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Le Colline di Pavese

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FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 144

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O IM S I V V A EA T N A PORT IN ORI T T E IL OSTR UN CONTRIBUTO PER MANTENERE VIVA UNA VOCE FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 141 Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 142 FGE S.r.l. - Reg. Cari lettori, la rivista Le Colline di Pavese è diventata negli anni la voce di questo t territorio, di cui sottolinea le peculiarità e le problematiche. Costituisce nel contempo un ponte ideale con i santostefanesi lontani e con i sempre più numerosi cultori pavesiani italiani e stranieri. Il legame indissolubile con questi ultimi è comprovato dalla rilevanza raggiunta dalle varie iniziative in memoria del grande scrittore e dall’Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo. Il mantenimento e l’ulteriore incremento delle attività, in particolare la pubblicazione della rivista, dipendono, però, dalle risorse (sempre più ridotte) a disposizione. Facciamo pertanto appello ad aderire al sodalizio, mediante il versamento di una delle quote associative a fianco indicate, o, in alternativa, di un piccolo contributo nella convinzione che tante piccole gocce fanno un grande fiume. Per continuare, pertanto, a ricevere la nostra testata, chiediamo la cortesia di esprimere il consenso, compilando la seguente scheda. Il Cepam ringrazia per l’attenzione e augura Buona lettura! Il Presidente Luigi Gatti Restituire a mezzo posta oppure e-mail: info@centropavesiano-cepam.it ❑ Sì, desidero ricevere “LE COLLINE DI PAVESE” per l’anno 2015 Prego indirizzare la rivista a: Cognome Indirizzo Cap Tel. P.IVA o Cod. Fisc. VERSO LA QUOTA DI † 100 € (socio benemerito) † 50 € (socio sostenitore) † 30 € (socio ordinario) † Altro Città Fax Mail Prov Nome A MEZZO: † vaglia postale - assegno circolare o bancario intestato a CEPAM † versamento C/C postale nr. 10614121 † bonifico bancario presso UBI Banca Regionale Europea - IBAN IT32Y0690646840000000004317 Acconsento al trattamento dei miei dati personali ai fini sopra indicati. Firma FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 143 FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 144

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ANNO 38, N. 144 OTTOBRE 2014 “Paesaggio delle Langhe” di Alessandro Gilardino Nicodemi TESSERAMENTO 2 0 1 5 Iscriviti o rinnova la tua adesione, per sostenere le varie iniziative del sodalizio e per contribuire a mantenere in vita la voce de “LE COLLINE DI PAVESE” Modalità: versamento sul C/C n. 10614121 o con vaglia postale intestato a: CEPAM - Via Cesare Pavese 20 12058 S. Stefano Belbo SOCIO: ORDINARIO SOSTENITORE BENEMERITO € 30 € 50 € 100 Via Pavese 20 - 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141/844942 - Aut. Trib. Alba n. 376 del 29/4/78 - Direttore: Luigi Gatti Responsabile: Luigi Sugliano - Redazione: L. Bussetti Calzato, G. Brandone, F. Penna, F. Zampicinini Foto: Olivieri, Scaletta - Tassa pagata Taxe perçue - Abbonamento postale - Abbonement postel 14050 MOASCA - FGE S.r.l. Concessionaria esclusiva per la pubblicità su questa rivista: IMAGE ADVERTISING di Piero Carosso Tel. 0141 843908 - Fax 0141 840794 - Santo Stefano Belbo (CN) S O M M M A R I O 2 4 8 10 “Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” Una testimonianza di Ferrarotti su Fenoglio Antonio Catalfamo “Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” L’epistolario di Cesare Pavese (2a parte) Francesco De Napoli Due poesie pavesiane messe in musica dall’artista monegasco Léo Ferré canta Pavese Franco Lorizio Due opposti temi caratterizzano il romanzo: la vita e la morte La banale tragedia dei sogni realizzati: la debacle di “Tra donne sole” Deborah Bertone 11 16 18 22 25 28 29 33 34 35 37 39 Festeggiata con grande successo la XXXI edizione Premio letterario “Cesare Pavese” Paola Galletto L’intervento, a nome della giuria, nel corso della cerimonia di premiazione - Anno 38 n° 144 “Un grande premio che ha il fascino della cultura più alta” Adriano Icardi FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale A Giorgio Griffa il Premio “Una vita per l’arte” Premio Pavese di pittura Gian Giorgio Massara Ieri e oggi Le parole Pasquale Briscolini Intitolato a un generale del nostro Risorgimento nato a Isola d’Asti Una gloria italiana: il Liceo Classico “Govone” di Alba Sergio Rapetti L’angolo del racconto Le colline Unesco Luciana Bussetti Calzato Una tradizione religiosa tra le più diffuse e sentite Le processioni nelle campagne piemontesi tra passato e presente Franco Zampicinini Ricordo dell’artista recentemente scomparso Quinto Airola. La materia della scultura Angelo Mistrangelo L’artista ha presentato una selezione di cinquanta opere Bruno Martinazzi all’Accademia Albertina di Torino Angelo Mistrangelo Memorie langarole Il primo bacio... rubato Maria Luisa Brovia Uno sport antico con solide radici piemontesi Appunti di viaggio nel balon (3a parte) Nino Piana Il nuovo libro di Aldo Cazzullo racconta la “guerra di trincea” Perché la prima guerra mondiale non rimanga una leggenda: ”La guerra dei nostri nonni” Irene Bottero 42 43 44 46 48 Piante medicinali ed ornamentali La grande famiglia dei fiorellini di primavera Luciana Bussetti Calzato Il nuovo volume della nostra collaboratrice Maria Luisa Brovia, “Via Maestra 23” Tiziana Colusso S. Stefano Belbo raccontato dall’ex sindaco La piazza, ricordi del passato Luigi Ciriotti L’angolo della poesia I pittori interpretano i versi dei poeti “Adotta un poeta” 2014. Vincono Mistrangelo e Casale Ermanno Eandi

