Pelle, di Simone Lorini

 
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EDU Edizioni DrawUp www.edizionidrawup.it Collana Rosso e Nero

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Collana Rosso e Nero PELLE di Simone Lorini Proprietà letteraria riservata ©2014 Edizioni DrawUp Latina (LT) - Viale Le Corbusier, 421 Email: redazione@edizionidrawup.it Sito: www.edizionidrawup.it Progetto editoriale: Edizioni DrawUp Direttore editoriale: Alessandro Vizzino Grafica di copertina: Roberto Di Mauro per Edizioni DrawUp I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere utilizzata, riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta. I nomi delle persone e le vicende narrate non hanno alcun riferimento con la realtà. ISBN 978-88-98980-03-1

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Simone Lorini P ELLE

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Ai nostri morti, che danzano con le nostre anime.

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A Teresa e Giorgio, che mi hanno fatto scoprire i segreti del mare.

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PROLOGO Rilasciai la leva della frizione, le due ruote iniziarono ad acquistare velocità al pulsare dell’anima del motore, il tono cupo del desmo riprese prima a gorgogliare, poi a tuonare rabbioso man mano che facevo salire le marce e i giri. Grazie alla spinta brutale ai bassi regimi, mi lanciai nella tormenta del groviglio di auto, cavalcando l’unico mezzo che mi permetteva veloci spostamenti nella città. Da anni, l’utilizzo della sola motocicletta nei mesi più freddi era stata una scelta di vita. Anche in pieno inverno scivolavo nel traffico, qualunque condizione meteorologica potesse cascare dal cielo. Milano stava diventando fredda. Lo avvertivo giorno dopo giorno. Notte dopo notte. Una fitta pioggia fine creava una foschia poco amica, s’infilava tra gli interstizi della tuta in pelle, incurante e incessante, raggiungeva il mio corpo bagnato per aggredire le ossa. Freno, frizione, acceleratore e un continuo cambiare marcia facevano solo parte di una danza di gesti consumati da anni. I piedi erano freddi nonostante calzassi stivali invernali, le dita gelide delle mani iniziavano a intorpidirsi. Mi ero scordato i guanti all’Hotel Principe Di Savoia al terzo piano, me ne ero accorto troppo tardi quando avevo già raggiunto il piano terra. Non me l’ero sentita di risalire per recuperarli. Ci avevo messo un istante a decidere che me li sarei fatti recapitare da un Pony Express l’indomani. Ad alta velocità vedevo sfilare al mio fianco luci, ombre e macchie di colore nel labirinto di vie. Il tragitto stava diventando lungo e faticoso anche se le auto intasavano poco le strade. Era pur sempre un sabato notte milanese e me ne stavo scordando. Come mi succedeva ormai da troppo tempo. Nonostante avessi il controllo di trazione inserito sul mio Hypermotard 1100, il fondo stradale viscido faceva acuire l’attenzione per ogni dettaglio. Evitavo manovre brusche che potessero farmi scivolare a terra. Mi tenevo a debita distanza da tutto ciò che mi potesse urtare, far cadere, provocare danno alle mani. Mani sacre quanto quelle di un chirurgo. La visiera bagnata vedeva sparire le goccioline di pioggia come stavano disperdendosi le sensazioni della notte passata in una suite del lussuoso 9

