei. Dietro, semplicemente, c’è Stéphanie Hochet, la scrittrice parigina legata a Amélie da una lunga amicizia, che in Francia è assai conosciuta e che in Italia si sta facendo conoscere da un paio di anni (“Le effemeridi”, La Linea, 2012, a cura di Monica Capuani, l’abituale traduttrice della Nothomb, è la prima edizione in italiano di un suo romanzo). L’identificazione è tutt’altro che complessa: i titoli dei romanzi di Pétronille ricalcano troppo da vicino quelli di Stéphanie per costituire un enigma: “Vinaigre de miel” è il correlativo di “Moutarde douce”, “Le Néon” ammicca a “Le néant de Léon”, “L’Apocalypse selon Ecuador” a “L’apocalypse selon Embrun”, con allusione supplementare a uno dei personaggi de “Les éphémérides”, la cantante di fado Ecuador appunto. Altri titoli (“Sang d’encre”, per esempio) appaiono mascherati qua e là, nel corso del racconto. E via così. Anche i ragguagli sulle trame sono letteralmente presi dai veri romanzi della Hochet, così come i riferimenti alle case editrici e agli altri scrittori legatisi a Pétronille-Stéphanie (compare anche la parafrasi di una lettera inviata alla Hochet da Jacques Chessex, il granFUOR ASSE de scrittore svizzero scomparso qualche anno fa, lettera nella quale Pétronille è definita “un enfant” e “un ogre”). Per chi conosce personalmente Stéphanie Hochet, infine, sono numerosi i dettagli riconoscibili. Ma appunto, sono ammiccamenti in un certo senso troppo facili, troppo facilmente decifrabili: il che fa supporre che l’intenzione della Nothomb sia non di raccontare davvero Stéphanie Hochet in un gioco di enigmi per gli addetti ai lavori o i fan (pensarlo sarebbe ingenuo e anche ingeneroso), ma, semplicemente, le vicende di qualcuno che la Hochet ha ispirato – qualcuno che possiede una sua forza, una sua autonomia, e che saprebbe rivendicare la propria personalità mettendo a posto gli avversari con un paio di battute taglienti. “Pétronille” è il romanzo di un’amicizia, è anche un meta-romanzo, se vogliamo, cioè un romanzo sullo scrivere romanzi e un romanzo sulla vita ©Slava Fokk

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che si fa romanzo e sul romanzo che si travasa nella vita, ma forse è soprattutto un romanzo d’avventura: non tanto nel senso che le due protagoniste si trovano coinvolte in alcune movimentate peripezie, alcune buffe (come il week end dedicato allo sci nella località chiamata Acariaz) altre misteriose (si veda l’improvviso viaggio di Pétronille in Africa, la sua traversata nel deserto del Sahara, o le ultime pagine che si sciolgono dalla riscrittura iperbolica della realtà e attraversano i territori del puramente letterario); ma proprio nel senso che l’avventura, e i rischi a essa connessi, sono parte costitutiva della scrit- tura, che è continua sfida alla finitezza dell’uomo, e flirta con la morte, come – ma non voglio dire di più, per non guastare il piacere della sorpresa finale – in una roulette russa. L’ultima frase del romanzo, “J’ai beau savoir qu’ écrire est dangereux et qu’on y risque sa vie, je m’y laisse toujours prendre” (più o meno, “Per quanto sappia che scrivere è pericoloso e che ci si rischia la propria vita, ci casco sempre”) non è solo un brillante e paradossale mot d’esprit, è anche l’unica conclusione possibile di un libro che celebra la sfida a se stessi e al mondo parlando argutamente d’altro. ©Slava Fokk FUOR ASSE

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