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” Riaperto il dibattito sulla cronologia delle opere dello scrittore albese Una testimonianza di Ferrarotti su Fenoglio Antonio Catalfamo Il nostro quattordicesimo volume di saggi internazionali di critica pavesiana, intitolato Pavese, Fenoglio e la «dialettica dei tre presenti»1 e uscito nel mese di maggio scorso, ha subito animato il dibattito critico in varie direzioni. In particolare, ha fatto discutere la testimonianza di Franco Ferrarotti2, nella quale il padre della Sociologia italiana del secondo dopoguerra rievoca un incontro conviviale da lui avuto alla Morra, assieme a Geno Pampaloni, nella seconda metà del 1948, con Beppe Fenoglio, nel corso del quale lo scrittore di Alba, fra l’altro, accennò a Il partigiano Johnny, a cui stava lavorando. Ferrarotti ricorda, inoltre, che fu Pavese a spingerlo ad incontrare Fenoglio, perché incuriosito da quel personaggio che stava emergendo con discrezione sulla scena letteraria. La testimonianza ha suscitato l’interesse della critica essenzialmente per due motivi. Innanzitutto, perché sinora si era ritenuto che i due scrittori piemontesi si fossero ignorati, anzi che Fenoglio provasse un certo fastidio ad essere considerato un «epigono» di Pavese. In secondo luogo, anche se nel corso del dibattito giornalistico seguito alla testimonianza di Ferrarotti non è stato detto esplicitamente, essa incide sulla cronologia delle opere di Fenoglio, avvalorando, in contrasto con quelle di diversi studiosi (a partire da Eugenio Corsini), la tesi di Maria Corti, sostenuta nell’edizione critica da lei curata nel 19783 e fondata sul riconoscimento della priorità cronologica de Il partigiano Johnny rispetto alle altre opere, che di questo romanzo sarebbero una filiazione. Già nel 1948 ci sarebbe stato un testo unitario del suddetto romanzo, seguito da due rielaborazioni del 1949. Se Fenoglio incontrò Ferrarotti nella seconda metà del 1948 e gli parlò de Il partigiano Johnny, questa è la conferma che stava già lavorando all’opera, di contro alla tesi di Corsini ed altri, che, invece, rifiutando l’idea di una stesura «a caldo», a ridosso degli avvenimenti narrati, spostava la datazione possibile del romanzo ad anni più tardi, intorno al 1956-1959. La posta in gioco è, dunque, molto alta. E questo giustifica l’ampio spazio dato alla questione, segnatamente dal quotidiano «La Stampa» di Torino, che il 29 giugno 2014, ha dedicato ad essa una pagina intera, fra quelle riservate alla cultura, ospitando un dettagliato resoconto di Mario Baudino4 relativo alla testimonianza di Ferrarotti e, nel taglio basso, un breve intervento di Lorenzo Mondo5, che si dice dubbioso, anzi parla di «scherzi della memoria». Il quotidiano torinese ritorna sulla «vexata quaestio», sempre nelle pagine culturali, il 2 luglio 2014, con un intervento di Claudio Gorlier6, che definisce addirittura «assolutamente romanzesca» l’ipotesi che Ferrarotti abbia inFranco Ferrarotti contrato Fenoglio nel 1948. Franco Ferrarotti ha inviato una sua risposta alla pagina delle lettere de «La Stampa», ma essa sinora non è stata pubblicata. Nel frattempo è uscita su La Critica sociologica (n. 191, autunno 2014). Debitamente autorizzati dall’autore, la proponiamo qui di seguito per la sua importanza. Fra l’altro, l’illustre sociologo dà una lezione magistrale sul problema delle fonti a cui uno storico – e in generale uno studioso serio – deve attingere e, segnatamente, sul significato delle testimonianze dirette. Se unica fonte – aggiungiamo noi – fossero i documenti, che, fra l’altro, nella vicenda in questione tacciono (come rileva lo stesso Lorenzo Mondo), allora avrebbe ragione Benedetto Croce: la storia sarebbe un’«arte», consistente nel combinare i vari documenti presunti in base al proprio estro ed alla propria convenienza. Sulla realtà storica prevarrebbero le interpretazioni. Le affermazioni di Ferrarotti ci confortano, perché nei quattordici volumi finora pubblicati come «Osservatorio permanente» abbiamo sempre dato ampio spazio alle testimonianze di coloro che sono stati vicini a Pavese. E Ferrarotti è l’unico sopravvissuto tra questi testimoni autorevoli. Gli auguriamo lunga vita. Documenti e testimonianze “È difficile ricostruire e rendere nuovamente, per così dire, palpabile un contesto storico ormai passato, richiamarne il clima intellettuale, ma anche gli aspetti fisici, le strade ancora solo in parte asfaltate, quel che di provvisorio e quegli inconvenienti di ordine pratico che caratterizzavano la fine di una guerra disgraziata (ma non lo sono forse tutte?) e l’inizio, a volte, di un dopoguerra che, caduta la tensione e la paura, è ancora più sfuggente e disperato. Sono necessari, allora, a mio parere, l’esperienza diretta, il coinvolgimento e la partecipazione personali. Quando, nei primi anni del dopoguerra, a Torino, lavoravo con l’Einaudi con Cesare Pavese, traducevo per lo più testi ostici, e in fretta perché il mercato editoriale era pieno di buchi. C’era Natalia Ginzburg, ma Italo Calvino non era ancora arrivato. Forse stava ancora scrivendo Il sentiero dei nidi 2

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” di ragno nella casa dei genitori sulla collina di San Giacomo. A ridosso di San Remo. E non c’era neppure Norberto Bobbio, ch’io sappia. C’era, invece, e lavorava intensamente Felice Balbo, ma da casa Il conte di Vinadio non era in una forma strepitosa. Aveva contratto l’ameba da ufficiale del regio esercito in Albania. In compenso spesso compariva, imponente come un Carlo Bo, peraltro senza sigaro, il francesista Paolo Serini, ma io, decisamente, ne preferivo la figlia, Maria Livia, svelta e agile come un leprotto con il suo basco sulle ventitré. Anni meravigliosi, di grande speranza e aspettative e di fame immediata, quella che acutizza i sensi e non ha tempo da perdere. I telefoni però non c’erano o funzionavano male – ore e ore per parlare con Roma, intercalate da maledizioni di anonime centraliniste. Per avere una Fiat 1100 bisognava pagare un anticipo salato, a titolo di cauzione e poi l’auto, se andava bene, arrivava dopo un anno e mezzo. Ma ci si divertiva. Con Pavese avevo tradotto e fatto passare sotto il naso del crociano-marxista Ernesto De Martino un libro ‘strutturalista’, un autentico testo sacrilego agli occhi dello storicismo assoluto, il libro di Theodor Reik sui rituali primitivi, con prefazione di Sigmund Freud e introduzione di Cesare Musatti. Ma avevo contemporaneamente tradotto e Pavese aveva subito pubblicato nello stesso anno 1949 La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen e un mediocre romanzo del marxista americano Howard Fast, Sciopero a Clarkton. Si collaborava anche alla terza pagina de «L’Unità» curata da Raf Vallone, in Corso Valdocco, nello stesso palazzo in cui si pubblicava «La Gazzetta del Popolo». Direttore de «L’Unità» era un comunista della prima ora ma in odore di eresia, Ottavio Pastore e il corsivista era un ex fascista, Davide Lajolo, in arte Ulisse, autore al tempo della guerra civile spagnola di Donne di bocche e di fucili. Io stesso, sotto falso nome, vi avevo pubblicato una poesia dedicata alle prostitute di P. Statuto, nei pressi della stazione di Porta Susa. Per fortuna, la segretaria di redazione era una minuta, dinamica vecchietta, Felicita, che aveva conosciuto Lenin. Difficile ricreare quell’atmosfera. Non c’era la facilità delle comunicazioni di oggi, quando si può comunicare tutto a tutti in tempo reale su scala planetaria, anche se non c’è nulla da comunicare. Difficile far comprendere quel contesto: i vecchi sono smemorati e i giovani sono concentrati sullo hic et nunc. Naturalmente ci sono, per nostra fortuna, gli archivi, più o meno polverosi, e gli archivisti, notarilmente attenti e diligenti. Ha però ragione l’egregio Lorenzo Mondo là dove osserva, ne «La Stampa» del 29 giugno 2014, a pag. 27, che su certe circostanze gli archivi tacciono, che bisogna prendere buona nota del «silenzio degli archivi». Certo. Le carte non parlano. Ed è difficile, oggi – mi ripeto – ricostruire l’aria, l’ambiente, la qualità della vita quotidiana degli anni ’40, un mondo privo di aggeggi elettronici, senza telefonini, in cui il rapporto faccia a faccia, la parola viva sussurrata o gridata era cosa massimamente importante. Se la storia, come opinava Gaetano Mosca, fosse tutta racchiusa nei «documenti e monumenti», certamente ai benemeriti archivisti andrebbe riconosciuta l’ultima parola. Ma, con buona pace dei laboriosi archivisti, il vissuto è sempre più ricco e sorprendente del documentato e l’orgoglio sprezzante delle autonominatesi «sentinelle della verità», mai esposte ai rischi degli scherzi della memoria, appare tanto gratuito quanto infondato. In questa prospettiva è altamente meritoria l’opera di Antonio Catalfamo, che da anni viene occupandosi della pubblicazione dei «Quaderni» del «Centro Pavesiano Museo casa natale», quanto mai industriosi nel raccogliere e catalogare documenti, ma aperti anche alle testimonianze dirette, là dove possibile, per quanto slabbrate e incomplete esse possano apparire.” Franco Ferrarotti NOTE 1. AA. VV., Pavese, Fenoglio e la «dialettica dei tre presenti». Quattordicesima rassegna di saggi internazionali di critica pavesiana, a cura di Antonio Catalfamo, I Quaderni del CE.PA.M. – Cooperativa Universitaria Editrice Catanese di Magistero, Catania 2014. 2 Franco Ferrarotti, A cena con Beppe Fenoglio, alla Morra, parlando della Resistenza e della «malora», all’ombra di Cesare Pavese, ivi, pp. 85-88. 3 Beppe Fenoglio, Opere, edizione critica a cura di Maria Corti, Einaudi, Torino 1978. 4 Mario Baudino, Pavese & Fenoglio. Beppe val bene una cena, in «La Stampa», 29 giugno 2014, p. 27. 5 Lorenzo Mondo, Il silenzio degli archivi, ibidem. 6 Claudio Gorlier, Pavese-Fenoglio, due mondi separati, in «La Stampa», 2 luglio 2014, p. 31. CENTRO PAVESIANO MUSEO CASA NATALE Il CE.PA.M. è una associazione senza fini di lucro con sede nella casa natale dello scrittore Cesare Pavese. Costituito nel 1976, ha tra i suoi compiti statutari prioritari la promozione e lo sviluppo culturale e socioeconomico del territorio. LE ATTIVITÀ • pubblica la rivista “Le colline di Pavese” • organizza il premio Pavese: letterario, di pittura e di scultura • promuove l’Osservatorio Permanente sugli studi pavesiani nel mondo • cura l’allestimento di mostre personali e collettive di pittura, scultura e fotografia • pubblica i quaderni del CE.PA.M. ad integrazione delle tematiche trattate su “Le Colline di Pavese” • organizza il Premio Letterario “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema” e la collettiva d’arte “Dioniso a zonzo tra vigne e cantine” • organizza il “Moscato d’Asti nuovo in festa” (8 dicembre), una manifestazione legata strettamente all’economia del territorio. CE.PA.M. · Via C. Pavese, 20 · 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141 844942 - www.centropavesiano-cepam.it info@centropavesiano-cepam.it 3