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PELLE __________________________________________________________________ Hotel, dove mi aveva aspettato un’attrice americana che mesi prima aveva sentito parlare di me. Attraverso un giro di conoscenze, mi aveva contattato tramite il suo agente. Aveva assolutamente voluto il mio servizio. Mi sentivo stanco. Le tre di notte erano passate da tempo, il richiamo del tepore dei 22 gradi del loft mansardato mi scaldava il cuore e tutto ciò che del mio corpo era fradicio. Gli ultimi ritocchi dell’ago erano stati un esempio di classe ed eccellente capacità, se ne era accorta in breve anche Keira nelle precedenti sedute. Lei era stata silente e calma anche nei momenti più dolorosi e difficili, io delicato e perfetto. La mia creatività l’aveva rapita, me lo aveva fatto capire con una combinazione di non detto e di sguardi. Infine le avevo regalato un simbolo che aveva nel cuore da anni, un indelebile tratto tanto desiderato da portare per sempre. All’uscita della suite, dopo un primo momentaneo imbarazzo, mi aveva liquidato con un bacio sulle labbra mentre mi passava la busta della sua espressa riconoscenza di 12.000 euro in contanti. Un miscuglio di pensieri e ritorni alla realtà si avvicendavano. L’attrezzatura per scolpire simboli e segni d’arte sulla pelle di celebrità sparse in ogni angolo del globo vibrava e tintinnava nello zainetto nero opaco come la mia Ducati. Fibbie e cerniere tenevano all’asciutto il materiale di lavoro che mi permetteva tutti gli agi che non molti milanesi potevano raggiungere. Le sue ultime parole, “This is really art!”, mentre guardava la nuova conquista su una parte di pelle sino ad allora ancora inesplorata, mi risuonavano ancora nella testa e si mescolavano col borbottio tenebroso della supermoto. Dopo i tanti ricordi ed emozioni della notte in dissolvenza, mi ritrovai nella parte sud della città. Corsi in viale Cassala tirando maggiormente le marce, lungo il rettilineo importante, bruciando al semaforo una fila di auto addormentate. Gli ultimi palazzoni di una parte di Milano, che, sebbene molto vicina a casa mia, distava anni luce in bellezza dal mio loft nella zona Navigli, passarono velocissimi al mio fianco. In pochi istanti mi trovai all’ultimo semaforo in dirittura d’arrivo. Vivevo la notte. Vivevo di notte. Se fosse fresca primaverile o gelida invernale poco importava. Era di notte che io vivevo. Il giorno no. Il giorno era sole. Bagliore. Fuoco. Dolore. Prima, seconda marcia e un tutt’uno con la moto e i miei pensieri, mi infilai nel buio tunnel dell’inverno. 10

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Simone Lorini __________________________________________________________________ 1 -114 metri. Nel gelo. Nel buio. Giù, verso gli abissi. Dove tutto si comprime per le tante, troppe atmosfere anche per un superuomo. Il cuore diventa piccolo come un mandarino, i battiti scendono a una manciata di pulsazioni al minuto. I polmoni spugne poco più grosse. Non era da tutti quella profondità. Non era mai stata per nessuno. L’aveva raggiunta solo il campione del mondo di apnea in assetto costante, l’italiano Marco Corsi. Era il secondo record assoluto della settimana, al round mondiale a Tropea. Gli spettatori, l’opinione pubblica e la stampa avevano tenuto il fiato sospeso per giorni interminabili, quasi quanto la risalita dal blu profondo del campione. Gli sponsor avevano organizzato alla perfezione una macchina mediatica che aveva consentito la completa visibilità di un record mondiale che andava stampato nella memoria degli spettatori per i successivi anni. Corsi non era il favorito. Gli addetti ai lavori e gli allenatori degli altri apneisti in lizza lo consideravano ormai come un vecchio campione a fine corsa. Finito. Ma il trentanovenne siciliano, proprio vicino alla sua terra e supportato dal suo pubblico di fan, aveva compiuto il capolavoro, con una profondità di tre metri superiore a quella raggiunta un giorno prima dal suo sfidante storico, il francese Cyril Liberi. Tra i due sportivi non era mai corso buon sangue. Non si trattava solo di una competizione nel blu. Una serie di parole velenose e irrispettose nei confronti dell’altro campione erano rimbalzate da una parte all’altra del globo con grandi titoli sui giornali sportivi e non solo, fino a che, un anno e mezzo prima, al culmine della tensione, i due erano venuti anche alle mani. Una fredda giornata invernale era stata testimone del loro scontro in tribuna stampa, di fronte a una decina di fotografi delle più grandi testate sportive mondiali. Schiaffi pesanti, spintoni e addirittura un pugno in pieno volto all’italiano erano stati scagliati con una violenza inaudita dai due 11