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” L’epistolario di Cesare Pavese (2a parte) Francesco De Napoli Al periodo aprile-dicembre ’37 risalgono i contatti epistolari con Valentino Bompiani, che si concretizzarono con la traduzione e la pubblicazione, l’anno successivo, del romanzo di John Steinbeck “Uomini e topi”. Sempre per Bompiani, Pavese tradurrà qualche anno dopo, nel ‘41, “Il cavallo di Troia”, di Christopher Morley. Pavese è, tuttavia, alla ricerca d’un rapporto di lavoro stabile e continuativo. Dall’archivio Einaudi è emersa una lettera di Giulio Einaudi datata 27 aprile ’38, dalla quale è possibile stabilire l’inizio d’una duratura collaborazione con l’Editore, che prevedeva, per Pavese, l’incarico di traduttore dall’inglese, di consulente editoriale, di correttore di manoscritti e di curatore di alcune collane. Del carteggio tra Pavese e Vittorini, iniziato nell’agosto del ’40, resta traccia grazie ad alcune lettere di quest’ultimo conservate nel Fondo pavesiano. Vittorini aveva comunicato a Pavese d’essersi rifiutato di tradurre per Mondadori “The hamlet” di Faulkner, e gli suggerisce, nel caso l’editore si rivolgesse a lui, di chiedere un compenso non inferiore a settemila lire. Nel contempo, Vittorini propone a Pavese di collaborare con lui all’ambizioso progetto di realizzare un’antologia di scrittori statunitensi. È la celebre antologia “Americana”, che, a causa della censura di regime, potrà vedere la luce solo nel 1942, sensibilmente ridotta. Sempre nell’estate del ’40, era nata l’amicizia tra Cesare e colei che diverrà, per tutti, la “Nanda”, ovvero Fernanda Pivano. Pavese era stato il supplente d’Italiano della ragazza al Liceo Classico “M. D’Azeglio” di Torino, a cui lei era iscritta. Nel ’38, infatti, Pavese aveva fatto dono alla sua alunna di alcuni libri di scrittori americani, tra cui “Addio alle armi” di E. Hemingway, “Foglie d’erba” di W. Whitman e, soprattutto, “Antologia di Spoon River” di E. Lee Masters. La prima delle lettere inviata a Nanda, datata 22 agosto 1940 - quando lei era, ormai, studentessa universitaria alla Facoltà di Lettere -, è scherzosamente concepita da Pavese in forma di “compito per le vacanze” e si presenta, di conseguenza, scritta su fogli di carta protocollo. Vi troviamo descritte le passeggiate in bicicletta fatte insieme con Fernanda, la quale viene raffigurata come un compagno di sesso maschile di nome “Nando”. Lo spiritoso componimento era accompagnato da un biglietto in cui Cesare confidava: “l’amico di Nando è uno stupido. Da cinque giorni per la seconda volta nella sua vita si è cacciato in una prigione.” Con ogni probabilità, è da ritenere che quella goliardica divagazione non fosse giunta particolarmente gradita alla Pivano, per quanto l’autografo pavesiano venne conservato con cura dalla scrittrice: lo stile adolescenziale e sognatore del testo è appesantito da una malaccorta dose di “cattivo gusto” nel dipingere la ragazza come un “maschiaccio”. Queste deduzioni trovano conferma nella lettera successiva del 19 ottobre, in cui Pavese dà del “lei” a Fernanda, pur avendole dedicato già due poesie, a cui accenna nella stessa lettera: “Mattino” e “Notturno a F.” (inserite, in seguito, nella Sezione “Poesie aggiunte” di “Lavorare stanca”). Per la verità, Nanda aveva cercato, probabilmente, di venire incontro alla “gaffe” pavesiana. Lo riferisce lo stesso Pavese, quando, nella lettera del 20 ottobre, s’inventa una sorta di “Analisi amorosa di F.”, pur continuando a darle del “lei”. Pavese riprende una precedente affermazione di Fernanda, la quale ammetteva di sentirsi come “mascolinizzata”: Pavese aveva colto nel segno? Anche se così fosse, non dev’essere l’uomo a sottolineare certe debolezze nei confronti d’una donna. Pavese insisteva invece, con toni professorali e citazioni latine e greche, nel mettere il dito nella piaga di presunte “confessioni di fallimento” della Pivano. Il 5 novembre Pavese torna alla carica. Dopo le “docce fredde” inflitte a Fernanda (così lei s’era espressa), ne assesta una formidabile a sé stesso, inviandole un’“Analisi di P.”. Il confiteor è illuminante perché spiega come l’autore fosse perfettamente consapevole d’essere tutt’altro che un “corteggiatore”, bensì autolesionisticamente affetto da una feroce “mania d’assoluto”: ogni attimo dell’esistenza andava vivisezionato narcisisticamente, come davanti ad uno specchio. Pavese aggiunse di ritenere la propria parabola terrena “un gigantesco spettacolo” nel quale dover drammaticamente “recitare”, senza sentirsi abbastanza apprezzato né commiserato. Pavese giudica se stesso un “martire vivente”, un “solitario perché crescendo ha capito che nulla che valga si può fare se non lontano dal commercio del mondo.” Discorsi abbastanza fuori luogo per uno che voglia conquistare il cuore d’una donna, per quanto ben disposta, colta e sensibile. Pavese, in realtà, pur dicendosi “innamorato”, aveva scelto deliberatamente di fare “ciò che non va fatto”. Il 15 marzo 1941 egli scrive ancora a Nanda, allegando ad un breve messaggio in inglese un lungo ritratto, intitolato “Le paure di F.”. Pavese si scopre una propensione all’analisi del 4

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” profondo, monologando di “erotismo”, d’angoscia ed altro. E conclude: “Un giovanotto che entri nella vita cercando sistematicamente compagnia femminile, non per farci all’amore ma per farsene un modello e risentendone l’influsso nei gusti, nelle pose, negli umori, è un omosessuale che si ignora.” Del 28 aprile 1941 è la prima delle lettere a Mario Alicata, che all’epoca dirigeva la sede romana dell’Einaudi. Pavese conferma d’aver preso visione del suo carteggio con Einaudi, e di condividere il progetto della nascente Collana “Lo Struzzo” riservata a “romanzi brevi”. D’un certo peso la riflessione pavesiana secondo cui Torino è “fuori dal mondo” rispetto a Roma, città che pare “formicoli” di ingegni. Lorenzo Mondo ricorda che la Collana venne inaugurata con il racconto lungo “Paesi tuoi” di Pavese, che ne approfittò per chiedere ad Einaudi l’omaggio simbolico di “n. 1 pipa” da versare in anticipo. L’8 giugno Pavese si rivolge ancora ad Einaudi per proporgli la ristampa del “libro di versi che ha già avuto - scrive -, in prima edizione presso i fratelli Parenti di Firenze, un certo insuccesso e non può mancare di averne un altro.” Si trattava, ovviamente, della raccolta “Lavorare stanca”. Tale proposito sarà confidato a Carocci in una lettera successiva del 12 luglio, aggiungendo di non voler urtare, con ciò, “nessuna suscettibilità (…) della vecchia e cara Salaria”. Il rapporto con Vittorini riprende, invece, il 13 giugno. Pavese gli suggerisce di ristampare con Einaudi “Conversazione in Sicilia”, già uscito presso Parenti in appena 350 copie. Vittorini risponderà, appena tre giorni dopo (la posta, a quel tempo, pare funzionasse meglio di oggi) di non poter accogliere l’invito perché legato da contratto con Bompiani, che già si è offerto di ripubblicare il romanzo. Prosegue, nel frattempo, lo scambio con Alicata, il quale, il 10 luglio ’41, aveva recensito “Lavorare stanca” su “Oggi”. Pavese fa notare al collega, in uno scritto immediatamente successivo, talune “stonature”, ad esempio laddove Alicata ravvisa nell’universo femminile pavesiano un “tono godereccio ed ozioso”. Condivide e conferma, viceversa, l’impressione avuta da Alicata secondo cui la “persona” di Pavese finirebbe per rappresentare, in quei versi, “un’esigenza permanente”. Seguono altre lettere a vari destinatari, tra i quali Norberto Bobbio, consulente Einaudi per i libri di filosofia e diritto, datata 9 agosto 1941. Qui l’impostazione è strettamente professionale e riguarda la pubblicazione di opere di filosofi quali Weber, Dilthey e Jaspers. Lasciamo da parte, per un attimo, il lavoro di direttore editoriale di Pavese, perché a noi preme, ai fini della nostra ricerca, seguire con maggior attenzione l’evolversi del carteggio con Fernanda Pivano. In un lunedì dell’agosto di quell’anno, il Poeta scrive a Nanda, recatasi ad Ancona a trovare il fratello militare. Per quanto Pavese si sforzi d’usare un linguaggio cortese - anzi, direi “cavalleresco” (comunque fuori tempo) - i toni rimangono distanti, freddi, anche nei passaggi in cui la modulazione si fa quasi sognante: ciò perché i registri sono troppo soggettivi, manca quel coinvolgimento emotivo che farebbe la differenza. Pavese “spoetizza” ulteriormente l’atmosfera spettegolando sul conto d’una sua presunta “ammi- ratrice”, definita di volta in volta “sciagurata” dall’“accento chioccio”. Ed infatti la lettera successiva (senza data), in risposta ad una nota non pervenutaci della ragazza, ristabilisce da parte di Pavese, anche sul piano formale, le “distanze” in effetti mai superate. Basta leggerne un piccolo estratto: “Gentile Signorina, abbiamo saputo che Vi dedicate a una vita di studio e di patimenti. Permetteteci di presentarVi un boccone del nostro pane che, se sarà di Vostro gradimento, vedremo di moltiplicare come già fece il nostro Divin Maestro.” Inviato nella Capitale da Giulio Einaudi per le prime incombenze relative alla nascente sede romana dell’Editrice, Pavese, appena giunto a Roma, scrive subito a Fernanda Pivano: è il 6 febbraio 1942. Lo sfogo risentito - “nessuno mi aspettava alla stazione e ho dovuto girare al buio in cerca di un letto” – nasconde la soddisfazione un po’ civettuola di chi si sente “importante” ma trascurato: Pavese aveva sempre ambito a visitare la Città eterna, il suo ambiente cosmopolita rispetto alla più “provinciale” Torino. Alla fine della missiva, le solite imperative consegne: “Cara Fernanda, traduca, traduca, traduca.” È la raccomandazione che ripete nuovamente alla donna prima di ripartire per Torino, due giorni dopo. Tra la corrispondenza tenuta in quel lasso di tempo, è doveroso soffermarsi sulla lettera inviata a Vittorini il 27 maggio 1942. Pavese esprime solidarietà nei confronti dello scrittore siciliano, che nel marzo 1942 aveva dato alle stampe l’antologia “Americana” (Bompiani), sequestrata dalla censura. E aggiunge: “In dieci anni dacché sfoglio quella letteratura non ne avevo ancora trovata una sintesi così giusta e illuminante. (…) Resta il fatto che in 50 pagine hai scritto un gran libro. Non devi insuperbirti, ma per te esso ha il senso e il valore che doveva avere per Dante il De Vulgari. Una storia letteraria vista da un poeta come storia della propria poetica.” Il “martellamento” nei confronti della Pivano riprende il 25 giugno da Santo Stefano Belbo: “Cara Fernanda, se lei ignora l’odore del grano, intendo del grano in pianta, maturo, dondolante, sotto le nuvole e la pioggia estive, è sventurata e la compiango.” Inframmezzando “carota e bastone”, Pavese sembra trarre piacere (e sofferenza, nello stesso tempo) nell’esternare il proprio pathos interiore con Nanda: “E allora, stamattina, che non sono più un ragazzo e che il paese in quattro e quattr’otto l’ho capito, mi sono messo per questa strada e ho camminato verso il salto e ho intravisto le colline remote e ripreso cioè la mia infanzia al punto in cui l’avevo interrotta. La mia valle era vaporosa e nebbiosa, la barriera lontana, chiazzata di sole e di campi di grano, era quel che dev’essere il corpo della propria amata quand’è bionda. Qui naturalmente non parla più il bambino, l’infante, ma un uomo che è stato quel bambino e adesso è felice di esser uomo e di ricordarsi di Fernanda.” Due giorni dopo, il Poeta torna alla carica, sempre da Santo Stefano, con la sua singolare tecnica di “corteggiamento” che, a ben vedere, è cercata e voluta, nel senso che egli aspira, semmai inconsciamente, ad essere “respinto” dalla donna. Il suo “io” 5