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PELLE __________________________________________________________________ giganti alti quasi due metri. Le immagini avevano fatto il giro del mondo in poche ore. Si vociferava di antiche ruggini dovute alla passione comune per la stessa donna, la campionessa europea di pattinaggio artistico, Stefania Pellini. Poi la passione e l’amore erano finiti. Ma non la loro guerra, il loro odio mai celato. Il campione era lui, l’italiano. Il cartellino -114 era un sigillo conservato come un atto sportivo estremo di un supereroe dei fumetti. Rimaneva Corsi. Era questo ciò che importava. A lui e al mondo. Per raccogliere quella targhetta come una preziosa perla degli abissi, per la quale aveva fatto riaprire le casse di uno sponsor che anni prima aveva munto, Corsi aveva passato mesi e mesi in alta quota ad allenarsi, preparandosi fisicamente. Poi un soggiorno di tre mesi presso un piccolissimo centro di monaci tibetani a più di quattromila metri, per migliorare le tecniche di rilassamento. Una volta tornato presso il suo centro sportivo, aveva completato l’allenamento in piscina, per arrivare alla settimana del campionato mondiale in perfetta forma. Fisica e psichica. La gara era stata estrema a livello fisico, il limite era stato spostato sempre più in là, sempre più verso l’abisso freddo e scuro. Tutto era pronto. Le imbarcazioni degli sponsor e quelle più capienti degli spettatori stazionavano placide nei pressi del campo di gara. Un elicottero con un paio di cameraman a bordo e un elisoccorso volteggiavano nel cielo con qualche nuvola. In acqua un nutrito staff di assistenti, subacquei di supporto e medici muniti di bombole erano localizzati a varie profondità lungo la fune della discesa. Dopo vari giorni di gara la sfida si era ridotta ai soli due atleti. L’italiano e il francese. Le condizioni meteo erano ideali. Tutto funzionava alla perfezione. E soprattutto, ogni tuffo di Corsi e Liberi assicurava prestazioni da campioni del mondo. L’incredibile record mondiale di -111 metri del francese fece sussultare sulle postazioni i giudici quando videro Liberi emergere dopo lunghi minuti senza respiro, parsi interminabili a tutto il mondo. Venne finalmente il turno dell’italiano. Era l’ultimo giorno di gara. L’ultima prova possibile. L’ultima speranza di gettare nel profondo dell’anima tutti i dubbi e i limiti che il mondo aveva cercato di imporgli negli ultimi mesi. Aveva fatto prima tre tuffi d’ispezione e preparazione, segnando anche 12

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Simone Lorini __________________________________________________________________ una ragguardevole profondità di -102 metri. Arrivò il momento. Il suo momento. Il momento che aspettava da una vita. Non pensò più a nulla. Non vide se il mondo attorno tifava per lui, per il nuovo record mondiale, o per schiantarlo definitivamente nel baratro dell’oblio. Si raccolse in sé. Iniziò a respirare calmo. Gli ampi respiri riempivano la parte bassa dei polmoni fino a saturare quella superiore. Espirava con un processo inverso. I suoi polmoni erano sempre più pieni e sempre più vuoti. Fluttuava leggero a pelo dell’acqua calma. La muta da cinque millimetri, costruita dal suo principale sponsor in un nuovo materiale per essere molto sottile ma anche molto calda alle grandi profondità, lo preservava come un essere marino. Non più umano. Gli speciali occhialini erano pronti a sprofondare con lui nell’oscurità. Non li avrebbe utilizzati come specchi per guardare il mondo subacqueo, ma per scorgere la sua anima. Chiuse gli occhi per altri interminabili secondi, gli parvero l’eternità dell’annegamento. Immaginò colori piacevoli, il processo d’astrazione dal reale era quasi completato. Non sentiva quasi più il corpo. Ascoltò gli ultimi battiti del cuore, lenti. Sempre più lenti. Riaprì gli occhi. Prese l’ultimo respiro che gli riempì i polmoni con quasi dieci litri di aria. Fece l’ultimo cenno al direttore di gara, che galleggiava a un paio di metri. La capriola fu solo un gesto tecnico perfetto disegnato dopo migliaia di prove, la sua figura sprofondò come un sommergibile nel profondo. Gli spettatori, silenti negli ultimi minuti, ripresero a parlare. A respirare. L’italiano si diede una forte spinta con le pinne in carbonio lunghe più di un metro. Era quello il gesto di pinneggiata più dispendioso in discesa. Raggiunse i sette metri. I venti. L’ultimo lento e impercettibile movimento delle gambe. Poi l’immobilità del corpo. Sfilava nelle profondità veloce come un siluro, la temperatura diminuiva sensibilmente dai tiepidi 22 gradi della superficie. Compensava quando 13

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