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” si dibatte in una conflittualità di tipo “attrazione-repulsione” dove, alla fine, trionfa costantemente il secondo aspetto, quello negativo, perché Pavese sa di non poter soddisfare una donna: “Pavese era impotente”, aveva precisato senza mezzi termini Lorenzo Mondo in una nota al volume delle “Lettere”. Dopo un incipit tutt’altro che cortese, la lettera diviene uno sfoggio di poesia - di vera poesia -, pur nella consapevolezza che ad una ragazza non possono interessare licenze sì sdolcinate, specie se autoreferenziali: “Cara Fernanda, Le faccio subito i saluti e auguri perché poi me ne dimentico. Ho da parlare di me. (…) Sempre, ma più che mai questa volta, ritrovarmi davanti e in mezzo alle mie colline mi sommuove nel profondo. (…) Ora, questo stato di aurorale verginità che mi godo, ha l’effetto di farmi soffrire perché so che il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia. Il che non è facile. Anzi, la prima idea è stata che quanto ho scritto finora erano sciocche cose, tracciate secondo schemi allotrî, che non hanno nessun sapore dell’albero, della casa, della vite, del sentiero, ecc. come li conosco. Andando per la strada del salto nel vuoto, capivo appunto che ben altre parole, ben altri echi, ben altra fantasia sono necessari. Che insomma ci vuole un mito. Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest’esperienza che è il mio posto nel mondo. (…) Non certo rifare quelli greci, ma seguire la loro impostazione fantastica.”. Come si vede, comincia a delinearsi in Pavese quella “concezione mitica” che segnerà la sua più feconda stagione creativa, sia narrativa che poetica e saggistica, e che lo spingerà ad approfondire, coadiuvato da Ernesto De Martino – conosciuto a Roma proprio nel 1942 -, gli studi etno-antropologici fondando, sempre presso Einaudi, la celebre “Collana Viola”, la prima del genere in Italia. Il 30 agosto, Pavese esordisce con una frase che rivela tutto il suo imbarazzo e la sua indecisione: “Cara Fernanda, mi vengono in mente alcuni bei pensieri, che non c’è ragione perché non Le comunichi.” Prosegue con un minuzioso discorso sul vero, sul bello, sul ricordo, sul fantastico, per affermare che “la parola bellezza va bandita dal campo dell’estetica, che sarà la scienza dello sforzo per trasformare l’inaudito, il sorprendente, ecc. ( = il bello) in un complesso e significativo blocco di ricordi.” Dopo un silenzio di alcuni mesi, il 22 dicembre Pavese si rifà vivo con una lettera da Torino diretta a Mondovì, dove Fernanda Pivano era sfollata con i suoi a causa dei bombardamenti. Lo scrittore ricorda - con un misto di vanità e d’ironia - i “saggi consigli” impartiti in precedenza, grazie ai quali la ragazza sembrerebbe ora “sollevata di tono” e, nel contempo, più tranquilla e più umile. Accenna, inoltre, ai vari “pasticci” di lavoro ed al viaggio a Roma che “torna ad oscillare”. Conclude: “Siamo tutti sfollati, cioè ci si abbraccia per compagnia, non per amore.” Il 29 dicembre Pavese comunica d’avere la febbre e di dover annullare l’annunciata visita a Nanda a Mondovì. Per il fine settimana, inoltre, diverrà operativo l’incarico di responsabile della sede Einaudi di Roma, per cui - spiega - l’organizzazione dei nuovi servizi e la spedizione del materiale gli stanno dando un “lavoro canino”. Parlando di letteratura, Pavese giudica Vittorini “poetico e sofistico” rispetto a Saroyan più “primitivo, giornalistico e umano”. Il 7 gennaio 1943, da Roma, dove Pavese si trova, la telegrafica notizia da tempo attesa: “Cara Fernanda, l’inverosimile è avvenuto. Hanno autorizzato Lee Masters.” Pavese chiede all’amica di fargli avere copia del dattiloscritto, perché quella già in suo possesso era stata depositata al Ministero della Cultura. Dieci giorni dopo, l’annuncio del viaggio in Piemonte, per la fine di gennaio. I due hanno deciso di incontrarsi a Torino: Pavese invita Fernanda a non fargli “troppa festa”; quindi, lapidariamente: “Spoon River va bene”. Dei particolari dell’incontro, nessun riscontro che valga la pena riferire (tranne suggerimenti spiccioli sul luogo dove vedersi e sul da farsi). È da immaginare che nessuno dei due fece grossi sforzi per rendere l’appuntamento stuzzicante e godibile, onde trasformare una semplice amicizia in unione sentimentale. D’altra parte, il clima di guerra e le privazioni non favorivano certo slanci del genere. Tornato a Roma, Pavese il 13 febbraio le scrive una lettera in cui confessa di sentirsi “vecchio, stupido ed egoista”, con dolori fisici di varia natura che lo hanno convinto che “la vita spirituale è condizionata dalla fisiologia (…). Allora vada tutto all’inferno.” Il 26 febbraio Pavese comunica a Fernanda d’essere stato richiamato alle armi, a Rivoli. Nel post-scriptum: “Spoon River è già in stampa.” In realtà, al Poeta furono subito concessi sei mesi di malattia, dopodichè tornò alla vita civile. Dalla Capitale, il 15 aprile Pavese spedisce a Fernanda una lettera in cui le chiede, innanzitutto, se in via Gioda (sede dell’Einaudi) ha “trovato le prime copie di Spoon River”. Poi, scherzosamente - meglio, ironicamente -, profetizza per lei un futuro di “luminare della filologia”, mentre lui diverrà il “bidello della sua aula” e si inchinerà dinanzi a tanta dottrina. Va osservato che Pavese, in occasione di altre pubblicazioni Einaudi realizzate grazie al suo apporto, non si mostrò mai beffardo o insofferente nei confronti di alcuno. A che pro punzecchiare la Pivano in un’occasione che doveva essere soltanto di festa, l’uscita della prima traduzione della donna a cui teneva sul piano affettivo? Di sicuro, le battute mordaci e sfottenti di Pavese erano dovute ad altro… In merito alla traduzione dell’“Antologia di Spoon River”, alcuni studi recenti hanno appurato che il ruolo svolto da Pavese non fu semplicemente quello d’assegnare alla Pivano il compito di traduttrice e, successivamente, di far pubblicare il testo tradotto. Infatti, grazie alla basilare ricerca condotta da Iuri Moscardi, è emerso quanto segue: “Il lavoro si basa sull’analisi d’un dattiloscritto conservato alla Biblioteca Pivano della “Fondazione Benetton” di Milano, a lei appartenuto, che contiene la traduzione completa della raccolta e due serie di correzioni manoscritte, una di Pivano e l’altra di Pavese. Gli interventi di Pavese sono sempre posteriori a quelli di Pivano e le due grafie sono ben distinguibili; analizzandoli e confrontando il dattiloscritto e la prima stampa ho scoperto quanto il poeta di “Lavorare stanca” influì sul testo. (…) Il dattiloscritto fissa la traduzione che Pivano cominciò nel 1938 e concluse nel 1941-‘42. (…) Il dattiloscritto passò quindi a Pavese, che ci lavorò da solo nei primi mesi del 1943 6

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” a Roma suscitando in lei una piccola delusione (“speravo di rivedere con lei la traduzione”, gli scrisse). La mole dei suoi interventi è notevole e riguarda tutti i testi: oltre a correggere gli ultimi errori (Pavese era il revisore dall’inglese dell’Einaudi) modifica forma e stile. (…) L’analisi del dattiloscritto permette dunque di individuare con precisione le responsabilità dei due curatori: Pivano tradusse il libro, Pavese – che lo doveva soltanto rivedere – lo modificò, seguendo il proprio personale criterio prima di mandarlo in stampa. Il testo che cominciò a circolare nel 1943, e che da subito fu amatissimo dai lettori, è dunque il risultato della sovrapposizione di due modi completamente diversi di intendere la traduzione, amalgamati a freddo.”5 Pavese, in pratica, doveva essere non poco risentito nei confronti della Pivano, che oltretutto aveva respinto la sua corte. Pavese le aveva offerto su un piatto d’argento il libro che amava di più, quello della sua giovinezza, rinunciando a tradurlo personalmente per favorire lei. Ma Fernanda non aveva apprezzato il gesto, né aveva compreso il contributo fondamentale - rimasto nascosto - fornito da Pavese per la migliore traduzione dell’Antologia. Tre mesi dopo, il 9 maggio, le scrive di nuovo, domandandole se conserva ancora le tre liriche dedicatele a suo tempo: Pavese sta preparando la seconda edizione accresciuta di “Lavorare stanca” e vorrebbe inserirle. L’inflessione è quella usuale – asciutta, aspra e brillante – di tante lettere precedenti, anche nella digressione finale: “Fernanda, apprezzi il sesso che è quello che suscita le lettere e le arti e fornisce di cittadini la patria.” Il 25 di quel mese, prevale un atteggiamento quasi divertito: Pavese canzona Nanda, sia pure amichevolmente, definendola “cattiva ed egoista” ed avvisando: “neanch’io scherzo”. Segue il leit-motiv dello “studio” e della conoscenza delle lingue straniere e, da ultimo, la stoccatina finale: “Cara Fernanda, quando ci si rifiuta di sposarmi, almeno si ha il dovere di risarcirmi facendosi una cultura e imparandola più lunga di me.” Il 30 maggio, Pavese risponde - curiosamente dandole ancora del “lei” - ad una Fernanda spossata e giù di morale. Infatti scrive: “Cara Fern, la solitudine che Lei sente si cura in un solo modo, andando verso la gente e donando invece di ricevere. (…) Fin che uno dice ‘sono solo’ (…) starà sempre peggio. È solo chi vuole esserlo.”. Notare come Pavese, anziché cogliere la palla al balzo ed esclamare, come forse si aspetterebbe Nanda: “Ci sono qua io, saprò renderti felice!”, o frasi del genere, viceversa scrive: “Non che io aneli di essere quello a cui Lei dovrebbe donare – tanto più che i doni che Lei potrebbe farmi non sarebbero ancora la soluzione ma aumenterebbero il pasticcio.” La “predica” di cui sopra prosegue, il 4 giugno, nei confronti d’una interlocutrice che evidentemente aveva biasimato certi discorsi “esistenzialisti”. La ramanzina raggiunge punte di gratuita volgarità: “Donarsi vuol dire rispettare se stessi. Donarsi e non chiedere, perché la miglior prova che valiamo qualcosa sta nell’aver fatto qualcosa per gli altri, proprio quegli altri che Lei ignora per matta bestialità.” Pavese la invita, per giunta, ad “avvoltolarsi nel letame” di Mondovì, come faceva lui da ragazzo a Santo Stefano Belbo, e chiude con l’esplicito diktat: “Si faccia violare dal primo atleta che Le capita e poi vedrà le cose con gli occhi più chiari.” Nel luglio del ’43, dopo il bombardamento alleato sul quartiere di San Lorenzo, Pavese prospettò a Giulio Einaudi i rischi e l’inutilità di mantenere aperta la filiale romana della Casa Editrice, e chiese che tutti i membri della redazione venissero richiamati a Torino. La proposta fu prontamente accolta, tanto che già in data 21 luglio Pavese comunicò alla Pivano l’imminente rientro in Piemonte. Epperò, restò inalterata l’impostazione scostante e quasi intrattabile della lettera: Pavese dichiarò che, all’iniziale entusiasmo “poetico-estetico” per l’aspetto fisico – una “bellezza che resta sempre notevole” - di Nanda, era subentrato un “attaccamento morale” anch’esso, ormai, spentosi. Spiegò di avere a cuore la sua “vivacità” che, però, “lascia molto a desiderare”, e le chiese di smettere “certi modi (…) peggio che ridicoli, tragici”. La conclusione era delle più odiose: “Io Le voglio bene (ci crederà) ma La respingerei con orrore e fastidio se prima non cambiasse.” Una volta a Torino, le scrive ancora in data 2 agosto. Il rapporto di “odio/amore” (invero, più repulsione che attrazione) si fa ombroso, sospettoso: “Il tono della Sua lettera – scrive – non mi convince. C’è una spossata aria di rassegnazione che o vuol dire che l’hanno bastonata o che mente. Credo che menta.” Alla luce di affermazioni sì incredibili e fuori luogo, è lecito dedurre che Pavese fosse pienamente consapevole dei propri comportamenti, risoluto ad evitare discorsi intimi, privati, da autentico e credibile amante/spasimante. I rari ragionamenti da interlocutore disponibile e disteso, per quanto sostenuti e burberi - più adatti ad un petulante saputello - rimangono quelli concernenti le nude e crude cronache letterarie. Quando è portato ad alzare il tiro, tradisce una malcelata nausea esistenziale e un disprezzo per le cose degli uomini che lo inducono a disdegnare in primis il gentil sesso e, in seconda battuta, se stesso… Più che una donna in carne ed ossa, Pavese vagheggia, fino ad idealizzarla disperatamente, una creatura angelica e mitica quasi “materna” – di confidente e “Musa ispiratrice” – meglio ancora se maleodorante di stabbio -, pur sapendo che figure del genere non esistono, non possono esistere. Egli andava deliberatamente incontro al fallimento sentimentale così come andrà, più tardi, incontro alla morte. Questo primo volume dell’Epistolario s’avvia stancamente alla fine con altre lettere a Nanda - sempre più sintetiche, fredde e distaccate -, oltre a quelle agli amici e collaboratori di quegli anni, tra cui Giorgio Agosti, Emanuele Artom, Norberto Bobbio, Enzo Giachino, Massimo Mila, Carlo Muscetta, Giaime Pintor e, infine, al “mitico” Pinolo Scaglione. Quest’ultimo, amico d’infanzia di Cesare, aveva una bottega di falegnameria a Santo Stefano Belbo. Oltre ai personaggi di vari racconti, Pinolo incarnerà la figura di Nuto in “La luna e i falò”. Continua... NOTE 5 I. Moscardi, Cesare Pavese, Fernanda Pivano e Spoon River. Poesia, Anno XXVI, N. 285. Fondazione Poesia Onlus, Crocetti Ed., Milano, 2013. 7

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Due poesie pavesiane messe in musica dall’artista monegasco Léo Ferré canta Pavese Franco Lorizio L’incontro fra la musica e la poesia è del tutto naturale. Gli aedi, i cantori professionisti dell’antica Grecia, ebbero un ruolo decisivo nella creazione e diffusione dei poemi epici. Nel Medioevo trovatori, trovieri, minnesänger, menestrelli e giullari cantavano i versi accompagnandosi con strumenti quali la viella, il liuto, la ribeca. Nel Novecento uno degli esempi più emblematici di connubio fra le due arti è Le martire de Saint Sébastien (1911), “Mistero in cinque atti” con testo di Gabriele D’Annunzio e musica di Claude Debussy. Anche in tempi meno lontani vi furono significative collaborazioni fra poeti e musicisti, come ad esempio quella fra Roberto Roversi e Lucio Dalla, dalla quale scaturirono, fra il 1973 e il 1976, tre opere di rilievo: Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa e Automobili. Il Concerto grosso per i New Trolls (1971) - scritto del compositore italo-argentino Luis Enríquez Bacalov per il gruppo rock genovese - ha come tema testuale nientemeno che un verso di Shakespeare desunto dal celebre monologo dell’Amleto: “To die, to sleep, maybe to dream” (adattamento dell’originale “To die, to sleep; to sleep: perchance to dream”). Léo Ferré (1916-1993) manifestò l’attitudine a mettere in musica i versi di celebri poeti, da Cecco Angiolieri ai Poètes Maudits dell’Ottocento francese, ad Apollinaire, fino a Pavese e Testori. Riassumere in poche righe la produzione artistica e la poliedrica, prorompente personalità di Ferré è impresa ardua: Léo fu musicista, poeta, romanziere, autore e interprete di canzoni indimenticabili. Professò l’anarchia come scelta etica; all’idea libertaria dedicò il brano Les Anarchistes. Ebbe a dire: “L’anarchia è la formulazione politica della disperazione; una morale dell’anarchia non può concepirsi che nel rifiuto. È rifiutando che si crea.” Ferré ci ha lasciato la trasposizione musicale di due poesie di Cesare Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e Semplicità. Il primo testo - celebre fino a costituire la “cifra” pavesiana - è una delle dieci liriche composte fra l’11 marzo e l’11 aprile 1950 per Constance Dowling (furono pubblicate postume da Einaudi nel 1951 nell’omonimo volume che comprende anche la silloge La terra e la morte). Semplicità, scritta a Brancaleone Calabro nell’ottobre del 1935, è inclusa nella seconda edizione di Lavorare stanca (1943). Lo stesso Léo Ferré – in un’intervista televisiva per la RAI rilasciata nel 1971 all’attrice Edmonda Aldini – espose le circostanze che lo indussero a dare una veste musicale a quest’ultima poesia pavesiana: “Nel 1965, in campagna, avevo un’antologia di poeti italiani e ho letto … Poi mi sono seduto al piano. Ho fatto quella canzone perché … sono molto sensi- L’uomo solo – che è sta to in prigione – ritorna in prigione ogni volta che morde in un pezzo di pane. In prigione sognava le lepri che fuggono sul terriccio invernale . Nella nebbia d’inve rno l’uomo vive tra muri di strade, bevendo acqua fredda e morde ndo in un pezzo di pa ne. Uno crede che dopo rinasca la vita, che il respiro si calmi, che con l’odore del vino ne ritorni l’inverno lla calda osteria, e il buon fuoco, la sta lla, e le cene. Uno cre de, fin che è dentro uno crede. Si esce fuori un a sera, e le lepri le han prese e le mangiano al cald o gli altri, allegri. Bisogn a guardarli dai vetri. L’uomo solo osa entra re per bere un bicchiere quando proprio si ge la, e contempla il suo vino: il colore fumoso, il sa pore Morde il pezzo di pane pesante. , che sapeva di lepre in prigione, ma adess o non sa più di pane né di nulla. E anche il vino non sa che di ne bbia. L’uomo solo ripensa a quei campi, conten to di saperli già arati. N ella sala deserta sottovoce, si prova a cantare. Rivede lungo l’argine il ciuffo di rovi spogliati che in agosto fu verd e. Dà un fischio alla ca gna. E compare la lepre e non hanno più fredd o. 8

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Due poesie pavesiane messe in musica dall’artista monegasco bile a quegli uomini che s’incontrano nei bar, bevono un bicchiere di vino, mangiano un sandwich, se ne vanno. Quando vedo uno così vedo la mia propria solitudine, come in uno specchio. E quello lì che non conosco, magari, a cui non parlo, diventa il fratello, e non lo sarà mai. Per quello ho fatto questa canzone con le parole di Pavese.” Non poteva essere altrimenti: l’incontro di un poeta con un altro poeta si pone sul piano della compenetrazione degli animi. Nel volto aggrinVerrà la morte e avrà i tuoi occhi zito dell’uomo questa morte che ci accompagna solo che “osa endal mattino alla sera, insonne, trare per bere un sorda, come un vecchio rimorso bicchiere”, Ferré o un vizio assurdo. I tuoi occhi vede se stesso, la saranno una vana parola, propria disperaun grido taciuto, un silenzio. zione. Da questa Così li vedi ogni mattina percezione del quando su te sola ti pieghi dolore, del quale nello specchio. O cara speranza, l’uomo solo è l’iquel giorno sapremo anche noi postasi, nasce in che sei la vita e sei il nulla. Léo il sentimento, quasi ungaretPer tutti la morte ha uno sguardo. tiano, di una fraVerrà la morte e avrà i tuoi occhi. ternità istantanea Sarà come smettere un vizio, quanto fugace. come vedere nello specchio E poiché sotto le riemergere un viso morto, vesti miserabili come ascoltare un labbro chiuso. dell’uomo solo si Scenderemo nel gorgo muti. cela nient’altro che il Pavese del confino, memore della prigione e assediato dall’isolamento, si realizza l’abbraccio ideale fra i due autori. Questa radicale condivisione del destino umano sgorga dal cuore, prende forma nei polmoni, nella gola, nelle dita: si libra infine in un canto purissimo. La voce, più che la melodia, è la “materia” che dà vita all’inchiostro sulla carta, lo attualizza in ferita aperta sanguinante. Una voce, quella di Léo, di volta in volta scandalosa, vibrante, arrochita, potente, tenue, rabbiosa, dolente, disposta al pianto, esposta al gelo. Gli archi, ossessivi, incombono come un destino avverso, creano una crescente tensione che si risolve nella frase finale “ … e non hanno più freddo” (ma non c’è tepore: solo rassegnazione). Le qualità canore di Ferrè si esaltano in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi: egli mette in luce il migliore repertorio vocale attraverso un uso sapiente delle dinamiche musicali; il tema si dipana in corposi crescendo, dal pianissimo al fortissimo, fino al grido finale “scenderemo nel gorgo”, strozzato nella parola conclusiva: “muti”. Carissimo Léo, grazie per questa testimonianza di sensibilità interiore che ti ha consentito di com-prendere Pavese (cioè di “prendere-su-di-te” la sua pena) meglio di un illustre professore. AGRITURISMO “IL CRUTIN” di Barbero Marinella Il nome dell’agriturismo deriva dal “crutin” (grotta) che raccoglie acqua di sorgente potabile che i nostri avi usavano quotidianamente. Questa grotta è parte integrante dell’edificio. La zona permette di fare lunghe escursioni a piedi o in bici. L’azienda dispone di 6 camere con bagno privato, riscaldamento autonomo e tv, tutte con vista sulle vigne o sulle colline Loc. Vogliere 3 - 12058 Santo Stefano Belbo (CN) Tel. e Fax 0141 840559 - Cell. 349-4749463 9

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Due opposti temi caratterizzano il romanzo: la vita e la morte La banale tragedia dei sogni realizzati: la debacle di “Tra donne sole” Deborah Bertone Il penultimo romanzo di Cesare Pavese, che chiude anche il ciclo de “La bella estate”, rappresenta - apparentemente - la realizzazione dei sogni della protagonista, la lavoratrice Clelia Oitana, che da semplice sartina ha ottenuto un certo successo e torna a Torino, sua città natale, per aprire un atelier di moda. Il confronto con il passato sarà sempre vivo ad evidenziare il presente, in un continuo rimando di cui la vicenda non rappresenterà che l’immagine evanescente, simile ad un sogno. Clelia infatti arriva a Torino “sotto l’ultima neve di gennaio, come succede ai saltimbanchi e ai venditori di torrone”1. Già da questo esordio si può percepire l’insonnia della febbrile vigilia, l’ansia per l’attesa di qualcosa che deve succedere, ma che appare ancora non ben definito. Anche la coincidenza con il carnevale non è casuale, in quanto Pavese sembra far presagire fin da subito una seconda realtà nascosta dietro la maschera dell’apparenza lieta e festosa dei baracconi di piazza Vittorio. Infatti, non appena arrivata nell’albergo dove dovrà alloggiare, assisterà al tentativo di suicidio di una ragazza della buona società, Rosetta Mola. La deflagarazione di questo evento tragico dirompe a spezzare l’allegria dell’esordio e introduce ex abrupto il lettore nella vicenda che inizia a dipanarsi lentamente. Tutto il romanzo sarà attraversato da questi due temi opposti e complementari: la vita, di cui il carnevale non è che la rappresentazione farsesca, tragicamente inscenata, e la morte, simbolo per eccellenza dell’anti-festa. Attraverso la simbologia della maschera la protagonista entrerà nell’ambiente borghese dell’alta società, pensando di essersi costruita a buon diritto una posizione in quel mondo, salvo poi scoprire che, al pari dei saltimbanchi, è destinata ad una vita nomade senza ieri né domani, sempre in bilico in un presente che neppure le appartiene ma è alienato. Entra così in contatto con l’alta società torinese che la coinvolgerà in una girandola di gite, feste, divertimenti, nella quale conoscerà figure quali Morelli, Febo, ma soprattutto la cinica Momina e la Rosetta del tentato suicidio, Loris e Nene che stanno allestendo una recita. In parallelo Clelia comprende come la recita sia il grande simbolo della vita, dove a tutto si può dare un senso, anche a ciò che ne è privo. La protagonista comprende inoltre come il recupero del suo passato sia pressoché impossibile, in quanto lontano e diversissimo da ciò che ora lei è, (o dalla parte che impersona), né è pensabile sentirsi soddisfatta in una realtà che non sente sua e dalla quale è guardata con sospetto e diffidenza. Proprio per demistificare totalmente il mondo della haute viene descritta alla fine del romanzo la recita farsesca messa in scena davanti al postribolo di via Calandra, dove le donne vengono paragonate a prostitute: “Ridendo e gridando cominciarono a dire che bisognava provarci, fare il confronto, dare un punteggio. Allora cominciò una discussione su chi di noi sarebbe stata miglior prostituta […]2”. Dopo questa rappresentazione tragicomica Rosetta tenterà di nuovo, questa volta con successo, il suicidio, a rappresentare il fallimento di una vita dedita al rituale della festa e chiudendo, con il sonno eterno, il cerchio iniziato con l’insonnia febbrile dell’inizio del romanzo. Clelia ripartirà definitivamente per Roma, intimamente insoddisfatta e consapevole della perdita definitiva del suo passato e dell’alienazione di un presente nel quale non si è integrata e che la rigetta. La sua ultima frase potrebbe essere: “tutto ciò che volevo non l’ho trovato”, capovolgendo l’affermazione iniziale: “tutto ciò che volevo l’ho ottenuto”. Anche lo stesso Pavese chiuderà i conti con il destino in una camera d’albergo scegliendo una modalità similare a quella della povera Rosetta, in una Torino calda e assolata, e forse, come il personaggio del suo romanzo, guardando Superga in compagnia di un gatto, unico e solitario custode dei segreti degli umani. NOTE 1. Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi, Torino, 1949, pag. 5. 2. Cesare Pavese, Tra donne sole, pag. 346. 10

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Festeggiata con grande successo la XXXI edizione Premio letterario “Cesare Pavese” Paola Galletto Grande successo per la trentunesima edizione del Premio Cesare Pavese, i cui vincitori hanno conquistato una platea attenta e numerosa, riunitasi alla casa natale dello scrittore santostefanese nelle due giornate del riconoscimento. Protagonisti: Massimo Cacciari con Il potere che frena (Adelphi, 2013), Alan Friedman con Ammazziamo il Gattopardo (Rizzoli, 2014), Elena Loewenthal con La lenta nevicata dei giorni (Einaudi, 2013) e Paolo Mieli con I conti con la storia (Rizzoli, 2013). Gli autori hanno ricevuto il riconoscimento domenica 7 settembre a Santo Stefano Belbo (Cn) presso la Casa Natale dello scrittore, dove ha sede il Cepam-Centro Pavesiano Museo Casa Natale che organizza il Premio. È stata un’occasione per conoscere da vicino i vincitori, le loro opere, le loro riflessioni sull’attualità e il loro rapporto con Pavese, in un incontro coordinato dal professore Luigi Gatti, presidente del Premio, e dalla professoressa Giovanna Romanelli, presidente della giuria. Tra le autorità presenti ricordiamo: l’assessore alla Cultura e Turismo della Regione Piemonte Antonella Parigi, l’ex Presidente della Provincia di Cuneo e ora consigliere regionale Gianna Gancia, il sindaco di Santo Stefano Belbo Luigi Genesio Icardi. Ad aprire la cerimonia di premiazione è stata la studentessa Cristina Maria De Panfilis di L’Aquila per la tesi Lingua e stile nelle opere di Cesare Pavese, discussa nel 2013 all’Università degli Studi dell’Aquila, corso di laurea in Lettere moderne (la sezione è promossa dall’Azienda Agricola Giacinto Gallina I vincitori in prima fila e il pubblico in sala di Santo Stefano Belbo) Quindi sul palco si sono alternati gli autori vincitori delle opere inedite. Massimo Cacciari e Paolo Mieli hanno ritirato il Premio di Saggistica. Massimo Cacciari ha ricevuto il Premio per Il potere che frena (Adelphi, 2013), una riflessione sulla teologia politica, ovvero sulle forme in cui idee e simboli escatologico-apocalittici si sono venuti secolarizzando nella storia politica dell’Occi- Cristina Maria De Panfilis premiata da Giacinto Gallina 11

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Festeggiata con grande successo la XXXI edizione Massimo Cacciari premiato da Antonella Parigi, Assessore regionale alla Cultura e al Turismo Paolo Mieli riceve il premio da Alberto Sinigaglia, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte Il Sindaco di Santo Stefano Belbo, Luigi Genesio Icardi, consegna il premio ad Elena Loewenthal dente, fino all’attuale oblio della loro origine. In pochi minuti ha affascinato il pubblico presente dialogando su politica e teologia, auspicando per il futuro una politica che sappia innovare e promuovere. Paolo Mieli ha ottenuto il riconoscimento per I conti con la storia (Rizzoli, 2013), una trama di storie, che dal lontano passato si intrecciano con le contraddizioni e gli inganni della recente storia d’Italia: ricostruzioni di eventi, falsi storici, revisioni e riscritture, alla ricerca di una risposta alle questioni della nostra vita pubblica. Ha tenuto un brillante discorso su memoria e oblio, partendo da Ulisse. Elena Loewenthal ha ricevuto il Premio di Narrativa per La lenta nevicata dei giorni (Einaudi, 2013), che deve il titolo a un verso di Primo Levi, un romanzo capace di ricomporre la memoria di chi sopravvive, attraverso la storia di Fernande e André, giovane coppia in fuga dai nazisti, che insieme ad amici ebrei trascorre il periodo della guerra in un beato ma angoscioso isolamento, durante il quale il tempo L’attrice Chiara Buratti sembra sospeso. legge alcuni brani delle opere premiate Ad Alan Friedman è andato il Premio Speciale per Ammazziamo il Gattopardo (Rizzoli, 2014), che attraverso conversazioni con i protagonisti dell’economia e della politica fa luce su retroscena che nessuno ha finora Il Consigliere regionale Gianna Gancia premia Alan Friedman raccontato e propone un programma in dieci punti per rimettere l’Italia e sul binario della crescita e dell’occupazione. Al pubblico presente ha illustrato alcune sue ricette per uscire dallo stallo economico. La sera precedente la premiazione, sabato 6 settembre, ha visto un folto pubblico radunarsi alla casa di Pavese per l’incontro Politica e letteratura, dove i vincitori hanno portato le loro riflessioni su quali sono i legami che uniscono o dividono la letteratura dalla politica e sulla loro evoluzione nel corsi del tempo. Il Premio Cesare Pavese 2013 non si è però esaurito nella cerimonia conclusiva e nell’incontro serale con i vincitori. Si è aperto, infatti, nel pomeriggio di sabato 6 settembre con una giornata ricca di appuntamenti, sempre alla Casa Natale di Pa- 12

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Festeggiata con grande successo la XXXI edizione Nives Maria Salvo premiata dal Sindaco Icardi Salvatore Sarrubbi riceve il premio da Giuseppe Rossetto, Commissario alla Provincia di Cuneo Maria Concetta Trovato riceve il Premio Pavese Giovani da Luigi Gatti Francesco Palmieri premiato da Giuseppe Rossetto Tiziana Delsale premiata da Luciana Bussetti Calzato Il senatore Adriano Icardi consegna il premio a Candida Rabbia vese, dove sono stati premiati gli autori della sezione dedicata alle opere inedite. I vincitori sono stati: Salvatore Sarrubbi di Padova per La mosca (Narrativa); Stefano Colli di Grosseto per Terra (Poesia); Francesco Palmieri di Torre Annunziata (Napoli) per La “collana viola”: le lettere di Cesare Pavese a Ernesto De Martino non pubblicate da Pietro Angelini (Saggistica); Maria Concetta Trovato di Ragusa per L’ombra di Dante nei Dialoghi con Leucò Giovanna Romanelli, Presidente della Giuria, Silvio Viberti e Primo Culasso premiati consegna il premio della sezione dal Sindaco di Santo Stefano Belbo (Saggistica – Premio Giovani); Tiziana Lavori Scolastici ad Emanuele Danielli Delsale di Novara per Inturnu (Poesia piemontese); Candida Rabbia di Cuneo per Nóst tóch ëd giardin (Narrativa piemontese). to Il guaritore tradizionale (Narrativa inedita); Ezio Del Ponte Per la Saggistica piemontese è stato premiato il testo edito di Torino per il volume Emicrania e biliardo. Viaggio tra neuro di Primo Culasso e Silvio Viberti Rastlèire. Vocabolàri d’Arba, scienze, emicrania e sport (Con un pizzico di filosofia), pubbliBrà, Langa e Roé. Vocabolario illustrato di Alba, Bra, Langhe e cato da Pintore (Saggistica edita); Gaetano Mazzilli di Statte Roero (Antares, 2013). (Taranto) per La maledizione dei Borgia (Saggistica inedita). Per la sezione Medici scrittori in lingua italiana hanno ricePer la sezione Medici scrittori in lingua francese i vincitori vuto il premio: Michele Di Mauro di Lanciano (Chieti) per il sono stati: Jacqueline Zinetti di Parigi per il racconto L’âge romanzo L’uomo-carbone, pubblicato da Sensoinverso (Narratendre (Narrativa); Philippe Jacquet di Hyeres per La ballerine tiva edita); Gianfranco Morino di Acqui Terme per il raccone per Les ordres (Poesia). 13

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